Monthly Archives: ottobre 2008

L’impresa

 

Sei ore di Ferry con il Ferro perso tra Hangar di camion infilati al centimentro l’uno con l’altro.

Tre ore di guida di notte, con Sander al seguito perchè il suo faro non illuminava abbastanza.

L’arrivo alle 2 di notte a El Fuerte, la ricerca di un ostello, svegliare il guardiano scuotendo il cancello, mettersi a letto e dormire ancora prima di chiudere le palpebre.

Un giorno per passeggiare nel centro, una giorno per scoprire un bullone mancante della sua moto, un attimo di paura e poi la fortuna ringraziata per aver tenuto insieme la ruota evitando che si staccasse.

Una mezza giornata per trovare il giusto bullone e mezzo paese conosciuto a bussare le porte di ferramenta, meccanici e negozi.

Un sonno “blitz” di alcune ore e una nuova avventura alla ricerca della Barranca del Cobre con i suoi innumerevoli canyon, le sue mine arroccate e un solo treno che vi passa attraverso.

230 km di sterrati, sgonfiando le gomme del ferro per tenerlo in traiettoria. Schizzi di adrenalina e lo sguardo perplesso di lui, al manubrio di una moto da cross di 150 kg, verso di me, preso a tenere in equilibrio la mia vacca motorizzata da 270 kg, nata per la strada ma all’occorrenza trasformata in un maldestro saltafosso.

Una mucca ci corre contro lui si spaventa, frena io freno, la strada è troppo pendente, scivolo indietro mordendo il freno anteriore, la moto va per terra.

Carico a mia volta la mucca con la rabbia tra i denti, la mucca scappa. Rialziamo la moto e passiamo guadi fangosi, sterrati e pietre. Il battesimo del fuori strada su strade veramente “fuori”, fuori dalle mappe locali, fuori dalle mappe di Google, fuori dalle mappe del suo Gps. Ci fermiamo a riparare la gomma di una jeep bloccata da ore sotto il sole, non sono un asso della manica, la ruota perde ancora ma loro riprovano a partire e ci regalano ospitalità se volessimo andare a trovarli.

Carico un “mineros” ubriaco che vuole tornare al suo sperduto villaggio, è buio, la moto slitta ma arraca con due persone a bordo. Lo lascio continuare a piedi, mi ringrazia e continua traballando a mescolare canzoni e sentenze, strofe e opinioni, note musicali e parole morsicate. Tenda e picchetti, luce di stelle e luce di fornello, pentola e spaghettini leofilizzati, sigaretta e cartone animato sul computer, stretta di mano per essere arrivati sino a li e ultimo sguardo al bosco in mezzo alle rocce dei canyon.

Si accende la luce aprendo la tenda, spazzolino e risciacquo, biscotto e sorso d’acqua, guanti casco e via. Paesini e ancora paesini, piccole scuole con cortili terrosi e qualche decina di bambini, rifornimenti per l’arsura in discesa giù per la gola.

Arriviamo a Cherocaui, enchilladas di fagioli e riso, foto alla chiesa del 1600, saltiamo in sella, acceleriamo e andiamo verso Creel.

Arrivo a Creel con il buio e la sciarpa tirata su fino alle sopracciglia, 2400 metri di altitudine, l’ingresso nel paese e la ricerca dell’ostello più economico. Amicizie, e conversazioni bilingue con altri “mochilleros” zaino in spalla: gli auto-reietti che abbandonano il lavoro e i vacanzieri esploratori che vanno in cerca di pillole di messico da portare a casa e in ufficio. I viaggiatori senza limite di tempo ma con il limite del denaro e i viaggiatori con il limite del tempo ma senza quello del denaro. Chi menomato di qui e chi mancante di là. Tutti riuniti in una sola tavola a incrociare idiomi diversi tra i ticchettii delle forchette e gli struscii dei cucchiai che grattano le ultime gocce di zuppa. Una ragazza canadese bella e sola che lascia il lavoro in cerca della felicità, noi due europei di razze diverse. Inpilati in un letto a castello formato cuccetta Io, lui e il Toporso, ognuno a schivare le scorregge dell’altro, l’armadio è una generosa porzione di pavimento e le docce sono finalmente con acqua calda. La mattina lei se ne va, ci aveva fatto credere che sarebbe venuta con noi in moto ma poi un messicano se l’è portata via verso i canyon dove siamo già stati. Sarebbe stato un match all’ultimo sangue tra l’olandese volante contro il terrone dell’europa, lui un inglese migliore e un fare da gentiluomo io il calore della mia terra, la vocale “magnetica” e il pizzico di pepe. Posti in prima fila per gli amici. Fanculo. Vado a bermi una birra e guardo la rotaia della ferrovia “più utopica del mondo”, costruita da un tal Owen, ingegnere, esploratore, filosofo e sognatore, facendola passare sulla Barranca del Cobre e riuscendo a dimostrare che non era un’impresa impossibile come gli veniva rinfacciato.  Impresa lunga e laboriosa, vide la posa della prima rotaia nel 1898 e l’inaugurazione dell’ultimo tratto di ferrovia nel 1961, quando purtroppo pochi ricordavano il nome di colui che l’aveva progettata. Colui che prima di dedicarsi el treno aveva tentato di fondare una una colonia di uomini e donne libera e fondata sul principio della cooperazione integrale. La “Ciudad Pacifico”.

