Pubblico sul sito un articolo che sarebbe dedicato a qualche rivista di psicologia, solo che, a conti fatti mi è sfuggita dalla penna una prosa un pò troppo personale…distante dai crismi di una “divulgazione scientifica” come si vorrebbe e dovrebbe su una rivista di questo taglio. Eppure non ho resistito e i ruoli personali di bikers, adolescente di terza età e viaggiatore si sono mescolati, fusi e confusi con il ruolo più accademico di psicologo. Non ho resistito. Ancora mi sogno la notte la mia relatrice della tesi che mi disse “..bravo, ma nella tesi non puoi scrivere idee tue, le leggeremo in futuro sicuramente.. Per il momento limitati a scrivere solo quelle degli altri”
…e poi mi sveglio sudato e anche un pò incazzato.. e mi viene voglia di scrivere quel cavolo che mi pare e piace a me!!
Vorrei dedicare questo scritto a una mia cliente, che mi sta molto a cuore. Sogna terre lontane e viaggi ma è costretta, in questi giorni, su un letto; una ricaduta nel corpo che la tiene a riflettere su quale senso, non solo biologico, possa avere questo episodio nella sua vita. Io sono qui e la distanza di un pensiero non è oceanica come quella tra continenti. Le sono vicino.
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Iniziai questo viaggio 6 mesi e 18.000 km fa, la mia personale riflessione sul viaggiare si compose grazie ad aneddoti, libri ed esperienze dirette nelle mie sortite in Africa e Sud America degli anni passati. L’ultimo viaggio, in Marocco, fu fatale per il mio sedentarismo. Fu proprio lì, appiccicato a un finestrino mentre attraversavo in pullman l’Atlante marocchino, che decisi di lasciare tutto e partire. Il pullman con il suo testone piatto e il suo incessante sferragliare arrancava in un tramonto desertico color fragola sfumato di un giallo stanco che si spegneva con il sole. Io, tutt’altro che stanco, tenevo il libro di un grande viaggiatore in grembo chiuso con un dito dentro e avevo occhi sgranati con un lucido patinato di commozione per le fantasie che vi prendevano corpo dentro. Sognavo di partire e viaggiare. E quando il sogno era ancora in incubazione, pochi giorni dopo, con parole arrantolate comunicai la decisione di lasciare il Belpaese. Seguirono otto mesi di sofferenze, dubbi, sguardi accigliati, stime incondizionate o malcelati compatimenti. Per evitare che il mio desiderare battesse la ritirata avevo proclamato ai quattro venti la mia dipartita, la fumata bianca era uscita, “habemus viaggio”. La decisione presa era un tregua per il terremoto dei dubbi e delle certezze, ma mi metteva anche in una cammino dove non era previsto il dietrofront. O partivo o partivo, troppi testimoni e troppe persone se lo aspettavano, l’unica istanza che sperava nell’abbandono totale di tutto era il mio coraggio. Ma alla fine, seguendo le dovute fasi che scandiscono ogni cambiamento arrivai, intero, alla data della partenza e con il decollare dell’aereo sentii l’assoluzione dal dubbio, incertezza, senso di colpa. Ero nell’esperienza, nel mio flusso di coscienza, i dadi erano stati lanciati, con essi rotolavo e non mi era data altra chance che stare a vedere dove e come sarei finito. Decollai dalla mia città, famiglia, amici, lavoro, quotidianità e abitudini.
“Decollai” e non “abbandonai” perché nella fisica molecolare di certe decisioni nulla si cede e nulla si distrugge, l’energia si trasforma ma non si perde. Così feci fagotto della mia realtà, delle mie credenze e abitudini per partire, non scartavo niente e niente abbandonavo. Dopotutto era anche grazie alla mia realtà statica e perplessa che mi ero sottoposto a una caccia di esperienze il cui capolinea, quella notte tra le montagne marocchine, era mettermi di fronte allo specchio per scoprire che l’immagine riflessa aveva già la valigia pronta in mano, un sorriso e un desiderio ineffabile di conoscere il mondo. Ero, sono, psicologo e la mia professione era, è, il cambiamento. Mi sono sottoposto ai miei stessi strumenti d’indagine e ho colto un’emozione, divenuta poi desiderio e cambiamento, che vinse per un momento la forza di gravità che mi tirava giù verso una vita che era tempo di rimodernare.
