Monthly Archives: aprile 2009

Chiapas, Indios e Gringos

La mattina è solo l’ennesimo impacchettamento di vestiario prima di dare gas.

Gironzolo per la città che è ben più sveglia e attiva di me. Sulla sella del ferro mi rilasso appoggiando la schiena allo zaino e usando il naso più che la mappa trovo la via per raggiungere il chiapas. In piedi sulle pedane faccio lo stretching per rimettere in sesto i muscoli sempre più pigri ed essenziali. Solo un rotolo sottombelicale e poi il grasso sullo scheletro è solo un ricordo, e con esso se ne sono andati anche le curve costruite in palestra più di un anno prima. Lo metto senza rimorsi sull’altare del viaggio, un piccolo sacrificio che faccio senza indugi: “per abbracciare il mondo non servono bicipiti grossi” mi dico. Valtzer di curve col sole in caduta libera mentre soffia un vento caldo che sa di tropici, mi si attaccano sulla pelle i nuovi gradi di questo clima umido e afoso. La notte non tarda e mi fermo sul ciglio di una strada abbastanza trafficata e ammantata di un verde umido che riveste come cera foglie di palme e alberi. C’è un chiosco che vende  frutta con due amache che dondolano appese a lato, uno sguardo fa capolino da sotto il sombrero che ondeggia placido sulla testa di un uomo. Alla vista del ferro l’hombre si mette più sull’attenti, puzzo di forestiero da lontano un miglio. Lo anticipo dicendo che viaggio da tanto e mi piacerebbe mettere tenda di fianco al chiosco. Sono il benvenuto ma per fugare dubbi sul buon cuore, o meno, dei padroni di casa mi spendo in una conversazione secondo l’ormai protocollare interrogatorio dovevieniquantikmhaifattoperquantimesiquantocostalamotochecilindrataèdoveseidiretto. Sterelizzo ogni dubbio parassita, è gente buona. Uno di loro mi dice “facciamo finta che ti rubo la moto…che fai?” Ecco un esempio infelice, mi incupisco. Controbatto che la moto è registrata in dogana, non esiste in nessun luogo del latino america, i pezzi non sono compatibili nemmeno con un frullatore e non può essere usata perchè ogni poliziotto tiene nel registro i numeri di telaio delle moto importate (questa stronzata è da cabaret…).

Il signore se ne va soddisfatto delle risposte, mi lascia al suo amico che mi porge un mango da mezzo chilo, lo ringrazio ma non ho nemmeno la forza di addentarlo, sarà parte della mia colazione il giorno dopo. I camion passano sulla strada a 20 metri di distanza inseguiti dai miei anatemi, non è la prima volta che la ninna nanna me la cantano i motori. Lo accetto e apro un libro che mi avvicina al punto di non ritorno dove la palpebra ha il peso specifico del piombo e non c’è altro da fare che tirarsi la coperta sugli occhi e lasciarsi andare in un bozzolo di sonno.

A queste latitudini il sole fa della tenda un forno già alle 9 di mattina, farsi trovare fuori per quell’ora non è un opzione ma un imperativo. Mangio fagioli, uova sbattute alla messicana con una salsa al peperoncino che mi farà quasi sfiammare durante le mie mansioni scatologiche. Segue il mio mango e i saluti alla casa.

Passo sulla statale a lato di enorme pale eoliche, ma il ritmo del viaggio mi lascia in una bolla di inerzia e impassibilità, stupidamente non mi fermo e non faccio nemmeno una foto. Mi mangio tutto con gli occhi, tutto per me. Entro in chiapas e mi avvicino a Tuxla. Parcheggio la moto e occupo tutte le prese di corrente del piccolo ristorante adiacente con i miei apparecchi, cellulari … lo sguardo perplesso delle cameriere non mi tange, come un rampicante che cresce insinuo i miei cavi nella rete elettrica per dare vita alla camera e a un paio di cellulari, uno non funzionerà e l’altro mi consegnerà un messaggio da parte di Olga. Un moto di affetto dopo 3 ore di moto. Bene, esco al parcheggio e un gringo posa gli occhi sul ferro, “Hei man!!” … “è la prima volta che vedo una di queste in tutto il latino america…. Motogusi… wow”. Passa il metro e ottanta, tatuaggi di scarsa fattura ma ricche simbologie gli scavano il corpo, dove le clavicole si uniscono come un manubrio allo sterno vedo un simbolo del Tao. La sua ragazza, avente a occhio e croce la metà dei suoi anni, mi saluta solare. Li frego sul tempo condensando in una frase il “dove-come-quando-perchè” del mio essere lì, sono neutralizzati. A lui non resta altro che consigliarmi l’indirizzo di un hostal in San Cristobal de Las casas, dove sono diretto, se ci vedremo li mi offrirà una birra.

