Moto in autostrada

La mattina è solo l’ennesimo impacchettamento di vestiario prima di dare gas e liberarmi dalla pigrizia che non sono riuscito ad abbandonare in italia.

Gironzolo per la città che è ben più sveglia e attiva di me. Sulla sella del ferro mi rilasso appoggiando la schiena allo zaino e andando trovo la direzione per raggiungere il Chiapas. In piedi sulle pedane faccio lo stretching per rimettere in sesto i muscoli sempre più pigri ed esili. Solo un rotolo sottombelicale e poi il grasso sullo scheletro è solo un ricordo, e con esso se ne sono andati anche le curve costruite in palestra più di un anno prima.
Lo metto senza rimorsi sull’altare del viaggio, un piccolo sacrificio che faccio senza indugi: “per abbracciare il mondo non servono bicipiti grossi” mi dico. Valtzer di curve col sole in caduta libera mentre soffia un vento caldo che sa di tropici, mi si attaccano sulla pelle i nuovi gradi di questo clima umido e afoso. La notte non tarda e mi fermo sul ciglio di una strada abbastanza trafficata e ammantata di un verde umido che riveste come cera foglie di palme e alberi. C’è un chiosco che vende frutta con due amache che dondolano appese a lato, uno sguardo fa capolino da sotto il sombrero che ondeggia placido sulla testa di un uomo. Alla vista del ferro *l’hombre* si mette più sull’attenti, puzzo di forestiero e si sente da lontano un miglio. Lo anticipo dicendo che viaggio da tanto e mi piacerebbe mettere la tenda di fianco al chiosco. Sono il benvenuto ma per fugare dubbi sul buon cuore, o meno, dei padroni di casa mi spendo in una conversazione secondo l’ormai protocollare interrogatorio “dovevieniquantikmhaifattoperquantimesiquantocostalamotochecilindrataèdoveseidiretto”. Tologo ogni dubbio: è buona gente. Uno di loro mi dice “facciamo finta che ti rubo la moto…che fai?” Ecco un esempio infelice, mi incupisco. Controbatto che la moto è registrata in dogana, non esiste in nessun lDonne indigeniuogo del latinoamerica, i pezzi non sono compatibili nemmeno con un frullatore e non può essere usata perché ogni poliziotto tiene nel registro i numeri di telaio delle moto importate (questa stronzata è da cabaret…).

Il signore se ne va soddisfatto delle risposte, mi lascia al suo amico che mi porge un mango da mezzo chilo, lo ringrazio ma non ho nemmeno la forza di addentarlo, sarà parte della mia colazione il giorno dopo. I camion passano sulla strada a 20 metri di distanza inseguiti dai miei anatemi, non è la prima volta che la ninna nanna me la cantano i motori. Lo accetto e apro un libro che mi avvicina al punto di non ritorno dove la palpebra ha il peso specifico del piombo e non c’è altro da fare che tirarsi su la coperta entrando in un bozzolo di sonno.

A queste latitudini il sole fa della tenda un forno già alle 9 di mattina, farsi trovare fuori per quell’ora non è un opzione ma un imperativo. Mangio fagioli, uova sbattute alla messicana con una salsa al peperoncino che mi farà quasi sfiammare durante i miei obblighi scatologichi. Segue il mio mango e i saluti alla casa.

Passo sulla statale a lato di enorme pale eoliche, ma il ritmo del viaggio mi lascia in una bolla di inerzia e impassibilità, stupidamente non mi fermo e non faccio nemmeno una foto. Mi mangio tutto con gli occhi, tutto per me. Entro in Chiapas e mi avvicino a Tuxla. Parcheggio la moto e occupo tutte le prese di corrente del piccolo ristorante adiacente con i miei apparecchi, cellulari … lo sguardo perplesso delle cameriere non mi tange, come un rampicante che cresce insinuo i miei cavi nella rete elettrica per dare vita alla camera e a un paio di cellulari, uno non funzionerà e l’altro mi consegnerà un messaggio da parte di Olga. Un moto di affetto dopo 3 ore di moto. Bene, esco dal parcheggio e un gringo posa gli occhi sul ferro, “*Hei man!!*” … “è la prima volta
che vedo una di queste in tutto il latino america…. Motogusi… wow”. Passa il metro e ottanta, tatuaggi di scarsa fattura ma ricche simbologie gli scavano il corpo e dove le clavicole si uniscono come un manubrio allo sterno vedo un simbolo del Tao. La sua ragazza, avente a occhio e croce la metà dei suoi anni, mi saluta solare. Li frego sul tempo condensando in una frase il “dove-come-quando-perchè” del mio essere lì, sono neutralizzati. A lui non resta altro che consigliarmi l’indirizzo di un hostal in San Cristobal de Las casas, dove sono diretto, se ci vedremo li mi offrirà una birra.