Questo progetto è poi fallito, la comunità non è riuscita a vivere seguendo queste regole ed è tornata ad uniformarsi al vivere comune. (preso da libro di Pino Cacucci)

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La Ballata del Cane Sciolto e La Cicala giocoliera

 

Faccio mente locale sulle ultime giornate.

L’indomani mi sono svegliato e ho fatto due passi nella piccola Matzatlàn, il centro era un incrocio di vie costellate di negozietti, allontanandosi dal centro si arrivava presto a imboccare strade polverose e sterrati che si ricongiungevano alla famosa “numero 1″: la strada ce taglia da nord a sud tutta la Baja California. Ho incontrato lo spagnolo conosciuto il giorno prima e sono stato a chiacchierare con lui un’oretta, quel giorno era importante, festeggiava i primi 10.000 km e 5 mesi pedalando giù dall’Alaska. Potete trovare informazioni sul suo viaggio sul sito www.enbicialsur.es.

Seduti in un minuscolo tavolo di plastica con un paio di birre e qualche tacos ci siamo accorati per cantare la nostra “ballata dei cani sciolti”. “Ballata” perchè il ritmo del viaggio non è mai stato segnato da monotone lancette ma da avventure e incontri, dei “cani sciolti” perchè siamo un pò solitari e un pò selvatici, pronti a riconoscerci e abbracciarci tra viaggiatori e sempre innamorati, ma serbando rancori, della madre patria. Alzavamo così i latrati come insegna del malumore nel sentirci un pò dimenticati, si fa tanto conto sulle proprie forze in questo viaggio e non ci sono ancora Santi disponibili in paradiso, nel’ editoria o tra gli sponsor che possano aiutarci. “Quelli non si occupano dei “cani sciolti”, quelli piovono denaro e contratti su chi ha stretto le giuste mani e allacciato le giuste amicizie prima di partire”- ci diciamo lamentosamente l’uno all’altro con un fondo di menefreghismo pompato d’orgoglio.

A noi ci resta la polvere del Messico e i fondi di bottiglia dopo che ci siamo bevuti le nostre incazzature. Ma in fondo ogni mattina possiamo godere ancora di non sapere dove saremo al tramonto e questa piccola grande verità ce la regala la strada, senza richiedere raccomandazioni.

Un signore ci avvicina e ci racconta che ci saranno tempi migliori in futuro, sta scritto nella Bibbia, poi estrae due opuscoli e prova a venderceli, rifiutiamo cordialmente, ci piace viaggiar leggeri e non avere Santi, almeno per ora.

La sera arrivo a Loreto, seguo tastoni le indicazioni sul foglietto sbiadito datomi dai tre americani, non vedo lora di parcheggiarmi sul loro divano un paio di notti.

Non trovo il numero civico, mi faccio scortare da un omino su una macchinina elettrica che pattuglia la via piena di villette turistiche, arrivati al numero 205 troviamo la casa vuota. No americani no party. Con le orecchie basse mi allontano, ho già capito l’antifona: randagismo anche questa notte. Fermo un altro omino elettrico e gli domando se c’è una spiaggia dove accamparmi, con le sue indicazioni mi sistemo a 20 metri dalla spiaggia privata dell’hotel più di lusso della zona, il Loreto Bay Hotel. Una struttura enorme, color crema, bucherellato da tante finestrelle quadrate e contornato da palme, spiaggia,  campo da golf, palestra vista mare e ristorante pieno di pinguini con vassoi argentati. A questo stile maestoso e regale faccio da contrappunto  con il mio cartoccio di tela polveroso piazzato a un tiro di sputo dalla prima moto d’acqua parcheggiata di fronte al lussuoso Hotel. E’ notte, c’è una falò sulla spiaggia al quale non mi unisco per sfinimento fisico, mi sdraio sul materassino fuori dalla tenda e inizio sonnecchiare sotto le stelle. Il giorno dopo mi faccio amico il bagnino e inizio a mettere un piede nella proprietà dell’hotel, la veranda mi ripara dal sole, poi metto anche il secondo piede, in bagno stavolta, poi ancora con 15 pesos mi affitto una maschera e due pinne per andare a vedermi i fondali, e poi infine con due birre e quattro chiacchiere riesco ad accedere anche alle docce in spiaggia. Jorje lavora inchiodato tra la veranda dell’Hotel e la spiaggia da sei anni, il mare è nel suo dna, un decennio prima di lavorare come bagnino è finito sulle riviste di alcuni giornali perchè ha pescato con la barca più piccola il pesce più grande della zona. Due metri di barca per catturare 3 metri di Merlin. Andiamo a prenderci quache cozza sul fondale sabbioso, io non ne prendo nemmeno una, non le so nemmeno riconoscere, lui esce dall’acqua tenendone tra le mani 5.

