Monthly Archives: dicembre 2008

Auguri e Furti

Eccomi a trascorrere il primo Natale lontano da familiari, amici, palle di neve e freddo polare.
Una vena di nostalgia per non essere con voi a festeggiare, con i piedi sulla stessa terra, con i brividi per lo stesso freddo e con i sorrisi nel riconoscersi e nel riconoscere che un nuovo anno è, quasi, passato.
Vi sento da lontano e qualche volta vi sento maledettamente vicino ma le braccia non si allungano abbastanza per stringervi da qui.

Come infiltrato da controspionaggio mi sono fatto invitare alla tavola di una famiglia messicana per passare il Natale con loro. Questo è quanto ho di più vicino a una famiglia in questo Messico così bello e indaffarato a decorare ogni cosa.. per tutto il resto c’è la famiglia vera e gli amici d’annata come quelli nuovi fatti on the road.
Babbo Natale mi ha portato la prima pubblicazione proprio ieri..e questo è frutto di 4 mesi di tentativi per fare breccia… e poi ci sono gli aiuti economici di amici che credono in quanto sto facendo.

E cosi tra un regalo, una donazione e un articolo arrivo a ripagarmi gli ultimi tre mesi passati di strada, incontri ed esperienza.
La strada è lunga e il mio inconscio la sapeva lunga quando mi gettò sul tavolo l’idea di chiamare LONGWALK il sito… mi stava già anticipando che non si sarebbe trattato di una scappatella esotica ma di un incontro lungo, un “lungo cammino” di avvicinamento senza esclusione di colpi: gioia copiosa, risate abbondanti, adrenalina zampillante, incontri folgoranti, paure intermittenti e orizzonti caleidoscopici.

Aveva ragione lui, io ventilavo l’ipotesi di un eventuale rientro rapido in caso di esaurimento di fondi o di voglia. Mi sbagliavo. Dopo 5 mesi e 18.000 km ho appena appoggiato il bicchiere dell’aperitivo, sono pronto a iniziare con la prima portata. La nostalgia è sentita distintamente in queste feste natalizie ma è anche vinta dal desiderio di continuare. Ergo, non me ne vogliate, la data di rientro scivola baldanzosa in avanti.. e, ora che qualcuno e qualcosa mi hanno foraggiato, ritorna a essere un concetto di fantasia.

La realtà rimane quindi sana e salva ancora per mesi e mantiene la sua insostituibile essenza che non è certo fatta di rientri ma di passi in avanti.. e con questo Natale che porta piccole-grandi soddisfazioni, Amici miei, sono di certo passi di danza. La mia vacca metallizzata di 300 Kg, il “Ferro”, saluta e il “Toporso” è in cerca di pupazze perchè anch’esso ha le sue nostalgie di gommapiuma. Io, tra la nostalgia e la felicità vi saluto con calore, ringrazio e mi rimando a voi nei prossimi scritti.

Abbiate pazienza se non aggiorno il sito.. significa che sto scrivendo per pubblicare.. che non è male!

Abbraccio e Auguri 

Euromoto - Gennaio 2009

AGGIORNAMENTO DELL’ULTIMA ORA

Non so perchè ma quando sono fortunato e le cose iniziano ad arrivare.. ho come la sensazione che devo perdere qualcosa da un’altra parte… è un pensiero insano lo so, ma nemmeno in qualità di dottore sono riuscito a levarmelo. E poi succedono delle cose che sembrano comprovare questa teoria negativa e autolesiva..
Sembra che oltre a Babbo Natale, la notte del 25 sia arrivato anche qualche folletto figlio di puttana perchè quanto ho visto oggi appena alzato è che le borse laterali della mia moto sono state forzate e svuotate. Mi sono stati rubati tutti i pezzi di ricambio e tutti gli attrezzi per sistemare la moto, una giacca antipioggia e un pile e forse anche un paio di guanti. Triste constatare che gli idioti si sono portati via sensori e pezzi di ricambio che in tutto il Latino America non gli serviranno a niente perchè appartenenti a una motocicletta che qui non esiste. Erano invece la mia polizza in caso di rotture nella lunga strada verso l’Argentina.

E tutto questo con la moto parcheggiata insieme ad altre sotto un lampione acceso, la notte di Natale e nel centro città che è sicuro (quasi) al 100% a detta di tutti, le borse chiuse a chiave ovviamente. A Tijuana dove sono stato 4 giorni e 4 notti si contavano 10 morti ammazzati e derubati al giorno.. eppure nulla è successo.

Adesso che sono stato “battezzato” inizia la ricerca di qualche utensile e qualche contatto per vedere se è possibile recuperare o ricomprare la mercanzia.

