Morelia Paztcuaro Los azufres Queretaro from Claudio Giovenzana on Vimeo.

Qui di seguito inizia l’articolo sul viaggio con un pezzo tratto dal libro che sto scrivendo.

Buona lettura
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“Viaggiavo nell’Atlante Marocchino, era solo una vacanza di due settimane, ma in questo breve lasso concepì la fantasia di partire e lasciare tutto per dare al viaggio lo spazio di un anno o magari di una vita.

Un cambio radicale imprigionato dentro una fantasia.

Ero in pullman, la mia ragazza di fianco ed io con la testa ciondoloni sul vetro per guardare fuori. Avevo in grembo il libro di Giorgio Bettinelli, “Brum Brum”, un racconto del suo viaggio in vespa per il mondo. Leggevo le sue avventure e guardavo fuori il deserto roccioso tra le montagne del Marocco. Non so il perché ma mi uscivano delle lacrime.. non c’era nulla di commovente in quello che leggevo e nemmeno, così tanto, in quello che vedevo.. però mi era scattata dentro una molla, una fantasia. “Se anche io partissi?” “Se anche io prendessi la moto e lasciassi tutto?”. Mi commuovevo a pensare a quanta vita avrei potuto assorbire. Che overdose di felicità sarebbe stata se lo avessi fatto? Ma io non ero così coraggioso, non ero pazzo, mi mancavano le palle e le condizioni.

Ero ben vaccinato contro certe pulsioni che mi limitavo a soddisfare solo nei periodi estivi, per vacanzine di qualche settimana, con un biglietto di andata e sopratutto uno di ritorno che rimetteva tutto a posto.
Quindi quella era tutta una finzione però le emozioni che mi solcavano il volto erano vere, quelle si, le sentivo persino scivolare sulle guance.

La domanda era “Perché io non potevo farlo?”. Iniziavo così a radunare un plotone di buoni motivi per l’esecuzione di quella strampalata idea di mollare e andarmene. Una parte di me voleva farla fuori subito perché stava cercando di passare il confine tra finzione e realtà. Ma non mi arrendevo ancora, un’altra parte di me era stufa delle censure, quel viaggio in Marocco era anche per sognare e avevo tutto il diritto di farlo. Dialogavo con la mia ragazza, le parlavo di “un fanomatico giorno” in cui sarei partito, di un imprecisato futuro dove avrei realizzato il sogno senza più leggere quello altrui nei loro libri.

Parlavo con frasi ipotetiche, usavo esclusivamente i verbi al condizionale. Mi sentivo protetto ma anche separato dal mio sogno per mezzo di una barriera di ipotesi.
Gli feci una testa così per tutta la vacanza sino al punto che un giorno, a Marrakesh, mi disse:
– Adesso basta! basta con i “macla toporso in moto“, i “forse”… inizia a dire che lo fai questo viaggio, almeno fai finta!-

Ascoltai il precetto.
Iniziavo “così per gioco” a dire come, in che modo e dove lo avrei fatto. Ci prendevo gusto e meno badavo al fatto che mi sentivo incapace di un simile salto. Era solo un esercizio linguistico, un gioco.
Il solo cambio del tempo verbale dal condizionale al futuro semplice stava cambiando le carte…
Quando tornai dalla vacanza dissi a mio padre e mia madre che sarei partito.

Lui si arrabbiò e lei pianse.
Ma fu solo l’inizio del percorso, di 8 mesi, verso la partenza definitiva, 8 mesi di preparazione, sopratutto interiore dove conobbi anche Bettinelli in persona che mi disse.
-La parte più difficile è ingranare la prima e partire Ti fa onore quello che stai per fare-
Dopo 2 mesi dalla mia partenza morì, lasciandomi un grande dolore dentro ma anche una sorta di passaggio di testimone. Stavo già vivendo la strada che fece di lui un viaggiatore.
Adesso sono passati 3 anni e 50000 km.”
cla toporso in moto

Analizzando con un poco più di psicologia quei momenti credo che la decisione presa fosse una sorta di tregua per il terremoto dei dubbi e delle certezze che sentivo, volevo dire “lo faccio” per stare a vedere che succedeva. Avevo battuto la ritirata troppe volte per gettare la spugna ancora.

Avevo detto a tutti che sarei partito, generando intorno a me l’aspettativa e il clamore per quella scelta fuori dal coro, una scelta difronte alla quale una società di formiche operaie non può stare zitta.
O partivo o partivo, troppi testimoni e troppe persone se lo aspettavano, l’unica istanza che sperava nell’abbandono totale di tutto era il mio coraggio, anzi era lui il primo ad avermi abbandonato. Ma alla fine, seguendo le dovute fasi che scandiscono ogni cambiamento, arrivai, intero, alla data della partenza e con il decollare dell’aereo sentii l’autoassoluzione, lo svanire del dubbio, dell’incertezza e del senso di colpa. Ero nell’esperienza, nel mio flusso di coscienza, i dadi erano stati lanciati, con essi rotolavo e non mi era data altra chance che stare a vedere dove e come sarei finito. Decollavo dalla mia città, famiglia, amici, lavoro, quotidianità e abitudini.

