Monthly Archives: settembre 2008

Storie e strade di San Francisco

San Francisco
Sono da ore su una sedia senza ruote e senza motore. Il tempo è adatto a sedimentare pensieri e riprendere il filo con gli ultimi scritti. Giorni seduto nella sedia dello stesso bar dove mi sono guadagnato il diritto di entrare ogni mattina e chiedere “il solito”: una tazza di caffè e un pezzo di torta che se va bene mi aspetta da solo un giorno, se va male anche da un paio. La cameriera dice ad alta voce il prezzo per farsi sentire dal titolare ma poi mi fa segno con le dita qual è il “prezzo amicizia” che le devo. Altro piccolo traguardo dopo aver fatto conoscenza parlando spagnolo.
Le chiacchiere diventavano spesso discorsi con la focale aperta sul mio viaggio di lungo raggio e sul suo, forse molto più avventuroso, che iniziò varcando la frontiera con gli States un anno prima. Ascolto così un’altra storia di ricerca della felicità, un altra fuga semicosciente verso un futuro migliore che porta i doni della novità e dell’opportunità ma che costa il distacco dalle proprie radici. Cominciò un lunedì quando il fratello che viveva con lei in Messico le offrì l’occasione di andare con lui negli States. Si trattava di un “biglietto di sola andata”, a piedi e senza documenti, cercando di varcare uno dei confini più controllati del mondo. Un confine chiamato “la Grande Cicatrice” sulla quale vengono uniti, con una chirurgia da dottor Frankenstein, due mondi troppo diversi. Lacrime e panico, una indecisione talmente pesante da non poterla sopportare sulle spalle, la fatidica partenza era fissata soltanto due giorni dopo. La decisione di partire le venne come un singhiozzo dopo i tanti dei giorni fatti a piangere e riflettere con la valigia mezza piena e mezza vuota che aspettava il verdetto. Iniziò la marcia nei boschi e nelle montagne, di notte, correndo e sostando per ascoltare i rumori tra i cespugli. La paura di essere scovati e i ripensamenti mentre l’ipotermia iniziava a strisciare su dai piedi e il fratello si svestiva per coprirla e le massaggiava le gambe. Arrivò a San Francisco con un dollaro, un fratello e una sola lingua, quella sbagliata. Ci volle tempo.
Adesso lavora, non può ancora permettersi un’assistenza sanitaria ma può permettersi di sorridere e di avere nuovi amici intorno. Io sono una di questi, l’ultimo arrivato. Mi dà il numero di suo padre e mi promette che lui mi ospiterà a Tijuana quando varcherò la frontiera messicana. Tijuana, in una famosa canzone, fà rima con “alcooldrogasessoemarijuana” e probabilmente anche con tutto il corollario di malavita e povertà che cinge il suo grande centro. Ora che ho la promessa di un tetto e un luogo dove parcheggiare la moto posso pensare di adottarla come meta futura, almeno per un pò. Questa città è la rampa di lancio per 10.000 messicani che ogni anni si preparano a lanciarsi oltre la frontiera con gli States.
Ma torniamo a San Francisco, alle strade pazze dove passeggiamo con la macchina fotografica nascosta cercando di sfuggire agli sguardi di giocolieri, mercanti e artisti. Allegria e festa intorno al porto, marmaglia di gente che serpeggia sullo “shore” vicino all’oceano e vicino ai gabbiani che si fanno avvicinare sino alla distanza di un braccio prima di scappare. Ci troviamo un posto al chiuso, un tazza di caffè e due sedieimbottite, il tempo di raccontarci un pò ancora e poi via di nuovo tra la folla cercando di avvistare le chiatte sulle quali le foche si sdraiano a prendere il sole. Torniamo con il pullman su fin sopra alle colline, lontano dalla “downtown”, diventa buio. Ogni pullman di San Francisco mostra chiaramente il mix di culture e razze che ha reso famosa la città: afro, chino, italo, latino sono solo alcuni strati etnici che animano i quartieri. Seduti sulla panca sentiamo urlare 5 metri dietro di noi, due stanno litigando, vengono alle mani, la gente è paralizzata, il pullman si ferma il mio sguardo cade sulla ringhiera che chiude il pilota nella sua piccola cabina. Si apre di colpo come fosse la mezza porta di un Saloon dei film western e ne sbuca fuori una donnona di colore di 100 Kg, si piazza in mezzo al corridoio passeggeri e con una voce tipo Aretha Franklin urla: “c’è qualche cazzo di problema li in fondo ah?”
“portate il vostro culo fuori da qui che chiamo la polizia”
Adesso dopo averla vista sono terrorizzato anche io pur essendo dalla parte dei “buoni”. I due si defilano immediatamente e magari diventeranno anche amici accomunati dall’esperienza con la temibile autista. La donnona riprende il suo sedile, scuote la testa e dice a bassa voce, quindi che possiamo sentirla “solo” fino a metà pullman, “fanculo, stronzi”.
Arriviamo e la mia amica mi invita a seguirla in un locale “particolare”, perchè no.. Appena entrati vengo abbracciato da un signore con uno strano accento portoghese che mi grida in spagnolo “Dio ti ama” “..ah” “Dio ti benedice” “ah..che devo fare?” “Entra e canta”. Sono approdato a una comunità cristiana apostolica di brasiliani; la gente canta con le mani alzate, io rimango a custodire il mio angolo semipartecipe ma ad ogni modo incuriosito, in questo luogo non ci sono bisbigli e genuflessioni ma chitarra acustica e batteria, persone in piedi che dondolano nella musica con gli occhi chiusi. Arriva il momento della predica e mi trovo la mia amica a tradurmi dal portoghese in spagnolo nell’orecchio sinistro, nel destro c’è la vicina di sedia che aggiunge in inglese alcuni dettagli per farmi capire il libretto che tento di decifrare. Dopo 45 minuti sono esausto, ho perso la mia lingua madre e sono stato adottatto da una mescola di spanenglishportughes. Chiacchierando in strada mescolo spagnolo e inglese come fossero un nuovo Esperanto. Conosco così il Ministro di questa chiesa apostolica, il secondo dall’inizio del viaggio, questo non sembra fumarsi marijuana come l’altro ma è anch’egli gentilissimo, amichevole e accogliente. Mi racconta del Brasile, della strada che dovrei percorrere per attraversare centinaia di km di foresta amazzonica.. poi mi da del pazzo con una pacca sulla spalla e infine mi benedice e invita a visitare la sua terra.
Il giorno dopo mi dirigo alla comunità “figli di italia” giusto per salutare qualche connazionale, suono e arriva una giapponese che mi reindirizza “all’associazione italiana” di via russia. Ci vado, entro e chiedo “‘C’è qualcuno che parla italiano?” “No”.
Non importa, parlo con il cuoco in inglese, mi racconta la storia della loro associazione, di italiano ci sono i piatti di pasta e le memorie dei loro nonni e bisnonni arrivati in America ad inizio secolo. Ma l’idioma si è perso nel tempo, qualche parola è resistita alle censure dei loro padri che li rimproveravano quando sentivano che tra di loro “non si sforzavano di parlare la lingua del luogo”.
Sulla parete ci sono i quadri con i nomi di tutti i membri dell’Associazione, sono pittoreschi perchè associano nomi americani a cognomi italiani, sembra di leggere i titoli di coda di un “mafia movie”. Dal cuoco passo a parlare con Marco e da Marco alla sua intera tavolata dove vengo accolto da brindisi con calici di vino, bene. In un momento di silenzio Marco prende la parola e dice “Non abbiamo abbastanza soldi per offrirti da mangiare perchè li abbiamo investiti in stock dell’Alitalia”. Scoppio a ridere con tutta i commensali. E’ stata una piacevole, finta, re-impatriata all’italiana: chiacchiere, sorsi di vino e racconti tra le nostre due nazioni amiche. E’ il mio turno di parola, inizio ripetendo quasi a memoria i primi 10.000 km di strada, il Canada e le frontiere, i miei viaggi in Centro e Sud America come “backpackers” e ora la nuova attraversata da confine a confine su gomma, con il mio “ferro”..ecc..ecc. Poi entriamo nello specifico, recupero un dettaglio non trascurabile: “la felicità”. Spiego il progetto del viaggio e l’intento di raccogliere storie che possano disvelare le forme culturali o soggettive di questa strana parola, felicità, che tutto e niente può indicare ma che spesso è molto più presente nei copioni di vita delle persone di quanto non lo sia in quelli di hollywood. Cosi il viaggio da frontiera a frontiera diventa anche un viaggio da storia a storia, da “history a history” ma anche da “story a story”.
“Sounds good” dice uno di loro e dopo poco mi passa per telefono una giornalista americana di San Mateo che mi intervista per 10 minuti. Finita intervista e pasta lascio l’associazione con la pancia piena promettendo a tutti che sarei passato a salutare prima di lasciare la città. Torno dal pastore della chiesa apostolica a salutare anche lui, ma non ho scampo, un attimo dopo essere entrato inizio ad attaccare bottone prima con i suoi amici e poi privatamente con lui, seduti come commilitoni sui gradini di quello che costituisce il loro spartano altare di fronte a un centinaio di sedie vuote.
Mi da il suo numero di telefono, la mail e inizia a disegnarmi su un volantino della sua associazione una mappa geografica del Brasile, mi spiega dove passare via terra e dove no, come comportarsi con un anaconda e come non sottovalutare un piranha lungo anche solo 5 cm. La “carretera” dal Venezuela infatti entra nella foresta amazzonica per mille km prima di incontrare una strada asfaltata percorribile. Tengo a mente tutto e quello che la mente non tiene viene appuntato sul foglietto patinato che inizia a riempirsi di sagome dei paesi sudamericani.
Non so grazie a quale calamità naturale o psicologica ma ogni posto che vado è una religione che trovo, cosi è stato a Cuba quando mi trovai “scelto” da un Santero per una cerimonia in mezzo a un cerchio di 30 persone in una periferia di Santiago, così è stato in Africa quando sono stato ospitato da due donne musulmane e ancora a Thunderbay, in Canada, nella casa del Ministro che cercava di dimostrarmi come un versetto della Genesi contenesse un invito al consumo di marijuana.
Be, parlando di felicità il pastore mi consegna gli indizi per una bella storia.
Ho solo un nome parziale e con questo inizio le mie ricerche su internet, dopo aver sfogliato pagine finalmente trovo quanto cercavo:

Team Hoyt

Team Hoyt

La storia del Team Hoyt.
Dick Hoyt si accorse presto che suo figlio nascituro aveva qualcosa che non andava, i medici diagnosticarono un problema cerebrale dovuto a una carenza di ossigeno; il destino per la medicina era segnato e alquanto negativo. Il padre però non si rassegnò a lasciarlo in un istituto, lo prese con sè e inizio a costruirgli un interffaccia per comunicare attraverso un computer con i movimenti della testa. Dopo anni le prime parole digitali di Rick, dopo aver visto una partita di hockey, furono “Go!!”. Dick prese questo come un segno della predilezione del figlio per lo sport e iniziò a portarlo con sè nelle sue sessioni di jogging spingendolo sulla carrozzina. L’allenamento e la passione crebbero, Rick attraverso il computer diceva che “anche se sono disabile correre con mio padre mi fa sentire vivo”, iniziarono le prime gare, le prime lunghe distanze. Il padre spingeva la carrozzina del figlio per miglia e miglia, lo portava su una bicicletta speciale per partecipare alle gare di Triathlon e lo trainava in un gommone legato alle spalle quando nuotava. Nel 1992 percorsero insieme 3.735 miglia tra bici e corsa lungo gli Stati Uniti per 45 giorni, ad oggi hanno partecipato a 229 Triathlon e 66 maratone. Quando chiesero a Rick cosa avrebbe voluto regalare a suo padre rispose “vorrei far sedere mio papa sulla sedia e spingerlo almeno una volta”.
Archivio mentalmente questa storia insieme a quella di Terry Fox, Ken, Maureen e Sue che vi ho raccontato nei post precedenti. Interessanti le cose che le persone fanno per cercare la felicità vero?

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A proposito della felicità

Felicità

Usa, campione 1000 studenti: i ragazzi delle classi socioeconomiche più basse riportano una felicità percepita maggiore delle classi medio-alte
Devid e Mayers, studio longitudinale, con il trascorrere degli anni in USA sono cambiati alcuni indici come :
  • drastica riduzione lavoro minorile, tasso scolarizzazione più alto, reddito procapite aumentato
  • ma… triplicarsi suicidi adolescenziali, quadruplicarsi episodi violenza, quintuplicarsi pop. carceraria
Nesse e Williams (1994), su 39.000 casi nei 5 continenti: il tasso di depressione è correlato a quello dei processi di modernizzazione
Oggi e in un certo senso, è come se gli oggetti usassero noi per riprodursi ed espandersi sul pianeta e noi non controllassero più l’uso degli oggetti stessi. Il consumo ha come fine ultimo il puro consumo. Ciò può comportare una richiesta di oggetti infinita. (Materialismo Terminale, Paolo Inghilleri, “la buona vita”)
Il materialismo strumentale invece è quello per cui possesso di oggetti è il mezzo essenziale per scoprire sviluppare scopi personali e sociali. Gli oggetti sono allora gli strumenti usati per realizzare questi scopi. (sempre Paolo Inghilleri, “la buona vita”)

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Ma qual’è il progetto?

  SINTESI IN MOVIMENTO

Sto facendo il giro del mondo in motocicletta, raccogliendo storie, testimonianze ed esperienze delle persone che incontro appartenenti a diverse realtà socioculturali. Le parole chiave per comprendere quanto sto facendo sono psicologia, viaggio, intercultura e reportage; una sorta di “sintesi in movimento” di questi elementi.

Adesso espongo alcuni punti salienti che tratteggiano le intenzioni e gli stili presenti inquesto modo di procedere.


 

 

  • Giro del Mondo in moto
  • Reportage legati a “luoghi” intesi come insieme di natura,cultura, storia collettiva e soggettiva.
  • Materiale Audio Video e Narrativa di viaggio.
  • Raccolta di storie e testimonianze relative alla realtà dei paesi attraversati ed anche alla rappresentazione del concetto di felicità nelle soggettività, società e culture diverse. Ovvero una ricerca etnografica intorno al tema avente un carattere non scientifico ma divulgativo e di piacere personale.
  • Psicologo con due specializzazioni, 29 anni di età.
  • Ultimi 6 mesi prima della partenza a lavorare come meccanico per imparare a riparare la propria Guzzi.
  • Viaggio con moto, tenda, macchina fotografica e la mia mascotte: il Toporso, un orsacchiotto che ho da tutta la vita. Il Toporso in un viaggio simile non è uno scherzo, simbolizza uno stile di approccio alla vita a me molto caro: “quello dell’Adolescente di Terza età”
  • Adolescente di terza età : soggetto affetto da una particolare variante “più matura” della sindrome di Peter Pan che può provocare sogni a occhi aperti, accessi di spontaneità, pruriti esistenziali e bisogno compulsivo di stringere relazioni e conoscere il mondo; e ancora allucinazioni sensorio-percettive che lo portano a sentire il profumo dell’avventura anche dove non sussiste e a vedere sorrisi “impiantati sotto la pelle delle persone”. Si osserva spesso una comorbidità con la “sindrome della cicala” che produce spensieratezza, canto, riso frequente e gratuito ma altre volte la patologia combinata con il “Disturbo Tarantolato” produce altresì lamenti per il presente, irrequietezza e desiderio incondizionato di cambiamento e innovazione. Sono state provate terapie con inserimento prolungato del soggetto in città  unitamente a piccole somministrazioni di monotonia. L’unica risposta terapeutica apprezzabile si è riscontrata aiutando il soggetto ad assumere in dosi combinate i seguenti farmaci: A)  Il Coraggio di cambiare ciò che si può cambiare. B) La forza di accettare ciò che non si può cambiare. C) La Saggezza per capire la differenza.  