Facendo due passi a Loreto visito il perimetro della prima chiesa Gesuita del Messico, una delle poche della zona resistite alle ribellioni degli indios decimati dalle malattie e dai “metodi” degli sagnoli dell’epoca. Per il resto la cittdina non ha molto altro da offrire, mi ci perdo volutamente con la moto sino a far notte tra stradine polverose dove sono costretto a chiedere per la via del ritorno. La tenda è ancora li e le stelle sembrano addirittura aumentate dalla notte precedente. Mi sdraio e mi sento abbastanza in pace con me stesso, ascolto un pò di musica e armeggio con le bottiglie della lemonata e dell’acqua, piantate nella sabbia insieme allo spray per le zanzare ai lati del materassino dove sono sdraiato. La notte scivola rapida nonostante la mancanza di ogni confort, tra una giravolta e uno sbadiglio trovo il mio incastro nella montagna di indumenti sparsi come un mattoncino di lego. Così mi ritrovo al mattino. Con questo sole non si può indulgere nel sonno, basta un raggio ben mirato sulla tenda per scaldare l’aria e costringerti fuori con la voglia di gridare “al fuoco!”. Ancora una passeggiata a Loreto e una piccola nuotata. Poi è nuovamente tempo di partire.

Continuo esaurendo le ultime centinaia di km di terra dopo aver fatto il giro della cuspide inferiore che termina la penisola laddove il mare di cortes e l’oceano pacifico si amalgamano. Passo la notte su una spiaggia di surfisti, principalmente statunitensi, auto doppie, tende triple, prezzi al bar della spiaggia quadrupli. Sono appiccicoso come un adesivo, potrei lanciarmi su una parete e rimanerci attaccato tutta la notte. Scelgo la tenda per ila terza notte di fila. Scrivere in queste condizioni è duro, le parole rimangono incastrate dietro ai desideri di igiene e confort. Scrivi del viaggio mentre pensi a un materasso, cerchi nella memoria i nomi dei piccoli paesini che hai attraversato ma arrivano prima quelli delle birre che vorresti bere: Tecate, Pacific, Corona.

Chiudo il laptop e vado al bar giusto per rimettermi in pari con i pensieri. Scriverò più avanti. Socializzo solo con il barista, il resto è religioso silenzio mentre guardo l’oceano e i surfisti che cavalcano le ultime onde prima che il tramonto gli rubi la luce. Vado in tenda e dormo con la testa fuori per intercettare le piccole brezze marine.

Il giorno seguente arrivo a  LaPaz, mi cerco un ostello economico stile “backpackers” o “mochilleros” o “zaino in spalla” che dir si voglia. Ne trovo uno da 180 pesos a notte, circa 16 dollari. E’ nelle mie possibilità ed è proprio nello stile che preferisco. Stanze spartane, muri colorati, luminoso e “prosociale” nel senso che favorisce la vita in comune piuttosto che le ritirate nella propria stanzetta. La struttura è quella di una casa di corte che affaccia verso un cortile centrale semicoperto dove ci sono divanetti, televisione, stendipanni e piante. Il tutto “caoticamente” ordinato per favorire incontri e interscambi. Mi lasciano mettere la moto dentro, vicino a uno dei tavoli da pranzo. Nell’insieme non stona cosi tanto  e l’azzurro della verince del ferro aggrada perchè con il muro dello stesso colore di fronte al quale è parcheggiata sembrano una scala tonale del blu.

Conosco una ragazza messicana che si fa chiamare “Gigi”. Stiamo a chiacchierare e gentilmente mi cucina un paio di “huevos revueltos a la mexicana”. Approfita della lite con il suo ragazzo per socializzare un poco e prendere una boccata d’ossigeno. Il giorno dopo farà pace con il suo ragazzo, a giudicare dai rumori che escono dalla loro camera, anche un paio di volte.. e si eclisserà dalla vita sociale dell’ostello.
Si mise a studiare amministrazione d’impresa, il padre le diede un lavoro ben remunerato, si trattava di stare al computer tutto il giorno. Riuscì a reggere ben poco, i pruriti esistenziali e le voglia di esperienza la misero su un’altra carreggiata. Le diagnostico subito la “sindrome della cicala”..che come ben sappiamo si sviluppa acutamente proprio quando ci si mette a fare la “formica” nei momenti sbagliati della vita. 
Prese e iniziò a viaggiare con tartaruga, cane, tamburo e ragazzo al seguito. Adesso sono passati quattro anni e suo padre inizia a capire meglio la sua scelta. L’idea permane e consiste semplicemente nel guadagnare qualcosa con i suoi piccoli spettacoli per strada e comprarsi una macchina per attraversare il centro e sud america. Con due ore di percussioni e giocoleria riesce a tirare su 70 dollari, talvolta arrotonda costruendo e vendendo braccialetti. Questo è quanto le appartiene e quanto sente approssimarsi alla sua idea di felicità, ogni tanto un sentore di disadattamento, specie quando ha notizie dei vecchi amici che con le loro carriere scalano un’altro Olimpo. Loro costruiscono Radici ma lei se la cava molto meglio nel costruire le Ali per volare via. La verità starà nel mezzo? chissà…

Non male, anzi bellissimo, rimango affascinato, le mostro i miei video e qualche mio scritto e rimane affascinata lei. Sembra che uno scambio sia possibile: io le insegno a fare video e montarli e lei mi insegna a fare qualcosa di “artistico” per ammortizzare le spese e prolungare il viaggio. Poi il suo ragazzo torna e lei sparisce. Fine della storia. Rimango con Sander, olandese di 37 anni, che con la moto punta al sud del mondo, poi incontro anche Gianpiero, il primo italiano dopo quasi tre mesi di viaggio, un toscano gentile e simpatico anch’esso con il suo fagotto alla ricerca della sua metà, Panama,.. e del modo più lento possibile per raggiungerla prima di tornarsene a casa.