Oggi, dopo aver collezzionato i vari “senni di poi” e le coscienze postume, senza voler scrivere un prematuro epilogo per una esperienza che è tutt’ora in corso, mi rendo conto che viaggiare per terre o mari lontani, su due piedi o due ruote, oltre ad essere un archetipo di Jungiana memoria è una esperienza che presenta molti punti in comune con ciò che noi psicologi, guarda caso, inisitiamo a chiamare “cammino interiore”, “percorso interiore” o ancora “viaggio interiore”. Culture e paesaggi che cambiano come gli arlecchini di un teatro lasciano in bella vista la sostanza dei personaggi sulla scena. E quella sostanza è la stessa di chi attraversa il mondo zaino in spalla o di chi siede sulla stessa sedia una vita intera. Anche il viaggio cosidetto “interiore”, pur poggiando su una realtà dai connotati più stabili, dispiega tante
possibilità e scenari. Non saranno una giostra di lingue ed esperienze esotiche ma di incontri, relazioni e vicende che, anche se “di quotidiana amministrazione”, possono contenere la chiave per cambiamenti e trasformazioni. Lo zaino del viaggiatore è leggero per favorire mobilità, lo zaino di chi “sta fermo” coincide con la sua casa i suoi mille orpelli e ingombri mentali. Inoltre il viaggio esteriore si districa su un tempo che è maggiormente sintonizzato al desiderio mentre la quotidianeità è un movimento spesso costretto tra gli spazi delimitati da necessità e contingenze. Eppure, con costrizioni e barriere, le possibilità di manovra sono presenti: terapie, consulenze, studi scientifici e storie personali confermano che, da un punto di vista interiore, la complessità, le forme di pensiero, la gestione delle emozioni evolvono anche in spazi ristretti. Sembra che l’ossigeno per la mente non si trovi solo nelle cime delle Ande ma sia presente anche nei vicoli ciechi di città congestionate. E’ imperativo il movimento e su scala interiore, non richiede trasferte intercontinentali ma stimolo, scarto dalla norma, varianza e curiosità. Ciò che il viaggio, quello invece che si fa con il biglietto aereo, regala, sembra essere “il tempo per seguire la traccia”, la parentesi aperta con forza Ercolina tra gli impegni che schiacciano per darsi uno spazio, inoppugnabile, per seguire con fiuto da segugio le proprie istanze, il, per dirla con Jeff Greenwald, “prurito e pizzicore al ventre molle dell’inconscio”. Eppure la fame dell’esotico e la febbre tropicale per il lontano, che per inciso mi hanno sempre colpito, rimandano un’idea di viaggiare collegata alle ali dell’aeroplano che lascia alle spalle il vecchio per atterrare sul nuovo. Se prendo letteralmente il viaggiare come verbo all’infinito presente io vedo un infinito che non ha luogo ne latitudine, fatto del presente in cui l’uomo
conosce e sperimenta, senza luogo e in qualsiasi luogo, sul lettino dell’analista, davanti alla televisione o su una spiaggia caraibica, ma, cosa più importante, in presenza di qualcuno. Perché l’incontro con l’Altro, che era ossessione per Lacan e sacralità per Lèvinas, trasforma una “sola” solitudine in una compagnia. Come diceva Gibran “Anche se non capisco la voce della tua anima e tu non capisci la voce della mia, parliamoci perché non ci sentiremo soli”. E questo rimette la palla al centro tra due persone e il campo da gioco non sarà necessariamente la strada, ne il turismo a lungo raggio, a fare da perimetro andranno bene anche le pareti domestiche le case del quartiere. Sarà viaggio di incontro tra persone alla portata di tutti.
