Monthly Archives: gennaio 2009

Recuerdos de Mexico

Da somministrare dopo i pasti, in momenti di relax, con l’audio a volume alto.
Effetti collaterali possibili: ricordi, noia o piacere. 


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Camminando con Peter

 


    

    .. e poi mi parlò della frontiera con il Messico, poi della politica, mi disse che l’Italia per certi versi è come una costola dell’Africa piuttosto che dell’Europa, poi ancora che i computer saranno veramente intelligente quando potranno mentire o dire “questo programma non voglio eseguirlo”. Mi raccontò di quante valvole può avere una raffineria e di come si caccia un coniglio, i pericoli dell’ Amazzonia e poi una teoria a favore del commercio delle armi, mi spiegò come si costruisce una bomba e come si cura una mucca dalla diarrea. Mi disse come guardare le stelle per capire la latitudine e come vivere in Messico mantenendomi solo giocando con i cambi valuta. Indicando la mia moto mi chiese i valori di coppia e la distribuzione e poi, nessuno sa come, stavamo già discutendo di quando il Texas era territorio messicano.

Aveva una sorta di onniscenza scevra dal peso della presunzione ma su certi argomenti spinosi e con forti richiami alla morale alzava moderatamente i toni e faceva l’avvocato del diavolo… a giudicare da come lo difendeva sicuramente riceveva dei bei compensi dall’inferno. E di certo ne sapeva anche “una più del diavolo” visto che ci teneva sospesi nelle sue argomentazioni come calzini sullo stendipanni. Ma non cercava di vincere con retorica e conoscenza, sicuramente sarebbe stato già sul podio, cercava piuttosto stimoli per conversare meglio e per rianimare discorsi che diversamente sarebbero caduti sul lastrico della banalità. Pendevamo dalle sue labbra e ci dimenticavamo di bere il caffè che ormai era freddo. Parlava inglese e il 75% di quello che catturavo mi bastava per avvertire una sapienza forgiata sotto il martello della pratica diretta, affilando la lama della vita con esperienze eterogenee e un pizzico di avventura. Parlava e con l’indice tracciava disegni sul tavolo, altre volte lo agitava come un poligrafo facendo un tracciato della sua carica emotiva. Quando camminavamo si fermava spesso per riprendere fiato e convertire il movimento in idee, i passi si arrestavano e iniziavano le parole lanciate in descrizioni contro il mondo circostante. Descrizioni che mi spiegavano come e perchè un tubo passasse lì piuttosto che là, come dietro la litografia di Pancho Villa appesa in un negozietto c’erano storie e segrete alleanze, perchè quella casa aveva in un angolo quella pietra così diversa… Poi rimetteva in movimento le gambe e spostava i suoi 110 kg su per il selciato, la pancia prominente lo anticipava di 30 o 40 cm e tagliava traguardi un secondo e mezzo prima di lui. Io gli zampettavo dietro, davanti e di fianco.. in funzione di quanto mi ordinasse il marciapiede microscopico ma sempre nel raggio di azione dei suoi racconti.

Si chiama Peter e di professione fa solo una cosa: tutto.

Lo incontrai a Zacatecas e fu compagno di caffè ogni giorno. C’era sempre tempo per ascoltarlo. Di lui seppi che si sarebbe fermato in Messico tre mesi, non si fidava delle promesse pompose per il rilancio economico degli States. Lasciò il Texas per vivere in economia a Zacatecas, diceva: “Stiamo a vedere il dollaro che fa..”. E mentre stava a vedere ha incontrato una donna. Tra lui e la sua dolce metà messicana facevano 90 anni in due. Lui ci metteva i primi 60 e lei era mia coetanea. Nei nostri discorsi finì presto sulla sua biografia come l’orso sul miele. Da giovane era la pecora nera che abbandonò i pascoli del Montana, dove la sua famiglia da generazioni portava avanti la pastorizia, se ne andò in Texas a fare il guardiano di recinti. Con il suo cavallo percorreva km e km di perimetri recintati controllando che le mucche e i cavalli fossero dentro e i malintenzionati fuori. Poi si arruolò nei Navy Seals, finì in Vietnam, ritornò illeso, s’imbarcò come marinaio alla volta del Brasile. Senza un soldo attraversò la foresta Amazzonica con sete d’avventura. S’imbarco di nuovo alla volta dell’Europa. Ritornò nel Texas e iniziò ad allevare. Poi lavorò come consulente per il governo e poi ancora chissà…

Quando gli chiesi cosa pensava della felicità mi rispose così: “ci sono persone che nascono con i geni dell’altezza e da grandi giocheranno a basket. Io sono nato con i geni dell’apprendimento… mi sono dedicato a imparare tutta la vita.. la felicità per me è conoscere e provare sempre qualcosa di nuovo. C’è troppa bellezza per girarsi dall’altra parte e c’è troppo da conoscere per far finta di niente”.

