Monthly Archives: novembre 2008

Mexico y Corazon

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La Signora dei Delfini e la ricerca della felicità

 

Sulla costa del Mare di Cortes ci sono leggende che corrono come vascelli e prendono corpo nella pietra per immolarsi su un altare lungo fino all’orizzonte. Un altare che finisce dove finisce il lungomare e narra, capitolo per capitolo e monumento per monumento, la bellezza delle acque accarezzate dal sole tutto l’anno e popolate dalle balene e dai delfini. Il sole scalda chi come me vi cammina con lo sguardo perso a seguire i profili irregolari degli scogli dilatando le narici come un toro per sentire odori e fragranze mescolate alla salsedine. Ci sono città marittime “mestize”, dove turismo e natura seguono percorsi diversi incontrandosi solo nelle spiagge ben frequentate ma rimanendo più delle volte come due rette parallele le une illuminate di divertimento e musica e le altre avvolte nelle reti dei marinai e nei suoni più intimi del mare.Camminando per la vecchia Matzatlan, lontano dai castelli-discoteca policromi che rifulgono di luce propria nella notte come fari per il turismo, si trovano case coloniali dipinte di blu, cattedrali gialle, piazze in porfido e pietra e monumenti di delfini, balene e creature del mare. Questi “signori del mare” non riportano nessun evento storico ma decantano la bellezza delle acque. Una statua si chiama “Inno alla Vita” e rappresenta una signora del mare abbracciata al suo uomo dietro a una flotta di delfini che guizzano dentro e fuori le onde onde come tante mezze lune impazzite. La mia signora dei delfini si chiama Ana e viveva della città del messico con altre venti milioni di persone, fu il richiamo del mare che la strappò dalle pagine patinate dei libri per metterla in cammino seguendo il richiamo “più blu” che orecchio umano possa ascoltare: il mare di Cortes. Si lasciò dietro famiglia e amici per andarsene sola a cercare un modo di vivere a contatto con il mare e le sue creature, per sentire cosa dice la pelle quando si tocca un delfino e cosa nasconde una balena nei suoi canti malinconici. Arrivò lungo la costa con un nodo duro nel petto che ad ogni respiro rilasciava il sapore delle cose passate e forse anche perdute. Fu il mare stesso a fare gli ultimi metri per tenderle la mano: due delfini emersi improvvisamente le nuotarono a fianco scortandola nel cuore dellacittà attraverso tutto il lungomare. Qui trovò terreno  per le sue nuove radici. Ora lavora per l’università come dottoranda e di tanto in tanto prende la via del mare salpando con “la puma”, la nave laboratorio con 15 marinai e 15 studiosi, alla scoperta del “pianeta blu”. “Questa è la mia ricerca della felicità, o almeno è la cosa che più vi si avvicina” Con affetto e amicizia, prima nell’imbarazzo di non saper cosa dire e poi in quello di non saper più come fermarsi ci siamo raccontati le nostre immagini di città, continenti, felicità e rancori. L’incontro con lei e le sue amiche mi ha cambiato il modo di vivere quella città in quei pochi giorni costieri. Mi ha lasciato impresso come una pellicola davanti a ogni monumento, ogni scoglio, ogni belvedere. Ricordo il faro arroccato su una collina, la vista notturna dalle strade montane  tra cespugli e palme, le mille luci che seguono la costa come un tappeto di candele tagliato a misura del mare. I tuffatori che si lanciano nellepozze d’acqua tra gli scogli con torce infuocate tra le mani e tante sagome che ondeggiano camminando a braccetto sotto l’effetto ipnotico delle pulsazioni del mare. Tornato all’hotel quella sera ero talmente felice da non rendermi conto di essere stanco morto, tantai di usare il portatile per scrivere due righe ma la testa vi si appoggiò presto sopra usandolo prima come cuscino. Un paio di giorni dopo la signora dei delfini mi diede un portafortuna cinese per benedirmi nel viaggio e il resto che vidi furono solo ricordi negli specchietti retrovisori della moto. Ad aggiungersi a quelli ci furono anche quelli della mia piccola-grande ragazza peruviana che con amore mi è stata accanto tanti mesi, sopportando i miei colpi di testa e anche quello “di grazia”: il viaggio e l’abbandono di tutto.  Un paio di ore dopo ero già lontano centinaia di km e iniziavo ad assaporare l’essenza amara del viaggio, quel “lato B” della cassetta che non si vuole ascoltare perchè melanconico e meno riuscito dell’altro. Ma infondo, a guardarla da un altro punto di vista, penso che attraverso la magia degli incontri più che vivere una serie di comunioni e distacchi ho disegnato una nuovamappa che userò un giorno sulla via del ritorno. Qualcuno, di cui in questo momento non ricordo il nome, diceva che “non c’è viaggio senza ritorno”, solo che si è dimenticato di specificare dove “è ritorno”  e dove non lo è. Forse dava per scontato che il ritorno è il punto dal quale si è partiti ma questo ridurrebbe la questione a dettaglio geografico. Credo, o mi piace pensare, che il ritorno non sia solamente a casa propria, ma anche in quella dei tanti amici, conoscenti o piccoli affetti incontrati lungo la strada. Partenza è anche quando lasci la signora dei delfini e i suoi amici per andartene via e lei come altri meritano un ritorno. Me lo auguro. Forse in questa folle, forse stupida, ricerca della felicità un fatto spicca: la felicità non è nelle cose ma nemmeno in noi stessi come si legge in tanti libri. E’ incastrata tra le persone, proprio nel mezzo. Incapace di saltar fuori se non viene corteggiata da tutti e due attraverso la condivisione e la vicinanza.