Proprio su questa certezza ho dedicato tempo, in questo mio viaggio esteriore fatto di strade su e giù per il continente Americano, alle relazioni con le persone che, inconsapevoli, stanno disegnando la vera geografia di questa avventura. Se i luoghi non cambiano gli incontri con le persone possono essere irripetibili e le storie che queste portano dentro sono merce preziosa. E’ nato cosi il “mio viaggio nel viaggio”, una sorta di gemmazione che dal viaggiare turistico ne fa nascere uno votato all’incontro con gli altri. Dall’ascolto distratto di culture e architetture imponenti verso un auscultazione, con lo stetoscopio, di ciò che le genti hanno da dire. Genti diverse per cultura ma uguali, nell’insofferenza o nell’alegria, alle genti di città che incontriamo o evitiamo quando andiamo al lavoro. Sotto cieli diversi si scoprono storie simili, dello stesso DNA squisitamente umano che crea, nel fuo fenotipo, la ricerca della felicità. Raccolgo storie dove c’è speranza, cambiamento e soprattutto ricerca. C’è un grande movimento e il viaggio, interno o esterno che sia, ne è una quint’essenza psicologica. Lontano dalle città, camminando leggeri e magari a passo di danza come spesso mi capita di fare, le cose sono più facili, come dicevo pocanzi in queste condizioni abbiamo lo spazio che ci concede di usare il tempo, tout court, per seguire tracce che inevitabilmente ci portano a incontrare persone che seguono le loro. E in un annodarsi arabesco di narrazioni va a finire che le persone si avvicinano e si parlano, rimangono amiche e lasciano i loro segnaposto nella memoria degli altri. Questo più che il souvenir è il vero bagaglio con il quale ritornare. Claude Levi Strauss nei “tristi tropici” cosi lontani dalla sua Francia aveva trovato la saggezza di scrivere che “esplorare non significa coprire una distanza in superficie ma studiarla in profondità” e nell’accezzione psicologica dell’aneddoto potremmo
intuire che la nostra profondità di esseri viaggianti è quella dell’Incontro dove la storia nostra combacia e diverge da quella degli altri dandoci la sensazione e la prospettiva di un mondo esperienziale che sfonda i confini intrapersonali per diventare collettivo e in parte condiviso. Irvin Yalom, psicoterapeuta di gruppo studiando i motivi e i “perché” il lavoro “collettivo” di una terapia gruppale funzionasse intervistò i partecipanti e ne raccolse che uno dei fattori cardine era, per ciascuno, scoprire che qualcun altro soffrisse e sentisse la realtà allo stesso modo, sia perchè avesse lo stesso problema o una storia simile o un simile modo di esperire le emozioni. Comprendere significa allora “prendere con sé” il bagaglio che appesantisce il compagno e ripartirlo su quattro spalle e due cuori anziché sigillarlo in una sola, isolata, esistenza. Nel sottosuolo di una vita sedentaria, come sotto il sole in un avventura in terre lontane, si dipanano i fili di una matassa il cui gomitolo sta sempre nelle mani di qualcun altro, che ci sta aspettando e che ci incontrerà secondo i dettami del caso, del destino o della coincidenza.
Perché Viaggiare, lo avrete capito, è sinonimo di Incontrare. Seguiranno poi le spirali e volute psicologiche che ci fanno arrampicare sulla cima di una migliore comprensione di noi e di ciò che ci sta intorno, è il Belvedere. Uno dei destini di questo virtuoso itinerario interiore è, tra le altre cose, la felicità. E nel mio viaggio mi sto peritando di chiedere, senza infastidire, alcune storie e aneddoti collegati ad essa. Ho raccolto diverse storie, diverse al numeratore ma uguali al denominatore: la felicità varia nelle forme ma mantiene un indissolubile legame con il movimento, la tensione e il cammino interiore, sempre. Alcuni avvertono la felicità nella coscienza attraverso la gratitudine o il godimento, per altri invece è un viaggio che dura poco, è come il “silenzio” e basta pronunciarne la sua parola per romperlo e chiedersi dove sia finito e incominciare ancora a cercarlo. Altri ancora la vedono come chimera che crea miraggi sempre troppo lontani, poi c’è chi ha il dubbio se l’abbia mai provata o se era solo una passeggera “allegria”. Oppure ancora è uno stato che si ha avvertendo il “flusso di coscienza”, che altera la percezione del tempo e irretisce in uno stato di calma assoluta, serenità e controllo della propria realtà. Ad ogni modo ascolto storie dove la linea dei fatti è una sinusoide schizofrenica di sorprese, decisioni, emozioni, amori, perdoni e sfide. E tolti gli accenti e le lingue straniere con le quali vengono narrate, in queste storie vi trovo la casa, la vita di tutti i giorni e l’odore dell’inceso nello studio dove ascoltavo quelle dei miei concittadini. Qualcuno ha detto che “colui che ha attraversato le montagne più alte e gli oceani più profondi non parlerà più la lingua degli altri uomini”. Non sono d’accordo, la babele di linguaggi riserva sempre un dialetto, magari paralinguistico, attraverso cui gli uomini, diversi per esperienze montagne ed oceani visti, potranno parlarsi e condividere. Lo dice la psicologia e lo dice chi torna da un viaggio raccontando come ha “compreso” genti diverse, abbattendo distanze culturali a colpi di dizionario, gesti, sorrisi e sguardi. L’ombelico del mondo, dove tutto si incontra e mescola, forse ce lo abbiamo ancora sulla pancia noi uomini, noi viaggiatori. E se non lo capiamo con la testa lo capiremo con la pancia appunto.