 

GIOCO DI PENNELLO

Insomma, questo viaggio vuole essere un invenzione d’Arte, un esperimento di prospettive e un gioco di pennello che usa nella sua tavolozza i colori del Viaggio, della Cultura, della Motocicletta, dell’Avventura, della Storia, della Felicità e del  Racconto.
Datemi il tempo necessario per liberare piano piano, foto dopo foto e racconto dopo racconto, i pezzi di marmo che coprono questa strana scultura. 
Il viaggio è calato nella dimensione dell’andare, questo progetto è calato nella dimensione del divenire. Serve tempo, serve chiasso e movimento, dobbiamo alzare polvere e spaccare rocce, poi vediamo cosa succede.

DOTTORE MI FA MALE LA FELICITA’

Se questo collage ti lascia indifferente non leggere questo aragrafo

Viaggiare con il tarlo della felicità è complicato, raccontare la felicità ancora di più, riuscire a trasmettere le mille storie che ruotano intorno a questo perno è però meraviglioso.
Afferrare il concetto di felicità è come afferrare l’aria di un palloncino scoppiato, è un concetto etereo e soggettivo eppure anche prepotentemente presente e qualche volta persino ingombrante se guardiamo lo spazio che può occupare nell’anima di una persona. Chiedere a una persona, magari uno sconosciuto che ho la possibilità di incontrare per poche ore, “cos’è per te la felicità” o “sei felice” equivarrebbe ad assestargli un pugno nello stomaco. Il contenuto magico della domanda verrebbe meno e ne rimarrebbe una provocazione che spiazza alla quale tra l’altro nemmeno io saprei rispondere. Cambiamo prospettiva invece e insegnamo alla bocca a lavorare come le mani di un artigiano che tornisce un vaso di terracotta: il ceramista non può afferrare il “vuoto” contenuto al centro del vaso però può toccare la terra intorno, far scorrere le mani lungo la sua apertura oppure esplorare la protuberanza panciuta più in basso, il vuoto può essere sentito in qualche modo attraverso le forme che lo avvolgono. Non preoccupiamoci quindi di afferrare il vuoto di un concetto multiforme e infinito come la felicità, vediamo invece di sentire, raccontare e condividere le mille forme che lo avvolgono. Trattasi delle storie delle persone, delle leggende personali, degli artefatti e di tutti i racconti che, se guardiamo in controluce, ci mostrano una nuova sagoma e una nuova forma per dire “ho visto la felicità”. “Ci giriamo intorno” potrei dire, camminiamo sul bordo Preso da Wikipediaconl’orecchio teso e il gusto di ascoltare senza però giudicare. Diceva un poeta latino che “quando ti guardi intorno e vedi o senti cose strane, ricordati che la cosa più strana in quelle terre sei tu”. Questo è un prospettiva per raccogliere storie e testimonianze intorno a un tema che può essere così delicato, così banale o così scottante come la felicità.
Si suppone che come viaggiatore debba percorrere veramente tanta strada, sfortunatamente il tempo delle grandi esplorazioni sulla terra è finito, così, forse, se si vuole scoprire e raccontare qualcosa di diverso può essere più sensato invece che coprire solamente enormi distanze in superficie iniziare anche a muoversi “in profondità”. Un uomo mentre mostrava la rosa dei venti a suo figlio disse “Sei tu, qui in mezzo, il quinto punto cardinale.” Perchè non spendere un po’ di attenzione su questo quinto punto allora?

Una cosa è chiara, il “plot narrativo” come lo chiamano gli scrittori, o lo stile dei racconti, è e rimane “sulla strada”, quindi nella forma del racconto di viaggio, ne più ne meno. Non ho intenzione di fare dissertazioni filosofiche, ne speculazioni scientifiche, punto. Felicità è una chiave di lettura per rapportarsi alle storie, un modo di distillarne i contenuti, ma anche un modo di stare a chiacchierare intorno a un focolare, così come viene, senza storture, doppi fini o necessità di pilotare la discussione in qualche direzione. Se così non fosse ricalcherei l’immagine che più odio della mia professione: presunzione, saccenza, gambe incrociate e mano che gratta il mento mentre l’occhio socchiuso e penetrante fruga ogni parola e ogni frase come fosse una tasca che ben conosce, anche dal primo incontro, anche dalla prima sillaba. No, non credo proprio.
Questo non è stile. Lo stile è togliersi il cappello e levarsi le scarpe prima di entrare nella vita di qualcun altro. Essere “felicemente ignoranti” e saper ascoltare con la A maiuscola. Nel caso non capissi niente di quello che ascolto, non importa, lo capirete voi quando lo leggerete. Ne nasceranno, forse, mi auguro, scritti che parleranno di uomini e donne come noi, uguali ma diversi, presi a chiedersi “come e perchè” di certe cose o a non chiederselo affatto ma semplicemente “vivere”. Vi prego anche  di accettare l’ espressione anche della “mondaneità”, conquistata dopo tanta spiritualità e anni di analisi, le mie battute di spirito, i miei “lamenti italiani” e qualche parolaccia. Forse per qualcuno sarà una caduta di stile, ma per me è un guadagno di trasparenza e di “ritmo” narrativo.
Mi spiace ma sono un dottore che a 30 anni non è ancora capace di annodarsi la cravatta.

PERCHE’ IL RACCONTO?

Ogni uomo scrive il suo “testo” durante la sua vita: testo scritto in solitaria, testo scritto a più mani, testo con inchiostro sbavato o con inchiostro simpatico. Mille immagini e mille esperienze da rovesciare fuori dagli occhi ogni sera, prima di andare a letto, e scrivere nella memoria. Cosi parcheggiando una moto colorata e piena di adesivi che sembra arrivare quasi da un altro pianeta mi capita spesso l’incontro con i testi e le storie delle persone che si avvicinano incurisite. Inizia e finisce uno scambio di storie. Arriva poi il momento di raccontare quello che è successo. Perchè lo faccio e perchè lo facciamo?
Racconto per sentire la seconda volta il sapore dell’esperienza digerita e conclusa, la rivivo cercando nelle narici e nel palato la sua traccia odorosa mentre i polpastrelli come stantuffi scrivono rimbalzando sulla tastiera. Racconto perchè di racconti siamo fatti, siamo le storie con le quali i nostri papa o le nostre mamme ci addormentavano la sera, siamo i racconti che volevamo evitare e quelli che disperatamente usavamo per cucirci le ferite dopo averle lavate con il pianto. Siamo le fiabe ascoltate mentre il nonno diceva “c’era una volta” e agitava nell’aria le sue mani liberando la polvere magica che disegnava le figure delle favole… poi le palpebre chiudevano piano piano il sipario. E così siamo i racconti che iniziavano con “c’era una volta” ma purtroppo anche i racconti che iniziano con “vorrei che ci fosse stata”.

Non hai capito? ..vallo a raccontare a qualcun’altro.. :- )

PERCHE’ CON LA MOTO?

Ho sempre viaggiato con lo zaino in spalla prendendo treni, autobus e passaggi occasionali. Viaggiavo inchiodato al finestrino guardandoci dentro come fosse una cornice televisiva. Bello, rilassate, mancava solo una cosa: avere le mani sul volante. Non tanto per il piacere di guida quanto per la possibilità di creare, nei tanti spostamenti che un viaggio esige, un’esperienza di grande liberà. Gli spostamenti fanno parte del viaggio tanto quanto incontrare persone o visitare città, per questo principale motivo ho scelto di condurre un mezzo mio. Aggiungiamo poi il richiamo alla metafora del cavaliere con il suo destriero e un pizzico di sana passione motociclistica e abbiamo completato il quadro.

 

LOGISTICA, QUALE PERCORSO?

Sarebbero più precise le indicazioni per trovare “l’isola che non c’è” piuttosto che quelle che vi ho scritto relative al mio viaggio.
La mia precisione è retroattiva e riguarda solo la strada che ho percorso. Quella che devo ancora percorrere è programmata spesso in sella alla moto o alle pompe di benzina, alla meglio la sera prima in motel o chiedendo consigli alle persone mentre la sto percorrendo.