Da un lato mi viene da ridere, il motoviaggiatore da Guiness dei primati Emilio Scotto (750.000 km e 10 anni di viaggi) alla partenza lamentava un peso eccessivo della moto.. arrivato in Brasile lo hanno alleggerito svuotandogli le valigie.
Adesso confermo che anche la mia moto è più manovrabile e leggera, sorrido, penso alla sfortuna ma mi ripeto che sono stato felice come fosse Natale quasi tutti i giorni di questo viaggio. Che il 25 sia incazzato e abbia voglia di uccidere ci può anche stare. Aspettiamo il prossimo giro di fortuna. 

Vado a preparami un kg di pasta.

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Connessioni musicali tra le genti del mondo

Ecco il primo post e il primo video che a colpo d’occhio non presenta nessun legame con il mio viaggio.
L’ho trovato casualmente su internet e mi ci sono innamorato.
C’è chi collega le storie saltando tra gente e culture con il quaderno la penna e la motocicletta e c’è chi collega le persone del mondo con pentagrammi, note musicali e strumenti. Se la vediamo da questa prospettiva questo video ha il suo perchè in questo sito. E leggendo tra le righe, quelle dei quaderni o dei pentagrammi, si evince che in fondo, dopotutto, non è così diverso toccare la manopola del gas o le corde di una chitarra se si vuole unire il mondo. 

Non importa chi sei, non importa dove vai nella tua vita, a un certo punto hai bisogno di qualcuno che ti stia vicino”

“No matters who you are, no matters where you go in your life, at some point you need somebody to stand by you”

“No importa quien eres, no importa a donde te vas en tu vida, a un cierto punto necessitas alguien que te estea cerca”

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Storia che vieni e Storia che vai..

 