Quel piccolo e temporaneo matrimonio di desideri e intenzioni. 

Quella piccola lampada di Aladino da strofinare a quattro mani.

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Anime di carne e Anime d’acciaio

Ferro: che stai pensando?
Io: hai detto niente… non ho due pistoni da mandare su e giù, ho mille pensieri per la testa..come faccio a risponderti?
Ferro: Sei capace di avere cento idee al secondo per la testa?
Io: No, che casino sarebbe!
Ferro: Io sotto le mie teste di alluminio ne posso avere tranquillamente cento per un secondo quando mi mandi su di giri.
Io: Daccordo hai vinto, ma ricorda che i pensieri degli umani non si risolvono in una scintilla e uno scoppio, le nostre idee lasciano la scia cara mia, hanno un rinculo potente, si annodano come mille piedi e qualche volta sono lente come le lumache che corrono sul sale.. qualche volta durano anche un’esistenza.
Ferro: Sii più concreto, tu e il pupazzo volate alti con i ragionamenti, forse non avete un anima in acciaio come la mia che vi tiene sempre a sniffare l’asfalto. Dicono che un uomo morto pesa 20 grammi di meno di quando è vivo, è questo il peso della vostra anima?
Io: Non ne ho idea, ma vorrei che qualcuno mi pesasse di notte, almeno quando faccio i sogni più belli o perchè no, anche gli incubi. Ma in fondo sono fesserie, è come se ti misurassi il contenuto del serbatoio in “volt” o la corrente della batteria in “litri” ..o che sò… l’usura delle gomme in “decibel”..o
Ferro: si si.. afferrato, sono meccanico ma non cretino, vuoi dire che l’anima non si misura in grammi.
Io: non volevo dirlo che sei cretino, comunque si, penso che l’anima forse si misuri invece in pensieri e sentimenti… ad ogni modo mi stavo facendo i voli pindarici con la mente.
Ferro: beato te, io posso solo entrare nelle curve e fare “le pieghe”, le mie colleghe sportive possono anche impennare ma io non ci riesco, sono troppo poco potente e poi se mi impenno l’olio non mi arriva alla pompa e spacco il motore… ma tu almeno puoi fare i voli p….
Io: Anche con pochi cavalli sei abbastanza per me e per il Toporso non ti preoccupare, cmq “voli pindarici” era una metafora per dire che viaggio con la mente..
Ferro: è una di quelle parole che voi psicologi usate per fare vedere che la sapete lunga vero?
Io: no, non è una di quelle, userei piuttosto qualcosa come “sacche autistiche del preconscio” o “fantasia vampiresca orale” o roba simile… cmq non è mai stato il mio stile parlare cosi, su quello io e te siamo in sintonia.
Ferro: io quando voglio fare il figo dico “supercalifragiliconalberoacammestrepitoso, seloanticipiforteavrai unacoppiastrepitosa” e la gente non capisce, o dico anche “coppia conica”, “banco di biella” o “alesami sta valvola” e magari “fammi una compressione” o “controllami la pompa” e qui non capiscono ancora ma si offendono generalmente.
Io: detto come lo dici sembra appunto un modo metaforico per dire porcate. Ti do un esempio di metafore che mi vengono guardandoti: i tuoi carburatori sono come le narici dalle quali respiri l’aria filtrata e poi…uhh.. che il motore è come un cuore pulsante, che il tuo impianto elettrico è il tuo sistema nervoso che raccoglie informazioni dal tuo mondo meccanico e da quello esterno per mandarle al tuo cervello elettronico, la centralina, e questa a sua volta ascolta quanto giro il polso sull’acceleratore per poi nutrire con il “tuo cibo liquido”, che tieni nello stomaco di latta da 19 litri, le camere di scoppio, l’esplosione da forza alla colonna vertebrale, l’albero motore, per imprimere movimento agli altri muscoli che ti fanno camminare. E i resti di tutto questo escono dai tubi di scappamento.
Ferro: che sono il culo?
Io: si, pragmaticamente parlando…
Ferro: e tutto questo per dire cosa?