Seguo il mio istinto alcolico, e in un paio di ore sono esattamente all’hostal segnalato, “*already here man!!*, Seems that i own you a beer!”.

Ci sediamo in un tavolino dell’hostello e iniziamo a raccontarci seguendo i quattro venti, ci sfogliamo come cipolle degli strati inutili di convenevoli e arriviamo al dunque. Il dunque quando viaggi, non abita i discorsi circostanziali o i nomi di città e paesi visitati, il dunque è perché viaggi, la radice profonda del desiderare e del partire. Il movimento è solo quello che si vede sulla punta dell’iceberg, ma io e il gringo eravamo già sotto il livello dell’acqua.

“A 30 anni volevo fare qualcosa di buono nella mia vita. Feci il bodyguard di un narcotrafficante, poi venne l’esercito, la guerra, anche la galera. Iniziai a viaggiare, Europa, Asia, Latino America. Coltivai la passione della pittura e della scultura, ogni pezzo di legno, anonimo e abbandonato in una spiaggia, era l’involucro da incidere e liberare, come una conchiglia da aprire con il coltello e la fantasia per tirargli fuori forme che raccontassero qualcosa…. forse avrò dipinto un migliaio di tele, e tutte le ho regalate, fatte per godere al momento e poi liberate nelle mani di amici e conoscenti.”

“Come i mandala orientali, fatti nel presente a appena terminati cancellati con un colpo di mano”

“Si, dipingo e scolpisco per me”

“E i tuoi tatuaggi?”

“Quelli rimangono, li ho fatti a mano da solo, in un periodo di 3 o 4 anni. Tu hai tatuaggi?”

“No, forse un giorno, ma credo cDonne indigenihe incidere il corpo sia una cosa molto seria, sacra. Voglio pensarci bene prima di mettermi addosso un tatuaggio, trovare un simbolo che mi stia sulla pelle a vita, senza rimpianti”

“Io ho messo i simboli e i segni delle religioni orientali che studiavo, ci ho pensato bene e li ho fatti miei”.

Lo ascolto colpito e ripenso a un film di Kim Ki Duk: “Primavera estate autunno inverno e ancora primavera” , dove il maestro accoglie dopo anni il discepolo scappato e reo confesso di un delitto. Lo mette a incidere il legno del pavimento della zattera dove il vecchio viveva; simboli su simboli scavati nel legno con sangue e sudore per giorni e notti. Incidere come espiazione e ri-significazione della propria vita dopo il delitto compiuto, la purificazione con la fatica e l’arte della scrittura.

Penso all’uomo che mi siede di fronte, con la pelle decorata come un tappeto orientale attraverso punture autoinflitte con ago e inchiostro per scriversi sul corpo ciò che l’anima comanda.

Poi continua..”Non credo in Dio, secondo me non c’è niente dopo, la religione è imparare a vivere e incanalare la condotta su questa terra, siamo animali in fondo”

Io: “be.. perchè un animale avrebbe bisogno di dipingere o scolpire? cosa c’entra con la sopravvivenza? Da quando l’uomo è tale, ha cercato dalle caverne alle gallerie d’arte di fare qualcosa per raccontarsi, per mettere uno scarto tra la propria esistenza e la pura biologia della sopravvivenza. Che Dio esista o no credo che le religioni siano un modo di rapportarsi con il mondo e guidare il proprio agire per scopi superiori al sopravvivere..”

Lui: “..si, alla fine sai cosa ho scoperto dopo anni a leggere e studiare religioni?”

Io: “No”

Lui:” che il fatto che mi svegli domani mattina per un nuovo giorno è meraviglioso!”

Io:” Puoi scommetterci”

Parlando della sua compagna, Anna, era violinista di madre russa e padre americano, aveva un carriera segnata nella musica… ma segnata da altri… E vivere i panni degli altri ma lavarseli quando sporchi in casa propria non era certo la sua ambizione, iniziò a migrare e viaggiò così tanto da sentirsi stufa di farlo e iniziare a avvertire la solitudine negli spostamenti, nonostante i mille volti di luoghi e persone. S’incontrarono un giorno e adesso viaggiano assieme. Chissà se per tanto o poco.

