Duemila chilometri dal Guatemala a Panamá, tra terre selvagge e tragicomiche frontiere.
L’ARTE DELLA MANCIA
La frontiera tra Guatemala e Messico mi ha sempre portato sfiga.
Una volta è stato solo un formale rimprovero allo sportello della migrazione per colpa di una semplice irregolarità, un’altra volta è stato un più serio problema con narcos locali che mi è costato qualche rischio per la mia incolumità, la distribuzione di generosi “sussidi” economici e una gita in una precaria canoa di legno con sopra la moto e la mia persona, sul fiume che attraversa la selva tropicale limitrofa ai due paesi.
Appena arriviamo a Tapachula mi convinco che questa volta tutto andrà per il verso “giusto”, quindi con la solita burocrazia inefficiente piena di ritualità inutili e andirivieni tra uffici di dogana, immigrazione, fumigazione e magari municipalità.
Invece va storto qualcosa e il mio biglietto per entrare ufficialmente, anima, corpo e motocicletta, in Centro America costa un paio di litigate con qualche farabutto (subito calmate per evitare l’introduzione di coltelli nel tessuto del discorso) e l’elargizione di laute mance a diversi funzionari che io definirei “fottutamente corrotti” ma che loro preferiscono definirsi “benefattori flessibili” e alcuni altri “parafunzionari” che io definirei “energumeni con badge falsi che estorcono soldi per tramiti sporchi” ma che loro preferiscono definirsi “agenti ausiliari per le formalità di frontiera”.
Il misfatto ha origine nel furto avuto nel lontano 2013, cinque giorni prima del mio compleanno, di tutta la mia attrezzatura di lavoro inclusi i documenti d’importazione della moto. Nonostante la denuncia in polizia e a causa di una mala interpretazione da parte mia, non ho potuto esibire in frontiera un documento valido per lasciare il Messico con il mio veicolo e mi sono inabissato nelle sabbie mobili delle soluzioni amicali/diversamente legali/pseudoufficiali; quelle criminali insomma.
Vabbè, per rincarare la dose, mentre circondato da malandrini spingo la moto dalla frontiera messicana, dove il funzionario benefattore chiude un occhio per un centone (non di pesos purtroppo) e mi fa passare, il casco mi cade dalla moto rigandosi e la moto non manda scintilla alle candele stantuffando i pistoni a vuoto. Dopo aver ricalibrato il sistema elettrico con una serie di pugni e una ginocchiata sulla fiancatina che protegge i relè il bicilindrico riparte. Arrivato alle barriera del Guatemala devo chiudere con più di un centone l’occhio del polifemo della dogana guatemalteca il quale mi chiede il documento di uscita dal Messico, che ovviamente mi manca, tutto questo con l’aiuto pagato di un ragazzino dallo sguardo truce che si finge simpatico il cui compito è bisbigliare nelle orecchie giuste e veicolare le mie mance fottendosi sempre una percentuale. Si fa chiamare “el perro”, “il cane”, dandomi così una sostantivo in più da indirizzare alla parte matrilineare della sua stirpe, intanto gli sorrido fingendomi anche io come suo grande amico dal momento che è l’unico che può risolvere l’inghippo che intrappola tra le due frontiere la mia povera Guzzi. Dopo questo altro giro di corruzione, io e Olga, sfatti sudati e demoralizzati ci lanciamo dentro il Guatemala accarezzando la sua benevola natura, le sue pinete estese sulle curve baldanzose delle montagne che rapidamente ci portano a sfiorare i tremila metri.
ADIOS MEXICO
Siamo ufficialmente dentro il Centro America. Il Messico che è stata la culla del mio nuovo lavoro, la terra natale della mia compagna e il luogo dove ho sperimentato e messo a punto la mia vita da nomade, è sparito dietro di noi portandosi via le convinzioni di molti sul fatto che non lo avrei mai abbandonato e che il mio viaggio per le “altre” Americhe lì avrebbe incontrato la sua dolce morte.
La strada “uno” ci allontana rapidamente dalla frontiera de “El carmen” e dopo decine di chilometri di scodate a destra e sinistra ci consegna alla periferia di Quetzaltenango dal quale prendiamo rapidamente la deviazione per il lago Atitlan, meta obbligata di qualunque viaggio in Guatemala, qualunque sia la stagione o il mezzo per compierlo. La strada in alcuni punti diventa un’accozzaglia di blocchi di cemento lucenti e levigati dove impazzano carretti pieni di verdura tirati da uomini “da soma” che senza mai un’inflessione nei sorrisi e nella loro lena continuano la fatica quotidiana.
Dove riprende l’asfalto faccio la conoscenza con i miei più acerrimi nemici su gomma: i Chickenbus. Sono quegli scuola bus (tanto cari al cinema statunitense) che vengono importati in Centro America dopo qualche milione di chilometri di servizio e rinfrescati con spruzzate psichedeliche di vernice che li trasformano in una sorta di allegri torpedoni della fantasia, sgargianti come arcobaleni, che trotterellano felici su e giù per le montagne. La realtà è ben diversa, i piloti sono spesso sbarbati incoscienti che corrono come disgraziati facendo gare tra di loro e qualche volta anche con me o con gli automobilisti. Sotto quelle allegre carrozzerie muoiono di stenti i poveri diesel che per vecchiaia hanno problemi d’incontinenza e perdono i liquidi che dovrebbero alimentarli, tra l’altro è meglio avere un fucile mitragliatore puntato in faccia piuttosto che uno dei loro tubi di scappamento che dopo trenta secondi a stargli dietro devi pulirti il nero di seppia che ti hanno depositato in faccia con le loro emissioni Euro meno cinque. Sono i veicoli più pericolosi e inquinanti che abbia visto in anni di strada e una volta vengo quasi investito da uno di questi, un’esemplare piuttosto paffutello sulla decina di tonnellate colore giallo vomito e rosso sangue, che mi sfiora a sessanta all’ora a letteralmente una spanna dalla spalla.