Io: che con una metafora puoi avvicinare mondi diversi, o amalgamare cose diverse.
Ferro: come con la colla?
Io: si, io sto cercando di incollare in qualcosa di “più intero” i miei diversi pensieri: vedo l’uomo incontrato a Matzatlan, il suo andare placido e poi la scintilla negli occhi quando ha sentito della lunga strada che mi ha portato al Messico, la commozione ricordando quando era giovane e non poteva che permettersi di girare il suo paese..anche al centimetro, ma pur sempre senza varcarne i confini. E ora ringrazia Dio per la salute sua e la bellezza del suo mare; tanto gli basta. Poi vedo i mitragliatori lunghi quasi due metri puntati verso di noi ai posti di blocco all’ingresso di Durango e ancora nelle foreste adiacenti, i militari che rovistano lo zaino e ridono del Toporso, loro che giocano alla coppia del poliziotto buono e di quello cattivo, poi alla fine diventiamo tutti amici e ci lasciano carichi di indicazioni e consigli per proseguire. Ripenso alla chiacchierata con Sander: sarà bello o sarà brutto quando saremo arrivati alla fine del viaggio? sarà come un’iniezione di entusiamo da “missione compiuta” ma dentro un tessuto flaccido tipo “..e adesso?” Vedo l’occhio storto del simpatico inglese solitario della stanza accanto, con due denti da coniglio, il modo imbarazzato di porsi, anche con lo spazio che lo circonda e la sua propensione a ridere ed essere sempre gentile e cordiale. Ascolto il remake “mentale” dei suoni di grilli e di rami spezzati nei boschi dell’Ontario, dove prendevo atto per la prima volta di aver sottostimato l’effetto “solitudine da viaggio” che si faceva largo in modo flemmatico ma costante notte dopo notte, sonno dentro sonno, solo nella natura. Penso alla mail di un mio amico, al gioco di specchi che ci mandiamo rivedendoci l’uno nei dubbi dell’altro.. e altri dubbi arrivano con gli zaini dei viaggiatori che incontriamo, due su tre hanno scelto di mollare lavoro e casa per prendere la strada, le fondamenta sulle quali stavano costruendo il futuro prima di partire erano fatte di burro e dubbi, mescolati bene ma sempre molli. Penso alle mille e una mail alle mille e una redazione di giornale nelle mille e una notte ma senza romanticismo e storie d’amore, solo frustrazione, incazzatura e nemmeno l’educazione di rispondere alla posta. Sentirmi strappato il presente del viaggio dalle preoccupazioni per il futuro, e poi di nuovo un poco di speranza, e il viaggio che si ficca sotto questi macigni come una leva di Archimede, li fa rotolare via per qualche giorno, giusto il tempo di  fare nuova strada e mettere una tessera in più nel mosaico dell’esperienza. Sento il sapore delle cavallette fritte mangiate a Creel… l’aria frizzante dei boschi lungo la strada chiamata “Colonna del Diavolo”..Poi ancora io che corro verso un militare di guardia a una raffineria e questo che imbraccia l’m16 e mi dice di stare fermo dove sono, ma poi risponde alle mie domande e mi illumina la strada per il porto di La Paz. 

