Essere Felici, quale è la Natura della Felicità?

Essere Felici, La Natura della Felicità

A proposito della felicità, dell’essere felici o almeno del provarci, mi ricordo quando nel 2008 cercavo come un disperato collaborazioni con praticamente qualunque redazione italiana.
Mi annunciavo per email in questo modo: “Dottore gira il mondo in moto “sulle tracce della felicità“.
Avevo posto un particolare accento sulla Felicità e sull’essere felici che è sempre rimasta per me un argomento molto serio, non solo poetico ma bensì scientifico. Mentre spesso siamo abituati a consideralo più come una chimera poco definibile, ci sono scienziati e professori (il nostro grande Paolo Inghilleri ad esempio) che si sono impegnati a studiarlo in modo decisamente serio.
Questo filone di studi della Psicologia Sociale si chiama Positive Psychology e non ha nulla a che spartire con il pensiero positivo.

Quando nel 2008 sono partito per il mio viaggio un professore statunitense Ed Diener ha pubblicato un libro chiamato “Happiness“. Averlo è stato difficile ma studiarlo una libidine.

Felicità e rapporto con il materialismo

Un’altro libro bellissimo che purtroppo è rimasto a casa è La Buona Vita, un po’ più complicato ma che raccoglie con il fascino delle survey antropologiche e la serietà delle ricerche scientifiche la vita “eccezionale” di alcuni italiani che hanno instaurato un rapporto con il materialismo molto particolare. Studiare la felicità non è pedante o “anti romantico” se ci permette di “individuarci” e cercare finalmente la nostra strada nella vita. Preferisci orientare la tua vita con il film “La ricerca della Felicità” di Muccino e fare il Will Smith della situazione o forse preferisci guidarti con i risultati di chi ha speso la propria vita e decine di milioni di dollari per capire cosa rende le persone felici e come?

Tornando alle mie peripezie editoriale nessuna rivista mi ha riposto dimostrando che di questo concetto non frega niente a nessuno (ho poi scoperto che in realtà non rispondevano in ogni caso indipendentemente dalla proposta). Sembra che la felicità, quella condizione che può riempire una vita di serenità, connessioni e salute oppure svuotarla sino alla malattia o al suicidio non sia un tema molto “IN”. Semplicemente “non vende” anche se su questo ci si gioca la vita, la salute, la ricerca di uno scopo e ogni cambiamento importante della nostra esistenza
Prima di addentrarmi in questo articolo devo specificare che per Felicità s’intende uno spettro di sensazioni/emozioni che varia da entusiasmo/euforia/gioia (soprattutto Occidente) a calma/contentezza (sopratutto Oriente). Consideratela in un’accezione del termine più ampia che va dall’impulso di gioia effimero alla serenità più duratura.

Mi permetto di venire al dunque e presentarvi i tratti caratteristici della Felicità secondo una rielaborazione personale di studi transculturali e di ricerche sul campo ad ampio spettro supportate spesso da governi e università.

ESSERE FELICI NON È UNO STATO… È UN PROCESSO

Spesso si è creduto che fosse un olimpo da raggiungere, un paradiso dove entrare, un obiettivo da consolidare, uno stato piacevole che si raggiunge quando fai bingo con salute, soldi, sesso e lavoro. Invece la felicità ha più a che fare con il processo che con la meta. Con l’andare che con il raggiungere.
Se scalate una montagna la felicità ha molto più a che fare con il salire che con il raggiungere la cima.
Molti, troppi libri di auto-aiuto, pongono l’enfasi, l’apice della felicità, sul successo come l’atto di possedere qualcosa o raggiungere un status sociale, non sul cammino per arrivarci. Non esplorano molto come la felicità possa essere presente ben prima dell’arrivo e possa perdersi subito dopo di questo, contrariamente a quello che si crede.
Le fiabe si fermano sempre a “…e vissero felici e contenti”, molto raramente raccontano quello che succede dopo, magari quando inizia l’adattamento che trasforma certi successi in normalità e poi, magari, anche in noia.

La Felicità non è la meta ma un sentimento che accompagna il cammino

Volete sapere quale è stato il giorno più “vuoto” e triste del mio cinquennale percorso universitario? Il giorno dopo la laurea con il massimo dei voti. Ho raggiunto tutto e non ho avuto più nulla per cui camminare.
La felicità non è una striscione di “arrivo” alla fine di una gara. È un sentimento che appartiene anche al correre per arrivarci. È il come raggiungiamo gli obiettivi che ci siamo dati. “Arrivare” può anche provocare una riduzione drastica della felicità che prima avvertivamo come piacere di raggiungere la meta e poi sparisce di colpo lasciando una sensazione brutta di vuoto e mancanza di scopo oppure viene ridimensionata con il passare del tempo quando ci “abituiamo”.