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Messico

 

SANTA MONICA

Da San Francisco a Santa Monica sono 600 km, diverse ore in sella con due possibilità: o la strada costiera o la direttissima. Scegliere la strada più veloce non sempre significa stancarsi meno. Viaggiare due ore in più mantenendo i 90 km orari in mezzo a un paesaggio mozzafiato può essere meno stancante di correre 40 km più veloce su una highway per meno tempo. Hai meno vento contro e più coinvolgimento con il paesaggio circostante, l’esperienza della moto si distingue maggiormente su questo genere di percorrenze. La costa di Santa Lucia misura 80 miglia, forse 90, è fatta di curve adiacenti a pini marittimi e scogliere. L’odore della salsedine mescolato alle resine dei pini vale da solo la scelta di abbandonare la highway, mi inebrio con respiri profondi e mi immagino che se una persona mi chiedesse ora da dove provengo gli direi fieramente “Io sono l’uomo che viene dall’altro oceano”. Dall’atlantico al pacifico sono passati tanti giorni e tanti km, storie che a raccontarle si riempirebbero tranquillamente serate intere tra amici. E sono solo all’inizio. Fantastico. 

Gli ultimi giorni a San Francisco sono stati un recupero dell’ “anima pantofola” e una perdita momentanea dell’”anima del viaggiatore”, troppo tempo inchiodato al computer, troppi contatti con riviste e periodici, troppa amarezza e frequente la sensazione di non cavarne un ragno dal buco ma di essere invece preso per i fondelli. Fatte salve ovviamente alcune persone che hanno dimostrato partecipazione concreta, anche nei fatti, al mio viaggio. All’incirca il 5% di quelli contattati tramite mail e il 10% di quelli contattati tramite telefono.

Preparare la moto è stato come uscire da un sonno letargico pieno di sogni non sempre belli. Una notte ho sognato Giorgio Bettinelli, non mi ricordo il contenuto del sogno, a giudicare dall’agitazione era forse una sorta di anticipazione onirica della sua morte che mi è stata comunicata tre giorni dopo per mail. Al ricevimento della notizia le lacrime prima e poi una sorta di “effetto rimbalzo” che ha messo a tutta forza la sala macchine facendomi desiderare di nuovo la strada. L’idea che nasceva in quella vampata di desiderio e movimento interiore, dopo la triste notizia, era raccogliere il testimone da lui lasciato e iniziare a correre. O almeno continuare per un pò in una staffetta simbolica dove venderesti l’anima al demonio pur di correre il tuo maledetto pezzo, viverlo, assaporarlo e raccontarlo. E così giorni dopo alzo finalmente il culo piatto dalla sedia e inizio a cinghiare zaino e tenda sulla schiena del ferro che si desta anch’esso con il suo fare da “monocilindrico” pigro. Quando dopo pochi secondi anche l’altra metà di motore si accende non rimane che dare gas e allontanarsi.

Attraverso un banco di nebbia e pioggerella che dura tutta la costa, il paesaggio è ugualmente bello e percorrerlo è una piccola goduria. Arrivo a Santa Monica che è buio, mi fermo in un parcheggio e aspetto l’arrivo di Todd, fondatore di Guzzitech, il sito maggiorente frequentato dai Guzzisti americani. Arriva su una jeep e ci abbracciamo senza convenevoli. Sarò ospite in casa sua per qualche giorno, con lui la sua compagna e i due figli di lei, gente a posto, gente della california meno vulnerabile alla frenesia della Est coast, forse perchè temperata nel carattere dalla continua esposizione al sole, senza inverni depressivi. 

I giorni sono trascorsi più rapidamente che a San Francisco, sono riuscito a indaffararmi facendo il tagliando alla moto nell’officina-garage di Todd.

Cambio degli oli, filtro olio e combustibile, registrazione valvole e la sostituzione del rubinetto della benzina con uno meccanico più affidabile. Il vecchio casco mi lasciava un punto rosso costante sulla fronte e mi faceva perdere capelli quotidianamente. Ne ho comprato un’altro, più comodo e leggero. La borsa da serbatoio che stava insieme con le spille da balia è stata anch’essa rimpiazzata con una più robusta. Invece i pantaloni antipioggia con la lampo rotta e “l’infiltrazione facile” con un paio a corpo unico più leggero e senza cerniera. Ho comprato uno scotch nero robusto e ho iniziato ad avvolgere quasi ogni parte cromata della moto facendola diventare decisamente più brutta e apparentemente danneggiata: non mi piace luccicare nel terzo mondo. Attiro abbastanza l’attenzione per una serie di motivi e non ne voglio aggiungere altri.

Con Todd siamo andati a un motoraduno e infine su e giù per colline di Malibu, una volta abbiamo fatto una discesa di 5 minuti a motore spento che sembrava di condurre a vela. La moto di Todd è il medesimo modello della mia ma leggermente “riveduta”: condotti scarico valvole centralina ed estetica sono stati personalizzati con il risultato di 90 cavalli alla ruota e un look fantastico. Non c’è verso di starle dietro anche perchè Todd nella guida sportiva non conosce molti rivali. Quando aveva due anni con il suo triciclo si è buttato giù dalle scale che portavano in cantina, dopo aver rotolato sino a rovinare sul pavimento la prima cosa che gli è uscita dalla bocca è stata “Ancora!!”