Seguo il mio istinto alcolico, e in un paio di ore sono esattamente all’hostal segnalato, “already here man!!, Seems that i own you a beer!”.

Ci sediamo in un tavolino dell’hostello e iniziamo a raccontarci seguendo i quattro venti, ci sfogliamo come cipolle degli strati inutili di convenevoli e arriviamo al dunque. Il dunque quando viaggi, non abita i discorsi circostanziali o i nomi di città e paesi visitati, il dunque è  le fondamenta del pellegrinare fatta di motivazioni, la radice profonde del desiderare qualcosa e del partire. Il movimento è solo quello che si vede sulla punta dell’iceberg, ma io e il gringo eravamo già sotto il livello dell’acqua.

“A 30 anni volevo fare qualcosa di buono nella mia vita. Feci il bodyguard di un narcotrafficante, poi venne l’esercito, la guerra, anche la galera. Iniziai a viaggiare, Europa, Asia, Latino America. Coltivai la passione della pittura e della scultura, ogni pezzo di legno, anonimo e abbandonato in una spiaggia, era l’involucro da incidere e liberare, come una conchiglia da aprire con il coltello e la fantasia per tirargli fuori forme che raccontassero qualcosa…. forse avrò dipinto un migliaio di tele, e tutte le ho regalate, fatte per godere al momento e poi liberate nelle mani di amici e conoscenti.”

“Come i mandala orientali, fatti nel presente a appena terminati cancellati con un colpo di mano”

“Si, dipingo e scolpisco per me”

“E i tuoi tatuaggi?”

“Quelli rimangono, li ho fatti a mano da solo, in un periodo di 3 o 4 anni. Tu hai tatuaggi?”

“No, forse un giorno, ma credo che incidere il corpo sia una cosa molto seria, sacra. Voglio pensarci bene prima di mettermi addosso un tatuaggio, trovare un simbolo che mi stia sulla pelle a vita, senza rimpianti”

“Io ho messo i simboli e i segni delle religioni orientali che studiavo, ci ho pensato bene e li ho fatti miei”.

Lo ascolto colpito e ripenso a un film di Kim Ki Duk: “Primavera estate autunno inverno e ancora primavera” , dove il maestro accoglie dopo anni il discepolo scappato e reo confesso di un delitto. Lo mette a incidere il legno del pavimento della zattera dove il vecchio viveva; simboli su simboli scavati nel legno con sangue e sudore per giorni e notti. Incidere come espiazione e ri-significazione della propria vita dopo il delitto compiuto, la purificazione con la fatica e l’arte della scrittura.

Penso all’uomo che mi siede di fronte, con la pelle decorata come un tappeto orientale attraverso punture autoinflitte con ago e inchiostro per scriversi sul corpo i dettami dell’anima.

Poi continua..”Non credo in Dio, secondo me non c’è niente dopo, la religione è imparare a vivere e incanalare la condotta su questa terra, siamo animali in fondo”

Io: “be.. perchè un animale avrebbe bisogno di dipingere o scolpire? cosa c’entra con la sopravvivenza? Da quando l’uomo è tale, ha cercato dalle caverne alle gallerie d’arte di fare qualcosa per raccontarsi, per mettere uno scarto tra la propria esistenza e la pura biologia della sopravvivenza. Che Dio esista o no credo che le religioni siano un modo di rapportarsi con il mondo e guidare il proprio agire per scopi superiori al sopravvivere..”

Lui: “..si, alla fine sai cosa ho scoperto dopo anni a leggere e studiare religioni?”

Io: “No”

Lui:” che il fatto che mi svegli domani mattina per un nuovo giorno è meraviglioso!”

Io:” Puoi scommetterci”

Parlando della sua compagna, Anna, era violinista di madre russa e padre americano, aveva un carriera segnata nella musica, ma segnata da altri… E vivere i panni degli altri ma lavarseli quando sporchi in casa propria non era certo la sua ambizione, iniziò a migrare e viaggiò così tanto da sentirsi stufa di farlo e iniziare a avvertire la solitudine negli spostamenti, nonostante i mille volti di luoghi e persone. S’incontrarono un giorno e adesso viaggiano assieme. Chissà se per tanto o poco.