Ci salutiamo con l’intenzione di rivederci a Guanajuato. Alla fine non ci rivedremo, l’unica cosa che rivedo, nei ricordi, è la sua pancia il suo estro e l’amore per imparare sempre qualcosa dalla vita. 

Che questo sia l’ispirazione e il sale del mio viaggiare.

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Delle due Anime del Viaggio

Ciao, prima di lasciarti all’articolo, se sei curioso di sapere a grandi linee cosa sto facendo vai qui: chi sono e cosa faccio

Qui di seguito inizia l’articolo sul viaggio con un pezzo tratto dal libro che sto scrivendo.

Buona lettura

——

“Viaggiavo nell’Atlante Marocchino, era solo una vacanza di due settimane, ma in questo breve lasso concepì la fantasia di partire e lasciare tutto per dare al viaggio lo spazio di una vita intera e non solo qualche manciata di giorni. Era un cambio radicale ed iniziò con la fantasia.
Ero in pullman, la mia ragazza di fianco ed io con la testa ciondoloni sul vetro per guardare fuori. Avevo in grembo il libro di Giorgio Bettinelli, “Brum Brum”, un racconto del suo viaggio in vespa per il mondo. Leggevo le sue avventure e guardavo fuori il deserto roccioso tra le montagne del Marocco. Non so’ il perché ma mi uscivano delle lacrime.. non c’era nulla di commovente in quello che leggevo e nemmeno, così tanto, in quello che vedevo.. però mi era scattata dentro una molla, una fantasia. “Se anche io partissi?” “Se anche io prendessi la moto e lasciassi tutto?”. Mi commuovevo a pensare a quanta vita avrei potuto assorbire. Che overdose di felicità sarebbe stata se lo avessi fatto? Ma io non ero così coraggioso, non ero pazzo, mi mancavano le palle e le condizioni.
Ero ben vaccinato contro certe pulsioni che mi limitavo a soddisfare solo nei periodi estivi, per vacanzine di qualche settimana, con un biglietto di andata e sopratutto uno di ritorno che rimetteva tutto a posto.
Era tutta una finzione quella fantasia al finestrino però le emozioni che mi solcavano il volto erano vere, quelle si, le sentivo persino scivolare sulle guance.
La domanda era “Perchè io non potevo farlo?”. Iniziavo così a radunare un plotone di buoni motivi per l’esecuzione di quella strampalata idea di mollare tutto e andarmene. Una parte di me voleva farla fuori subito perché stava cercando di passare il confine tra finzione e realtà. Ma non mi arrendevo ancora, un’altra parte di me era stufa delle censure, quel viaggio in Marocco era anche per sognare ed avevo diritto di farlo. Dialogavo con la mia ragazza, le parlavo di “un fanomatico giorno” in cui sarei partito, di un imprecisato futuro dove avrei realizzato il sogno senza più leggere quello altrui nei loro libri. Parlavo con frasi ipotetiche, usavo esclusivamente i verbi al condizionale. Mi sentivo protetto ma anche separato dal mio sogno per mezzo di una barriera di ipotesi.
Gli feci una testa così per tutta la vacanza sino al punto che un giorno, a Marrakesh, mi disse:
- adesso basta! basta con i “ma”, i “forse”… inizia a dire che lo fai questo viaggio, almeno fai finta!-
Ascoltai il precetto.
Iniziavo “così per gioco” a dire come, in che modo e dove lo avrei fatto. Ci prendevo gusto e meno badavo al fatto che mi sentivo incapace di un simile salto. Era solo un esercizio linguistico, un gioco.
Il solo cambio del tempo verbale dal condizionale al futuro semplice stava cambiando le carte…
Quando tornai dalla vacanza dissi a mio padre e mia madre che sarei partito.
Lui si arrabbiò e lei pianse.
Ma fu solo l’inizio del percorso, di 8 mesi, verso la partenza definitiva, 8 mesi di preparazione, sopratutto interiore dove conobbi anche Bettinelli in persona che mi disse.
-La parte più difficile è ingranare la prima e partire Ti fa onore quello che stai per fare-
Dopo 2 mesi dalla mia partenza morì, lasciandomi un grande dolore dentro ma anche una sorta di passaggio di testimone. Stavo già vivendo la strada che fece di lui un viaggiatore.
Adesso sono passati 3 anni e 50000 km.”
cla toporso in moto
Analizzando con un poco più di psicologia quei momenti credo che la decisione presa fosse una sorta di tregua per il terremoto dei dubbi e delle certezze che sentivo, volevo dire “lo faccio” per stare a vedere che succedeva. Avevo batuto la ritirata troppe volte per farlo l’ennesima.
Avevo detto a tutti che sarei partito, generando intorno a me l’aspettativa ed il clamore per quella scelta fuori dal coro, una scelta difronte alla quale una società di formiche operaie non può stare zitta.
O partivo o partivo, troppi testimoni e troppe persone se lo aspettavano, l’unica istanza che sperava nell’abbandono totale di tutto era il mio coraggio. Ma alla fine, seguendo le dovute fasi che scandiscono ogni cambiamento, arrivai, intero, alla data della partenza e con il decollare dell’aereo sentii l’autoassoluzione, lo svanire del dubbio, dell’incertezza e del senso di colpa. Ero nell’esperienza, nel mio flusso di coscienza, i dadi erano stati lanciati, con essi rotolavo e non mi era data altra chance che stare a vedere dove e come sarei finito. Decollavo dalla mia città, famiglia, amici, lavoro, quotidianità e abitudini.
Avevo fatto fagotto della mia realtà, delle mie credenze e abitudini per partire, non scartavo niente e niente abbandonavo. Dopotutto era anche grazie alla mia vita che sentivo noiosa e stanca che mi ero sottoposto a una caccia di esperienze il cui capolinea, quella notte tra le montagne marocchine, era la fantasina sfrenata di attraversare il mondo da solo con la moto.