Ve lo dico io che scrivo dal Messico, che in nàhuatl, significa “L’ombelico della Luna”. Buona Strada.






9 Comments
mmm non mi piacciono molto tutte queste digressioni messe insieme sulla felicità :)
Già è difficile trovarla se una volta che l’abbiamo poi la nascondiamo di parole eheheheh ci freghiamo da soli!
ps: sto inviando quella mail, incrocia le dita e ovviamente…tienimi aggiornato!
Sono tutto incrociato, dai “diti” delle mani alle asole delle scarpe.
L’articolo non è per nascondere ma per celebrare, avendo una testa che per metà è forgiata dagli esami universitari e dalla pratica professionale mi sono messo a scrivere un poco in “psicologichese”.
Ci sono persone sensibili anche a questa modalità, che più di altre, puoi dare l’innesco a riflessioni che, si spera, le Felicità l’avvicinino più che allontanarla.
Grazie per il contributo!
hola claudio!
acabo de ponerme al dia con tus cuentos,estan preciosos a pesar q los entiendo poco sinceramente…jaja,pues las fotos estan lindas vaya fotos!!!
cuidate mucho! y buen viaje!
un beso de MADRID.
…è sempre un piacere leggere i tuoi scritti! Buon Viaggio!!
Valerio
Di questo cuore inquieto e aperto abbiamo bisogno. è il nocciolo del pellegrinaggio. anche oggi non è sufficiente essere re pensare in qualche modo, come tutti gli altri. il progetto della nostra vita va oltre. (Benedetto XVI)
roll on…
Ragazzo…ecco l’anteprima :)
In bocca al lupo!
http://www.ciaochefate.com/2009/01/claudio-giovenzana-intervista-a-radio-deejay/
quando si cammina per lungo tempo, si accumulano sensazioni che si statificano dentro di noi….e gli strati aumentano man-mano che il tempo passa;le esperienze-emozione si sedimentano….allora e’ importante meter mano alle proprie competenze, e aggredire,scavare,rimuovere la sedimentazione di cui sopra….da questa operazione, molto produttiva,emergonole verita’-verifiche di cio’ che si e’ vissuto fino a quel momento!:ci si con frona con se stessi, si verifica se e come procedere……bello!perfetto!..e…longwalk continua.
Ciao Claudio,
ho ascoltato la chiacchierata con Laura a Radio Deejay ed ho cosi’ scoperto la tua avventura.
Fantastico! Che avventura!
Seguiro’ sul blog il viaggio.
Ti mando il testo di una canzone dei Modena City Ramblers che parla di viaggi, di incontri, e che mi è venuta in mente mentre vi ascoltavo.
Un abbraccio. Paolo
La strada (Modena City ramblers)
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Di tutti i poeti e i pazzi
che abbiamo incontrato per strada
ho tenuto una faccia o un nome
una lacrima o qualche risata
abbiamo bevuto a Galway
fatto tardi nei bar di Lisbona
riscoperto le storie d’Italia
sulle note di qualche canzone
Abbiamo girato insieme
e ascoltato le voci dei matti
incontrato la gente più strana
e imbarcato compagni di viaggio
qualcuno è rimasto
qualcuno è andato e non s’è più sentito
un giorno anche tu hai deciso
un abbraccio e poi sei partito
Buon viaggio hermano querido
e buon cammino ovunque tu vada
forse un giorno potremo incontrarci
di nuovo lungo la strada
Di tutti i paesi e le piazze
dove abbiamo fermato il furgone
abbiamo perso un minuto ad ascoltare
un partigiano o qualche ubriacone
le strane storie dei vecchi al bar
e dei bambini col tè del deserto
sono state lezioni di vita
che ho imparato e ancora conservo
Buon viaggio hermano querido
e buon cammino ovunque tu vada
forse un giorno potremo incontrarci
di nuovo lungo la strada
Non sto piangendo sui tempi andati
o sul passato e le solite storie
perché è stupido fare casino
su un ricordo o su qualche canzone
non voltarti ti prego
nessun rimpianto per quello che è stato
che le stelle ti guidino sempre
e la strada ti porti lontano
Buon viaggio hermano querido
e buon cammino ovunque tu vada
forse un giorno potremo incontrarci
di nuovo lungo la strada
contavo di vederti al non-appuntamento annuale degli exallievi a fine gennaio, ma vedo con piacere che sei ancora in giro per il mondo :)
contavo di portare un manichino in tua vece, quando ho pensato che sarebbe stato meglio chiedere a te ?
buona strada Claude.
d.