Monthly Archives: gennaio 2009
Recuerdos de Mexico
Da somministrare dopo i pasti, in momenti di relax, con l’audio a volume alto.
Effetti collaterali possibili: ricordi, noia o piacere.
Camminando con Peter

.. e poi mi parlò della frontiera con il Messico, poi della politica, mi disse che l’Italia per certi versi è come una costola dell’Africa piuttosto che dell’Europa, poi ancora che i computer saranno veramente intelligente quando potranno mentire o dire “questo programma non voglio eseguirlo”. Mi raccontò di quante valvole può avere una raffineria e di come si caccia un coniglio, i pericoli dell’ Amazzonia e poi una teoria a favore del commercio delle armi, mi spiegò come si costruisce una bomba e come si cura una mucca dalla diarrea. Mi disse come guardare le stelle per capire la latitudine e come vivere in Messico mantenendomi solo giocando con i cambi valuta. Indicando la mia moto mi chiese i valori di coppia e la distribuzione e poi, nessuno sa come, stavamo già discutendo di quando il Texas era territorio messicano.
Aveva una sorta di onniscenza scevra dal peso della presunzione ma su certi argomenti spinosi e con forti richiami alla morale alzava moderatamente i toni e faceva l’avvocato del diavolo… a giudicare da come lo difendeva sicuramente riceveva dei bei compensi dall’inferno. E di certo ne sapeva anche “una più del diavolo” visto che ci teneva sospesi nelle sue argomentazioni come calzini sullo stendipanni. Ma non cercava di vincere con retorica e conoscenza, sicuramente sarebbe stato già sul podio, cercava piuttosto stimoli per conversare meglio e per rianimare discorsi che diversamente sarebbero caduti sul lastrico della banalità. Pendevamo dalle sue labbra e ci dimenticavamo di bere il caffè che ormai era freddo. Parlava inglese e il 75% di quello che catturavo mi bastava per avvertire una sapienza forgiata sotto il martello della pratica diretta, affilando la lama della vita con esperienze eterogenee e un pizzico di avventura. Parlava e con l’indice tracciava disegni sul tavolo, altre volte lo agitava come un poligrafo facendo un tracciato della sua carica emotiva. Quando camminavamo si fermava spesso per riprendere fiato e convertire il movimento in idee, i passi si arrestavano e iniziavano le parole lanciate in descrizioni contro il mondo circostante.
Descrizioni che mi spiegavano come e perchè un tubo passasse lì piuttosto che là, come dietro la litografia di Pancho Villa appesa in un negozietto c’erano storie e segrete alleanze, perchè quella casa aveva in un angolo quella pietra così diversa… Poi rimetteva in movimento le gambe e spostava i suoi 110 kg su per il selciato, la pancia prominente lo anticipava di 30 o 40 cm e tagliava traguardi un secondo e mezzo prima di lui. Io gli zampettavo dietro, davanti e di fianco.. in funzione di quanto mi ordinasse il marciapiede microscopico ma sempre nel raggio di azione dei suoi racconti.
Si chiama Peter e di professione fa solo una cosa: tutto.
Lo incontrai a Zacatecas e fu compagno di caffè ogni giorno. C’era sempre tempo per ascoltarlo. Di lui seppi che si sarebbe fermato in Messico tre mesi, non si fidava delle promesse pompose per il rilancio economico degli States. Lasciò il Texas per vivere in economia a Zacatecas, diceva: “Stiamo a vedere il dollaro che fa..”. E mentre stava a vedere ha incontrato una donna. Tra lui e la sua dolce metà messicana facevano 90 anni in due. Lui ci metteva i primi 60 e lei era mia coetanea. Nei nostri discorsi finì presto sulla sua biografia come l’orso sul miele. Da giovane era la pecora nera che
abbandonò i pascoli del Montana, dove la sua famiglia da generazioni portava avanti la pastorizia, se ne andò in Texas a fare il guardiano di recinti. Con il suo cavallo percorreva km e km di perimetri recintati controllando che le mucche e i cavalli fossero dentro e i malintenzionati fuori. Poi si arruolò nei Navy Seals, finì in Vietnam, ritornò illeso, s’imbarcò come marinaio alla volta del Brasile. Senza un soldo attraversò la foresta Amazzonica con sete d’avventura. S’imbarco di nuovo alla volta dell’Europa. Ritornò nel Texas e iniziò ad allevare. Poi lavorò come consulente per il governo e poi ancora chissà…
Quando gli chiesi cosa pensava della felicità mi rispose così: “ci sono persone che nascono con i geni dell’altezza e da grandi giocheranno a basket. Io sono nato con i geni dell’apprendimento… mi sono dedicato a imparare tutta la vita.. la felicità per me è conoscere e provare sempre qualcosa di nuovo. C’è troppa bellezza per
girarsi dall’altra parte e c’è troppo da conoscere per far finta di niente”.