Mexicas Claudio Giovenzana www.longwalk.it 22Oggi, dopo tanta strada ed esperienze, dopo aver collezzionato i vari “senni di poi” ma senza ancora trarre conclusioni visto che sono ancora lontano da casa, mi rendo conto che viaggiare per terre o mari lontani, su due piedi o due ruote, oltre ad essere un archetipo di Jungiana memoria è una esperienza che presenta molti punti in comune con ciò che noi psicologi, guarda caso, inisitiamo a chiamare “cammino interiore”, “percorso interiore” o ancora “viaggio interiore”. Culture e paesaggi cambiano come gli arlecchini di un teatro, ciò che non cambia sono i personaggi sulla scena. Il viaggio cambia vorticosamente gli spazi e le coordinate ma sono le persone che lo vivono quelle che rimangono sul palco, i testimoni di un cambiamento.
Anche il viaggio cosidetto “interiore”, pur poggiando su una realtà dai connotati più stabili, dispiega tante possibilità e scenari.
In questo caso non sarà una giostra di lingue ed esperienze esotiche ma di relazioni e vicende che comunque portano a cambiarsi. Sicuramente lo zaino del viaggiatore è leggero per favorire mobilità. Invece lo zaino di chi vive stanziale è pesante come la sua casa, i suoi mille orpelli ed ingombri mentali. Inoltre il viaggio esteriore si districa su un tempo che è maggiormente sintonizzato al desiderio mentre la vita di tutti i giorni è costretta tra spazi delimitati da necessità e contingenze. Eppure, con costrizioni e barriere, le possibilità di manovra ci sono. Gli studi psicologici sul cambiamento confermano che la complessità, le forme di pensiero e la gestione delle emozioni possono evolvere anche in spazi ristretti. Sembra che l’ossigeno per la mente non si trovi solo nelle cime delle Ande ma sia presente anche nei vicoli ciechi di città congestionate. E’ imperativo il movimento, un tipo di movimento che non richiede trasferte intercontinentali ma stimoli, incontri, variabilità e curiosità.
Ciò che il viaggio, quello invece che si fa con il biglietto aereo, regala, sembra essere “il tempo per seguire la traccia”, la parentesi aperta con forza Ercolina tra gli impegni per darsi uno spazio dedicato a capire quale è il proprio “movimento di stimoli”, le proprie curiosità o poi assecondarle senza interrompere il tutto con impegni programmati.
Uno spazio per incontrare e dedicarsi all’incontro non solo come fosse un incidente nel percorso casa lavoro, ma come parte integrante dell’esperienza del viaggiare.
La voglia dell’esotico e la febbre tropicale per il “lontano”, ci fanno sempre pensare che viaggiare sia andare dal punto A al punto B. Non è solo questo, ciò che arricchisce le storie di coloro che tornano dall’estero sono sopratutto gli incontri fatti. Perché l’incontro con l’Altro, che era l’ossessione per lo psicanalista Lacan e qualcosa di sacro per il filosofo Lèvinas, unisce due “sole” solitudini e ne fa una compagnia. L’Incontro è il luogo per il racconto e per la costruzione dell’esperienza che ci esalta quando viaggiamo ma che ci fa crescere anche nella vita normale di tutti i giorni. Come diceva Gibran “Anche se non capisco la voce della tua anima e tu non capisci la voce della mia, parliamoci perché non ci sentiremo soli”. E questo rimette la palla al centro tra due individui, il campo da gioco non sarà necessariamente la strada, ne il turismo a lungo raggio, il viaggio sarà anche incontro tra due persone.
Proprio su questa certezza ho dedicato tempo agli incontri con le persone che inconsapevolmente stanno disegnando la vera mappa di questa mia avventura.
Se i luoghi non cambiano gli incontri con le persone possono essere irripetibili, quindi meritano attenzione anche perché quello che portano dentro è merce preziosa. E’ nato cosi il “mio viaggio nel viaggio”, una sorta di gemmazione che dal semplice turistico ha fatto nascere un’esperienza attenta alle relazioni con le persone che la strada di propone.
Mexicas Claudio Giovenzana www.longwalk.it 7Dall’ascolto distratto di culture e architetture verso l’ascolto di ciò che le genti hanno da dire. Un passaggio che ho sentito molto. Claude Levi Strauss nei “tristi tropici” scriveva che “esplorare non significa coprire una distanza in superficie ma studiarla in profondità”. Lo studio in profondità, psicologicamente, è dato sopratutto dall’incontro con gli altri. Con genti diverse per culturama uguali, in alcuni aspetti, alle genti di città che incontriamo o evitiamo quando andiamo al lavoro. Sotto cieli diversi si scoprono storie simili, della stessa matrice psicologica spesso, che producono la ricerca della felicità. Ho raccolto storie che parlano di questa ricerca.
vicende lunghe una vita dove la linea dei fatti è una sinusoide schizofrenica di sorprese, decisioni, emozioni, amori, perdoni e sfide.
Storie diverse al numeratore ma uguali al denominatore. Diverse perchè la felicità varia nelle forme individuali e culturali ma uguali perchè mantengono un indissolubile legame con il movimento, la tensione e il cammino interiore, proprio di ogni uomo.
Irvin Yalom, psicoterapeuta di gruppo, studiando i motivi per cui il lavoro “collettivo” di una terapia gruppale funzionasse intervistò i partecipanti e ne raccolse che uno dei fattori cardine era scoprire che qualcun altro soffrisse e sentisse la realtà allo stesso modo. Magari perchè avesse lo stesso problema o magari per una storia simile o un simile modo di esperire le emozioni.
Il primo elemento che curava era il sentirsi vicini, accomunati da un male, sentirsi “noi” nel problema e non soltanto “io”. Comprendersi.
Comprendere significa letteralmente “prendere con sé”, per esempio prendere con sé il bagaglio che appesantisce il compagno e ripartirlo su quattro spalle e due cuori.
In una vita sedentaria come in un avventura per terre lontane, si dipanano i fili di una matassa il cui gomitolo sta sempre nelle mani di qualcun altro, c’è sempre qualcuno che ci incontrerà secondo i voleri del caso, del destino o della coincidenza. Perché Viaggiare, lo avrete capito, è sinonimo di Incontrare.

