Cavalcando la Cordillera

La seconda parte del mio viaggio in Perù che inizio a raccontare QUI

La sierra del Perù in moto

UN SALTO INDIETRO NEL TEMPO

Entriamo in Cajamarca e forse entriamo anche in un’altra epoca. Siamo alle porte di un mondo, e anche di un tempo, che i nostri nonni europei ci raccontavano sulle sedie a dondolo e che i nostri padri hanno appena intravisto prima che svanisse nel turbine della modernità che ha seguito la seconda guerra mondiale. Qui l’aratro si tira ancora con i buoi, l’acqua calda è rara, i panni si lavano nei catini all’aperto, gli uomini e le donne portano ancora il cappello a falda larga, i pastori fermano il traffico per far attraversare la strada ai loro piccoli greggi, qualcuno con l’asino porta il latte mentre le donne vestite di nero portano il lutto. I bambini hanno le guance bruciate dal freddo, striscioline di muco sulle narici e giocano nei prati con palloni sgonfi. Gli sciuscià lustrano scarpe in piazza e gli arrotini affilano i coltelli agli angoli delle strade.
La mia depressione scivolerà presto in secondo piano insieme ai dolori al piede, l’attenzione sarà tutta per questa magistrale capriola indietro nel tempo, per questa ricerca di tracce, non tanto degli Inca (dopo quasi 9 anni di Latinoamerica sono stufo delle rovine precolombiane), ma della vita contadina che è appartenuta anche a noi e al nostro “secolo breve”.
Con la moto giriamo intorno a Cajamarca, su per strade che incidono le facciate rugose delle montagne, sui campi scoscesi ai lati della strada vediamo mani gelate che cavano patate dalla terra, mani di donne che vestono colori provocanti come il turchese del cielo, lo smeraldo della selva e il rosso della brace, mani consumate dagli affari con la Pachamama, la madre terra. Il Perù è il più grande produttore al mondo di patate, ce ne sono 3000 varietà e quasi tutte preferiscono crescere in altura, rifugiate in un suolo che con il freddo diventa una cassaforte.

Donne quechua sedute fuori da casa

Un giorno abbandoniamo le montagne per andare a “Baños de los Incas”, vicino a Cajamarca, dove le acque sgorgano ribollendo dalla terra e si raccolgono in piscine naturali e artificiali. Finisco per non interessarmi molto alla possibilità di fare un bagno caldo, invece scatto foto alle nuvole di vapore che nella luce ambrata della sera sembra che inghiottano persone e rigurgitino fantasmi. Cammino e fotografo tra silhouette diafane tremolanti, anime che fluttuano tra mulinelli di nebbia.

I vapori di Baños de los Inca Perù
Ci fermiamo una settimana a Cajamarca, a casa di Natasha, che ci ospita al terzo piano di una casa che sta su un’altura tanto ripida che i mototaxi che vanno a gas rinunciano all’ascesa lasciandoci a piedi tre quadre prima.
Natasha lavora, ci prova almeno, per il governo belga in un progetto a beneficio del sistema sanitario peruviano. Sta passando attraverso tutte le stagioni dell’inefficenza nazionale: prima ci sono i cambi di governo con dacapitazioni e sostituzioni ai vari ministeri per mettere gli amici di partito con la conseguente paralisi semestrale “di assestamento”, poi c’è lo scandalo di qualche figlio di puttana che ha rubato i soldi pubblici accendendo la miccia d’indagini colossali che tirano il freno a mano di tutta la macchina amministrativa e infine, ovviamente, la burocrazia grippata con tutte le sue supercazzole e i voli pindarici per ottenere qualunque permesso, autorizzazione e via dicendo.
Insomma, la povera Natasha sta in ufficio, cerca di fare qualcosa finendo per coltivare la pazienza più di un monaco buddista in ritiro sull’Himalaya.

BUON COMPLEANNO A ME

Festeggio con lei, con Olga e con Techi, il mio 37esimo compleanno, ancora una volta lontano dalle mie radici, quasi fosse un’abitudine al quale non potrò, sinceramente, mai abituarmi.
Dopo un soggiorno quasi settimanale sul suo pavimento la lasciamo in pace e continuiamo verso Huaraz che per me è un ricettacolo di memorie vecchie una dozzina d’anni, risalenti al mio primo viaggio in Sud America. Quando tentai l’odissea di un viaggio in solitaria, senza più accompagnatori o gruppi per schermarmi da quel mondo che mi affascinava e mi faceva un po’ paura.
La strada per Huaraz è addomesticata, asfaltata e un po’ apatica, continua dritta senza imprevisti come un binario ma poi cambia, l’asfalto s’incartapecorisce, è punteggiato da rompivelocità a sorpresa e piccole interruzioni di sterrato. A un certo punto capisco che si sta mettendo male per il Guzzi, soprattutto per la sua ruota anteriore sempre più liscia. Per l’appunto un poliziotto che presidia un posto di controllo in mezzo alla strada ci dissuade dal continuare per la montagna e ci manda di nuovo alla costa…
La sento come una piccola sconfitta, avrei voluto fare tutto il Perù saltando sulle sue montagne, senza mai ritornare in basso verso la costa, come un Barone Rampante che non vuole più scendere dagli alberi.
Intanto, “dentro” la moto, il cavo che dalla trasmissione va alla strumentazione si rompe mandando in sciopero il contachilometri che così si aggiunge al contagiri, muto da anni. Il Guzzi diventa così una “moto impressionista” nel senso che ho solo una vaga impressione della velocità, dell’autonomia e dei chilometri percorsi. Il vento contrario sulla faccia mi dice se sono nei limiti di velocità mentre i dolori alle chiappe da quante ore sono alla guida. Mi accontento, per ora.

meditando di fronte alla Cordillera delle Ande

Andiamo in direzione di Trujillo fermandoci per la notte in una desolante città costiera imprigionata nel piano urbanistico di un maniaco ossessivo delle linee rette, nemico di ogni forma tondeggiante, di qualsiasi curva naturale che caccia fuori una città viva, con un suo centro, un suo cuore, un seme che si dischiude e allarga. Chimbote è un intreccio di strade che si ripete all’infinito. Come una rete da pesca che per giunta puzza di pesce per via delle tantissime pescherie e mercati che espongono le prelibatezze fetenti dell’Oceano Pacifico.
La mattina scappiamo dal piattume della costa che in questo punto ha perso pure il mantello solenne del deserto lasciando solo la sconsolata vuotezza di un piano cartesiano. Incontriamo nuovamente la via per la Cordillera, la strada diventa una cordata in salita sulla schiena di montagne brulle occupate solo da qualche plotone di cespugli, da qualche gruppetto di eucalipti o pini nani che sono andati in avanscoperta e qui si sono fermati.
Andiamo avanti e la faccenda diventa più seria, le salite s’impennano e l’aria diventa rarefatta…

Continua QUI sul prossimo post!

Sopra Cajamarca

By | 2016-12-18T18:02:25+00:00 dicembre 17th, 2016|Diario Personale di Viaggio, Generale|

One Comment

  1. Claudio 1 febbraio 2017 at 18:04 - Reply

    Commento prova.

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