La Felicità + vicina al significato o al divertimento di quello che facciamo?

Ma se la felicità sta più nel processo che nell’arrivo allora su quale processo ci dobbiamo concentrare?
In uno studio menzionato da Ed Diener è stato chiesto a un gruppo di studenti universitari di uscire e andare a fare qualcosa di “divertente”. La settimana dopo gli è stato chiesto invece di andare a fare qualcosa di “significativo” (aiutare qualcuno, imparare qualcosa o fare qualunque attività appagante ma non necessariamente divertente).

Dopo una settimana gli studenti hanno riportato questo:
Le attività divertenti erano piacevoli ma la felicità che producevano, le emozioni di gioia e in generale gli effetti positivi duravano ben poco. Le attività significative invece, anche se non necessariamente divertenti, tendevano a generare sensazioni positive più durature e presenti anche dopo averle concluse perché risuonavano profondamente con i valori delle persone.
Ci sono numerose ricerche che attestano l’importanza di avere obiettivi che soddisfino la nostra personale ricerca di un senso nella vita. La felicità si avverte meglio in questo tipo di cammino rispetto a quello governato da scopi materialistici e attività superficiali.

In altre ricerche, intraprese all’inizio da un geniale psicologo croato, si è studiato cosa rende “felice” questo processo, che tipo di stato mentale ed esperienza favorisce questa gioia mentre facciamo qualcosa; sia nello sport che nella musica, scrittura, artigianato, gioco etc. Si è iniziato così a definire lo State of Flow, il cosiddetto “Flusso” che assomiglia anche a quello che alcuni chiamano “Essere nella Zona”. Ne parlerò presto in un’altro articolo.

I SOLDI “COMPRANO” LA FELICITÀ. L’essere felici e il denaro

Felicità e SaltoE qui m’immagino che sarete già scandalizzati, infatti si è sempre voluto separare queste due entità sopratutto sul piano morale.
Invece sul piano scientifico non sono così separate come si possa pensare. I soldi possono essere strumento per un “materialismo” fine al solo piacere di possedere oppure strumento per sopravvivere, allargare la propria esperienza con nuove attività, avere più tranquillità, essere più al riparo da possibili decorsi economici negativi, essere capaci di rispondere in caso di emergenze. Ovviamente il modo in cui soldi e felicità sono collegati varia anche in base a quale di questi diversi utilizzi dei soldi prendiamo in considerazione.
Dagli studi internazionali si evince come persone ricche e paesi ricchi siano tendenzialmente più felici di paesi poveri e persone povere. La correlazione tra guadagni e felicità è dello 0.82, veramente alta. Quindi sì, il denaro influenza la felicità. L’essere felici e avere disponibilità economica sono collegati.

Le persone Facoltose dichiarano che i soldi non portano Felicità ma…

Tuttavia consideriamo che in varie ricerche tra cui una condotta con i soggetti più ricchi d’America, apparsi sulle classifiche di Forbes, emerge come le persone più facoltose dichiarino che le cose che li rendono felici rimangano perlopiù:
– piacevoli relazioni amicali o familiari
– aiutare qualcuno
– raggiungere obiettivi sul lavoro
Si è visto anche come a fronte di un grande aumento della ricchezza di questi paesi la felicità percepita dalle loro genti è cresciuta solo a livelli modesti. Essere ricchi, se consideriamo una nazione intera, non significa aumentare proporzionalmente il proprio essere felici.
Con lo sviluppo dell’economia sono state anche sviluppate, in modo ipertrofico, le aspirazioni materialistiche di fronte alle quali le persone possono avvertire la mancanza dei mezzi per raggiungerle insieme a tutte le emozioni spiacevoli collegate.
Tra l’altro chi cerca di essere felice avendo forti mire materialiste è al contrario più infelice perché distoglie l’attenzione da altri aspetti della vita come amore, tempo libero, amicizie e altre esperienze di formazione.

+ Soldi = + Felicità fino a una certa soglia

Anche se è provato che avere soldi è collegato alla felicità è anche vero che desiderarli troppo è collegato all’infelicità. Le persone che danno meno importanza ai soldi tendenzialmente considerano di essere felici più di quelle che gli danno molta importanza, almeno sino al punto in cui questi ultimi riescono ad arricchirsi.
Quindi se il denaro è un mezzo per sicurezza, raggiungimento di obiettivi personali, conseguimento di opportunità, protezione contro imprevisti, aiuto per altri… in questi casi sì, statisticamente, aumenta la felicità.
Viceversa se il denaro è visto solo come mezzo per beni materialistici o come strumento di potere e viene desiderato in modo smodato le cose stanno diversamente. Alti guadagni possono avvicinare alla felicità ma non sono assolutamente un cammino sicuro verso di essa. Dice Ed Diener che ” il cambio tra denaro e felicità rimane comunque ridotto” ovvero l’incremento di felicità che si ottiene con l’aumento dei guadagni è relativamente basso.