Cmq per sommi capi:

Prima Tappa: ATTRAVERSARE L’AMERICA DEL NORD
Seconda Tappa: ATTRAVERSARE L’AMERICA CENTRALE
Terza Tappa: ATTRAVERSARE L’AMERICA DEL SUD

Quarta tappa: …work in progress  

    

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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..di notte l’Uomo è la Natura

17 settembre

Ho attraversato in direzione Sud tutto l’Oregon e la mattina appena svegliato ho ripreso a costeggiare il fiume columbia riuscendo a raggiungere una pompa di benzina dopo 60 km fatti in riserva. Scorgo l’insegna Wi-Fi sulla pompa di benzina e trovo ricezione per la connessione del mio portatile proprio sopra un bidone dell’immondizia, non importa, lo chiudo, vi appoggio sopra il portatile e mi fermo un’ora navigando su internet, aggiornando il sito e rispondendo a qualche email, Un paio di camionisti mi guardano stupiti ma dura poco. Riprendo la moto e attraverso l’unico ponte nella zona che consente di passare sopra il columbia entrando nello stato dell’Oregon, al pedaggio prendo il portafoglio e lo do direttamente alla casellante, tra guanti, moto e monetine sono impacciato e lento, la casellante replica che è illegale, allora glielo porgo tenendolo aperto nella mia mano. "Faccia lei" le dico, sorride e prende i 75 centesimi di dollaro americano che le spettano scavando tra monete, "loonie" e centesimi canadesi. Continuo per 400 km sino a entrare nel "Crater Park" a sud dell’Oregon, il sole sta scappando dietro le cime dei pini, punto esattamente in direzione "tramonto" perchè la strada numero 138 che percorro sembra volerlo infilzare come una freccia. Il tramonto pare un incendio propagato in ogni direzione, la linea dell’orizzonde si fa densa di un vapore rosso cangiante che svetta delle pinete sino al cielo sopra il cratere del vulcano. Assuefatto da cotanto belvedere mi accorgo all’ultimo momento di un cerbiatto impalato in mezzo alla carreggiata, non si muove, a 10 metri scappa fortunatamente verso la carreggiata opposta. Smaltisco l’adrenalina tornando a respirare dopo l’apnea, è il caso di trovarmi un posto per piantare la tenda. Ero convinto di raggiungere il campeggio di "Diamond Lake" ma a quanto pare è ancora troppo lontano. Seguo cosi la prima strada perpendicolare e poi ancora un piccolo sterrato che in pieno inverno diventa la traccia seguita dalle motoslitte. Il cielo coperto mi mette in guardia: se piove lo sterrato e la sabbia diventeranno troppo scivolosi per il ferro, sarà arduo risalire sino alla strada. Continuo e mi scelgo uno spazio contornato da alberi abbattuti dai taglialegna. Viene presto notte. C’è un silenzio papabile, interrotto dal fruscio dei motori lontani. Quando mi accampo in questi posti mi sento sempre strano, confido nella natura ma ho sempre la sensazione, solo in mezzo al bosco, di essere a casa di altri. Gli altri sono i pini decennali alti venti o trenta metri, le migliaia di ettari di terra,  gli animali, gli scricchiolii che irrompono nel "nulla" della quiete ricordandoti chi è l’ospite e chi sono i padroni di casa. Scriveva un poeta latino che "di giorno l’uomo è nella foresta…ma di notte, l’uomo..è la foresta!" E così questo uomo mi sente mi circonda e mi osserva. Rimango seduto in tenda ripensando a scrittori come Thoreau o London, alla loro quintessenza ritrovata vivendo nei boschi dell’America e alla gioia che ci comunicavano con i loro scritti stando tra le braccia della natura. Io godo della natura, ma quando mi addentro nelle sue ombre, fuori dagli asfalti, sento una leggera ansia come si potrebbe avvertire attraversando la dogana di un altro paese. Scavando tra le pieghe della memoria ricordo una notte di tanti anni fa con un caro amico a camminare nei boschi, eravamo in Liguria e fatto buio avevamo cercato di riprendere il minuscolo sentiero che conduceva alla nostra macchina. Estratta la torcia ci siamo accorti che era rotta, non avevamo lampadine di ricambio, la luna era totalmente coperta dalle cime degli alberi e noi avvolti dall’inchiostro impenetrabile della notte. Iniziamo a camminare puntando, secondo i residui della memoria, nella direzione della macchina, ogni tanto usavamo l’accendino per illuminarci almeno intorno ai piedi. Andavamo a naso quella notte e il naso non bastava. Finalmente dopo un pò di cammino abbiamo raggiunto una radura, con lo zippo acceso ci guardiamo intorno…ci si gelò il sangue: quella era la radura dalla quale eravamo partiti quindici minuti prima per cercare la macchina.

Lezione numero uno: senza fonti luminose e punti di repere visivi l’uomo di notte tende a camminare in cerchio.

Lezione numero due: di notte non sei tu l’uomo, è "lei" che ti sta intorno l’uomo, se l’ascolti si fa sentire, ci sono scricchiolii e sussurri tra le foglie che vengono mosse da qualcosa…

Lezione numero tre: se hai paura in compagnia puoi dimezzarla.

Chiudo il portatile, vado a dormire, sono in compagnia questa notte, siamo io e… "lei".

 

 

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Addio Giorgio Bettinelli

Mesi e mesi fa tenevo un dito nel tuo libro e guardavo fuori dal finestrino le dune del Sahara con i sogni negli occhi. Mesi fa decisi di smettere di leggere le storie altrui e iniziare a “fare” le mie. Prima di partire ti strinsi la mano e mi lasciasti un autografo e una dedica. Adesso sto attraversando un continente.
Grazie per l’ispirazione. Con il rimpianto di non averti conosciuto molto ma con la gioia di essere da te ispirato per quanto finalmente sto facendo. Dedico i miei primi 10.000 km a te Giorgio.
Mi unisco al cordoglio con Edo e altri viaggiatori. Ho gli occhi lucidi ma domani torneranno a essere sgranati e curiosi proprio come erano i tuoi.



E’ con le lacrime agli occhi che poco fa, aprendo la mail, ho ricevuto la notizia che Giorgio Bettinelli è morto.
Non ho mai avuto eroi in vita mia, ma di sicuro Giorgio, era uno dei pochi candidati per diventarlo.
14 anni in giro per il mondo con un piccola vespa e la sua chiatarra, 300.000 e passa kilometri, più di 130 paesi visti e raccontati in tono scanzonato, avventuroso ma anche profondo e sincero.

Avevo il suo libro tra le mani quando ho deciso di fare questo viaggio 10 mesi fa, 2 mesi fa gli stringevo le mano in una libreria Feltrinelli dopo aver ricevuto il suo autografo e queste righe di dedica: “Buon viaggio nelle tre Americhe, per Claudio con stima. Giorgio”

Ero imbarazzato e gli raccontavo con ansia: “ho lasciato il lavoro, non so quanto tempo impiegherò per questo viaggio…credo il tempo necessario per vedere e conoscere.. ma è difficile partire.”
“E’ cosi che si viaggia, ti fa onore Claudio, complimenti!” Rispose lui sorridendomi.

Dei suoi quattro libri che possiedo, ne ho letti due e mezzo, poi ho chiuso l’ultimo e ho deciso di iniziare a costruire la mia di storia anziché continuare a leggere quelle altrui. 

Mi sentivo estremamente affascinato dall’uomo nascosto dietro le righe dei diari di viaggio, come viene lavorato l’animo di un individuo dopo un moto continuo di 14 anni, quali sono le debolezze, le insoddisfazioni e come vengono rigenerati gli equilibri?
Volevo conoscere Giorgio e sapere di lui per immaginare e abbozzare me stesso nel futuro, cercando forse immaturamente di anticipare il “poi” che si sente dentro di sè dopo anni spesi a viaggiare per il mondo.

