Nonostante ho dimezzato il peso, il costo e per certi versi anche alcune caratteristiche del mio arsenale fotografico sono felice di constatare, come era giusto aspettarsi da un fotografo, che l’occhio è rimasto allenato.
Un vecchio signore che abbiamo visto aggirarsi nella Guanajuato di superficie adesso è con noi nella Guanajuato Underground. Aspetta un bus.
Aspettare è un verbo da conoscere a fondo in Messico, da esercitare e vivere con calma.
Nella foto l’impressione è che sia solo nell’universo… in realtà alla sua sinistra c’erano altre persone in fila che ho occultato scattando con questo angolo particolare (applicando la regola dei terzi).
Eppure la mia inquadratura riflette qualcosa di una solitudine che forse c’è per davvero.
I mariachi che circolano per Guanajuato sono un simbolo di allegria ma alcuni tra i più anziani spesso incarnano anche il dolore dell’abbandono.
Anni fa ne fotografai e conobbi un paio, avevano quell’allegria che si addice ai cantastorie ma anche un velo di malinconia negli occhi. Erano vecchi e stanchi, costretti a suonare per raccimolare qualche soldo e arrivare alla fine del mese. Loro, insieme ai bambini di strada, “affittati” dalle madri a chi li lascia in giro alle 5 di mattina per raccogliere elemosina, sono stati un esempio della parte dimenticata di questa società che è allegra ma alcune volte per finta.
Se la vedo da questo punto di vista allora la foto non è un “falso” e nemmeno è fatta con una prospettiva che occulta e distorce, forse ho fatto una foto che veramente racconta un lato “Underground” di questa città ipocrita.
In questi giorni mi sto ritirando molto dentro me stesso, devo rivangare ricordi e tappezzare tutti i buchi della memoria che m’impediscono di completare il mio libro “Quante Strade” che presto uscirà di nuovo, rivisto, aggiornato e arricchito.
Keep in touch!


Scrivi un commento