Ferro: “ricordo quando ti sei seduto dopo sulla mia sella.. avevi l’ano stretto come un temperamine.. paura eh…!!
Io: chi io? .. naa.. 
Ferro: e come li incolli tutti questi pezzi?
Io: non saprei, facciamoli bollire ancora un poco e poi vediamo che succede, o magari li cuciamo e ci facciamo una bambola voodoo!
Ferro: poi va a finire che il Toporso se la tromba.. ricordi la bambola che ha incontrato nella spazzatura di Tijuana..
Io: Ok, niente pupazzo, lasciamo le cose li come stanno.
Ferro: Dopo tutto questo che mi hai raccontato quanto pesa la tua anima?
Io: Più di prima.

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Barranca!

Claudio

Avanti ragazzi presentatevi.

Ferro – “inizio io”
Toporso – “no io”

Non iniziate a rompere! Il primo in ordine di peso inizi

Toporso

Ferro

Ferro – “sono una portentosa motoguzzi bicilindrica corazzata da viaggio, del peso di poco più di 200 kg….”-
Toporso – “poco più??? guarda che ne fai 270 senza bagagli!! fai i buchi nell’asfalto solo col cavalletto vergogna! Nemmeno un ferramenta…-
Ferro -” e tu pezzo di gommapiuma cosa parli? come si sono accoppiati un Topo e un Orso per dare vita a un..”coso”.. come te? Parli perchè ti han cucito una stringa sotto quel naso e quegli occhi fatti di bottoni”-
Toporso – ” silenzio che qui sei il più piccolo”
Ferro – “più piccolo? guarda che sono 2 metri e 3  sdraiato e chissà quanto messo in piedi.. ma nessuno ci riesce”
Toporso – “saresti alto sempre 2 metri e 3 deficiente! e cmq sono il più grande perchè ho più di 29 anni… parlavo di anzianità”
Ferro – “si sente dall’odore quando prendi la pioggia che non sei come un a mozzarella fresca di giornata”

Adesso calma ragazzi, non iniziate di nuovo.

Perchè non raccontate ai lettori come sono andati gli ultimi giorni perchè dopo Creel ne abbiamo viste ancora delle belle…120 km di sterrati ancora..una nuova caduta ecc..? Stavolta inizi tu Toporso.

Toporso – ” Dalla città di Creel, a 2400 metri siamo ripartiti … “-
Ferro – ” siamo? guarda che tra i tre uno mette benzina e gira la manetta e quell’altro che fa il resto sono io!! il verbo andare e partire sono roba mia capito straccetto? Tu che fai eh?”
Toporso – “io sto ingabbiato sul tuo culo tutto il tempo a guardare la strada che scorre nell’altra direzone….vuoi fare cambio percaso? e cmq sono io la “mascotte”-
Ferro – ” guarda che non siamo una squadra di calcio”-

Però siamo una squadra cmq e ognuno ha il suo ruolo e piantatela!

Ferro – “e il tuo qual è scusa?”
Toporso – “si qual è?”

Io sono il ventriloquo che fa parlare le cose ok?
E adesso ho deciso che state zitti, andate a dormire.

Ferro – ” io fuori come sempre e il pupazzo…ops “la mascotte” .. in camera con te e l’olandese, bella la vita..”-
Toporso – ” l’hai mai visto un letto che regge i tuoi 300 kg? e magari anche uno che ti ci carica sopra visto che sei capace di percorrere 15.000 km in orizzontale ma in verticale non sai nemmeno impennarti 50 cm per arrivare alla tazza del vater?
Ferro -” ricorda che almeno io posso pisciare qualcosa… olio generalmente, almeno quando non mi stringono bene i tappi, ma tu che fai? se tiri un peto ti svuoti la gommapiuma e sei solo un sacchetto con la faccia..” - 
Toporso – ” almeno io in verticale ci vado se Claudio mi ci lancia, con te invece è capace di cadere per terra con tutte le valigie quando solo prova a metterti quel pistolino di cavalletto laterale per parcheggiarti!”-
Ferro – “guarda che sono 30 centimetri abbondanti il mio cavalletto laterale pupazzo stagionato”-

Basta! Buonanotte!

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