Solo due giorni fa gli mandavo una mail di saluto con l’indirizzo e l’invito per il mio sito.

Il 16 settembre è morto dopo aver contratto una infezione nel sud della Cina dove viveva con sua moglie Yapei.

Lo compiango e dedico anche a lui questo mio viaggiare.

Grazie per avermi ispirato amico mio! Ho l’amarezza di non averti conosciuto abbastanza ma la tenacia di spingermi oltre, vivere vedere e raccontare. 

http://www.repubblica.it/2008/09/motori/motori-settembre2-2008/addio-bettinelli/addio-bettinelli.html?ref=mothpstr9

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Il Bene, il Male e ciò che sta nel mezzo

  I giorni nella riserva indiana di Tobacco Plains sono volati lasciandomi all’attivo due nuove amicizie, un decina di conoscenze, un paio di storie da raccontare e una sana dose di malinconia quando ho preso di nuovo la strada per andarmene. Ho rinforzato il mio inglese e anche il tubo che perdeva benzina nel mio ferro, attaccato a parlare sino a ore tarde e attaccato nuovi adesivi sulla moto. Mi lascio alle spalle così Ken e Maureen, il loro cane che non ha messo di pisciare un secondo sulla mia ruota posteriore e la natura bellissima e selvaggia che circonda la loro casetta in riva al lago. Sono stato chiamato in diversi modi da Ken, traducendo dall’inglese i più gettonati sono stati “fiorellino” e “succhiacazzi”, per le discussioni impegnate invece “amico mio” e per i momenti pubblici “buco di culo”. Con quest’ultima dicitura sono stato presentato a decine di suoi amici alla festa di pensionamento di un suo vecchio collega che lavorava in Caterpillar con lui. E’ un uomo della vecchia scuola: ardito, burbero e simpatico che cerca la sua filosofia di vita nella manualità del lavoro, nel riparare motori e qualche volta alzando il gomito tra amici. Maureen invece è una signora gentile e amorevole, veste in modo semplice e riscalda le persone con le sue premure e attenzioni. Ha una sensibilità speciale nel cogliere le situazioni, talvolta anche nel prevederle, almeno cosi mi è successo quando ho lasciato per la prima volta la loro casa. Era un venerdi mattina, appena alzato ho iniziato a preparare la moto per la mia dipartita ma ho notato che qualcosa era diverso dal solito. Il cane non pisciava piu’ sulla ruota ma vomitava nel giardino lasciando pozzette qua e là, la moto appena accesa ha iniziato a perdere benzina da un’altra parte costringendomi a una nuova riparazione, a nuova sporcizia sotto le unghie ed a una serie di imprecazioni esclusivamente in nella lingua madre. Finiti i ritocchi di nastro adesivo e strette le fascette metalliche ho rimontato serbatoio e bagagli, ci siamo salutati e ho preso la via di ritorno per Cranbrook. Felicemente mi sono sorpreso a cantare di nuovo nel vento, l’amarezza di un distacco ma la gioia della strada che rinnova l’avventura dopo giorni   “da pantofola” sprofondato nei divani della veranda a sorseggiare caffè e scambiare aneddoti. A Cranbrook mi fermo per fare benzina e all’atto di pagare scopro di non avere più la carta di credito, pago in contanti e sposto la moto nel parcheggio dove inizio una spasmodica “macarena” toccandomi tasche della giacca, interne estere, dei pantaloni davanti e dietro sino a smontre lo zaino per perquisirlo da cima a fondo. Niente, dopo anni di onorato servizio la carta non c’è più, it’s gone! Dietrofront, torno alla riserva indiana e trovo Maureen che dice “lo dicevo a Ken che saresti ritornato, avevo una sensazione…” Iniziano così i tempi supplementari per nuove storie, nuovi aneddoti e  tentativi di sistemare la questione carta di credito. Risolti parzialmente i problemi economici riprendo a oziare dedicandomi al sito internet, a un concorso di scrittura e ad aiutare i due coniugi a “invernizzare (winterizing)” la casa, togliendo le verdure dall’orto, tagliando l’erba del giardino e svolgendo tutte le mansioni poichè il freddo sta annunciando un inverno che con le sue punte di 30 gradi sotto zero congelerà ogni cosa. Gli ultimi soli li prendiamo in veranda chiacchierando, vengo cosi a sapere che la malattia di Ken ha stroncato anche suo fratello, e la stessa malattia ha colpito il fratello di Maureen dopo che il figlio si è tolto la vita, e ancora che la stessa affligge la loro migliore amica. Gli occhi sono lucidi, una patina di dolore e rassegnazione verso cio’ che assomiglia a una punizione inspiegabile. Sembra che il lato oscuro del destino scavi la sua nicchia nelle vite delle persone, lasciando il dolore mescolato alla gioia.  La sofferenza di non saper spiegare perchè cio’ accada e’ forte, se veniamo colpiti da qualcosa il nostro primo atteggiamento è voltarci per vedere cosa è stato e poi ancora cercare subito di capire; capire perchè qualcosa o qualcuno ci ha colpiti, quale intenzione e quale senso o motivazione sono scritti in questo evento capitatoci. Il sangue scorre e la ferita rimane ma soddisfare l’istinto di capire ci fa stare meglio. E’ però molto difficile capire il senso di un cancro, il corpo che si rivolta contro se stesso producendo cellule estranee; capire è un privilegio che la scienza non può ancora pienamente concederci. La loro allegria è il loro Bene, questa malattia è il loro Male e noi che ci incontriamo siamo ciò che sta nel mezzo. Riprendo cosi a muovermi lungo l’itinerario da loro suggerito, da Crestbrook punto verso Nelson e prendo un ferry per attraversare il fiume. Sul ferry tento di mettere la moto sul cavalletto centrale faticando a trovare la giusta impugnatura della maniglia nascosta sotto le borse. La trovo ma mi sfugge la presa e la moto cade di lato. Mi accingo a rialzarla, ma psando come una mucca gravida faccio qualche sforzo eclatante tanto da attirare l’attenzione di una coppia di motociclisti che accorrono. Cosi conosco Ted e sua moglie, stiamo a chiacchierare una mezz’oretta nella quale ricevo il prezioso consiglio di non rientrare nella costa Ovest degli States a causa degli acquazzoni. i salutiamo e riprendo la strada, è irai sera, il tramonto mi regala panorami con giochi di luce degni di una cartolina. Riesco a entrare in una strada interrotta bloccata da massi franati e infilarmi in un angolo coperto da pini. Pianto la tenda, mangio le uova che Maureen mi aveva preparato e mi metto a scrivere. E’ l’ultima notte in Canada. A conti fatti in 8000 km me la sono cavata con una cifra intorno ai 500 euro, per contenere le spese mi sono imposto 3 notti di campeggi improvvisati dove potevo, e una in motel, tipicamente le giornate in cui arrivavo bagnato fradicio. Una volta ogni tanto mi concedevo un pasto caldo in qualche fastfood, per il resto mi sono limitato a fare la spesa nei supermarket o ad acquistare qualcosa di freddo alle pompe di benzina. Aggiungo a ciò l’ospitalità ricevuta vicnio ad Hamilton, a Warwick dove mi sono fermato a lavorare in fattoria, la notte a Thunderbay alla casa del ministro della tal chiesa di cui non ricordo il nome e infine la settimana abbondante a Tobacco Plains. Ho riparato il guanto della moto che stava aprendo una voragine in prossimità del pollice destro, un palo della tenda, due tubi benzina e una ciabatta. L’equipaggiamento rimane efficace, il freddo non lo soffrirò verosimilmente per almeno un bel pò se mi dirigo verso sud, la pioggia rimane invece acerrima nemica e contro questa posso fare ben poco.  L’indomani mi muovo verso sud, per la prima volta dopo migliaia di km, attraverso il confine esibendo passaporto e buona volonta nel rispondere alle domande fredde e distaccate di un doganiere che dire antipatico è un eufemismo. Verso sera mi trovo sulla sponda nord del fiume colorado, preso dall’entusiasmo di aver fatto 290 km con 13 litri di benzina mi dimentico di fare il pieno e finisco in riserva con le dita incrociate. Trovo una riserva di pesca adibita a campeggio, pianto la tenda e mi dirigo verso i miei vicini di piazzola chini sotto il loro camion. Gli offro il mio aiuto e i miei attrezzi per riparare il danno alla gomma. Tutto è invano, il problema è più grande del previsto: devono sostituire un cerchione con una altro i cui fori di fissaggio hanno diametro diverso, Nono posso fare niente, buona fortuna ragazzi! Torno alla tenda, mangio un hot dog comprato preventivamente 10 miglia prima, le ultime due uova e poi tiro su la cerniera chiudendomi nella mia alcova per la prima notte Statunitense dopo un mese di Canada. Buonanotte fiorellino, o buco di culo, come amava chiamarmi Ken.  P.S: ho messo online questo pezzo appoggiato a un cestino della spazzatura per prendere il segnale internet della antenna di una stazione di rifornimento sulla strada che scosteggia il fiume Columbia.. non sono responsabile dei contenuti  