Ci siamo lasciati dietro Matzatlan con il muso dritto verso Sud, la prossima città era Puerto Vallarta, la notte prima di arrivare abbiamo piantato la tenda su una spiaggia di fronte a un ristorante chiamato “Paraiso Escondido”: capanne con i tetti di paglia e tante piccole sedie per i turisti che sarebbero arrivati l’indomani. Il proprietario del ristorante, 29 anni, capelli corti, abbronzato e magrolino ci accoglie appena fermiamo le moto. Ci lascia piantare la tenda senza chiederci alcun pagamento, in 5 minuti ritorna con qualche birra e mentre Sander si mette ad allestire la sua piccola tenda io rimango seduto a bere dalla mia latta con il sedere sprofondato nella sabbia, il messicano di fianco e il tramonto di fronte. Ci raccontiamo brevemente chi eravamo, chi siamo e dove siamo diretti, con variazioni sul tema come differenze Messico-Italia, ragazze Europee vs. ragazze Latine, cenni di politica ed economia.
“Cosa secondo te fa felici i messicani?”
“L’amore, almeno per me ma credo anche per il mio paese. Avere una donna che ti accoglie, ti da affetto e ti sta vicino, questa è felicità. Noi Messicani proviamo un amore che è capace di spingerci ad uccidere. Un mese fa hanno trovato il corpo crivellato di colpi di qualcuno che aveva scelto la donna di qualcun altro. Siamo maledettamente gelosi, le nostre canzoni sono quasi tutte sull’ amore e spesso su qualcosa che nell’amore va storto.”
Cosi inizia a cantarmi delle canzoni per farmi capire e sentire la forza delle loro parole, e di quanto si può amare, odiare, desiderare, rimpiangere o ricordare una donna. Accetto la sfida e provo a cantargli qualcosa della mia terra, gli traduco qualche passaggio e gli mostro che in fondo dietro a una crosta di tristezza e malumore cittadino anche noi, fratelli italiani, abbiamo un sangue latino che pompa desiderio, dolore, canzoni, serenate, gioia e gelosia. E noi come loro non veniamo mai a capo del rebus che si chiama amore, semplicemente ci giocherelliamo attorno fino a caderci dentro. Chi lo prende come motivo di vita, chi come scudo, chi come passatempo, gioiello, anello nuziale o lettera, chi ci fa il cinquantesimo anniversario, chi i film, chi te lo da con il condizionale, chi con la ricevuta di ritorno, chi lo scambia col sesso e chi con una promessa eterna, chi ne cura gli effetti dal dottore, chi con il dottore e chi, perchè non esiste, si mette a farlo tutte le sere.. e poi c’è chi ne parla seduto su una spiaggia con un perfetto sconosciuto.
Ci salutiamo, sistemo la tenda e mi preparo all’inevitabile orda di zanzare che con il calare del sole iniziano ad assaltarci come cannibali. Cammino almeno mezz’ora lungo la spiaggia piatta come un tavolo da biliardo, non mi stanco e marcio avanti indietro con i piedi che lasciano impronte nel bagnasciuga, loro vanno e io non mi oppongo. Mi rigenero e ogni tando nella debole luce del tramonto vedo Sander seduto che legge con la sua piccola torcia attaccata alla fronte. Io non leggo da un pezzo, le parole le vedo tutt’intorno, quando guido, quando mi sdraio e quando ascolto le conversazioni delle persone. Ma non è una buona scusa, prima o poi mi applicherò anche con la carta stampata per migliorare l’inglese o lo spagnolo. L’unico libro in italiano è già stato divorato mesi orsono.
Dopo una notte a grattarmi la mattina siamo già a Puerto Vallarta, una città circondata da sabbia montagne e giungla, da alcuni anni un avanguardia di sviluppo per il turismo Nordamericano che fugge dai climi duri per farsi giorni di sole e passeggiate serali tra bancarelle, spettacoli e bar “frontespiaggia” con musica dal vivo. Mi bevo un mojito veramente penoso alla “Boteguita del Medio”, replica del’omonimo locale cubano divenuto famoso grazie alla frequentazione di Hemingway…che però un giorno si sparò un colpo abbandonando il suo piccolo amato rifugio che ormai si stava già facendo un nome proprio grazie a lui. Cammino con fare distratto facendo slalom tra panchine, palme e piccole piazze, mi fermo a vedere gli spettacoli degli artisti di strada, pagliacci, comici e trasformisti. Rimango attonito dalla bellezza dei monumenti in bronzo di creature marine antropomorfe che vegliano la costa come piccole sfingi di un mondo subacqueo: uomini con tentacoli, mani a forma di chela, occhi ventosa, nasi a proboscide e ciclopi con cannocchiale che scrutano le distanze sino alla linea dell’orizzonte.Un paio di giorni dopo ripartiamo alla volta di Guadalajara, seconda città per numero di abitanti del Messico, come sempre con il calare della notte siamo ancora troppo distanti e cerchiamo un rifugio dove mettere la tenda. Con 50 pesos ci lasciano piantare la tenda nello “spazio comune” all’interno di un complesso di Bungalow recintato. E cosi prendiamo la moto e facciamo una ginkana tra tavolini, toboga e sdraio per arrivare a piantare la tenda a lato della piscina. Disponiamo di un televisore, un microonde e un paio di coperte per gentile concessione del guardiano. Il clima è cambiato, l’aria è fredda e la condensa si deposita ovunque. Abbiamo passato abbondantemente i 1500 metri, 12 ore prima si moriva dal caldo, ora dal freddo.
La mattina seguente ci si mette in moto senza fretta, alcune ore di guida e poi un “taco” per riempire lo stomaco, le indicazioni che raccolgo lungo la strada sono sempre più aleatorie, da “segui la strada numero X sino al bivio con Y” a “vedi quella montagna.. vai sempre dritto e scavalcala poi ce n’è un altra, scavalca anche quella e fregatene dei cartelli che ti portano solo a perderti nei paesini….”
All’ennesima pausa faccio due chiacchiere con un paio di bariste e sfruttando l’onda di un’emozione positiva chiedo a una che pensa della felicità. E più precisamente “Che immagine sceglieresti per descrivere la felicità?”
“L’immagine di un bambino” Replico: “Perchè?”
“Perchè l’unica cosa che vuole per essere felice è sua mamma… e sua mamma è lì con lui”
Ringrazio per l’immagine, me la porto con me insieme alle tante altre e a un paio di yogurt per anestetizzare la prossima fame.