Ad ogni modo lui cerca la sua felicità nelle mura di una casina isolata nei paraggi dei villaggi indio intorno a San Cristobal, li vuole ritirarsi, suonare la chitarra e dipingere.

Si uscirà una sera assieme ma all’ultimo appuntamento, datoci dopo un paio di giorni, non verranno. Questo sarà il nostro saluto, rimane la gratitudine di aver raccolto il “dunque” di un altro uomo e di averlo fatto incontrare con il mio.

Rimarrò nell’ostello concentrato sulla scrittura di un articolo da consegnare in pochi giorni, farò passeggiate nelle piazze animate con i suoni di zampogne, accordi di chitarre e tonfi sordi di tamburi per i numerosi turisti che riversano nel cuore della città ogni notte.

Passeggio saltando tra ombre di lampioni e registro con video e foto donne indie che vendono mercanzie sedute su tappeti nella grande piazza. Passeggio e vedo genti che smontano i mercati nella notte tra cani girovaghi e bambini che si rincorrono intorno alle panchine. Prendo la moto il giorno seguente e, lasciandola libera dai bagali come una libellula, me la porto sino a visitare San Chamula e Zinacantan, due piccole comunità dichiaratamente indie al 100%, con guardiani vestiti di pellicce bianche e cinte in cuoio che con bastoni allontanano chiunque si azzardi a puntare una camera sugli abitanti. Bello…se la messa in scena fosse vera lo sarebbe ancora di più. Invece vedo che sebbene proibito usare una macchina su una persona non è proibito per quella persona, insieme ad altri 10 suoi amici assalire turisti con richieste di ogni tipo, dalla compravendita all’elemosina passando per offerte di custodire e sorvegliare il proprio mezzo. Mi sento assillato e pare che più che le loro tradizioni la prima cosa che rischi il logoramento sia la mia fibra nervosa. Scatto una foto alla chiesa che avevo visitato tre anni orsono preservando il ricordo del suo magnifico interno. Dentro le sue mura la religiosità e la trascendenza erano reinterpretate e liberate dai canoni sino a permettere l’affiancamento di ogni genere di pratica purchè rispettosa del’altrui credo e del raccoglimento silenzioso. Una chiesa piena di aghi di pino e mais, simbolo dei maya, dove ognuno prega ciò che sente di pregare e lo fa come sente di farlo, chi portandosi galline e candele e chi rosari e bibbie. Nessun intermediario o prete tra l’uomo e il sacro e dentro il confessionale, e qui viene il bello, non incontri un padre confessore ma uno specchio che riflette la tua immagine. “Questa è spiritualità” mi dicevo quando vi passeggiavo dentro, inebriato dai fumi di candele  mescolati agli odori delle frasche di pino appese alle pareti, mentre donne maya recitavano preghiere in Tzotzil a lato di chi in ginocchio sulle foglie che coprivano il pavimento diceva il padre nostro.

Una sera conosco Benjamin, francese, ma con un buon spagnolo che ci permette di intenderci fino alle risate. Gli dò il benvenuto tra i motociclisti stappando una birra: da pochi giorni si è comprato un motorino 125 usato e prodotto in Messico, con questo tenterà di arrivare sino a Panama. Complimenti, ripenso ai grandi viaggiatori con le piccole cilindrate, quelle cilindrate che non ti permettono di farti scappare il mondo correndo a 140. Mi tolgo il cappello, tutta la mia stima, gli batto una mano sulla spalla mentre cinghia e sistema a calci lo zaino da montagna legato sulla sella posteriore strabordante di mezzo metro dal culo di quel moscerino meccanico. Un giorno prenderò un vespa e farò il giro del mondo.. fantastico io con occhi trasognati. Poi guardo il ferro, e vedo che a parte la cubatura del motore, anche lui ha parecchio da dire in fatto di stile, essenzialità e coraggio. Benjamin parte e due giorni dopo, inviato l’articolo e assolti i miei doveri, entro in Guatemala aprendomi le porte del Centro America. Saranno notti in mezzo a indios, veramente indios, i cui bambini faranno capolino dietro i muri delle case per spiarmi durante il montaggio della tenda in una selva tropicale raggiunta dopo decine di km senza l’ombra di asfalto. Vedrò paesaggi magnifici, romperò le frecce della moto rischiando di ammazzarmi in un fosso.. e infine riattraverserò la frontiera su una lancia di 3 metri caricandoci sopra il ferro a braccia con la polizia a proteggermi da 5 malavitosi locali con i quali stavo per venire alle strette dopo essere stato derubato con scuse idiote degli ultimi soldi liquidi….