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7000 km di Canada

Signori, sto partecipando a un concorso nella speranza di vincere fondi per prolungare il mio viaggio.

Vi prego in ginocchio o “con la testa sotto i piedi” come diceva Benigni, votate il mio racconto di viaggio all`indirizzo sottostante.. se mi volete bene.

http://www.7mates.com/raccontidiviaggio/guide/canada/ontario/toronto/nelle-terre-selvagge-natura-e-cultura-lungo-7000-km-di-canada.htm

Se non mi volete bene votatemi lo stesso, volete mettere che soddisfazione vedermi perdere il premio per un secondo posto.

Se invece mi volete troppo bene sappiate che il sito conta soltanto un voto proveniente dal vostro pc .. e quindi anziche` insistere conviene girare il link della guida ad amici e parenti.
La guida integra, con qualche errorino, alcuni post presenti in questa sede con novita`, informazioni culturali, leggende e curiosita` sul Canada. E` un buon lavoro.

..vi prego .. vi prego..

http://www.7mates.com/raccontidiviaggio/guide/canada/ontario/toronto/nelle-terre-selvagge-natura-e-cultura-lungo-7000-km-di-canada.htm

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Nelle Terre Selvagge

Sono stato bloccato in tenda 16 ore in totale, sebbene i lampi siano terminati dopo due o tre la pioggia prima forte e poi lieve ha insistito sino al pomeriggio del giorno seguente. Uscendo dal cimitero di automezzi dove avevo trovato rifugio sono stato immediatamente fermato da un urlo: era il proprietario che sentendo la moto si è messo a bloccarmi la strada. Fortunatamente dopo avergli spiegato le condizioni tragicomiche che mi hanno spinto a sostare nella sua terra la situazione si è distesa, è stato comprensivo e si è pure offerto, qualora non avessi trovato benzina, di regalarmene un gallone. Ho fatto da me, scoprendo a 10 km una stazione di rifornimento.

Procedo silenzioso lungo l’interstate 16, mi dirigo ad Ovest ma guadagno miglia anche verso nord, da quando sono entrato in Canada ho cambiato fusi orari e anche diversi modi di vestire, prima ero con la maglietta e la giacca  adesso con maglione giacca di pelle, pile antivento girocollo, guscio e pantaloni antipioggia; e non basta ancora per isolarmi dal freddo.

Avvicinandomi al polo Nord la differenza di clima si sente, ma la posso sopportare, almeno per ora, quando arriverò alle Rocky Mountain, nel Jasper Park dovrò inventarmi qualcosa per non patire il freddo. Il mio vestiario non mi consente molta autonomia in caso di rovesci, resisto sotto pioggia battente non più di 100 km, poi il bagnato e il freddo iniziano a infiltrarsi anche sulla schiena, le gambe e le mani sono le prime a soccombere, la volontà di proseguire viene subito dopo. Viaggio appoggiando le gambe e la mano sinistra alle teste dei cilindri che mi regalano calore, ma è ben magra consolazione.

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Cimiteri, Poliziotti e Preti

 

In questo pezzo incomincerei con “Era una notte buia e tempestosa“, non tanto per dare inizio al racconto di una favola ma per introdurvi alla situazione stessa in cui sto scrivendo. Sono chiuso in tenda da ore e fuori si è scatenato l’inferno: pioggia a non finire, tuoni e vento che soffia. Sono letteralmente bloccato nei miei pochi metri cubi avvolti dalla tela in attesa che il tempo si rassereni. Ho montato la tenda e piantato i picchetti fortunatamente anticipando il primo acquazzone di pochi minuti, le prime ore della notte sono passate in mezzo ai fulmini, tanto da dovermi tirare il sacco a pelo sugli occhi per evitare la luce dei lampi rifratta mille e una volta sulla superficie della tenda. Le dita incrociate nelle prime ore a scongiurare che l’acqua non entrasse in qualche intercapedine ed io appallottolato nel mio bozzolo di piume d’oca. I parametri ambientale e soprattutto le precipitazioni sono capaci di piegarmi al volere della natura e annullare ogni impulso al proseguimento. Sono arrivato in questo posto ieri sera, dopo 500 km di strada, gli ultimi 100 sotto un vento insistente e freddo che soffiava da Nord, purtroppo le ultime due stazioni di rifornimento erano chiuse, mi sono trovato con la moto in riserva e sotto delle nubi che presagivano quanto è poi effettivamente accaduto. Ho imboccato la prima strada sterrata  sperando di incontrare qualcuno a cui chiedere permesso per piantare la tenda, purtroppo l’unica casa era vuota ma 20 metri più in là ho scorto una piccola strada nei campi parzialmente bloccata da una sbarra di metallo, sono riuscito a passare con la moto  dietro vi ho trovato un cimitero di automezzi abbandonati in mezzo ai campi, trattori, vecchi furgoncini, jeep e un paio di mezzi agricoli. Dopo una buona mez’ora di indecisione non ho saputo resistere e mi sono accampato quanto più nascosto  alla vista mi fosse possibile. E’ poi iniziato il diluvio universale e or ora, alle 12 del giorno successivo mi trovo ancora bloccato sotto la pioggia. Il mio ferro è fuori a prendere acqua e io qua a riprendermi i ricordi degli ultimi 3 giorni di strada:

A un’ora dalla partenza dal Motel dove scrivevo l’ultimo post mi è capitato il primo fermo dalla polizia, stavo viaggiando a 110-120 sulla enorme trans-canada e una macchina in arrivo sulla corsia opposta inizia a illuminarsi come un albero di Natale, fa inversione e mi si piazza dietro, realizzo subito di cosa si tratta e accosto, l’agente mi redarguisce sulla velocità visto che il limite è di 90 Km/h, e io “i’m so ssssssssorry….. i didn’t knowwwwwwww” esibisco tutti i documenti, anche carnet de passage e patente internazionale che in Canada non servono proprio a nulla ma giusto per dimostrare la mia eccellenza burocratica e la prontezza a esibirla. Il polizziotto mi dice “conosci i “MOOSE”?” e io “yes” pensando ai 10.000 cartelli che li raffiguravano come grosse alci pronte ad attraversare la strada. Poi, continua l’agente: “la tua testa arriva al loro petto” .. ok sono basso è questo che vuoi dire? Ma ovviamente capendo il senso gli domando se codesti elefanti alciformi attraversano la strada anche di giorno, lui annuisce contraddicendo la scritta Night Danger presente nelle insegne. Non commento naturalmente e intanto ascolto le specifiche di come anche gli orsetti finiscono spappolati sulle macchine.. e di come io finisca all’ospedale essendo motociclista.. insomma ha ragione. Annuisco e mi scuso. Ci salutiamo e riprendo la marcia dopo aver sentito le sue cautele riguardo alla pioggia che verrà. E in effetti appena arrivo a Thunder Bay capisco subito il senso intrinseco a questo nome vedendo da sotto il tetto di una pompa di benzina lampi e tuoni che dividono il cielo, aspetto mezz’ora che la pioggia se ne vada e poi chiamo il numero che la famiglia canadese-messicana mi aveva lasciato qualche giorno prima. Mezz’ora dopo sono a casa loro, dai convenevoli passiamo subito ai discorsi, scopro di essere stato ospitato da un “ministro della chiesa”, forse battista o protestante, non ho ben afferrato. Si parla quindi di religione e io inizio a raccontare la mia curiosità e interesse verso quelle appartenenti alle popolazioni centro-sud americane, riferendomi ai sincretismi ed ai culti che racchiudevano sotto vestigia cattoliche le divinità appartenute all’epoca precolombiana. Lui replica che quelle non sono da confondere con la religione cristiana perchè..alla fine.. “o sei con Cristo o sei anti-Cristo”. Ok faccio un passo indietro e scambio quanto udito per inflessibilità e dogmatismo. In realtà poco dopo mi renderò conto che non è  proprio cosi, era forse frutto di una speculazione esegetica che non ho ben compreso. Be, sta di fatto che in un attimo tira fuori un pacchetto di Marijuana e mi confessa di esserne un grande amante, mi racconta di come i fedeli lo abbiano criticato per questo “Ma come fa un uomo di Dio a fumare spinelli?” “E’ chiaro come fà.. ma voi non la leggete la Bibbia?!” replica lui nel suo monologo e va immediatamente a prenderne una. Appena tornato mi sventola davanti un versetto della Genesi con scritto di come nutrirsi dei frutti della terra, in particolare quelli contenenti i loro stessi semi, sia cosa buona e giusta.. poi mi sventola il sacchetto pieno di cime di maria e mostra soddisfatto i semini contenuti.. tutto combacia. Un’interessante interpretazione dei testi sacri non c’è che dire.  A completare il quadro ci saranno poi le storie dei funghi messicani, del peyote e la sua foto di quando cantava in un gruppo rock. 

La sua disponibilità nei miei confronti è stata meravigliosa, mi ha lasciato dormire sul divano, fare la doccia calda e proprio dopo essermi lamentato delle mie sembianze da spaventapasseri mi ha regalato una camicia a scacchi che “gli stava piccola”. In effetti anche impegnandomi il mio vestiario è decisamente calibrato sulla leggerezza e semplicità, quindi il nuovo indumento ricevuto in dono è diventato presto il mio “smoking per le occasioni speciali”.

Parlo anche con sua moglie, originaria di Acapulco e con le due figlie deliziose e simpatiche,  poi gioco un poco con Frida, il loro piccolo chiwawa costantemente scosso da brividi anche quando mi limito a guardarlo, penso che avrebbe timore anche di un puffo.  L’indomani mi alzo spontaneamente alle 8 in punto, stiamo a chiacchierare un ora e mezza, ci salutiamo con abbracci, foto e la promessa di rimanere in contatto via mail. All’improvviso lui mi ficca in tasca 20 dollari e dice ridendo che di soldi ne ha troppi.. “come mai?” “mah..fortuna..” veramente un personaggio! 

Faccio tre o quattrocento km e mi imbosco in una radura che costeggia un lago, c’è qualcosa di strano: cartucce calibro 7.62 mm per terra e un tavolino con due sedie sgualcite proprio nel mezzo del nulla. Le zanzare mi costringono ad accelerare i tempi, smonto bagagli e monto la tenda, vi ficco dentro tutto e inizio a farmi un panino con il salame locale contrabbandato come “italiano”. Me lo mangio seduto sulla sedia mentre guardo l’imbrunire. Mi lavo ed entro in tenda a dormire. La mattina sono diretto a Winnipeg, mi fermo per la colazione e conosco 3 simpatiche cameriere che sembra non abbiano visto un italiano da un pezzo a giudicare da come esclama una di queste quando mi presento. Ha capito che non ero autoctono quando mi ha esposto in slang canadese le variabili aleatorie e combinatorie per imbottire un maledetto panino..con il risultato di lasciarmi ammutolito, abbassare la maschera e confessare: “sono uno straniero-non ho capito un cazzo-scusa” Le lascio l’indirizzo del sito, pago colazione e benzina e continuo. Proseguo passando Winnipeg, prendo la diramazione nord ovest per Edmonton e continuo sotto un cielo annuvolato ed “elettrico” che copre senza speranza il sole. Entro in riserva e trovo il suddetto cimitero di automezzi.

Con la speranza di vedere presto il sole e trovare benzina vi saluto.

Cla

 

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Il primo campeggio abusivo non si scorda mai

 