Arriviamo a Guadalajara e presto siamo imbottigliati nel traffico, troviamo sistemazione in un ostello nel centro della città. Ci alloggiano in quella che era la piattaforma rialzata per il Dj guando quel posto era ancora una discoteca. E cosi sono sospeso sopra la cucina su un disco di legno di 3 metri di diametro, il materasso fa sentire le sue molle sulla mia schiena ma è passabile. La compagnia come sempre sopperisce alle scomodità. Conosco Olman, un ragazzo che mi farà spontaneamente da guida per le strade del centro, mostrandomi i coloratissimi murales di Josè Clemente Orozco nel Palacio del Gobierno, il monumento di Hidalgo che rompe le catene, simbolo della dominazione spagnola. Padre Hidalgo, detto anche “la volpe”, era un prete inusuale: parlava cinque lingue, ballava e cantava, era vitale al punto di sentire l’oppressione della corona spagnola sul popolo come insopportabile. Maturò un astio che lo portò ad affermare pubblicamente che la Spagna non era cattolica perchè sfruttare sino all’osso il Messico in nome di Dio non era certo conforme alla parola bibblica. Il 16 settembre 1810 radunò il popolo della sua piccola parrocchia in piazza e lanciò quello che viene chiamato ancora oggi “Il grido didolore”. Scaldò gli animi e fomentò le persone pechè si riunissero generando quello che fu il primo movimento indipendentista. Meno di un anno dopo si trovava senza benda sugli occhi di fronte a un plotone d’esecuzione. Pregò il colonnello di sparare sulla sua mano appoggiata al cuore. Ci vollero due scariche per ucciderlo. La sua testa fu messa insieme a quella di altri tre ribelli in un angolo della Alondinga, un piccolo fortino attraverso il quale gli spagnoli presidiavano la città di Guanajuato. Era troppo tardi, e non solo per Padre Hidalgo, era troppo tardi anche per gli Spagnoli perchè il popolo portava già in grembo il messaggio e il “grido di dolore” fu lanciato da nuovi ribelli e da altri preti che si rivoltarono contro l’impero coloniale del quale erano emissari.
Lasciata Guadalajara arrivai la stessa notte a Guanajuato seguendo indicazioni che suonavano quasi come tradizioni orali: “vai dritto e poi troverai una città dove lavorava mio nonno lustrando le scarpe, ci sono diverse strade per uscire dalla città ma si dice che una in particolare è più rapida, solo che ti perderai, quindi raggiungi la piazza semplicemente continuando a guardare il campanile della cattedrale che è sempre visibile, raggiunta la piazza chiedi informazioni.”
Arrivato Guanajuato troviamo un alloggio. Sarà l’inizio di due settimane di corso di spagnolo per Sander e per me di due settimane di placido scrivere, passeggiare e corteggiare. Incontrai Olga che passeggiavo ficcanasando tra le stradine di porfido e colori che catturano come una rete tutte le case coloniali della città. Era fuori dal bar dove lavorava, un piccolo locale che sembrava aperto sulla facciata dell’edificio da un colpo di cannone, non superava i tre metri per tre, compreso il retrobancone e portava il nome, che non mi piaceva affatto, di caffè Conquistadores. Lei mi stava sorridendo, io ricambiai ma continuai a camminare e inesorabilmente passai oltre. Mi diedi dell’idiota dieci volte mentre le mie gambe orgogliose continuavano a marciare in allontanamento. In cima alla stradina mi fermai, dovevo ritornare indietro e comportarmi come un uomo degno di questo nome, spremere fuori un poco di “italianità” e approcciarmi con eleganza e simpatia. Ridiscesi la stradina e con l’imbarazzo che impennava progressivamente non ressi e mi fiondai dentro un Hostal  con la scusa di chiedere i prezzi evedere le camere. Ebbi cosi altri 10 minuti per darmi del cretino mentre la padrona mi mostrava aldettaglio le stanze e i dormitori con prezzi e opzioni alle quali non ero minimamente interessato. Salutai e feci altri 10 metri in caudta libera verso un imbarazzo ancora più grande, passai il bar senza trovar la forza di girare le chiappe ed entrarci, imboccai invece l’entrata di un altro Hostal immediatamente a lato. Un altro “escursus” su alloggi e listini mentre rispondevo distrattamente con “aha aha.. si si”. Poi di nuovo in strada in allontanamento rapido. Idiota. Mi soccorsi con una dose di palle, feci dietrofront a petto in fuori ed entrai finalmente nel bar, ordinai un caffè. Usci dal bar 3 ore e mezza dopo con un appuntamento per il giorno seguente. Così lei mi portò tra monti, musei e piazze. Conobbi bene Guanajuato e meglio ancora lei e meglio ancora il semplice fatto di pelle…. che mi piaceva.
Sul punto più panoramico della città, seduti uno a fianco dell’altra le chiesi se potevo baciarla e lei rifiutò. Mi senti piccolo come uno scarafaggio ma il giorno dopo anzichè prendere la moto ed andarmene ero ancora al bar. La sera mi portò a visitare il “Callejon del Beso”, ovvero una stradina talmente microscopica che i balconi delle due case di fronte quasi si toccano. In questi balconi si baciavano segretamente una coppia tristemente famosa per un epilogo alla Romeo e Giulietta: il padre di lei scoprì la segreta storia d’amore con il povero operaio e uccise la figlia. “Se passate da questa strada senza baciarvi avrete molti anni di sfortuna” ci raccontò una bambina che ripeteva a disco rotto la storia degli sfortunati amanti a tutti i turisti disposti a sganciare qualche pesos. Olga rispose “no grazie, siamo amici” e io tra i denti “fanculo..” Però fu una serata deliziosa.