IL CAVATAPPI MORTALE
Il lago Atitlan si raggiunge con due strade, una infernale e l’altra meno. Ci tocca l’infernale perché è più vicina.
Lasciamo Quetzaltenango e dopo una bellissima “intro” di una decina di chilometri tra paesini cinti da brughiera, avvolti da una nebbia mistica e un freddo alpino, raggiungiamo Santa Catarina Ixtahuacán, che alcuni chiamano l’Alaska del lago Atitlan: ubicata a tremila metri sul livello del mare funge da trampolino di lancio verso i gironi infernali che conficcati lungo il costato della montagna fino alla conca dove riposano tranquille le acque del lago vegliate dai tre famosi vulcani presenti in tutte le cartoline.
Iniziamo così un cavatappi di tornanti in discesa con asfalti bucati, sventrati a volte, e una pendenza che a sensazioni stomacali dovrebbe essere oltre i venti o venticinque gradi. Procediamo lentissimi in prima e seconda con i freni tirati a metà, incontriamo qualche Chicken Bus e quando si tratta di uno che scende verso il lago come noi stride con i freni e minaccia di sfondare il guard rail a ogni fine tornante, quando invece è uno che sale strombazza il clacson per fare pista visto che deve guadagnare velocità per non inchiodarsi a metà curva. Riusciamo a fermare la moto e fare uno scatto di ricordo che andrebbe bene anche incorniciato su una lapide nel caso le cose vadano storte. Tocchiamoci.
IL MONDO MAYA
Arriviamo a San Mateo e smettiamo di scendere furiosamente, entriamo nel mondo Maya costeggiando file di casette affastellate su strade di pietra e cemento grezzo brulicanti di donne con i loro Huipil coloratissimi e uomini con sombreri, giacchette di tela e sandali che trasportano fascine di legna oppure che siedono a chiacchierare sugli scalini di pietra dei negozi. Qualche murales fatto dalle comunità locali adorna di storia viva gli intonaci cadenti dei muri con bellissimi ritratti indigeni e messaggi per ricordare la guerra civile. Altri murales purtroppo recano gli slogan religiosi con massime accusatorie di stampo medievale gentilmente vergate delle chiese evangeliche che stanno penetrando e contaminando la cultura maya del lago. Arriviamo impolverati a San Pedro la laguna dove ci fermiamo due settimane in un ostello spartano e economico chiamato Buenas Nuevas.
La moto rimane parcheggiata e quasi dimenticata, se non per qualche gitarella, dal momento che le minuscole e intransitabili stradine in riva al lago sono gremite da turisti hippy, da maya e da una moltitudine di venditori di cose legali e meno. Nonostante lo scorrere pigro delle giornate riusciamo a fare molte cose tra cui: intervistiamo gente locale per conoscere le leggende, le memorie del luogo e le scoperte archeologiche come l’Atlantide Maya sommersa nel lago, navighiamo a pagaiate da una sponda all’altra del lago innumerevoli volte, passeggiamo in lungo e in largo rincuorati del fatto che la giustizia auto-organizzata dalle comunità locali dopo qualche linciaggio e un paio di roghi pubblici ha debellato la criminalità da quasi tutta l’area, in ultimo assistiamo alle celebrazioni della settimana santa dove il mondo pre e post colombiano s’incontrano per celebrare in un modo tutto particolare la Pasqua con infiorate lunghe decine di metri e processioni in abiti tradizionali, preghiere in tzutujil e in spagnolo.
Tra le genti del posto incontriamo connazionali che hanno abbandonato una vita metropolitana in Europa per costruirsene un’altra in questo reame di vulcani e foreste dove il tempo è merce abbondante e la povertà diventa virtuosa semplicità del vivere.
Viene voglia di rimanere ma ho altri progetti e sto imparando che il viaggio deve tenere un giusto ritmo tra l’arrivare e il partire, andare fuori tempo può rovinare l’esperienza della strada.
LE NEBBIE DI ZUNIL

Facciamo le valigie e partiamo per Zunil dopo aver proposto per email uno scambio di servizi con un albergo di lusso ben al di fuori dal nostro budget: avremo vitto e alloggio in cambio di fotografie. Il percorso per Zunil è circondato da montagne brumose che inghiottono con il vapore delle fonti sulfuree i contadini e le case.
Nell’albergo facciamo due notti in una stanza modesta e poi, adducendo motivazioni artistiche, ci facciamo mettere in una suite con yacuzzi in pietra, caminetto con poltrona e letto king-size tempestato di cuscini.
Con questo episodio segno il mio nuovo record nella scala di comfort del viaggio, la quale, nel lato opposto dove stanno i minimi, mi vede appollaiato clandestinamente in cimiteri di automezzi o in tenda con climi che superano i trentacinque gradi all’ombra oppure i dieci sotto lo zero. Alla fine del servizio fotografico conosciamo, per provvidenza, il maestro di Yoga, Rudi, che lavora part time per l’hotel. Ci invita nella sua umile casa di Quetzaltenango che condivideremo con sua zia, sono persone di rara bellezza e ci accolgono in un modo stupendo tale da giustificare da solo l’intrapresa di un viaggio di tanti anni come questo. Intanto il Guzzi da forfait di nuovo nel cortile della loro casa, nonostante i soliti due cazzotti non esce nessuna scintilla dalle candele.




Scrivi un commento