Rimaneggiando un’espressione di Bettinelli io mi considero un “guzzista di lungo raggio” perciò accantono la guida sportiva e mi concentro sulla lunga gittata.

 

Verrò lasciato solo a casa con i figli per qualche giorno, poi anche loro se ne andranno, trascorrerò da solo l’ultimo giorno approfittando dell’ultima connessione “facile” a internet per cercarmi articoli e documenti. 

La mattina della partenza compro una guida e una mappa del Messico e parto per attraversare la “grande cicatrice”. 

 

MESSICO

“Quanto costa questo orecchino?”
“10 dollari.”

“Ah ah, buona questa, guarda che non sono un “gringo”"
“Ah vedo che sai come si tratta… ”

“Si un poco, perchè non facciamo in pesos ok?”
“Ok, ti faccio 60 pesos”

“No no, posso darti 20″
“50″

“40″
“No 50″

“ok va bene 50 la coppia”
“guarda che 50 è il prezzo per uno solo”

“ahh.. io pensavo per due… senti ti dò 30 per uno solo”
“no no.. senti facciamo 45 per tutti e due, ok?”

“ok”

 

E così da 10 dollari (120 pesos) per un orecchino pago 45 per due, un sesto del prezzo di partenza per la coppia. Questo è ciò che mi tocca fare, a volte con gran piacere e a volte meno, nei mercati dei paesi meno modernizzati. In queste realtà la strada diploma gli individui meglio che la scuola e i mercati sono le prime università. Non è solo il luogo degli affari ma anche di perle di cultura e folklore, una palestra per i modi di fare e una vetrina per vedere il bello e il brutto come il vero e il falso. Anche questo è Messico, “l’altra parte del confine”, il nemico-amico degli States. Appiccicato come un gemello monozigote condivide interessi commerciali e giochi economici dove però quelli che “stanno sopra” sono sempre gli Stati Uniti.

Arrivo la notte a Tijuana, tanto per cambiare, il cellulare non funziona e non riesco a contattare Juan, cerco a spanne di trovare il suo indirizzo chiedendo tra chioschi che vendono “birri” avvolti nell’odore delle carni e delle spezie. Trovo la strada dopo qualche tentativo alla cieca e qualche indicazione approssimativa. Conosco così Juan, gentilissimo, mi mette subito a mio agio e mi offre un letto degno di questo nome e il bagno per la doccia. 

Iniziano a cambiare i connotati esterni e interni delle case: portoni arrugginiti e intonachi scrostati, cortili polverosi con materassi e cianfrusaglie accatastate. Mi sento bene, è questo il mondo che cercavo, la povertà che risalta sostanza e semplicità, le superfici rovinate e la polvere danno più smalto alle persone e agli incontri. Ci sarà tempo per contemplare la bellezza della natura ma per il momento ho solo occhi per un mondo così diverso e affascinante. Lo stesso che visitai tre anni prima per poche settimane con lo zaino in spalla. Ora ho il tempo che voglio e una moto per andare dove voglio. Inizio concretamente dal bagno di casa sua. 

La luce si accende avvitando la lampadina, le cucrachas con sei zampette e due antennine seguono i loro percorsi sulle pareti, non fanno male a nessuno.

La doccia è del modello: “Scegli la tua morte”

Busta A: giri una manopola e muori ibernato da un getto assomigliante a una stalagmite che si protunde fino a intrappolarti in una prigione di ghiaccio.

Busta B: giri l’altra manopola e muori bruciato da un getto di acqua a 90 gradi

Le manopole non sono contrassegnate altrimenti tutti sceglierebbero l’ibernazione.

Con la delicatezza e il polso di uno scassinatore di cassaforte si tratta di trovare la combinazione giusta per un flusso d’acqua di umana sopportazione. Trovare il flusso giusto dopo 2 giorni senza doccia è come per il surfista cavalcare l’onda perfetta.

Dopo un paio di ustioni superficiali ho successo e mi godo il mio flusso.

La moto è parcheggiata fuori. Juan mi assicura che non corre pericoli, i tre cani che ci fanno le feste quando entriamo appena ce ne andremo diventeranno tre Gargoyle impiantati a sorvegliare la proprietà. Se qualcuno dovesse entrare verrebbe assalito immediatamente… anche dall’ultimo dei tre che assomiglia a un salsicciotto semovente di due spanne. Una sera quando sono tornato da solo ho aperto il cancello e mi sono chiesto in cuor mio se i tre avessero già registrato il mio odore a sufficienza per considerarmi un amico. Fortunatamente mi sono venuti incontro scodinzolando.. bene.. Il più grande dei tre, sguardo triste e pelo nerissimo, si chiama “negro” che in castigliano significa semplicemente “nero”, è affettuoso e mansueto ma per difendere il suo territtorio è capace anche di saltare il cancello coronato da punte di ferro rischiando di sventrarsi.

Tijuana è pericolosa.

Mi sveglio la mattina, accendo la televisione: questa notte sono stati 10, uno in più della media. Nove secondo la classica regolazione di conti a pallettoni e uno misteriosamente trovato in scatola di montaggio in mezzo all’immondizia. Braccia, gambe e testa staccate dal tronco.

