Camminando con Peter, l'uomo che sa tutto

.. e poi mi parlò della frontiera con il Messico, poi della politica, mi disse che l’Italia per certi versi è come una costola dell’Africa piuttosto che dell’Europa, poi ancora che i computer saranno veramente intelligenti quando potranno mentire o dire “questo programma non voglio eseguirlo”. Mi raccontò di quante valvole può avere una raffineria e di come si caccia un coniglio, i pericoli dell’ Amazzonia e poi una teoria a favore del commercio delle armi, mi spiegò come si costruisce una bomba e come si cura una mucca dalla diarrea. Mi disse come guardare le stelle per capire la latitudine e come vivere in Messico mantenendomi solo giocando con i cambi valuta. Indicando la mia moto mi chiese i valori di coppia e la distribuzione e poi, nessuno sa come, stavamo già discutendo di quando il Texas era territorio messicano.

Aveva una sorta di onniscenza ma senza dal peso della presunzione. Su certi argomenti spinosi e con forti richiami alla morale alzava moderatamente i toni e faceva l’avvocato del diavolo… a giudicare da come lo difendeva sicuramente riceveva dei bei compensi dall’inferno. E di certo ne sapeva anche “una più del diavolo” visto che ci teneva sospesi con le sue argomentazioni come calzini sullo stendipanni. Non cercava di vincere con retorica e conoscenza, sicuramente sarebbe stato già sul podio, cercava piuttosto stimoli per conversare meglio e per rianimare discorsi che diversamente sarebbero caduti sul lastrico della banalità. Pendevamo dalle sue labbra e ci dimenticavamo di bere il caffè che ormai era freddo. Parlava inglese e il 75% di quello che catturavo mi bastava per avvertire una sapienza forgiata sotto il martello della pratica diretta, affilando la lama della vita con esperienze eterogenee e un pizzico di avventura. Parlava e con l’indice tracciava disegni sul tavolo, altre volte lo agitava come un poligrafo facendo un tracciato della sua carica emotiva. Quando camminavamo si fermava spesso per riprendere fiato e convertire il movimento in idee, quando i passi si arrestavano iniziavano le parole e le descrizioni del mondo e delle sue mille esperienze.
Mi indicava una grondaia e mi spiegava come e perché un tubo passasse lì piuttosto che là, come dietro la litografia di Pancho Villa appesa in un negozietto c’erano storie e segrete alleanze, perché quella casa aveva in un angolo quella pietra così diversa… Poi rimetteva in movimento le gambe e spostava i suoi 110 kg su per il selciato, la pancia prominente lo anticipava di 30 o 40 cm e tagliava traguardi un secondo e mezzo prima di lui. Io gli zampettavo dietro, davanti e di fianco.. in funzione delle dimensioni di quel marciapiede microscopico ma sempre nel raggio d’azione dei suoi racconti.

Si chiama Peter e di professione fa solo una cosa: tutto.

Lo incontrai a Zacatecas e fu il mio compagno di caffè quasi ogni giorno. C’era sempre tempo per ascoltarlo. Di lui seppi che si sarebbe fermato in Messico tre mesi, non si fidava delle promesse pompose per il rilancio economico degli States. Lasciò il Texas per vivere in economia a Zacatecas, diceva: “Stiamo a vedere il dollaro che fa..”. E mentre stava a vedere ha incontrato una donna. Tra lui e la sua dolce metà messicana, sommando le età, facevano 90 anni. Lui ci metteva i primi 60 e lei era mia coetanea. Nei nostri discorsi finì presto sulla sua biografia come l’orso sul miele. Da giovane era la pecora nera che
abbandonò i pascoli del Montana, dove la sua famiglia da generazioni portava avanti la pastorizia, se ne andò in Texas a fare il guardiano di recinti. Con il suo cavallo percorreva km e km di perimetri tracciati a filo spinato, controllando che le mucche e i cavalli fossero dentro e i malintenzionati fuori. Poi si arruolò nei Navy Seals, finì in Vietnam, ritornò illeso, s’imbarcò come marinaio alla volta del Brasile. Senza un soldo attraversò la foresta Amazzonica con sete d’avventura. S’imbarco di nuovo alla volta dell’Europa. Ritornò nel Texas e iniziò ad allevare. Poi lavorò come consulente per il governo e poi ancora chissà…

Quando gli chiesi cosa pensava della felicità mi rispose così: “ci sono persone che nascono con i geni dell’altezza e da grandi giocheranno a basket. Io sono nato con i geni dell’apprendimento… mi sono dedicato a imparare tutta la vita.. la felicità per me è conoscere e provare sempre qualcosa di nuovo. C’è troppa bellezza per
girarsi dall’altra parte e c’è troppo da conoscere per far finta di niente”.

Ci salutiamo con l’intenzione di rivederci a Guanajuato. Alla fine non ci rivedremo, l’unica cosa che rivedo, nei ricordi, è la sua pancia, il suo estro e l’amore per imparare sempre qualcosa dalla vita.

Che questo sia l’ispirazione e il sale del mio viaggiare.

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