Monthly Archives: agosto 2008

Pensieri Canuck

Dovendo scegliere tra il tempo e il denaro credo che la vita abbia scelto il primo per prendere la sua forma. E’ il tempo che serve per vivere prima del denaro. La ricchezza del tempo ci è data dall’eredità biologica mentre quella economica dall’eredità familiare e dal frutto del nostro lavoro. Non ho visto spesso persone ricche contemporaneamente di denaro e di tempo, talvolta chi possiede il denaro rincorre il tempo, altre volte dice solo che il tempo è denaro. Chi invece sente di avere il tempo lo può investire per cercare ideali e valori per mettervi dentro la propria vita e darle l’alloggio più maestoso che può sognare. Così mi sento per una volta di avere tempo a sufficienza, limitato solo dalle stagioni, dalle temperature, dalle piogge e dal mio stesso capriccio.

Sto covando questo pensiero sotto la tettoia adiacente alla roulotte guardando una luna gonfia e rossa come una pesca, fumo la mia sigaretta serale, è il settimo giorno di permanenza nella “Vecchia Fattoria” e mi sento sereno, gli ultimi giorni sono stati monotoni e la pigrizia ha preso il controllo generale amministrando le mie giornate dall’alba al tramonto. Sono riuscito tuttavia a sfuggirle scappando con la moto lungo le praterie che mi circondano o correndo per qualche kilometro sulla strada che collega le “casette in Canada”. Ci sono una media di 3,5 abitanti al metro quadro fuori dai grandi centri urbani e io sto facendo sforare la media del mio kilometro quadrato di un punto. L’amicizia e l’aiuto reciproco sembrano le principali arterie di comunicazione sulle quali si muovono le persone di queste zone. Sono stato invitato, accolto e sfamato con una serenità e una naturalezza da farmi venire il dubbio che sia frutto di un incontro con lo “straniero” o se sia invece lo stile predominante per intessere relazioni. Credo la seconda ipotesi ma avrei bisogno di altre settimane, forse di mesi, per capire veramente. Ciononostante l’accoglienza all’estero non mi è di certo estranea, l’ho avuta in ogni paese dove sono stato.  Penso poi al concetto di felicità: ognuno è impegnato, che lo voglia o meno a cercarla, sia essa una tendenza al miglioramento o un’emblematica chimera da inseguire per tutta la vita.  La felicità, per George, è quanto ho sotto il naso, cioè la sua fattoria, i suoi figli, il lavoro con il mais e con il legno più la fede che un domani andrà in paradiso e starà vicino a Gesù. Queste sono le sue semplici parole che mi comunica dopo aver appositamente spento la potente sega che taglia i tronchi. Sono colpito dalla dolcezza con la quale si rapporta a me e soprattutto con suo figlio, che talvolta, a giudicare dai modi, sembra essere più un suo amico. Non ho visto traccia, almeno per il poco di tempo in cui ho presenziato, di alcuna irritazione, stizzosità o attrito nei suoi confronti. Al mio arrivo, quando non sapevo ancora che ruolo occupasse George, lo ho considerato come un amico di famiglia, alle dipendenze in qualità di falegname all’interno della fattoria. Poi ho scoperto che la fattoria era sua e che la fatica delle sue mani nel lavorarvi quotidianamente da una vita era il suo piacere insostituibile.  Queste vicende sollevano un senso di ammirazione per ciò che osservo ma anche di dubbio per la maniera in cui ho progettato anni fa la mia vita.. ma è ancora troppo presto per dire, troppo imprudente per fare e troppo azzardato per concludere qualsiasi cosa. Sto zitto e sorrido, riaccendiamo la sega e dopo 10 secondi mi arriva in mano il primo asse di 4 metri da impilare sopra gli altri. Poche ore dopo finalmente guiderò il trattore, il momento agognato perchè era il sogno di quando ero un nanerottolo grande come un puffo. Adesso arrivo alla scaletta, afferro il corrimano e mi isso fino al sedile, sono “il re del mondo”!!.. per parafrasare DiCaprio sul Titanic! Io almeno mi accontendo di un trattore porcamiseria.. faccio qualche miglia arando i campi ma devo lasciare il vascello a George.. i miei bagagli sparsi per tutta la roulotte mi attendono, l’indomani si parte! La sera mi cuocio le mie 3 pannocchie di mais e me ne vado a dormire; sdraiato sul mio materassino ascolto il ticchettio delle zampette che “rientrano” anche loro sotto lo stesso tetto, non so bene dove ma sicuramente nel raggio di 10 metri, i passerotti a cui ho rovinato la pace riprendono  a nutrire i loro nidi nascosti nel porticato e le mie palpebre iniziano a schiacciarmi sotto una coltre di buio e silenzio.

Buonriposo a tutti ci sentiamo più avanti, quando leggerete questo messaggio (che si autodistruggerà) sarò già in viaggio da qualche giorno verso Thunder Bay.  Un abbraccio.