Desideri di guadagno e Felicità

Sembra invece che i il tipo di desideri sottostanti alla volontà di guadagnare possono essere dei buoni predittori della felicità. Ed Diener rimarca nel suo libro che anche dopo tutte le ricerche vale sempre l’equazione:
Felicità= QUELLO CHE ABBIAMO/QUELLO CHE VOGLIAMO
(“quello che abbiamo” diviso “quello che desideriamo”)
E su questa equazione nascono tanti aforismi e frasi celebri che spesso rimarcano come desiderare meno, decrescere, ridurre le proprie aspirazioni, consumare meno….etc possa farci più “ricchi” e felici. Sempre su questo punto molti ribadiscono la necessità di esercitare la gratitudine come via per la felicità, ovvero concentrarsi su quello che si ha invece che su quello che manca.

LA CONNESSIONE CON GLI ALTRI FA LA FELICITÀ E LA SALUTE A LUNGO TERMINE

 

Ho ascoltato tanti interventi sul TED nel merito della felicità ma uno in particolare mi ha colpito per le dimensioni ENORMI dello studio scientifico dal quale attinge. Si tratta di un lavoro meraviglioso sul rapporto tra felicità, salute e relazioni sociali.


Se poteste investire tempo e risorse per garantirvi la miglior vita possibile ed essere felici che fareste? Purtroppo in molte ricerche si vede ancora come soldi e successo siano i primi obiettivi ricercati per essere felici, almeno nei giovani della società americana. Felicità e RelazioniInvece uno studio condotto durante 75 anni ha dimostrato il valore incredibile delle connessioni sociali sia per la salute che per la felicità.

Lo studio condotto dall’università di Harvard su migliaia di persone ha visto l’alternarsi di generazioni di ricercatori e di ben quattro direttori che hanno portato avanti la ricerca durante tre quarti di secolo. Nel 1938 hanno iniziato a seguire un gruppo di giovani studenti di Harvard e un gruppo di ragazzi poveri di Boston. Tutti i soggetti dell’esperimento sono stati intervistati, incluse le loro famiglie, e visitati da dottori.

Durante gli anni alcuni di loro sono diventati ricchi, altri sono diventati poveri, alcuni hanno cambiato il loro status sociale diventando persone influenti, altri si sono ammalati, altri ancora sono morti.
Ogni 2 anni un ricercatore è tornato a vederli nelle loro casa raccogliendo aggiornamenti sul loro stato sociale, di salute e di felicità.
Sono state così generate decine di migliaia di pagine di dati, e sapete il RISULTATO più chiaro emerso? La lezione più evidente sull’essere felici ricevuta dall’analisi di queste informazioni è:

LE BUONE RELAZIONI CI MANTENGONO FELICI E SANI.

È risultato evidente come per essere felici le connessioni sociali siano veramente buone, anche per la nostra salute mentre è altrettanto evidente come la solitudine possa “ucciderci”.
Chi è più connesso con relazioni di buona qualità alla famiglia, agli amici o alla società è più felice e vive più a lungo.

Le persone che sono più isolate di quello che vorrebbero invece:
-Sono meno felici.
-La loro salute, raggiunta la mezza età, declina più in fretta.
-Le funzioni cognitive del cervello declinano prima.
-Sono meno longevi, muoiono prima.
Purtroppo 1 su 5 americani riporta di sentirsi “solo”, anche se vive all’interno di una famiglia/comunità o di una relazione matrimoniale.
È la qualità delle relazioni che può trasformare “persone non sole”, presenti ma non integrate in un contesto relazionale, in “persone sole” e quindi più esposte a infelicità e problemi di salute.
Le persone più soddisfatte delle proprie relazioni all’età di 50 anni erano quelle più sane fisicamente all’età di 80.