E i giorni seguenti ancora andavamo per musei e montagne. Abbracciati e nulla più, io come uno scarafaggio su una polveriera di desiderio pronta ad esplodere e lei misurata ma dolce negli sguardi. E poi le cose andarono di bene in meglio, passavo le giornate a tenerle compagnia nei lunghi turni dietro al bar, lei indaffarata tra tazzine e cucchiai e io seduto su tre enormi sacchi di caffè con il computer appoggiato su un tavolino di legno quasi per bambole. Un giorno per una sorta di magnetismo incontrollabile ci sporgemmo dai due lati del bancone sino a ricongiungerci al centro e baciarci. Dalle labbra sino ai polpastrelli lungo una via di pelle d’oca giù per le braccia, adesso i polpastrelli battono la tastiera e tu stai leggendo un poco della nostra piccola storia. Fanne buon uso e non giudicare!
Nel bar potevo intercettare qualche storia di passaggio; di passaggio proprio come me. Erano perlopiù viaggiatori o semplici passanti attratti dall’aroma del caffè.
Conobbi cosi una coppia di Canadesi dai modi e dalle gentilezze che ben avevo apprezzato mentre attraversavo il grande nord. Lei, bionda sui 50 sorriso radiante e occhio attento, mi confessò che la felicità non era altro che vivere una vita semplice. Ruotava il cucchiaino tra le dita come se stesse girando un volano per far muovere ricordi e pensieri. “…una vita semplice, dove avere la percezione di fare qualcosa che abbia un senso, uno scopo, che si dilata sino al futuro.. e che non coincida con l’immediata soddisfazione dei desideri nel qui e ora” E poi ancora mi disse “dirsi felici è solo una tregua momentanea, un affermazione che ti nasce quando vivi alcuni stati interiori”.
Io le dissi: “stati interiori come quando fai qualcosa e senti che il tempo si annulla, che stai facendo qualcosa che è giusto per te in quel momento, che senti di poterlo maneggiare, perdi il senso del tempo e senti un assorbimento ipnotico verso dentro ma che non ti distrae da ciò che ti stà intorno… quello che alcuni studiosi chiamano “flusso di coscienza”
” Mi confermò che da qui le nasceva una sensazione che la portava a dire “sono felice”
Conobbi poi Donna Leonora , mi disse di tenermi forte perchè la sua storia era tosta. Si sposò con un gringo e diede alla luce un figlio, vivevano a Miguel Allende in Messico, erano poveri e lei ogni giorno lavorava come artigiana decorando con la mola bicchieri e vasi di vetro. Disegnava fiori, velieri, piante e motivi dettati dalla sua immaginazione che attraverso la sua mano precisa come un compasso si incidevano nel vetro. Senza brutta copia e senza schizzi creava con la mente e decorava di getto muovendo i suoi bicchieri sulla mola come fossero pennelli. Il figlio cresceva ma il padre già se n’era andato negli Stati Uniti. La madre decise di lasciare che il piccolo stesse con il padre negli States, lei era troppo povera per pagargli un educazione di buon livello e troppo indaffarata a lavorare per dedicargli tempo. Nove anni dopo dalla sua dipartita Donna Leonora sentiva il bisogno ricongiungersi alla prole, aveva paura che lui pensasse male di lei, che lo avesse abbandonato, non poteva nemmeno chiamarlo tanto le sarebbe costata la telefonata. Un giorno si mise in cammino attraverso la frontiera, senza documenti, mi mostrò le mani piene di cicatrici, “queste me le feci quando viaggiai aggrappata sotto il treno, queste invece quando mi nascosi in un vagone che portava carbone, arrivai che ero uno spazzacamino”. E poi ci fu il deserto, i miraggi che comparivano con la sete, la paura di non farcela. Si mise “il vestito bello”, lungo sino alle caviglie, per presentarsi meglio che poteva al figlio e perchè non notasse le ferite sulle gambe che si fece quando dovette attraversare un fiume aggrappandosi a rami e tronchi per non essere strappata dalla corrente. Il vestito così lungo era insolito, nelle prossimità di un deserto ancora di più, purtroppo finì per attirare l’attenzione e una pattuglia della polizia di frontiera la catturò.
Fine primo tempo, la signora prende fiato e io disimpegno il mio sguardo che le era incollato al volto come un mastice. Lei estrae un sapone liquido dalla borsetta e me lo regala “..ecco è per te, ne avrai bisogno nel tuo lungo viaggio, lo puoi usare senza risciacquo” Io accetto con gentilezza me lo metto sulle mani ma la signora si sbaglia perchè invece “richiede risciacquo”, quindi mi inzacchero tutto ma faccio finta di niente. Secondo tempo.
La misero in prigione con una sola razione di cibo giornaliera. Le consentirono di incontrare suo figlio e dopo alcuni giorni la rilasciarono perchè collaborò raccontando come i “contrabbandieri di uomini” portavano e scaricavano i messicani oltre il confine in mezzo al deserto o alla selva. I contrabbandieri sapevano che lei avrebbe “cantato” e per paura che ne finisse coinvolto il figlio si fermò negli Stati Uniti solo per poco. Giusto il tempo per dimostragli che lo amava e che non lo aveva dimenticato. Prima di partire disse ai suoi parenti in Messico “se non sopravvivo fategli sapere che persona sono e che lo amo”. Adesso ha internet e può scrivergli, il suo sogno per la sua terza età è costruire una casa che accolga gli anziani abbandonati. Questo e suo figlio sono la sua felicità.