Continua…

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Verso il Centro America

Sono 10 giorni che ho lasciato Guanajuato.

Ho passato i primi 20.000 km di questo long, long, walk e sono già sconfinato nel Guatemala.

Lasciai i ragazzi dell’Ostello con la promessa di ritornare dopo una breve sortita in America Centrale. Ad Olga e alla sua famiglia feci la promessa ma insinuai un dubbio per togliermi dal vicolo cieco che mi avrebbe obbligato sulla via del ritorno.

Ci siamo abbracciati mettendo fuori una buccia dura, da persone scafate che accettano il distacco. Terreno fertile per la solitudine, e già con i primi km di allontanamento questa vecchia canaglia, vecchia compagna di viaggio, metteva i primi germogli.

Solitudine che mi si attacca come l’ombra di Peter Pan, l’ombra perduta e ora ritrovata, ci cammino insieme in un paesino del Guatemala, dove sono ora che scrivo, sulle rive del lago Atitlan. Ce l’ho addosso insieme agli occhi della gente. Gli occhi della gente sono il mio vestito, la solitudine la mia ombra e la curiosità i miei passi. Sono forse l’unico turista a San Juan de la Laguna. Le donne maya parlano Tzotzil quando passo e mi mettono in coda il loro commentario misterioso. Nella stanzina presa in affitto riavvolgo i ricordi e vi scrivo i giorni di marcia da Guanajuato. Partivo lunedì 30 maggio alle 2 del pomeriggio seguendo un percorso che mi avrebbe fatto saltare il De Fe (districto federal), la gigantesca capitale di 20 milioni di abitanti grande come la Lombardia per raggiungere Oaxaca più a Sud. Salto la capitale perchè non voglio portarmi la pellaccia e il ferro in un labirinto da Minotauro di quelle proporzioni, Milano già mi prostrava la pazienza. La città del Messico, in proporzione, fa apparire Milano come un villaggio di campagna.

La sera sono poco dopo Pachuca, “sull’ala” orientale del De Fe, accampo, secondo la buona usanza maturata in Canada, nel primo pertugio che mi isola alla vista, non ci sono alberi ma solo camion demoliti con i motori fuori come pance sfondate. Prendo la videocamera e documento.

Ho una videocamera nuova, quasi, una Canon Hv 20 acquistata quando mi sono reso conto che registrare il mondo e digerirlo con pellicola, penna e carta sia un modo ulteriore di corteggiare la bellezza e la diversità che incontro. Dopo averla vista con i miei occhi la cerco ancora con l’occhio della camera e quando ho la penna in mano la cerco un’altra volta nei ricordi per vuotare la sentina piena di emozioni con la scrittura. Una distillazione del bello a tre stadi: occhio, camera e racconto. Mi piace e con questo vi farò assaggiare un pò di questa mia “conserva” raccolta per strada e stagionata nei nastri.

Una notte con la strada vicino e i camion smarmittati che passano non mi vincono la stanchezza, il mio sonno che si è fatto su 3-400 km di sella sotto il sole ha la meglio. Non c’è rumore che lo penetri fino in fondo.

Il giorno seguente arriva con il primo sole e al seguito c’è già il figlio del padrone che giocherella con un bastone e aspetta indeciso che esca dalla tenda. Stempero quanto c’è di strano in un intruso che ti trovi fuori casa la mattina grazie un paio di sorrisi, metto a regime l’amicizia e faccio la parte del poveraccio viaggiatore innocuo e senza tetto che viaggiava stanco e ha trovato prima di crollare quel luogo. Funziona sempre e questa volta non fa eccezione, mi rendo però conto che questa parte sta iniziando a fondersi con la realtà.

Lui insiste rivolgendosi in inglese anche quando gli parlo nella sua lingua. E’ un inglese pessimo, ma gli leggo tra le righe il desiderio di farsi vedere all’altezza del mondo e dei suoi codici linguistici diversi. Un modo di rompere i confini della sua isola di ruggine e rottami che erediterà un giorno dal padre. Gli stringo la mano e lo ringrazio, mi scuso, carico il Ferro e vado.

Una nuova salva di centinaia di km alla ricerca della vecchia strada per Oaxaca, di cui scriverò un articolo pochi giorni dopo: un serpentina che arrampica e scivola sulla schiena di catene montuose ammantate di sierra.

