la nostra famiglia di panama
A Panama abbiamo incontrato una famiglia splendida che ci ha ospitato per ben un mese e mezzo.
Abbiamo condiviso la violenza degli acquazzoni tropicali, il piacere di nuotare nei fiumi dove loro giocavano da bambini,
l’amarezza di osservare la deforestazione che ferisce la terra e cancella luoghi importanti,
le risate mentre mangiamo banane fritte intorno al tavolo sotto il portico avvolto dal bosco al lume di una lampadina impiccata a un filo che dondola nella brezza,
abbiamo condiviso le canzoni del señor Bolivar che con mezza bottiglia di rum suona meglio che un Juke Box e mette nell’aria struggenti strofe latine,
abbiamo giocato con i sei cani che ci hanno protetto di notte quando il bosco diventava il territorio di caccia dei coyote,
abbiamo letto libri di fantascienza che non c’entravano con Panamà ma solo con la fantasia, quella stessa che mi ha messo “in moto” sfumando i confini tra sogno dalla realtà.

Le acque cristalline dell'arcipelago di San Blas

Le acque cristalline dell’arcipelago di San Blas

Tutto bene fin qui, ma poi siamo andati verso Panama City, a 600 km di distanza e abbiamo dovuto cercare soluzioni per attraversare il Darien Gap.
Come ben sapete non ci sono asfalti che attraversano questo tratto di terra largo cento chilometri che connette il Nord America al Sud America.
Ebbene invece di 10 dollari in benzina ne abbiamo spesi 1000 per andare in barca a vela fino alla Colombia. Io, Olga e moto.
Non credete alle stronzate che dicono per giustificare la mancanza di una comunicazione via terra, Panamà si fregia di avere una delle opere ingegneristiche piu importanti del secolo scorso, il canale di Panamà che connette bensì due Oceani, ma non è capace di progettare 70 km di strada che rispettino l’ecologia e garantiscano la sicurezza di chi vi transita. Niente. Spendiamo 100 volte tanto. È una esperienza, non necessariamente bella, che vale mezzo capitolo di un libro.

Skycrapers of Panama city and girl lying in front

Olga distesa di fronte ai grattacieli di Panama City

Prima finiamo con un filibustiere maleducato che si chiama Rigoberto il quale ci prende per il culo facendoci buttare via giornate intere ad aspettarlo al porto malfamato di Colon, poi finiamo a Portobello, un posto simpatico con gente antipatica, dove i dolcissimi scaricatori di porto (che la notte scaricano dalle lance qualche pacco di farina perché qui mangiano molto pane…con le narici) ci appioppano a un capitano francese di 26 anni che salpa con noi e “troppi” altri passeggeri verso la Colombia dentro una bagnarola che per miracolo tocca le coste sudamericane dopo aver bruciato il motore, essersi inondata di notte, ed aver rotto tutte le pompe.

Adesso siamo alle porte del Sud America, eccitati da mete lontane, improvvisati nell’itinerario, colpiti dalla grazia e gentilezza di questo primo popolo.

Arrivando a Cartagena, Colombia

Cartagena, Colombia, di notte e Olga che la scruta da lontano