E cosi rimango inchiodato sui sacchi di caffè e ogni tanto intercetto le storie di chi passa e racconta di sè, ogni sera mi sporgo fuori dal bar-cuccia per guardare le due sole stelle che si vedono sopra Guanajuato e mi chiedo che diavolo sia la felicità per me, se ha senso infilare un dito in quella degli altri per sapere di loro e del loro modo di vedere il mondo o se sia meglio affidare al tempo e al destino la guida di questo viaggio lasciando per me solo il compito di dare gas e aspettare che qualcosa di nuovo mi conquisti e mi spinga a raccontare. Con Olga le cose vanno bene nella misura in cui accetto le sue resistenze a lasciarsi andare con chi un giorno, e quel fottuto giorno sarà settimana prossima, “il vento se lo porterà via”. Evabbè, amici miei, qui non si fanno sconti sulle emozioni, in fondo (anche se non ho ancora capito in fondo a che cosa) è bello soffrire come un cane quando te ne vai. Meglio questa bellezza rigata da qualche lacrima che mettere al guinzaglio i sentimenti con tanti rimpianti per aver fatto economia con la paura di scottarsi. Che la pensiate così anche voi o no questo me lo ha insegnato la mia ex dicendomi “la prossima volta lasciati andare e piantala di farti le seghe mentali”. Ci proviamo…almeno in viaggio.