Faccio due passi nella Avenida Revolucion, un tempo talmente piena di turisti e militari americani alla ricerca di divertimento che non si poteva passare; i 4000 negozi aperti e il continuo movimento dentro e fuori il confine ne facevano una delle città più turistiche del Messico. Adesso dei 4000 negozi 2500 hanno chiuso, la gente è preoccupata e fugge, Juan pensa che la criminalità attraverso una  “politica del terrore” stia tentando di spopolare quartieri interi costringendo i cittadini a vendere le proprietà a prezzi ribassati per andarsene il più in fretta possibile. Molti hanno già accettato di vendere la propria casa alla metà. Il sindaco dice che è un momento “di passaggio” ma sono parole che non lasciano eco, molta gente continua a vivere con paura, io sono in una parte della città relativamente sicura, su di me vegliano i Gargoyle e quando cammino per il centro ho un occhio supplementare che come una telecamera indaga i volti, gli angoli tra le strade e le penombre sotto le costruzioni più alte. Si riesce sempre a essere rilassati e sereni, basta un poco di prudenza. Come in molte pericolose città ci sono comportamenti che con un pò di buon senso riducono i rischi considerevolmente. Ricordo alcuni Statunitensi e le loro raccomandazioni idiote sul saltare il messico per intero come fosse un anello di fuoco da imbucare con la moto dopo la rincorsa sulla rampa per poi atterrare in Guatemala. Per ogni paese dell’america centrale e latina ho raccolto sconsigli e diffide, purtroppo per me non ho intenzione di fare il giro d’Italia. Provo paura alcune volte ma il desiderio di vedere e conoscere prevale, non sono mai stato incosciente tuttavia. 

Oltre alla cosmetica per abbruttire la moto su questa non ci sono adesivi della bandiera a stelle e strisce, sarà stupido ma la reputazione dei “Gringo” (“Green” riferito alla divisa verde militare “Go” come vattene a casa) non è certo stata costruita su scambi amichevoli e cooperazione internazionale, ci sono nefandezze nella storia dei rapporti tra questi paesi che fanno accapponare la pelle, la bilancia delle colpe naturalmente non pende verso un solo Stato, c’è sempre stata una complicità di alcuni individui e governi anche nell’altro. Perciò, nonostante molti luoghi e persone degli States siano stati una bellissima esperienza, non intendo caricarmi dei loro simboli nel viaggio.

Tra parentesi: oggi ai militari statunitensi è proibito entrare in Tijuana.

Le altre raccomandazioni per aumentare la propria sicurezza riguardano dove tieni i soldi, cosa ti porti in giro e dove lo metti, come cammini e in che parti della città.

I morti sono sempre collegati alla mafia locale, i turisti rischiano solo per i soldi che i loro oggetti valgono.

Juan lavora in un chiosco dove vende fiori, o monta e smonta ogni giorno, domenica compresa e continua a lavorarci nonostante la crisi economica abbia decimato i suoi guadagni.

Siamo seduti su una cassa in plastica nel parco “Torre agua caliente”, in mezzo a fiori in vendita e ai suoi conigli che scorrazzano nel prato. Parliamo e scopro una volta ancora un uomo di grande fede. Non è la prima persona che incontro in cui la ricerca della felicità si mischia e confonde con i percorsi della fede. Juan è un profondo credente; in una città dove sangue e pallottole sono il bollettino quotidiano, la preghiera, il lavoro e la famiglia sono le sponde entro le quali continuare la propria vita. “La felicità è come un contagocce” mi dice, non arriva mai tutta insieme, arriva a gocce che cadono nel presente, non nel passato o nel futuro. “Nella mia vita la ricerca della felicità è iniziata quando ho intrapreso un cammino di fede…in carcere”.

Una notte del ’79 lo assalirono in quattro, aveva una pistola. L’ha usata.

Ha ucciso una persona e gli hanno dato 12 anni per pensarci sopra.

Conobbe una monaca in carcere, le fischiava e le urlava di andarsene, questa continuava a parlare di Gesù, non si fermava, tornava spesso e parlava ancora di Gesu’. Un giorno entrò in carcere e prima di iniziare a parlare ai detenuti scrisse una lettera e gli diede imbustata. Scoppiò un terremoto che durò alcuni minuti.

I detenuti erano terrorizzati e stavano per precipitarsi fuori dallo stanzone. Lei urlò di rimanere dove erano che non avrebbero corso alcun pericolo. Il terremoto fini e lui venne invitato ad aprire la busta. C’era scritta l’ora esatta di inizio e di fine del terremoto e la sua intensità comprovata dal notiziario successivamente trasmesso in televisione.

“Dio mi ha detto che non ci sarebbe stato pericolo per voi” Le disse mentre lo guardava con dolcezza. Dopo 4 anni dall’inizio della condanna lo rilasciarono, non ci credeva, piangeva, rideva e sospettava uno scherzo, ma sua madre era veramente fuori dal carcere ad aspettarlo, era vero!

Andò a studiare teologia a Chicago, ritornò in Messico e iniziò una nuova vita.

Mi ha invitato in chiesa ma ho rifiutato cordialmente, volevo stare a scrivere e riposare. E’ stata una giornata piena, tra mercati dell’artigianato, mostre di fotografia e passeggiate nel centro. 

