Questa è la terza parte del Racconto che inizia con il “QUASI NAUFRAGIO DEL DARIEN” e continua con “TERRA“
Il deserto della Guajira ci chiama.
Sento la sua voce che s’infila nei discorsi con la gente del villaggio, che sussurra e suggerisce di andare a visitarlo. Poi arrivano anche i venti che spargono la sua sabbia e i viaggiatori che portano le sue storie.
È successo solo migliaia di chilometri fa che andassi a visitare un deserto in moto, nel Nord del Messico e prima ancora in Bassa California.
Le suggestioni di questo luogo “non luogo” mi hanno lasciato delle voglie inspiegabili e inappagate nel cuore, quelle che ti nascono dentro quando ti sei spinto nei punti geografici in cui la presenza dell’uomo è rarefatta, avvolta da silenzi che lo mettono a nudo e circondata da vuoti in cui l’incontro con qualcuno è un evento da celebrare.
Prendiamo la 90 e quando raggiungiamo Rioacha la strada curva a gomito verso Uribia, qui s’iniziano a vedere i centri abitati sparpagliarsi perdendo la loro coesione man mano che il deserto sopraggiunge, poi finiamo a Cuatros Caminos, un incrocio nel nulla, una sorta di punto immaginario dal quale dipartono quattro strade, ciascuna con il suo negozietto a lato dove si mercanteggia per far scorta di cibarie e di acqua. Vedere con quale affanno la gente, a piedi o in bici, si carica di taniche d’acqua mi fa preoccupare. Una piccola squadra di tre BMW provenienti da Bogotà che montano gomme con tasselli da Himalaya mi fa preoccupare ancora di più, contemplo la mia moto e capisco immediatamente che sia io che lei non siamo nati per vincere qualcosa ma per partecipare a ogni cosa.
Siamo fieri di partecipare a ogni disastro o meraviglia ci capita sotto tiro dal 2008, col beneplacito dei tre vacanzieri della domenica che hanno un paio di gomme per ogni occasione e che dopo due chiacchiere mi dicono che “con quella non ci vai nel deserto”. Poi se ne vanno con uno sguardo simpatico al confine con la compassione. Sorrido sguaiato mostrando tutti i denti, sopratutto i canini affilatissimi, li saluto alzando la mano e distendendo timidamente le dita tra cui svetta il medio, stranamente più eretto e deciso rispetto alle altre. Non sanno che hanno di fronte i maestro della scivolata da fermo, l’equilibrista che non tocca coi talloni ma tiene su mezza tonnellata da anni, il Valentino Rossi delle pieghe a 10 gradi che poi tocca la borsa. Continuo a compatire i motocentristi che fanno delle due ruote una religione e un pretesto per sparare sentenze.
Bene, delle quattro strade ci tocca la più brutta, planiamo su un tappeto di sassi e terriccio fine che si alza col vento e sparisce turbinando. Qui ci sono le due filosofie di conduzione: chi va a 200 all’ora come un coglione per non avvertire le vibrazioni del manto stradale dissestato, che rischia di travolgere chiunque, che non ha spazi di frenata inferiori a un Boeing in atterraggio e chi invece va piano come noi e come il popolo Wujuu che, in bicicletta, procede lento ai fianchi della strada e ogni tanto ci saluta mentre incespica pedalando sotto un sole cocente con taniche d’acqua legate ovunque.
Gli indigeni oggi sono abbastanza rispettati dal governo tanto che non c’è polizia e la legge è affar loro, sopratutto dopo che, nel rispetto di quella “ufficiale”, un fiume intero è stato deviato per alimentare una delle miniere di carbone più grande del mondo con la conseguenza di decimare il loro popolo.
Il governo finisce proprio su questa strada, nelle sembianze di un militare, l’ultimo che incontriamo, che improvvisa un posto di blocco con due coni di plastica, una faccia severa e un eloquente M-16. Ci lascia passare con un cenno e poi siamo dentro la terra dei Wujuu.
La strada, se così posso chiamarla, inizia a mescolarsi al paesaggio, a presentare delle deviazioni preoccupanti, a cambiare diventando sentiero e poi tornare di nuovo strada. Cerco di andare dritto senza curvare da nessuna parte, dopo decine di chilometri entriamo in una pianura larga chilometri, possiamo orientarci solo con la vaga idea di un punto cardinale insieme ai solchi lasciati dai fuoristrada che vanno però in tutte le direzioni.