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Frammenti di una intervista

La prima domanda è molto forte. E’ partito quest’estate alla ricerca di qualcosa, dopo 17.000 km può dire di averlo trovato?
Sono partito con l’idea fondamentale di arricchire la mia vita e per quanto possibile cambiarla. Sono riuscito nell’intento: il viaggio mi ancora al presente come una calamita e il tempo posso spenderlo per vedere, conoscere, incontrare e raccontare e tutto ciò si approssima di molto al mio concetto di felicità. Era quello che cercavo.

Quando ci eravamo sentiti in luglio, mi aveva detto che sperava di scrivere un libro su questa avventura e di fare del viaggiatore una professione. E’ ancora determinato a volerlo fare?
Si ancora lo spero, sia di scrivere un libro che di viaggiare in un modo più “professionalizzato” da collaborazioni con riviste. Mai ho pensato che fosse facile ma mi devo dar conto dopo gli innumerevoli tentativi e proposte di pubblicazione che accedere all’editoria significa mettersi in un ginepraio dove sovente ho si incontrano tante parole vuote e mille promesse mai mantenute. E’ molto frustrante ma non demordo.

Mentre lei attraversava l’America, il mondo che le stava attorno passva attraverso una delle più drammatiche crisi finanziarie della storia. L’economia mondiale ha subito un grosso shock, si sono dovuti trovare correttivi urgenti su scala mondiale. Lei come ha vissuto tutto questo?
Concretamente non ho visto altro che fluttuazioni del valore dei miei pochi risparmi e tanta preoccupazione sui visi della gente, non ho nascosto un pensiero ironico relativo al fatto che proprio in un momento in cui avrei avuto bisogno di un terreno florido economicamente per i miei progetti mi trovo invece a sentire la terra che trema sotto i piedi ed intorno persone e aziende che tirano la cinghia aspettandosi un 2009 veramente “minimal” da ogni punto di vista. 
E’ vero che lasciando perdere la frenesia della vita moderna cambiano completamente anche le priorità della vita?
Si è vero, per lo meno il fine ultimo, la realizzazione di sè, rimane lo stesso solo che i mezzi vengono stravolti al punto tale da farti avvertire nuove priorità per organizzare il tempo. Una di queste sono le relazioni interpersonali, che passano da essere un contorno delle proprie giornate, come prima di partire, ad esserne un fulcro estremamente interessante. E cosi in 4 mesi mi ci sono dedicato con passione ho raccolto testimonianze veramente “esotiche” per contesti e contenuti. Altra priorità è centrarsi sul presente e lo faccio evitando programmazioni eccessive e improvvisando in base a ciò che dettano i sensi, gli incontri e i desideri. Si rinuncia, almeno una volta ancora (la prima era quando eravamo bambini), ad essere formiche devote all’idea di futuro, per essere cicale prese a sperimentare la pienezza del presente senz’altre preoccupazioni che trovare un tetto e un pò di cibo per la giornata. Almeno quasi.
Ha lasciato l’Italia ormai da mesi, come si aspetta di trovarla quando rientrerà?
Da quando sono nato sono abituato a vivere e percepire il mio paese come afflitto da un susseguirsi di crisi e problemi, forse perchè ci siamo imputati sulla cronaca nera o forse perchè realmente il nostro tessuto sociale, politico ed economico è seriamente malato.. o forse ancora tutti e due. In poche parole mi aspetto di trovare la solita italia che annaspa per non andare a fondo. Dovrò come molti altri sputare sangue per inventarmi un lavoro, ma almeno la prossima volta lo farò senza nessuna illusione di una carriera o di un futuro sicuro e stabile. Lo farò forse più da “cicala” che da “formica”, quando perderò per troppo tempo il sorriso sarà segno di cambiare o partire di nuovo.
Mentre scrivo provo un forte senso di impotenza, perchè lei ha avuto il coraggio di mandare tutto a quel paese e buttarsi in un’avventura vera. Io, come molti altri credo, non ne sarei mai in grado. La vita è dura, lei l’ha affrontata davvero di petto e con grande coraggio. Si rende conto di poter essere davvero orgoglioso di quanto ha fatto?
La ringrazio molto per queste parole, sono orgoglioso di quanto ho fatto, ma per amore del vero le dico che mi ci vorrebbe molto più coraggio a continuare la mia “solita vita” che ad attraversare un continente da solo con pochi soldi, una moto di quarta mano e una tenda. Il momento dove mi è servito il più gran coraggio, e non ne avevo abbastanza, era quando quasi un anno fa decisi di partire e lo annunciai con la voce tremante e un nodo nello stomaco, ci vollero i rimanenti 8 mesi prima della partenza per metabolizzare la follia di quella scelta e prepararmi al viaggio. Adesso il viaggio è pura vita che non mi passa intorno ma mi centra in pieno petto e lascia a bocca aperta. Dopo 8 mesi a sentirmi un pò stupido, ho la conferma che quella idea di cambiamento alla quale mi sono aggrappato per tanto era fondata e autentica.
Parliamo di amori, qualche incontro particolare sulla sua strada in questi lunghi mesi?
Si, tre incontri “magici”, l’ultimo ancor più degli altri. Magici perchè non durano in eterno ma durano solo come un incantesimo di qualche giorno, magici perchè ti viene la pelle d’oca come al primo bacio, e magici perchè quando l’incantesimo finisce, sei già lontano centinaia di km, seduto in tenda a fissare il nulla e sentirti tutta la malinconia per chi ti ha voluto bene ma, maledetto sei, ti sei lasciato alle spalle perchè il viaggio esigeva di continuare. Ne rimangono comunque amicizie da mettere sul banco prova del tempo, la promesse promesse di un ritorno e i ricordi di ragazze che non dimenticherai.

Durante il suo viaggio ha incontrato moltissime persone. Ho saputo da suo padre anche di incontri molto toccanti. Può descriverne uno che l’ha colpita in maniera particolare? Anche più di uno se necessario.