Il giorno seguente è il mio compleanno, il primo della mia vita lontano da tutto e tutti, non fa così male come sembra. Qualche telefonata e ci si riannoda affettivamente a chi sta lontano. Fa più male però passarne la metà tra uffici doganali per cercare di ottenere timbri sul passaporto e documenti di importazione. Cercando il timbro di uscita dagli states mi dirigo alla frontiera statunitense insieme a una fila di messicani, uno che stà due persone avanti a me dopo il controllo dei documenti viene appoggiato al bancone e ammanettato. Dopo un minuto tocca a me, l’agente mi perfora con lo sguardo senza sbattere le palpebre una volta soltanto, e io a cercare di farle capire che non sto cercando di entrare negli States ma solo di ottenere un cazzo di timbro per dimostrare che sono uscito prima che scada il permesso. Non hanno timbri di uscita ma solo di entrata e quindi un agente mi accompagna contro la corrente della folla indietro verso il messico.

Sistemo tutto quando faccio l’importazione temporanea del veicolo, finiscono così i problemi per me e iniziano quelli della moto:

“Motoguzzi California”

“Moto que???”

“Motoguzzi”

“te pongo como marca “otro” porque no hay motogusi en la computadora”

“Esta bien” – sti ca..

E poi

“los numeros de titulo no corresponden”

“mire que no hize nada a la moto!! es original! ”

Torno a casa e ritorno con la moto per dimostrare che i numeri di telaio sono gli stessi che sul libretto. Ottengo il documento.

Vado a comprarmi una torta per festeggiare il compleanno con Juan, la sua compagna e un ragazzo di strada che vive con loro e dorme nel terrazzo.

C’è l’usanza di mordere la torta per intero, cosi immergo la faccia dentro e do inizio al festeggiamento…e buon compleanno a me! Sono 29 e sono sereno, tanta strada da fare e tanta soddisfazione di aver mollato il canovaccio che vivevo prima di partire, per tanto tempo o per poco dipende da troppi fattori per parlarne ora. Penso solo a mandar via idee troppo complicate per un compleanno e a mandar su gli zuccheri con la torta. 

“Happy Birthday Asshole” mi scrivono Ken e Maureen dal Canada.

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Raggiungo con la moto carica il giardino centrale a tijuana dove Juan ha il suo chiosco di fiori. Ogni giorno arriva con la sua jeep arrugginita e ne estrae tavolo, ceste di plastica, secchi e fiori, monta tutto in 10 minuti e libera i suoi conigli nel prato per farli mangiare. E’ il momento di andarsene. Ci abbracciamo e lo ringrazio sentitamente per l’ospitalità, ci auguriamo di rivederci un giorno e prima che me ne vada mi consiglia di richiamarlo non appena raggiungerò Guadalajara, metterà qualche buona parola per farmi ospitare da alcuni suoi amici.

Mi allontano da Tijuana e inizio a entrare nel deserto, la strada che percorre la bassa california è una sola, la seguo per qualche centinaia di km fino a sera, seguo le indicazioni per un hotel in riva al mare, la strada che vi porta diventa un viale delimitato da file di palmeti una per lato della carreggiata. Suona lusso sfrenato e invece in fondo vi trovo alcune roulotte e due cani che si lanciano abbaiando ai lati della moto, uno persino davanti alla ruota. Continua a correre a un metro dal pneumatico anteriore sino a costringermi a fermarmi. A piedi raggiungo la prima roulotte e guardandomi intorno vedo che l’hotel non è altro che una costruzione scheltetrica in cemento poco più alta delle fondamenta. Alle roulotte chiedo se posso fermarmi a piantare la tenda e la risposta è “dove vuoi gringo”. Puntualizzo che non sono un gringo e che ringrazio molto per l’ospitalità, mi piazzo a 30 metri dalla spiaggia, prendo la moto e vado a cercarmi un posto dove mangiare qualcosa. Scorgo una piccola roulotte al lato della strada polverosa, sterzo e parcheggio di fronte, scambio quattro chiacchiere con la signora ai fornelli e ordino un paio di tacos con gamberoni. Compro tre lattine di coca cola da regalare ai messicani che mi hanno ospitato sulla spiaggia, saluto e me ne vado. La notte inizia in mutande e finisce con il pile. Mi sveglio alle quattro di mattina con quel brivido costante a fior di pelle che ricorda il canada… non me lo aspettavo dal Messico! E’ colpa del vento che corre lungo l’oceano atlantico sino a raffreddarsi e ventilare le coste con una brezza fresca che dura tutta la notte.

