Abbiamo finito il Guatemala e abbiamo finito per mettere un cuore in questo Paese facendo almeno una bella amicizia. Il lavoro è completo, possiamo andare oltre. Grazie Rudy per essere un amico da cui vorremo tornare.
Grazie anche ai simpatici italiani di San Pedro che mi hanno fatto sentire avviluppato nelle mie radici culturali qualche giorno.
Grazie Tiberio per la follia e la simpatia che evidentemente non sfioriscono con gli anni, se questi sono spesi cercando la vita prima della normalità.
Ho finalmente il passaporto nuovo e posso andarmene con Olga verso El Salvador.
Abbiamo visitato le falde del vulcano Pacaya e come spesso succede, invece di accorrere verso questa meta turistica e farci puntualmente spennare di quattrini, abbiamo trovato molto più bello tutto quello che la circonda.
Vi allego le foto dello sterrato dove c’erano solo campesinos, donne con giare e ceste sulla testa, fiori prepotentemente viola e alberi con chiome cadenti.
La stagione umida con le sue piogge quotidiane ha dato alla terra la spinta verticale per cacciare fuori la magia della vita.
Il Guatemala ci è stato amico, sembrava un tipaccio reduce della Guerra civile, losco e un po’ filibustiere ma invece aveva la faccia dolce del meticciato, parlava un po’ Maya e sapeva mettere a suo agio chiunque lo visitasse. Ci ha dato rifugio e amicizia. Non ha raccontato molto di quello che ha dovuto passare in questi decenni di violenza e sangue ma in cambio ha saputo ascoltare e ci ha lasciato andare tra le sue montagne, dentro il cuore indigeno dove scorre la linfa antica di quelle genti che non hanno mai abbassato la testa ma che oggi stanno cambiando con il peggio del mondo.
“Guate-mala e Guate-peor!” Dicono alcuni messicani che si sentono superiori ai loro fratelli del Sud ma che invece dovrebbero da loro prendere lezione di umiltà.
Questa terra mi lascia il dolce in bocca, come dolce può essere il sangue di una ferita non ancora chiusa. Spero di visitarti ancora Guatemala, di farmi aprire la porta dalle tue genti, da quelle che mi sono diventate amiche, che sapranno un domani riconoscermi e sentire che un po’ gli sono mancato.
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