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Tributo alla terra e alla piccola città Fantasma

Dopo gli auguri di Natale avrebbero dovuto seguire puntuali quelli dell’anno nuovo, magari con nuovi furti, colpi di scena, o effetti speciali pirotecnici per la mezzanotte del trentuno. Ma, come scrivevo, le date speciali passano inosservate senza botti o cerimonie perchè questo pazzo viaggio smorza le feste e alza il volume dei giorni “normali” sino a non farti capire più la differenza. Quando vedo un fuoco d’artificio che scoppia o gente che mi abbraccia e schioppetta pacche sulla schiena e auguri per il futuro mi rendo conto che il giorno è formalmente speciale, è un primo giorno dell’anno, che con artificio tenta di spezzare la catena del tempo e rifarlo partire con un nuovo conteggio. C’è da buttare il petto in fuori, proferire pensieri augurali e riprendere simbolicamente il timone dichiarando dove si andrà per i prossimi 365 giorni. E poi si riparte e ognuno fa la contabilità tra le promesse in uscita il primo dell’anno e i fatti in entrata nei mesi successivi. Io sono in attivo questa volta, non rischio fracassi e ho investito bene. Sto benone e mi metto un pò da parte per farvi spazio. Vi mando un pensiero: che il 2009 sia impugnare il timone per portarvi dove volete.