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Nella Vecchia Fattoria – qualche giorno on the road.

 

Posso con certezza dire che i primi centinaia di km, lasciato il New Jersey, non sono stati molto facili. Mi sono alzato la mattina presto con un buco nello stomaco grande come una caverna. L’amica che gentilmente mi aveva ospitato sul divano era già uscita a portare il suo bambino all’asilo. Non mi sembrava carino svaligiarle il frigorifero e quindi con i crampi allo stomaco ho iniziato quello che poi sarebbe diventato il rito mattutino: impacchetta zaino e tenda carica sulla moto, tira le cinghie e parti. Mi sono diretto verso Nord entrando dopo un’ora nello stato di New York, mentre cercavo l’ingresso della Highway sento clacson che proliferano intorno a me, finalmente un automobilista mi accosta e con una raffica di parole incollate tenta di mettermi in guardia su qualcosa. Ovviamente avendo un pessimismo cosmico verso i miei motoveicoli mi fermo immediatamente a controllare che cavolo potrà mai essere successo.. puntualmente trovo una cinghia da imballi usata per assicurare delle borse alla moto che penzola strisciando sull’asfalto come uno strascico. Sospiro di sollievo, la caccio verso la parte interna della borsa e riparto, 10 minuti dopo lanciato sulla Highway sento la ruota dietro che si blocca d’improvviso facendo sbandare la moto, accosto ancora e ancora una volta preso dal pessimismo cosmico mi tocco da tutte le parti possibili, la stessa cinghia è finita nei raggi della ruota posteriore bloccandola ma poi i 300 e passa kg lanciati a cento all’ora hanno avuto la meglio, la cinghia è stata triturata e la borsa che avvolgeva stritolata. La ricompongo come posso, cambio la cinghia di nuovo e mi riprometto di essere meno imbecille e provvisorio con gli imballaggi la prossima volta, un paio di giorni dopo avrò ancora da ricredermi..

La Highway mi traccia la sua nera riga infinita di fronte, i camion mi passano ai lati, sono rispettosi delle mie dimensioni da moscerino ma ciononostante le turbolenze mi fanno oscillare, la guida è monotona ma voglio macinare strada prima di infilarmi in qualche Interstate più piccola. Sembra sia il vento a portarmi più che il motore; soffia giù dalle Adirondack Mountains e dentro una simile forza mi sento come una palla da biliardo tenuta in traiettoria da mani giganti d’aria pura che prima mi scuotono e poi ancora mi tengono. Inizio semiconsapevolmente a sgranare un rosario delle facce e delle situazioni che ho lasciato in Italia ormai da qualche settimana, il “mood” è decisamente triste e amargonolo, mi sento più solo del previsto mi manca la mia ex-ragazza mi manca il cibo e mi manca il sole. La cornice esterna dei miei tristi pensieri ovviamente non può che essere un cielo grigio con appesi dei nuvoloni che paiono cisterne pronte a rovesciarmi addosso i loro umori… cinque minuti dopo succede.

Inizia a piovere, mi lavo, mi fermo, mi copro e riparto, inizio a notare dei buchi nella mia borsa da serbatoio.. l’acqua entra e la mappa si bagna. Mi fermo ancora per coprirmi meglio e stavolta faccio il mio numero preferito, quello del cavalletto laterale: fermo la moto, immagino di aver estratto il cavalletto laterale, lascio andare la moto e finisco per terra..poi rialzare il ferro da 300 kg è un gioco di malizia e talento.

I piccoli acquazzoni mi costringono comunque a fermarmi cercando riparo sotto alberi dalla gran chioma o sotto capannoni pieni di merci e poi di nuovo a fuggire nelle brevi pause cercando di superare il grigio che vedo nel cielo.

A rallegrarmi ci pensa un piccolo furgoncino dai cui finestrini  sputano tante mani con i pollici alzati, gli faccio un sorriso a trentacinque denti, magari hanno visto gli adesivi sulla moto e la montagna di roba legata dietro e si sono compiacuti della temerarietà, o magari sono italiani che hanno visto il tricolore su due ruote stracariche di bagagli e ironia. Chissà, la cosa certa è l’effetto tonico sull’umore. Continue reading »