Il 26 mi alzo, realizzo in fretta che è l’ultima mattina nella Vecchia Fattoria, preparo “il mio ferro” allestendolo con zaino tenda e cordicelle penzolanti. Vado a salutare Mike e George, tagliamo corto con pacche sulle spalle, sorrisi e i miei sentiti ringraziamenti. Mi regalano un pieno di benzina dalla loro pompa. A metà serbatoio trasalgo dallo spavento, non è che essendo una pompa per mezzi agricoli mi sto invasando il serbatoio di diesel?? Grazie al cielo no.. falso allarme, mi tranquillizzano e insieme agli ultimi abbracci Mike mi ficca in tasca una mazzetta di dollari canadesi. Rifiuto dicendo che ho lavorato solo due o tre giorni e ho avuto un tetto per il doppio del tempo!! Non c’è verso, d’accordo, li prendo. “Se ci rivedremo sarà o perchè avrò deciso di trasferirmi definitivamente nella roulotte o perchè sarò diventato famoso e starò facendo il giro del continente la seconda volta!!” Li abbraccio e ringrazio. Accendo il ferro e inizio la mia marcia verso nord, costeggio il lago puntando verso l’ultimo promontorio che si incunea tra Huron Lake e Georgian Bay, da li dovrò prendere il traghetto verso Manitoulin Island. Me la prendo comoda, sono meno di 300 km, trotterello a 90 all’ora godendomi il paesaggio che inizia a riempirsi di pini e boschi lasciandomi le pianure agricole alle spalle. Arrivo a Tobermory e faccio quattropassi per il molo dedicandomi a uno dei miei “passatempi portuali” preferiti: leggere i nomi delle barche. Poi prendo il ferro e arrivo al “Lighthouse”, il faro, ormai in disuso ma storicamente è stato il fulcro attorno al quale ha preso avvio il commercio e l’urbanizzazione della piccola comunità all’interno del parco naturale della “penisola di Bruce”. Al porto parlo con la biglietteria prendendo informazioni sugli orari del Ferry Boat che mi porterà all’isolotto di fronte (2 ore di nave), poi inizio a chiedergli se conosce un campeggio economico dove mettere la tenda “sa.. 30 dollari per sbattere la mia tenda da 2 metri per solo otto orette mi sembrano un pò troppi.. e poi della piscina o del campo da tennis non me ne frega niente..” Lui alza le spalle e io riattacco “si può fare percaso Background Camping?” che sarebbe campeggio libero.. “E’ illegale” “Ah..” Dietrofront, mi dirigo al primo “Foodmart” e compro ancora un paio di panini e qualche biscotto, è sufficiente, prendo la moto e ritorno verso sud di una decina di km, appena trovo una stradina anonima sulla destra la imbocco .. inizio furtivamente a rallentare per cercare qualche spazio coperto dove infilarmi.. c’è un cassonetto e a fianco una stradina sterrata, ci entro e.. bingo!! Cespuglione per imboscare la moto e pineta per imboscare la tenda a 10 metri, fatto! Sgancio la mia casetta dalle cinghie e la monto al volo nella boscaglia, faccio due prove di avvistamento dalla strada ma sembra occultata per bene, mi convinco, e 10 secondi dopo sono a torso nudo a lavarmi ascelle e collo con lo spazzolino che pende dalla bocca. La notte non si fa attendere ma mi coglie già nel sacco a pelo, apro il portatile e mi guardo il primo tempo di un film in lingua, il volume è basso e mi consente di sentire un rumore in lontananza… Chiudo il portatile e apro le orecchie, ..un macchina.. arriva.. rallenta..cazz… si ferma proprio a 20 metri, sulla strada.. shit!! Si aprono le porte e sento la radio con il vociare tipico delle ricetrasmittenti della polizia, ok sono nella merda, preparo la mia carica di entusiasmo da circostanza e il mio set di scuse preordinato.. sento poi il fragore del cassonetto che sbatte, poi anche quello della portiera della macchina e dopo ancora il frullare del motore si affievolisce nella distanza. “Che pirla, se ti metti vicino a un cassonetto non stupirti che qualcuno ci butti dentro i rifiuti!” Fine primo tempo, chiudo il portatile di nuovo e mi scavo il mio cunicolo tra le montagne di vestiti disordinati, sono orizzontale con le mani incrociate sul petto a sento la matassa muscolare attorno alla colonna che finalmente si ammorbidisce.. Stop! Sento ululati.. torno rigido come la gamba di un tavolo.. ascolto meglio.. senza bisogno di sforzarmi percepisco distintamente i latrati e ululati di più cani, sono lontani ma non abbastanza da risparmiarmi l’iniezione di adrenalina automatica. Poi sento persone di un campeggio vicino ululare anche loro come a voler schernire i cani che lo fanno di mestiere (?!).. Tutto ammutolisce tranne i grilli, mi basta e avanza, apro la tenda e mi fumo una sigaretta, il cielo sembra spruzzato di bianco tante sono le stelle che attraversano il firmamento… sono senza fiato, è meraviglioso! Loro passano sulla via latea, io sulla statale 21, dopo questo pensiero cretino finisco la sigaretta, chiudo e mi barrico nel mio sacco a pelo. Di pelo nel sacco non ce n’è molto visto che al momento dell’acquisto ho prediletto dimensioni e peso contenuti, quindi alle 4 di mattina mi sveglio per il freddo, esco con priorità di vescica e rientro con un nuovo indumento ancora. Un’ora dopo suona la sveglia, quindi sono le 5 e devo essere al traghetto alle 6.30.. fanculo.. mi giro come uno spiedino dall’altra parte e riprendo a dormire… lo sapevo che alla fine avrei preso il traghetto delle 11.30!! Alle 8 a svegliarmi ci pensa la nettezza urbana che con il suo 20 tonnellate di camion mi mette sull’attenti nel giro di 5 secondi, appena se ne va esco e preparo il carico. Il ferro tutto pieno di rugiada parte come previsto con il suo stile: qualche giro di volano e poi le camere di scoppio iniziano a incendiarsi timidamente, prima un cilindro.. dopo 4 o 5 secondi anche l’altro si sveglia.. e ancora presto per fargli tenere il minimo ma tra sbadigli e borbotti il pompone riprende a battere.. sissignore, si parte! Andiamo a montare il ferry ferro ! Sul ferry mi attacca bottone Dan, indossa una maglietta recante lo stemma “Ducati Canada” .. di Motoguzzi sino ad’ora ne ho intravista soltanto una ma di Ducati se ne vedono più spesso. Parliamo del più e del meno, sempre gironzolando intorno agli argomenti viaggio, moto, com’è l’Italia e com’è il Canada. E’ simpatico e mi da il contatto di una mico di Edmonton, mia futura destinazione. Ci salutiamo appena la pancia dl Ferry si apre nuovamente verso i gli asfalti della nuova isola, usciamo come visceri dalla nave e ci disperdiamo ognuno nella sua direzione, io prendo la 6 e poi la 17 verso Occidente. Alla pompa di benzina un automobilista incuriosito dalla moto mi avvicina, dopo le presentazioni e la dichiarazione di intenti verso le mie mete sudamericane si apre la portiera e scende sua moglie messicana, parlo inglese con lui e spagnolo con lei.. e intanto penso in italiano, brucio calorie su calorie ma reggo i tre idiomi sino a che decidiamo di uniformarci all’inglese. E’ il momento delle foto, insistono per farne una con il ferro, ma certo! Poi vengono i saluti e con questi mi lascia il suo indirizzo di Thunder Bay, ci reincontreremo tra qualche giorno allora.. Prendo strada, e copro altri 300 km, rompo il mio personale patto di non eccedere i 90km all’ora e tengo i 100-110 in mezzo a foreste di pini e laghi.. una vista maestosa, inizio a capire l’orgoglio dei canadesi per la loro terra. Sebbene non abbiano una precisa immagine identitarià a cui fare riferimento, almeno non cosi netta come gli americani degli Usa, l’amore per la loro terra li accomuna e li rende molto più “nazione” di altri aspetti socioculturali.. di questo parlerò più avanti man mano che le mie competenze sull’argomento crescono. Le pompe di benzina scarseggiano e mi capita di fare 200 km prima di incontrarle nuovamente, al secondo rifornimento un motociclista mi chiede da dove provengo, dove sono diretto.. “Sud America?!! wow, stai scherzando? fantastico” E io, nanerottolo italiano di fronte a lui alto bello occhio azzurro e moto sportiva gli faccio “E tu dove sei diretto?” e lui: “Oh.. io faccio 30 km e sono arrivato..ahah”. Mio turno: “Ahah..io ne faccio 30.000 km e sono arrivato..ci vediamo ciao!” Riparto e faccio due conti mentalmente.. saranno 30.000 o 40.000 ? Boh.. Il sole cala, abbellisce i laghi di mille lucciole e arricchisce i pini di mille ombre, è il momento della “zingarata”. Fatto un minimo di spesa mi butto a caso in una piccola stradina.. dalla quale per gemmazione ne spunta una ancora più piccola.. e poi uno sterrato.. e poi una salita .. e poi ancora uno sterrato .. alla fine ho il culo rotto dai sobbalzi sui sassi. Trovo una rientranza e ci piazzo tenda e moto. Attacco il portatile alla derivazione fatta sull’impianto elettrico della moto, lui si carica, io intanto mi lavo denti ascelle e faccio la barba. Sento il rumore di un motore in avvicinamento.. ci risiamo! Inizio a caricare le mie 3 cartuccie: 1-”Scusi, non lo sapevo” 2-”Era tardi non trovavo un posto” 3-”Ah pensavo si potesse fare campeggio libero”. Due ragazze su un “Quad” mi sfrecciano d fianco, io le saluto e loro altrettanto, falso allarme. Altro mezzo film e poi buona notte dopo una piccola veglia alle stelle di 5 minuti, rimango ancora una volta estasiato dalla “calotta” di cielo nero come la pece con le sue mille lentiggini bianche. L’indomani avrò stabilito il record sull’ impacchettamento del circo mobile fatto di tenda, vestiti, zaino e amenicoli, in men che non si dica sono sulla strada, a sinistra rientro negli stati uniti, dritto continuo per il grande Nord. Tiro dritto e poi di nuovo a Ovest, dopo 150 km mi fermo alla locanda abbandonata del “Mad Moose” su una spiaggietta di sassi dell’ennesimo lago, mangio e prendo appunti, sostanzialmente e per linee generali quello che state leggendo adesso. Riprendo la marcia, metto gli auricolari e canticchio.. il cielo è nuvoloso, la mia voce pure, canto male e le nuvole si intensificano, storpio Boccelli pietosamente e le nubi scuriscono. Metto via gli auricolare e spengo la musica.. ho capito come andrà a finire… dopo 5 minuti piove.. Daccordo ce la faccio, faccio benzina e chiedo alla cassiera di divinarmi il tempo, come sarà? come sarà qui? e come sarà se vado là? La risposta della sciamana sarà “non lo posso dire” . Prendo fiato e via! 100 km sotto l’acqua, arrivo a White River sconfitto e mi cerco un Motel, entro all’accettazione trascinandomi come un gavettone non ancora scoppiato.. 10 minuti dopo sono in vasca da bagno! 3 ore dopo sto scrivendo quello che stai leggendo. Ti saluto. Ci sentiamo.
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