Arriviamo a Cabo de la Vela per prove e soprattutto errori. Il sole calante colora la terra di rosso mattone, abbassa di dieci gradi la temperatura e da la stura a tutta la mia stanchezza che esce di colpo. Mi affloscio sul manubrio come un palloncino bucato.
Cabo della vela non è quel luogo misterico circondato da solitudini ancestrali che uno in cerca d’ispirazione potrebbe immaginare; è piane di scuole di Kite-Surf e di amache con dentro saccopelisti che penzolano come bachi da seta.
Infossiamo il Guzzi nella sabbia di una di queste scuole e dopo due strattoni che non la smuovono di un centimetro capiamo che lì passeremo la notte.
La tenda è vicino a due colombiani con il quale passo ore a chiacchierare al lume di miliardi di stelle che invadono il buio in cui è sparita tutta la costa dopo che anche l’ultimo generatore elettrico si è spento.
Olga è spalmata sul materassino, già in fase REM probabilmente, mentre io, fiaccato dalla giornata di guida, mi appoggio incurvato come un bisnonno al Guzzi che a sua volta è inclinato come la Costa Concordia. Stoicamente rilancio la conversazione cercando di assorbire quanto più posso sui tratti culturali e storici di questo paese che mi vengono raccontati con trasporto e passione dai miei nuovi amici.
Il giorno dopo ripartiamo, finita la toccata arriva la fuga, sempre a venti chilometri orari però, e sempre a mo’ di segugio cercando tracce di pneumatico, solchi confortanti e infine sentieri che si ricongiungono alla strada dove torniamo agli asfalti rassicuranti di “cuatros caminos“.
Comunque hanno ragione i “motocentristi”, il Guzzi è pesante e dopo tanti anni che ci viaggio ho un imprescindibile bisogno di leggerezza che dovrò rimandare almeno sino ad aver concluso il continente. Rimando anche queste considerazioni e riprendo la strada verso Valledupar, circondo la Sierra Nevada passando dal suo lato limitrofo al Venezuela. Dopo tante ore di guida finalmente arriviamo a un ostello in questa variopinta città che ha dato i natali al “Vallenato”, una genere musicale imparentato con la Cumbia in cui fisarmonica, percussioni e fiati s’incontrano facendo sonorità che resuscitano i morti. Nonostante il ritmo sostenuto il testo è sempre incentrato sui derivati macabri dell’amore: solitudine, suicidio, gelosia, omicidio passionale, tradimento e tutti i più infelici colori dell’amore andato a male. Scherzi a parte è un genere latino veramente interessante che non avevo mai ascoltato.
Parcheggio il Guzzi dentro l’ostello, “al sicuro”. La seconda notte entrano a rubare ma nessuno se ne accorge, fregano solo due bici dal cortile e un televisore. Arriva la polizia, una macchina e due moto, totale di sei agenti che si distribuiscono nel seguente modo: uno fa domande al receptionist per accertare le dinamiche del misfatto e cinque fanno domande a me per accertare che cazzo di motocicletta sarebbe la mia, se è per caso una BMW, da quanto tempo viaggio e da dove sono partito, se mi piacciono le colombiane e come sono le italiane, se mi è mai successo qualcosa di brutto (no mai!), quanto è grande il motore del Guzzi, quanto pesa e ovviamente quanto fa quando la tiro al massimo (come se ci avessi mai provato). Olga che mi ha sentito rispondere un milione e mezzo di volte sale sul ring e li tiene a bada tutti e cinque mentre io, per non perdere la mattina, finisco di agganciare le borse e assicurare le sacche.

Abbiamo voglia di andare a visitare Mompos, ci sarà un calore infernale le strade che portano lì sulle mappe non si capisce se siano asfaltate, sterrate o bombardate visto che la loro linea ogni tanto è clamorosamente spezzettata.
Sappiamo solo che parte della leggendaria opera di Garcia Marquez, “Cent’anni di solitudine”, prende vita in un paesino che nella testa dell’autore è stato ispirato da Mompos e altre località. Quindi, se vogliamo comprendere il “realismo magico della Colombia” (quelli del ministero del turismo continuano a ripetermi per email che devo vivere il “realismo magico” ad ogni costo) non possiamo fare a meno di andare nei luoghi reali che hanno dato i loro tratti al fantastico “Macondo”.
Lungo la strada 80, ma con solo 40 gradi, procediamo verso Bosconia, dopo prendiamo la numero 45 sino alla 43 che devia per El Paso. Qui finisce il “realismo” della strada e inizia la “magia” nera dello sterrato e presto quella di un incidente che avrebbe potuto costarci la vita.





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