Curve e controcurve che farebbero il paradiso degli smanettoni motociclisti, per me sono divertimento genuino ma senza eccedere in azzardi per evitare di chiudere in deficienza un viaggio che è solo all’inizio.

Il Ferro pesante come un bue e imbottito come un Cavallo di Troia di attrezzi, libri, vestiti, portatile, videocamera e altri amenicoli si comporta bene come sempre. Venti km al litro è la sua sete. Faccio una sosta pensando alla mia in una piccola “tienda” per comprare qualcosa di liquido. Vengo immediatamente avvicinato da tre operati che mi offrono un paio di birre assicurandomi che il sole me le asciugherà fuori in 10 minuti. Accetto e gli darò ragione: l’alcol se ne andrà dai pori ancor prima di salire alla testa. Tra pacche e congratulazioni per il viaggio,  mi congedo. Ancora curve e gincane su macadam e asfalti improbabili, verso sera sono a 100 km da Oaxaca, mi fermo su un passo a 1700 metri con l’idea di sgranocchiare qualcosa nell’unica casa-ristorante presente, le cuciniere mi guardano e senza che glielo chiedessi mi concedono spazio fuori per piantare la tenda. Valuto l’opzione tra la seconda notte sotto le stelle o l’ultima tirata per arrivare in città. Con la loro offerta mi anticipano sulle elucubrazioni mentali che sono solito fare quando devo prendere una decisione banale. Apro la tenda e mi presento a Natali e suo marito, che mancante di un occhio mi scruta un attimo con l’altro per accertarsi delle mie buone intenzioni. Diventa immediatamente ospitale e scaccia cani e galline per darmi 4 metri quadri tutti miei dove armare il mio equipaggiamento.

La moto è impassibile sulla sua gamba laterale, inclinata come una pietra rotolante. “Perchè non parli??!!! “

Ferro: “Perchè sono metallo della terra. Non sono una costola di Adamo lavorata da Dio per tenerti compagnia, quella l’hai lasciata 600 km dietro, coglione”

Io: “Ah.. già…grazie”

Toporso: “Io sono il tuo pupazzo da quando sei nato.. non ti faccio compagnia?”

Io: “Be, fai compagnia quanto una marionetta la fa al suo ventriloquo. Se sono pieno di vita posso riempirti un pò anche a te, ti soffio dentro le parole e ti do movimento. Ora però sono stanco per credere al trucco, vado a ripararmi il materassino se non ti dispiace e poi dormiamo”

Toporso: “buon riposo viaggiatore”

Faccio qualche ripresa della notte e mi accorgo che questa camera può penetrarla molto meglio della precedente, però le stelle che vedo sono solo cosa mia, l’elettronica non le afferra, sono troppo poco luminose o troppo belle per un obiettivo. Riparo il materassino in 3 volte, sputazzo su dove presumo si nascondano i buchi e quando vedo bollicine metto la colla epossidica. Leggo un poco e poi vado a fondo nel mio sonno.

Saluto e parto il mattino seguente, raggiungo Oaxaca alle due, visito un hostal, 110 pesos, ovvero 6 euro, troppo se voglio viaggiare a lungo, scelgo un dormitorio da 3 euro e mezzo. Va bene.

Scarico dalle vertebre il giorno con un pisolino nel mio letto a castello e poi passeggio per il centro, registro qualcosa e mi metto in un caffè a mangiarmi un gelato. Una voce da dietro mi distoglie dalla visione della piazza animata: “Where are you from?”

Capisco l’antifona e mentre rispondo mi alzo e mi metto al tavolo dove siede questa voce per proseguire la conversazione. Come suole in queste circostanze, entro in una nuova storia, mi lascio assecondare da quel destino che sembra governare certi incontri. Ascolto come sempre assorto nel volto di uno sconosciuto che dopo una mezz’ora diventa meno sconosciuto e più amico fino a darmi un numero di telefono, una mail e un invito.

E’ Harold, 40 anni, una mano ruvida capace di avvolgere la mia sino a ritrovare se stessa dall’altra parte, un corpo da 2 metri di stazza, scopro che non è un giocatore di basket ma un ingegnere che ha lasciato il lavoro negli Stati Uniti per fare il missionario in Messico.

Io: “Dove vivi?”

Harold: “Mi sono trovato un posto nelle montagne qui intorno, a due ore di sterrato.”

Io: “Che fai lì?”

Harold: “C’è una comunità di indios, mi sono messo a dargli una mano, costruzioni e roba simile, ma non gli dico assolutamente che sono missionario, questo genererebbe aspettative, penserebbero che devo dare qualcosa o che devo insegnare qualcosa o chissà che diavolo. Semplicemente mi comporto come missionario ma senza dire che sono un missionario.”