Ci salutiamo con l’intenzione di rivederci a Guanajuato. Alla fine non ci rivedremo, l’unica cosa che rivedo, nei ricordi, è la sua pancia il suo estro e l’amore per imparare sempre qualcosa dalla vita.
Che questo sia l’ispirazione e il sale del mio viaggiare.

Delle due Anime del Viaggio
Ciao, prima di lasciarti all’articolo, se sei curioso di sapere a grandi linee cosa sto facendo vai qui: chi sono e cosa faccio
Qui di seguito inizia l’articolo sul viaggio con un pezzo tratto dal libro che sto scrivendo.
Buona lettura
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Oggi, dopo tanta strada ed esperienze, dopo aver collezzionato i vari “senni di poi” ma senza ancora trarre conclusioni visto che sono ancora lontano da casa, mi rendo conto che viaggiare per terre o mari lontani, su due piedi o due ruote, oltre ad essere un archetipo di Jungiana memoria è una esperienza che presenta molti punti in comune con ciò che noi psicologi, guarda caso, inisitiamo a chiamare “cammino interiore”, “percorso interiore” o ancora “viaggio interiore”. Culture e paesaggi cambiano come gli arlecchini di un teatro, ciò che non cambia sono i personaggi sulla scena. Il viaggio cambia vorticosamente gli spazi e le coordinate ma sono le persone che lo vivono quelle che rimangono sul palco, i testimoni di un cambiamento.
Dall’ascolto distratto di culture e architetture verso l’ascolto di ciò che le genti hanno da dire. Un passaggio che ho sentito molto. Claude Levi Strauss nei “tristi tropici” scriveva che “esplorare non significa coprire una distanza in superficie ma studiarla in profondità”. Lo studio in profondità, psicologicamente, è dato sopratutto dall’incontro con gli altri. Con genti diverse per culturama uguali, in alcuni aspetti, alle genti di città che incontriamo o evitiamo quando andiamo al lavoro. Sotto cieli diversi si scoprono storie simili, della stessa matrice psicologica spesso, che producono la ricerca della felicità. Ho raccolto storie che parlano di questa ricerca.Tributo alla terra e alla piccola città Fantasma
Dopo gli auguri di Natale avrebbero dovuto seguire puntuali quelli dell’anno nuovo, magari con nuovi furti, colpi di scena, o effetti speciali pirotecnici per la mezzanotte del trentuno. Ma, come scrivevo, le date speciali passano inosservate senza botti o cerimonie perchè questo pazzo viaggio smorza le feste e alza il volume dei giorni “normali” sino a non farti capire più la differenza. Quando vedo un fuoco d’artificio che scoppia o gente che mi abbraccia e schioppetta pacche sulla schiena e auguri per il futuro mi rendo conto che il giorno è formalmente speciale, è un primo giorno dell’anno, che con artificio tenta di spezzare la catena del tempo e rifarlo partire con un nuovo conteggio. C’è da buttare il petto in fuori, proferire pensieri augurali e riprendere simbolicamente il timone dichiarando dove si andrà per i prossimi 365 giorni. E poi si riparte e ognuno fa la contabilità tra le promesse in uscita il primo dell’anno e i fatti in entrata nei mesi successivi. Io sono in attivo questa volta, non rischio fracassi e ho investito bene. Sto benone e mi metto un pò da parte per farvi spazio. Vi mando un pensiero: che il 2009 sia impugnare il timone per portarvi dove volete.
Questo è piccolo video per non scordarci della bellezza..