Una notte stavo girovagando per stradine sterrate in cerca di una campeggio, mai trovato, segnalato su una carta. Chiedendo indicazioni all’unico uomo all’orizzonte divento presto amico suo e di sua moglie. Mi ospitano e i giorni e le chiacchierate nella riserva indiana di Tobacco Plains si moltiplicano. I discorsi ci trasportano in ogni dove, finche parlando del senso del mio viaggio concordiamo sul fatto che è una fortuna e che attiro invidia. Io replico raccontando le mie preoccupazioni relative al vuoto che ho dinnanzi, un vuoto che posso riempire con la libertà di decidere e fare quello che voglio ma anche un vuoto che mette ansia in certi momenti, nella fattispecie quando penso a chi nel mio paese ha “attraccato su porti sicuri” e messo radici consuete e tranquillizzanti che in questo momento sento di non possedere.
“Guarda amico mio” mi dice dondolando sulla sua sedia in legno “ho lavorato duro nella mia vita, ho deciso di fare soldi e fermarmi a 55 anni, ritirarmi e godermi i frutti del mio lavoro, poi a 54 anni successe una cosa…”
“Cosa?” replico io.
“Mi diagnosticarono un tumore al sangue che ora, attraverso una proteina, colpisce anche le terminazioni nervose impedendomi di fare movimenti fini” e mi mostra la mano tremante mentre cerca di muovere una penna tra le dita.
“Non c’è speranza, mi hanno dato qualche anno di vita”
“I am a death man walking my friend”
Dissimulo sul volto quanto mi passa dentro: è forte.
“Non è strano? Ho tutte queste cose e non posso sfruttarle, il “motorhome” dove dormi non posso più guidarlo e rimane li immobile, adesso c’è una lieve remissione dei sintomi fortunatamente ma… la malattia rimane”
“E’ raro incontrare persone ricche di tempo e ricche di denaro allo stesso tempo” mi aggrego io riprendendo un pensiero nato in questo stesso paese un mese prima.
“Ti racconto una storia my friend, c’è un becchino che preparando un morto prima della sepoltura gli controlla le tasche e vi trova dieci dollari dentro, e sai cosa dice?”
“No”
“Dice: Questo uomo ha lavorato mezz’ora più del necessario”
“Cosa significa?” Rispondo.
“Significa che quell’uomo ha speso quello che ha guadagnato nella sua vita tranne quegli ultimi 10 dollari avanzati, quella mezz’oretta di lavoro in più, è stato bravo a far avanzare così poco, cosa ti serve morire ricco?”
Incontrai anche un uomo di Tijuana, una delle città più pericolose del Messico, fui ospitato 3 notti, festeggiai il mio 29esimo compleanno nella sua casa e mi contò la sua storia.
Una notte del ’79 lo assalirono in quattro, aveva una pistola. L’ha usata.
Ha ucciso una persona e gli hanno dato 12 anni per pensarci sopra.
Conobbe una monaca in carcere, le fischiava e le urlava di andarsene, questa continuava a parlare di Gesù, non si fermava, tornava spesso e parlava ancora di Gesu’. Un giorno entrò in carcere e prima di iniziare a parlare ai detenuti scrisse una lettera e gli diede imbustata. Scoppiò un terremoto che durò alcuni minuti.
I detenuti erano terrorizzati e stavano per precipitarsi fuori dallo stanzone. Lei urlò di rimanere dove erano che non avrebbero corso alcun pericolo. Il terremoto fini e lui venne invitato ad aprire la busta. C’era scritta l’ora esatta di inizio e di fine del terremoto e la sua intensità comprovata dal notiziario successivamente trasmesso in televisione.
“Dio mi ha detto che non ci sarebbe stato pericolo per voi” Le disse mentre lo guardava con dolcezza. Dopo 4 anni dall’inizio della condanna lo rilasciarono, non ci credeva, piangeva, rideva e sospettava uno scherzo, ma sua madre era veramente fuori dal carcere ad aspettarlo, era vero!
Andò a studiare teologia a Chicago, ritornò in Messico e iniziò una nuova vita.
Ora la sua missione quotidiana è montare e smontare il suo baracchino fatto di ombrellone e tavoli, sistemarsi in un angolo della sua città e vendere fiori alle persone.
Queste sono solo due storie delle diverse raccolte lungo la strada.
Ci sono stati dei momenti in cui ha avuto paura e ha pensato di mollare? Momenti di scoramento o di paura?
Neussun momento, ci sono solo andato vicino una notte che ho trovato rifugio in un cimitero di automezzi in Canada, senza cibo e con il serbatoio secco…  sono rimasto asserragliato in tenda per 18 ore sotto scariche di lampi tuoni e acqua a fiumi contro la tenda. Mi sono detto “la tua tenda da trenta euro non può resistere a tutto questo, sei fottuto”. Ma poi pensavo alla mia vita di città, allo stress che mi metteva in ginocchio settimanalmente senza sorriso..e mi sono detto “meglio essere qui tutto sommato”. La tenda resistì in modo superbo, il temporale fini e trovai benzina e cibo a pochi km di distanza.
Un’altra volta corsi verso un militare con l’intento di chiedere informazioni, questo colto alla sprovvista imbracciò l’ M16 e me lo puntò in faccia. In quell’occasione mi si strinse l’ano parecchio. Ma mai e poi pai provai disperazione.
Cosa proprio non le manca dell’Italia?
Gli atteggiamenti di menefreghismo travestito da compiacenza, le mille parole senza fatti, il freddo.
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