Questo è piccolo video per non scordarci della bellezza..

E ora un pezzo dell’ultimo articolo sulla città fantasma di Real Catorce, è solo un segmento di un articolo dedicato a una rivista di moto. Perdonate l’assenza del soggetto scrivente e delle storie di persone. La penna, questa volta, va in funzione dei paesaggi e la prosa è solo per la città fantasma.

La città fantasma

Mi trovo a sobbalzare su 23 km di carreggiata che appare come un incrocio tra sterrato e mulattiera, pietre levigate saldamente ancorate al suolo costituiscono l’abbozzato manto stradale. Con gomme turistiche e moto custom inizio a sentire una vera e propria “iniezione spinale” di adrenalina e preoccupazione, ma dopo il primo km con i nervi a fior di pelle mi rendo conto che si possono tranquillamente mantenere i 50 o 60 km orari avvertendo quasi un “sollevamento” della motocicletta che non risponde più millimetricamente a ogni pietra con vibrazioni da frullatore. Una guida rilassata quindi, con le mani morbide per concedere gioco al manubrio è l’ideale per distrarsi con un panorama che per la prima volta sembra muoversi da solo e tirarti sempre più in alto fin sopra la sua schiena collinare. Valli di un verde slavato si rimirano a ogni curva e composte file di cespuglispinosi corrono ai lati della moto. Verde e giallo tratteggiano le superfici delle colline in quadri scozzesi dalle tinte deboli: l’erba non resiste all’arido e ingiallisce, i cespugli invece trattengono l’ umidità e danno indietro un timido color pera. Finalmente dopo 30 minuti di questo strano sterrato serpeggiante oltre i 2500 metri d’altezza arrivo di fronte al tunnel “Ogario” che reca un cartello “Benvenidos a Real Catorce”. Aspetto il mio turno perchè il senso di marcia è uno solo, sosto nella colonna di macchine dalla quale faccio capolino con il mio casco a palla nero e la montagna di bagagli con orsacchiotto portafortuna “arpionati” alla bella e meglio al telaio. La colonna parte e con essa mi immetto nella pancia della montagna per due km lungo l’unica via di accesso al remoto paesino.

Trattengo il respiro per evitare di inalare i gas di scarico intrappolati in queste viscere di roccia, il tunnel sinusoidale è illuminato e ha qualche spazio di disimpegno come unica misura evidente per claustrofobiche emergenze. Con il classico  punto di luce bianca che appare in fondo al canale di roccia si apre il sipario e appena imboccata l’uscita si è avvolti da un teatro di bancarelle colorate e da un dedalo di vie sterrate che s’inerpicano e diramano seguendo i profili frastagliati e decadenti delle case. Pare una Havana in miniatura, avvolta nel silenzio e pigramente indaffarata a soddisfare le curiosità dei turisti vomitati fuori dalla bocca del tunnel. Si vedono “ristorantini-negozio-bar” ricavati in una sola stanza con un tavolo e mille scaffali di mercanzie e vettovaglie, a fianco si accostano bar moderni con connessione wifi. Nonostante l’offerta eclettica di stranezze la confezione esteriore rimane sempre il muro sgretolato, la persiana cigolante e la lanterna impiccata a pali di legno consulto, tema ripreso in ogni stradina. I selciati come serpenti di montagna, con il risalire i pendii scoscesi, diventano sentieri ancora più dissestati i cui sassi si mescolano a pezzi di pareti franate. L’atmosfera di silenzio e relax è immanente, si respira quasi e con un altitudine che sfiora i 2800 metri chiede movimenti compassati e un attitudine sorniona da perditempo per passeggiare senza meta almeno le ultime ore di luce dopo l’arrivo. Diversi ostelli/alberghi offrono confortevoli stanze e cortili interni ristrutturati a regola che contrastano con le facciate sgretolate e consunte degli edifici. Dai tetti delle case la sera si vedono i primi lampioni scaldarsi e gettare fioche luci che con stenti di volt e tungsteno acchiappano solo qualche metro quadrato di città. Ombre cinesi seguono ogni persona al suo passaggio e si incollano ad ogni parete sino a scomparire girato l’angolo, ma dopo una certa ora il freddo si mangia il popolo fantasma che scappa chiudendosi dietro persiane e porte di legno cigolanti. Non faccio diversamente e mi rannicchio vestito nel sacco a pelo sotto le lenzuola, l’indomani sarà per scoprire se dietro la facciata da città abbandonata ci sono storie e cultura da cogliere.