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Una Guzzi a Princeton

giro a Princeton

Princeton

Negli anni 30 Einstein, a causa delle pressioni antisemite in Germania ed Europa, rinunciò alla cittadinanza tedesca e andò a vivere definitivamente negli Stati Uniti. Quando passò dalla Immigration statunitense gli venne esplicitamente detto: “Dichiari la sua razza” e il professore rispose: “Umana”.
Con questo piccolo ricordo della biografia del grande Premio Nobel entro per la prima volta nell’Università di Princeton che accolse, anni orsono, l’emerito Professore. Mi appare come una disneyland del sapere, una babele di edifici e monumenti che celebrano il sapere ai più alti livelli. Prati che sembrano trapiantati dai campi da golf, scoiattoli che corrono furtivi da un’albero all’altro, una cappella che sembra una cattedrale gotica, un museo d’arte. Un tappeto di 600 acri contenente 160 costruzioni e in totale 29 premi Nobel appartenuti alla grande famiglia dei graduati di Princeton di cui una particolare versione, il “Nobel Memorial Prize in Economic Sciences”, è stato consegnato a John Forbes Nash, recentemente impersonato da Russel Crow in “A beutiful Mind” e ancora vivo vegeto nella sua residenza universitaria.
Dopo l’inizio di quest’avventura in cui nell’ordine: mi è venuto un ascesso in bocca, ho scolorito la maglietta nuova di Bud Spencer con la candeggina, ho spaccato un palo della tenda e ho finito gli antibiotici, ecco finalmente un sano godimento senza effetti collaterali,  Princeton appunto. E dopo Princeton mi è guarita l’infezione, una signora princetoniana mi ha regalato un flacone di antibiotici, ho riparato la tenda e sto cercando ancora un colorante per la maglietta di Bud Spencer.

giro per Princeton

Girare in Guzzi in questa città della conoscenza mi rende consapevole della mia diversità; diversità che non sembra però catturare sguardi curiosi, nonostante adesivi borse riparate e cinghiate, tenda e zaino legato con corde elastiche. Dopotutto, concessi i mezzi inusuali, se considero che il mio viaggio è anche “conoscenza” allora forse ho diritto alla mia particolare cittadinanza in questo luogo. Scoiattoli, studenti, professori, Premi Nobel e guzzisti quindi!

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Prima settimana

Sono ospite di un caro amico e di sua moglie che vivono in New Jersey a un’ ora da

New York

; sto passando momenti piacevoli con loro e altri momenti di familiarizzazione con il suolo Americano, le grandi Highway, le più piccole Interstate, le case costruite in legno con il loro giardino e la loro bandiera Americana, le macchine grandi e le grandi distanze da misurare a loro volta da grandi unità di misura. Sarà banale scriverlo ma per la seconda volta che mi fermo negli States sono colpito dagli ordini di grandezza, grandezze del mondo circostante e anche grandezze nei modi di misurarlo: un gallone sono quasi quattro litri, una miglia sono più di un km e mezzo, una libbra sono più di quattro etti, non stupisce vedere nei supermercati “taniche” che contengono alimenti che noi sigilleremmo solamente in lattine o bottiglie.
Parlando di costruzioni invece notavo che a

New York

la mancanza di terreno ha costretto ad uno sviluppo che punta decisamente sulla verticalità, differenziandosi dalle casette di legno che stanno fuori dalle metropoli dove gli spazi per costruire in “orizzontale” paiono infiniti. Di questo mi rendevo conto mentre guardavo e passeggiavo senza meta tra le strade di Manhattan, stupefatto da quanto mi circondava e stanco di calcolare ottimisticamente le distanze che mi separavano dalla fine dell’isola… ho capito che dalla 34 esima andare a piedi sino a Battery Park (il limite estremo di fronte al quale compare la Statua della Libertà) può essere letale… Senza desistere ho continuato a girovagare, ho visto la culla che teneva le macerie delle torri gemelle, oggi pronta ad ospitare una nuova sfida edilizia e la chiesa georgiana adiacente, la chinatown e poi ancora la little italy, Broadway e Brooklyn. Sulla via del ritorno mi sono presto reso conto dei limiti della mia anca dx, provata da un brutto incidente anni prima, questo ha comportato il fatto che a due ore da Madison Square ho iniziato a zoppicare assomigliando a uno scattoso burattino metropolitano che si trascina per la grande mela, comunque a mezzanotte ero di nuovo a casa dei miei amici quasi sano e salvo.  A proposito di loro, lui è un mio amico d’adolescenza che dopo la decisione di venire negli States ha inziato la sua carriera manageriale e ora guadagna bene ha una bella moglie, una bella casa e una bella macchina…è questo il “sogno americano” ? non lo so ma lui è felice ed’io a vederli insieme lo sono altrettanto, lei invece si chiama Ana, è filippina, designer di interni in formazione e veramente un New Yorkasso nella cucina internazionale, incredibile!! Poi una doverosa parola va a Nacho, il cane dagli occhi sporgenti che più sporgenti ancora rotolerebbero fuori dalle orbite come palle da biliardo; quando siamo andati in campeggio ho avuto il piacere di dormire nella sua tenda, la tenda proprio dedicata a lui quadrupede (!!)… e nonostante fosse un cane da tre spanne di lunghezza nella tenda ci potevano stare altre due persone oltre a me.. Proporzionalmente la tenda dei miei due amici poteva contenere una roulotte e il banchetto di cibi e bevande stipato nella bmw e trasportato fin li mi avrebbe sfamato per la durata dell’intero viaggio sino al sudamerica ma è stato divorato da noi e dai loro amici in una sola serata. Adesso sono qui con loro in attesa di preparare la motocicletta alle prime raffiche di miglia.

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