Io: “Tutta la mia stima!, la cosa strana è che da quando ho iniziato il viaggio sul mio cammino ho incontrato tanti uomini il cui percorso di vita si è intrecciato con una fede, ma gente tosta! Gente che indipendentemente dal tuo credo ti accoglie e da una mano, solo perchè sei una persona, senza intromettere nell’amicizia i plagi o i condizionali.

Harold: “Credo che così debba essere un uomo di fede, per me questa è la felicità, io ci provo. Se passerai di qua scrivimi con un paio di settimane di anticipo, vengo in città solo sporadicamente a controllare la mail”

Ci salutiamo, è stato un piacere e una nuova tessera del mosaico di storie che sto mettendo insieme.

“E ricorda che se sei in difficoltà Lui è la pietra che non rotola” (He’s the rock that doesn’t roll!)

Mi alzo dal tavolino e continuo a camminare perdendomi quasi di proposito nel dedalo di vie coperte di porfido e illuminate da lampioni giallognoli.. e mi chiedo che rapporto abbia il sacro e la spiritualità con il mio viaggio. Una relazione ci sarà visto il tipo di incontri che sempre faccio quando metto uno zaino sulle spalle. Torno all’ostello e scopro sul tetto un amaca tirata tra due pali che reggono una capanna di paglia, un bassotto mi si avvicina con la pelle degli occhi pendente in una espressione triste, mi afferro a una sua orecchia e lentamente mi tiro mettendo movimento all’amaca, faccio mente locale sul nulla, non c’è proprio niente che afferri la coscienza più del dondolio della rete dove sono disteso.

Non ho pendenze all’attivo con il giorno presente, è andato tutto come doveva andare. Solo mi si affaccia una malinconia che cerco di disperdere con sbadigli profondi. La città sta già dormendo e sono l’ultimo della mia camerata ad essere ancora sveglio. Sono pronto per il sonno dei giusti, vado a coricarmi.

Continua…

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A volo d’Aquila

Sono di nuovo in strada.. partito fresco da un pugno di giorni e poi messo alle corde dalla stanchezza nascosta dal piacere di condurre il Ferro roboando per colline, montagne, sierra e playa..
Notti in tenda sul ciglio della strada, una volta in un cimitero di camion (un dejavù?), una volta in un passo di montagna e poi ancora su una statale di fianco all’amaca di un fruttivendolo che la mattina mi porge un mango che con i suoi succhi tropicali metterebbe in piedi un morto.
E poi per un poco sarà riposo migliore, due notti fà ero in una amaca appesa su un tetto della slendida e turistica Oaxaca:
disteso con i piedi incrociati sento che la notte mette a letto la città, fumo una sigaretta e ascolto uno strano mix di musica spagnola e francese, il bassotto dell’Hostal mi raggiunde come fossi un insaccato sospeso con due corde sopra la sua terra. Con la scusa di una carezza e un grattino mi aggrappo a un suo orecchio, è lungo come uno zerbino, dolcemente mi tiro a lui dando il movimento iniziale all’amaca. Oscilla l’amaca e iniziano i pensieri all’indietro: faccio i conti a cuore aperto e sento che mi manca Olga, c’è la solitudine del viaggiare che mi ha trovato, vigliacca! ..o vigliacco io? ..si perchè già faccio sbadigli finti per chiamare il sonno e fare che mi porti via dalla malinconia. Funziona.
Sarà nuova strada il giorno dopo: corro sulle spine dorsali dei monti arrampicandomi su sino alla città mezza india di San Cristobal de las Casas. Ho fatto quasi 1500 km in pochi giorni, mi fermo in un Hostal per lavarmi, rilassarmi e scrivere, ho tempo qualche giorno e poi sarò dentro il Guatemala.
Incrocio la vita di altri, prima quella di un ingegnere diventato missionario che vive nelle montagne dello stato di Oaxaca e poi, oggi per la precisione,  quella di un gringo che con la sua storia mette fuori delle  belle cicatrici.. body guard di un narco trafficante quando era giovane, soldato poi, in galera un tempo.. giramondo senza sosta in un altro tempo .. e infine vagabondo in cerca di redenzione e pace, ha 48 anni e sta cercando una casa nei paraggi per vivere isolato suonando la chitarra e facendo scultura e pittura.
Scriverò presto di lui e di questi mesi che ho raccontato più con le immagini che con le parole.

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