E ora un pezzo dell’ultimo articolo sulla città fantasma di Real Catorce, è solo un segmento di un articolo dedicato a una rivista di moto. Perdonate l’assenza del soggetto scrivente e delle storie di persone. La penna, questa volta, va in funzione dei paesaggi e la prosa è solo per la città fantasma.
La città fantasma
Mi trovo a sobbalzare su 23 km di carreggiata che appare come un incrocio tra sterrato e mulattiera, pietre levigate saldamente ancorate al suolo costituiscono l’abbozzato manto stradale. Con gomme turistiche e moto custom inizio a sentire una vera e propria “iniezione spinale” di adrenalina e preoccupazione, ma dopo il primo km con i nervi a fior di pelle mi rendo conto che si possono tranquillamente mantenere i 50 o 60 km orari avvertendo quasi un “sollevamento” della motocicletta che non risponde più millimetricamente a ogni pietra con vibrazioni da frullatore. Una guida rilassata quindi, con le mani morbide per concedere gioco al manubrio è l’ideale per distrarsi con un panorama che per la prima volta sembra muoversi da solo e tirarti sempre più in alto fin sopra la sua schiena collinare. Valli di un verde slavato si rimirano a ogni curva e composte file di cespuglispinosi corrono ai lati della moto. Verde e giallo tratteggiano le superfici delle colline in quadri scozzesi dalle tinte deboli: l’erba non resiste all’arido e ingiallisce, i cespugli invece trattengono l’ umidità e danno indietro un timido color pera. Finalmente dopo 30 minuti di questo strano sterrato serpeggiante oltre i 2500 metri d’altezza arrivo di fronte al tunnel “Ogario” che reca un cartello “Benvenidos a Real Catorce”. Aspetto il mio turno perchè il senso di marcia è uno solo, sosto nella colonna di macchine dalla quale faccio capolino con il mio casco a palla nero e la montagna di bagagli con orsacchiotto portafortuna “arpionati” alla bella e meglio al telaio. La colonna parte e con essa mi immetto nella pancia della montagna per due km lungo l’unica via di accesso al remoto paesino.
Trattengo il respiro per evitare di inalare i gas di scarico intrappolati in queste viscere di roccia, il tunnel sinusoidale è illuminato e ha qualche spazio di disimpegno come unica misura evidente per claustrofobiche emergenze. Con il classico punto di luce bianca che appare in fondo al canale di roccia si apre il sipario e appena imboccata l’uscita si è avvolti da un teatro di bancarelle colorate e da un dedalo di vie sterrate che s’inerpicano e diramano seguendo i profili frastagliati e decadenti delle case. Pare una Havana in miniatura, avvolta nel silenzio e pigramente indaffarata a soddisfare le curiosità dei turisti vomitati fuori dalla bocca del tunnel. Si vedono “ristorantini-negozio-bar” ricavati in una sola stanza con un tavolo e mille scaffali di mercanzie e vettovaglie, a fianco si accostano bar moderni con connessione wifi. Nonostante l’offerta eclettica di stranezze la confezione esteriore rimane sempre il muro sgretolato, la persiana cigolante e la lanterna impiccata a pali di legno consulto, tema ripreso in ogni stradina. I selciati come serpenti di montagna, con il risalire i pendii scoscesi, diventano sentieri ancora più dissestati i cui sassi si mescolano a pezzi di pareti franate. L’atmosfera di silenzio e relax è immanente, si respira quasi e con un altitudine che sfiora i 2800 metri chiede movimenti compassati e un attitudine sorniona da perditempo per passeggiare senza meta almeno le ultime ore di luce dopo l’arrivo. Diversi ostelli/alberghi offrono confortevoli stanze e cortili interni ristrutturati a regola che contrastano con le facciate sgretolate e consunte degli edifici. Dai tetti delle case la sera si vedono i primi lampioni scaldarsi e gettare fioche luci che con stenti di volt e tungsteno acchiappano solo qualche metro quadrato di città. Ombre cinesi seguono ogni persona al suo passaggio e si incollano ad ogni parete sino a scomparire girato l’angolo, ma dopo una certa ora il freddo si mangia il popolo fantasma che scappa chiudendosi dietro persiane e porte di legno cigolanti. Non faccio diversamente e mi rannicchio vestito nel sacco a pelo sotto le lenzuola, l’indomani sarà per scoprire se dietro la facciata da città abbandonata ci sono storie e cultura da cogliere.