Con i raggi del sole ci si sveste sfogliandosi come una cipolla, escursioni termiche di 20 gradi tra il giorno e la notte sono normali in inverno e il viaggiatore avveduto non si fa cogliere allo sprovvisto, pena l’assideramento. Nel museo principale, e per la precisione l’unico, si scoprono i poliedrici scopi a cui è servita la città nelle sue fasi storiche. Fondata nel 1779 come città miniera, è stata spremuta sino all’osso per l’estrazione di argento con l’ausilio involontario e coartato di manovalanza india. Parallelamente è diventata il principale luogo del Messico per i pellegrinaggi alla chiesa Francescana di stile barocco-messicano. Sulla facciata di questa è possibile vedere numerose placche di bronzo e metallo a testimonianza del passaggio di fedeli devoti e di qualcosa di “speciale” nelle loro vite, vissuto come miracolo, e tributato al Santo. Lontani dai culti occidentali e nascosti negli orizzonti più lontani, dove i deserti degli altipiani centrali imperano per migliaia di km quadrati, ci sono invece gli indios Huichol che ogni anno pellegrinano in prossimità di Catorce per cercare il famosissimo “peyote” conosciuto anche come “‘l’hikuri” l’alimento che dà la forza, lo stesso che Carlos Castaneda descriveva nei suoi libri sulle pratiche cerimoniali dei “curanderos” messicani che gli cambiarono la vita. Gli indios cercano la pianta sacra allo stesso modo ma con intenti ben diversi e più spirituali dei molti turisti che si spingono nel deserto a caccia di nuove esperienze. La vendita e la raccolta sono pertanto proibite ma le vie del Peyote sono infinite e procurarselo, si dice, non è difficile.

Ma Catorce è ancora di più, nella storia è stata anche la sede della Casa della Moneta che coniava valuta messicana, di cui una appunto prese il nome di Real da Quattordici e lo diede anche alla città che prima si chiamava “Nuestra Senora della Purisima Concepcion”.

Nel 2001 Brad Pitt e Julia Roberts recitarono sul set Catorceno di “The Mexican” e nel 2007 Penelope Cruz e Salma Hayek saltavano sui tetti e scatenavano sparatorie nella pellicola “Bandidas”. 

Nascosta sotto la chiesa si vede il primo rudimentale motore disel bicilindrico (mi duole ammettere che concettualmente è identico al mio bicilindrico Guzzi!! Due valvole ciascuno dei due cilindri e distribuziione ad aste e bilancieri) che alimentava la prima rete elettrica della regione. 

Catorce è la reminiscenza di un tempo in cui il denaro, principalmente diretto in Spagna e nelle tasche dei governatori, entrava copioso nella città con l’uscire dell’argento dalle sue miniere. Quando l’argento finì i 30.000 abitanti iniziarono a scomparire uno a uno.. la città che era fasto e splendore coloniale iniziò a cadere a pezzi lasciando tra le sue mura solo 250 persone.. e come in un vascello fantasma queste non abbandonarono la nave e continuarono a vivere con stenti e fatica costituendo in un certo senso “le anime della città fantasma”. Poi arrivò il turismo, si aprì il tunnel nella roccia e oggi si contano 2500 abitanti. La città è salva e il “fantasma” è rimasto nella storia perchè dietro i muri cadenti ha ripreso a pulsare una vita sonnolente ma attiva che cresce con il fascino magnetico di questo piccola “isola” persa tra montagne e deserti. Pur con una innegabile atmosfera e apparenza di tranquillità Catorce rimane una nicchia amata dal turismo, almeno quello cosciente della sua esistenza. Per me è stata come un disegno al carboncino che tratteggia un’epoca lontana di fasti e splendore.. da guardare prima con distacco e poi caderci dentro per due o tre giorni in un continuo passeggiare con le mani in tasca in cerca di altre tessere per comporre il complesso mosaico storico-culturale del Messico.

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