Ad ogni modo lui cerca la sua felicità nelle mura di una casina isolata nei paraggi dei villaggi indio intorno a San Cristobal, li vuole ritirarsi, suonare la chitarra e dipingere.

Si uscirà una sera assieme ma all’ultimo appuntamento, datoci dopo un paio di giorni, non verranno.

Rimarrò nell’ostello concentrato sulla scrittura di un articolo da consegnare in pochi giorni, farò passeggiate nelle piazze animate con i suoni di zampogne, accordi di chitarre e tonfi sordi di tamburi per i numerosi turisti che riversano nel cuore della città ogni notte.

Passeggio saltando tra ombre di lampioni e registro con video e foto donne indie che vendono mercanzie sedute su tappeti nella grande piazza. Passeggio e vedo genti che smontano i mercati nella notte tra cani girovaghi e bambini che si rincorrono intorno alle panchine. Prendo la moto il giorno seguente e, lasciandola libera dai bagali come una libellula, me la porto sino a visitare San Juan Chamula e Zinacantan, due piccole comunità dichiaratamente indie al 100%, con guardiani vestiti di pellicce bianche e cinte in cuoio che con bastoni allontanano chiunque si azzardi a puntare una camera sugli abitanti. Bello…se la messa in scena fosse vera lo sarebbe ancora di più. Invece vedo che sebbene sia proibito usare una macchina su una persona non è proibito per quella persona, insieme ad altri 10 suoi amici assalire turisti con richieste di ogni tipo, dalla compravendita all’elemosina passando per proposte sospette di sorvegliarti la moto. Mi sento assillato, scatto una foto alla chiesa che avevo visitato tre anni orsono preservando il ricordo del suo magnifico interno. Dentro le sue mura la religiosità e la trascendenza erano reinterpretate e liberate dai canoni sino a permettere l’affiancamento di varie credenze pre e post colombiane. Una chiesa piena di aghi di pino e mais, simbolo dei maya, dove ognuno prega ciò che sente di pregare e lo fa come sente di farlo, chi portandosi galline e candele e chi rosari e bibbie. Nessun intermediario o prete tra l’uomo e il divino, se entri nel confessionale non incontri un padre confessore ma uno specchio che riflette la tua immagine. “Questa è spiritualità” mi dicevo quando vi passeggiavo dentro, inebriato dai fumi di candele mescolati agli odori delle frasche di pino appese alle pareti, mentre donne maya recitavano preghiere in Tzotzil a lato di chi in ginocchio sulle foglie diceva il padre nostro.

Una sera conosco Benjamin, francese, ma con un buon spagnolo che ci permette di intenderci fino alle risate. Gli dò il benvenuto tra i motociclisti stappando una birra: da pochi giorni si è comprato un motorino 125 usato e prodotto in Messico, con questo tenterà di arrivare sino a Panama. Complimenti, ripenso ai grandi viaggiatori con le piccole cilindrate, quelle cilindrate che non ti permettono di farti scappare il mondo correndo a 170. Mi tolgo il cappello, tutta la mia stima, gli batto una mano sulla spalla mentre cinghia e sistema a calci lo zaino da montagna legato sulla sella posteriore strabordante di mezzo metro dal culo di quel moscerino meccanico. “Un giorno prenderò un vespa e farò il giro del mondo”… penso io con occhi trasognati. Poi guardo il ferro, e vedo che a parte la cubatura del motore, anche lui ha parecchio da dire in fatto di stile, essenzialità e coraggio. Benjamin parte e due giorni dopo, inviato l’articolo e assolti i miei doveri, entro in Guatemala aprendomi le porte del Centro America. Saranno notti in mezzo a indios, veramente indios, i cui bambini faranno capolino dietro i muri delle case per spiarmi durante il montaggio della tenda in una selva tropicale raggiunta dopo decine di km senza l’ombra di asfalto. Vedrò paesaggi magnifici, romperò le frecce della moto rischiando di ammazzarmi in un fosso.. e infine riattraverserò la frontiera su una lancia di 3 metri caricandoci sopra il ferro a braccia con la polizia a proteggermi da 5 malavitosi locali con i quali stavo per venire alle strette dopo essere stato derubato con scuse idiote….

Continua..

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