Avevo fatto fagotto della mia realtà, delle mie credenze e abitudini per partire, non scartavo niente e niente abbandonavo. Dopotutto era anche grazie alla mia vita che sentivo noiosa e stanca che mi ero sottoposto a una caccia di esperienze il cui capolinea, quella notte tra le montagne marocchine, era la fantasia sfrenata di attraversare il mondo da solo con la moto.
Oggi, dopo tanta strada ed esperienze, dopo aver collezionato i vari “senni di poi”
ma senza ancora trarre conclusioni visto che sono ancora lontano da casa, mi rendo conto che viaggiare per terre o mari lontani, su due piedi o due ruote, oltre a essere un archetipo di Jungiana memoria è una esperienza che presenta molti punti in comune con ciò che noi psicologi, guarda caso, insitiamo a chiamare “cammino interiore”, “percorso interiore” o ancora “viaggio interiore”. Culture e paesaggi cambiano come gli arlecchini di un teatro, ciò che non cambia sono i personaggi sulla scena. Il viaggio cambia vorticosamente gli spazi e le coordinate ma sono le persone che lo vivono quelle che rimangono sul palco, i testimoni di un cambiamento.

Anche il viaggio cosidetto “interiore”, pur poggiando su una realtà dai connotati più stabili, dispiega tante possibilità e scenari.
In questo caso non sarà una giostra di lingue ed esperienze esotiche ma di relazioni e vicende che comunque portano a cambiarsi. Sicuramente lo zaino del viaggiatore è leggero per favorire mobilità. Invece lo zaino di chi vive stanziale è pesante come la sua casa, i suoi mille orpelli e ingombri mentali. Inoltre il viaggio esteriore si districa su un tempo che è maggiormente sintonizzato al desiderio mentre la vita di tutti i giorni è costretta tra spazi delimitati prima da necessità e contingenze. Eppure, con costrizioni e barriere, le possibilità di manovra ci sono per tutti, ovunque. Gli studi psicologici sul cambiamento confermano che la complessità, le forme di pensiero e la gestione delle emozioni possono evolvere anche in spazi ristretti. **Sembra che l’ossigeno per la mente non si trovi solo nelle cime delle Ande ma sia presente anche nei vicoli ciechi di città congestionate**. Quello che conta è il movimento, un tipo di movimento che non richiede trasferte intercontinentali ma stimoli, incontri, variabilità e curiosità.

Ciò che il viaggio, quello invece che si fa con il biglietto aerMexicas Claudio Giovenzana www.longwalk.it 22eo, regala, sembra essere “il tempo per seguire la traccia”, la parentesi aperta con forza tra gli impegni per darsi un momento dedicato a capire quali sono i propri “stimoli”da ricercare, le proprie curiosità, i propri demoni da sfamare.

La voglia dell’esotico e la febbre tropicale per il “lontano”, ci fanno sempre pensare che viaggiare sia andare dal punto A al punto B. Non è solo questo, ciò che arricchisce le storie di coloro che tornano dall’estero sono sopratutto gli incontri fatti. Perché l’incontro con l’Altro, che era l’ossessione per lo psicanalista Lacan e qualcosa di sacro per il filosofo Lèvinas, unisce due “sole” solitudini e le trasforma in una compagnia.

L’Incontro è il luogo per il racconto e per la costruzione dell’esperienza che ci esalta quando viaggiamo ma che ci fa crescere anche nella vita normale di tutti i giorni. **Come diceva Gibran “Anche se non capisco la voce della tua anima e tu non capisci la voce della mia, parliamoci perché non ci sentiremo soli”**. Il viaggio quindi è anche incontro tra due persone.
Proprio su questa certezza ho dedicato molto tempo agli incontri con le persone che inconsapevolmente stanno disegnando la vera mappa di questa mia avventura.

Se i luoghi non cambiano gli incontri con le persone possono essere irripetibili, quindi meritano attenzione anche perché quello che portano dentro è merce preziosa. E’ nato cosi il “mio viaggio nel viaggio”, una sorta di gemmazione che, dal semplice turismo, ha fatto nascere un’esperienza attenta alle relazioni con le persone che la strada mi propone.
Dallo sguardo distratto di culture e architetture, di musei e città, verso l’ascolto di ciò che le genti hanno da dire. Questo è un passaggio che ho sentito molto. Claude Levi Strauss nei “tristi tropici” scriveva che “esplorare non significa coprire una distanza in superficie ma studiarla in profondità”. Lo studio in profondità, psicologicamente, è dato sopratutto dall’incontro con gli altri. Con genti diverse per cultura ma uguali, in alcuni aspetti, alle genti di città che incontriamo o evitiamo quando andiamo al lavoro. Sotto cieli diversi si scoprono storie simili, spesso della stessa matrice psicologica che vede l’uomo alla ricerca della felicità. Ho raccolto storie che parlano di questa ricerca.

Vicende lunghe una vita dove la linea dei fatti è una sinusoide schizofrenica di sorprese, decisioni, emozioni, amori, perdoni e sfide.
Storie diverse al numeratore ma uguali al denominatore. Diverse perché la felicità varia nelle forme individuali e culturali ma uguali perché mantengono un indissolubile legame con il movimento, la tensione e il cammino interiore, che è proprio di ogni uomo, che ne sia consapevole o meno.
Irvin Yalom, psicoterapeuta di gruppo, studiando i motivi per cui il lavoro “collettivo” di una terapia gruppale funzionasse intervistò i partecipanti e ne raccolse che uno dei fattori cardine era scoprire che qualcun altro soffrisse e sentisse la realtà allo stesso modo.

Il primo elemento che curava era il sentirsi vicini, accomunati da un male, sentirsi “noi” nel problema e non soltanto “io”. Comprendersi.
Comprendere significa letteralmente “prendere con sé”, per esempio prendere con sé il bagaglio che appesantisce il compagno e ripartirlo su quattro spalle e due cuori.
In una vita sedentaria come in un avventura per terre lontane, si dipanano i fili di una matassa il cui gomitolo sta sempre nelle mani di qualcun altro, c’è sempre qualcuno che ci incontrerà secondo i voleri del caso, del destino o della coincidenza. Perché Viaggiare, lo avrete capito, è sinonimo di IncontrareQuique con toporso, i sogni del mondo

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