Mi copro e mi faccio le ultime ore rotolandomi nel sacco a pelo facendo un kamasutra di posizioni per trovare quella perfetta senza torcicollo. La mattina me ne vado e continuo lungo la “1″ attraversando diversi posti di blocco, i militari si piazzano in punti privi di asfalto e con qualche manichino e qualche cono di plastica indirizzano le machine verso un posto di vedetta. Non attiro particolarmente il loro interesse e mi lasciano andare. Nei primi posti di blocco erano in tuta mimetica .. poi con il crescere della temperatura avvicinandosi al mar di cortes li trovo gocciolanti di sudore in pantaloncini e t-shirt. Faccio benzina pochi km più avanti e scorgo un cartello che indica “prossimo rifornimento 320 km” !!!  Credevo il problema rifornimenti fosse passato con il Canada ma a quanto pare ho da attraversare quasi tutto il deserto di V. prima di trovare una nuova pompa. Dovrei riuscire ad arrivare “dall’altra parte” se non esagero con la manetta, trotterello a 90 all’ora e dopo ore e ore mi fermo finalmente in una pompa di benzina. Quando mi avvicino c’è qualcosa di strano.. Ci sono le insegne ma sotto il tetto enorme in cemento armato non ci sono pompe.. ci sono bidoni arrugginiti con rifiuti bruciati. Incontro un uomo con il sombrero poco lontano e gli compro a 50 pesos 5 litri di benzina. Riprendo la marcia e mi fermo esausto a mangiare in un piccolo bar nel mezzo del nulla, ci sono tre americani dentro e uno di questi sgrana gli occhi al vedermi arrivare con una motoguzzi. Appena mi fermo mi viene incontro, “è la prima che vedo qui.. anche io ne ho una” Mi presenta i suoi due amici e mi racconta delle spiagge di Loreto, a un paio di giorni di strada, proprio dove loro hanno una casa e proprio dove io sono diretto. Mi lascia su un biglietto qualche indicazione per raggiungerla e mi promette ospitalità, perfetto! Li saluto, finisco il mio tacos e quando chiedo di pagare scopro che lo hanno fatto loro per me, mi sdebiterò tra qualche giorno, che sorpresa! Seguo le indicazioni per una spiaggia, sta facendo buio e sono solo le 6 di sera, all’imbrunire ho percorso qualche km di quello che rimane della carreggiata arsa dal sole e sparpagliata in manciate di pezzi d’asfalto. Mi stufo e 100 metri dopo l’ultimo lampione chiedo a un signore di lasciarmi piantare la tenda fuori dalla sua proprietà, detto fatto. Mi godo un tramonto meraviglioso nel mezzo del deserto, poi crollo in tenda. Mi sveglio in un paio d’ore, guardo l’orologio e sono solo le 20.30, mi metto a leggere le ultime pagine stampate sugli Stati Unti Messicani e poco altro. Dormo e mi sveglio insolitamente presto. Alle 8.30 sono già in sella, ottimo, potrò percorrere tanta strada oggi. Imbocco di nuovo la carretera distrutta per ritornare sulla “1″. Scorgo una stradina insabbiata che scorre a lato, sembra più morbida e percorribile, abbandono quella che sto percorrendo sterzando dolcemente. Il bordo della strada si infossa in cumuli di sabbia, la ruota anteriore scivola e mi ritrovo per terra. Poco male, succede a cadenza settimanale ormai, sono abbonato. Alzo il ferro e mi accorgo della sorpresa: l’aggancio di metallo della borsa laterale nell’urto con la sabbia si è spaccato, la borsa è al suolo. Con una cinghia l’assicuro al telaio e continuo sino a raggiungere il mio primo caffè dopo tre giorni, è li nel bar che mi aspetta. Con un pò di liquidi in corpo riesco a ragionare, adesso si tratta di riparare la borsa. Mi cercherò un ferramenta nella prossima città. Riparto ma mi accorgo che i guanti mancano all’appello, ritorno nella strada schifosa e la ripercorro sino a ritrovarne uno insabbiato, faccio dietrofront e trovo accartocciato anche l’altro. Adesso la mia armatura è al completo. Parto. A Guerrero Negro dopo un altro posto di blocco militare faccio staffetta tra negozietti “riparatutto” costruiti sotto lamiere arroventate dal sole. Smontando pezzi di stereo un ragazzo mi trova tre viti della dimensione giusta. Torno dal meccanico al quale avevo lasciato il ferro ma nel frattempo aveva già riparato l’aggancio con tre viti della giusta misura saltate fuori da qualche parte. “Sono 100 pesos” “naa.. facciamo 50″ Mi svuoto le tasche con monetine messicane, quarti di dollaro e un paio di dollari canadesi. Ci salutiamo dopo esserci fumati una sigaretta e aver fatto due chiacchiere accovacciati all’ombra in mezzo ai rottami. Il sole è cocente, anche guidando a 100 all’ora il vento sembra solo aggravare l’equilibrio termico, anche il ferro ci mette del suo e mi scarica sulle gambe la sua brezza a 60 gradi, sono costretto a guidare con le ginocchia all’infuori, i piedi talvolta appoggiati sui paramotori talvolta al bordo estremo delle pedane. Altro posto di blocco, stavolta in mezzo a cactus impennati come antenne, militari in tenuta quasi da mare mi perlustrano con cenni del capo e chiedono da dove provengo e dove vado. “Sud America?!!…andale andale!”.

Arrivo in un piccolo paesino sulle costa del mar di cortes, mi trovo per 5 dollari un posto dove mettere la tenda e una doccia. Ho dimenticato ancora l’asciugamano!! Mi asciugo con la maglietta, questa volta la scelta cade su quella Guzzitech, regalatami una settimana fà da Todd. Dopo due giorni e mezzo senza acqua corrente mi trovo fresco come una rosellina, nel bar mi avvento su una birra e scambio quattro chiacchiere con 3 ciclisti, una coppia partita dal canada e l’ultimo dei tre, uno spagnolo, partito dall’Alaska. Mesi e mesi di viaggio senza motore sotto il sedere. Una birra in compagnia e quattro chiacchiere sul mio viaggio e sul loro. 

Poi è tempo di andare a riposare di nuovo

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Senza Verbo

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