Le Relazioni per una vecchiaia più sana e felice

Chi ha buone relazioni riporta, durante gli episodi di malattia e sofferenza della vecchiaia, un livello di dolore più basso rispetto a quando le stesse circostanze colpiscono chi si sente più solo e meno felice.
Le buone relazioni non proteggono solo il nostro corpo ma anche il nostro cervello. Avere a 80 anni una relazione sicura e piacevole con qualcuno favorisce la lucidità della mente e della memoria. Chi a questa età non ha relazioni sulle quali poter contare e sentirsi sicuro riporta una degenerazione cognitiva maggiore.
Perché pur sapendo tutto questo molte persone inseguono altri obiettivi con l’idea che li faranno più felici?
Perché, secondo il professor Robert Waldinger, “siamo umani e cerchiamo spesso un modo di aggiustare rapidamente la nostra condizione. Le relazioni sono invece lunghe e complicate, sono un lavoro che dura tempo e che non si conclude mai. Le persone più felici nel nostro studio, che sono invecchiate meglio, sono quelle che, nella pensione, hanno cercato di sostituire i colleghi di lavoro con i “compagni di tempo libero”.
E poi, aggiunge il professore, “Molti giovani adulti credono che per avere una vita migliore ed essere felicdevono puntare su fama e successo ma nonostante questo le ricerche continuano a dimostrare che ciò che costruisce una esistenza felice sono le buone relazioni”.

CHE COSA NE PENSI?

Photo credit: Tax Credits via Visualhunt.com / CC BY

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By | 2017-08-15T00:18:54+00:00 aprile 1st, 2016|Generale|

7 Comments

  1. Nunzietto 7 maggio 2016 at 01:10 - Reply

    Cosa penso? Vedo la ricerca di Harvard e la tesi finale entrambe non solo attendibili ma ‘a pelle’ logiche e coerenti. Ma, almeno per me, é piuttosto incisiva la mia “inadattabilitá” alla societa media, alle persone medie che hanno interessi medi e che impersonificano l”amico” medio materializzatosi dalla pagina facebook piu vliccata.
    Per fortuna esistono le eccezioni, rarissime e per tessere un rapporto sincero c’e bisogno di lavoro; impossibile senza almeno una comunicazione costante e trasparente. Quindi, a volte il risultato, per me, é stare da solo o dedicare alla societá il minimo indispensabile. Inoltre la solitudine trovo sia molto istruttiva….se saputa dosare

    • Claudio 7 maggio 2016 at 01:29 - Reply

      Sono d’accordo, la solitudine è una componente fondamentale per apprezzare le relazioni. Una fusione tra noi e gli altri senza spazi in mezzo, anche lunghi, dove stare soli, ci farebbe veramente perdere in un chiasso. Il deserto è importante e lo valorizzo molto. Credo che la questione sia molto sulla qualità delle relazioni e anche nel video si dice che queste non sono soluzioni immediate ma ci vuole tempo per crearle. M’immagino che non venissero considerate nella ricerca le ditina o le faccine che si sparano a mitraglietta sui social. Su questa alienazione da comunicazione digitale un’altra psicologa aveva fatto interventi sul ted molto belli.. agli albori di questa tecnologia per osannarli e poi anni dopo è tornata per criticarli pesantemente. Senti Nunzio ma in che senso dici che le ricerche e la tesi finale non sono “attendibili”? A me sembrava statisticamente uno studio solidissimo proprio per il numero di soggetti coinvolti e per il follow up di questi per più di mezzo secolo..

      • Nunzietto 7 maggio 2016 at 11:15 - Reply

        É anche a mio avviso uno studio solidissimo; infatti ho scritto “…non SOLO attendibili ma…”

        Buona giornata

        • Claudio 7 maggio 2016 at 13:45 - Reply

          Scusami nunzio… l’ho letto ieri notte, totalmente distrutto.. e il mio cervello ha fatto diventare “non solo” in “non sono”

          • Nunzietto 7 maggio 2016 at 14:24

            Claudio non c’e nessun bisogno di scusarsi; sapevo che era una svista ;). Ciao

  2. Federico Giulio D'Ostuni 22 febbraio 2017 at 10:48 - Reply

    Molto interessante, ma a questo punto mi chiedo: se una persona decide di mettersi in viaggio a tempo indeterminato, come puó gestisce, e soprattutto costruisce, delle relazioni?

    • Claudio 23 febbraio 2017 at 14:54 - Reply

      Si costruiscono relazioni. Talvolta hanno un’intensità meravigliosa, il problema è che non hanno uno “storico” alle spalle. E bisogna sporadicamente coltivarle con messaggi a distanza. Talvolta ho avuto più affinità con chi ho incontrato per strada che con amici con i quali ho passato anni ella mia vita. Il problema è somministrare tempo a queste relazioni a distanza per consolidarle. La cosa meravigliosa è che anche a distanza di 10 anni c’è ancora chi mi aprirebbe le porte di casa e mi accoglierebbe con gioia.

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