Con i raggi del sole ci si sveste sfogliandosi come una cipolla, escursioni termiche di 20 gradi tra il giorno e la notte sono normali in inverno e il viaggiatore avveduto non si fa cogliere allo sprovvisto, pena l’assideramento. Nel museo principale, e per la precisione l’unico, si scoprono i poliedrici scopi a cui è servita la città nelle sue fasi storiche. Fondata nel 1779 come città miniera, è stata spremuta sino all’osso per l’estrazione di argento con l’ausilio involontario e coartato di manovalanza india. Parallelamente è diventata il principale luogo del Messico per i pellegrinaggi alla chiesa Francescana di stile barocco-messicano. Sulla facciata di questa è possibile vedere numerose placche di bronzo e metallo a testimonianza del passaggio di fedeli devoti e di qualcosa di “speciale” nelle loro vite, vissuto come miracolo, e tributato al Santo. Lontani dai culti occidentali e nascosti negli orizzonti più lontani, dove i deserti degli altipiani centrali imperano per migliaia di km quadrati, ci sono invece gli indios Huichol che ogni anno pellegrinano in prossimità di Catorce per cercare il famosissimo “peyote” conosciuto anche come “‘l’hikuri” l’alimento che dà la forza, lo stesso che Carlos Castaneda descriveva nei suoi libri sulle pratiche cerimoniali dei “curanderos” messicani che gli cambiarono la vita. Gli indios cercano la pianta sacra allo stesso modo ma con intenti ben diversi e più spirituali dei molti turisti che si spingono nel deserto a caccia di nuove esperienze. La vendita e la raccolta sono pertanto proibite ma le vie del Peyote sono infinite e procurarselo, si dice, non è difficile.
Ma Catorce è ancora di più, nella storia è stata anche la sede della Casa della Moneta che coniava valuta messicana, di cui una appunto prese il nome di Real da Quattordici e lo diede anche alla città che prima si chiamava “Nuestra Senora della Purisima Concepcion”.
Nel 2001 Brad Pitt e Julia Roberts recitarono sul set Catorceno di “The Mexican” e nel 2007 Penelope Cruz e Salma Hayek saltavano sui tetti e scatenavano sparatorie nella pellicola “Bandidas”.
Nascosta sotto la chiesa si vede il primo rudimentale motore disel bicilindrico (mi duole ammettere che concettualmente è identico al mio bicilindrico Guzzi!! Due valvole ciascuno dei due cilindri e distribuziione ad aste e bilancieri) che alimentava la prima rete elettrica della regione.
Catorce è la reminiscenza di un tempo in cui il denaro, principalmente diretto in Spagna e nelle tasche dei governatori, entrava copioso nella città con l’uscire dell’argento dalle sue miniere. Quando l’argento finì i 30.000 abitanti iniziarono a scomparire uno a uno.. la città che era fasto e splendore coloniale iniziò a cadere a pezzi lasciando tra le sue mura solo 250 persone.. e come in un vascello fantasma queste non abbandonarono la nave e continuarono a vivere con stenti e fatica costituendo in un certo senso “le anime della città fantasma”. Poi arrivò il turismo, si aprì il tunnel nella roccia e oggi si contano 2500 abitanti. La città è salva e il “fantasma” è rimasto nella storia perchè dietro i muri cadenti ha ripreso a pulsare una vita sonnolente ma attiva che cresce con il fascino magnetico di questo piccola “isola” persa tra montagne e deserti. Pur con una innegabile atmosfera e apparenza di tranquillità Catorce rimane una nicchia amata dal turismo, almeno quello cosciente della sua esistenza. Per me è stata come un disegno al carboncino che tratteggia un’epoca lontana di fasti e splendore.. da guardare prima con distacco e poi caderci dentro per due o tre giorni in un continuo passeggiare con le mani in tasca in cerca di altre tessere per comporre il complesso mosaico storico-culturale del Messico.







