La fotografia di Viaggio Un ritratto di un charro messicano con sombrero pitturato da teschio, un simbolo del Messico

COSA HO IMPARATO IN DIECI ANNI DI FOTOGRAFIA DI VIAGGIO
TUTTA LA STORIA INIZIA CON UN AMORE, UN PAIO DI PIEDI E UNA SCATOLA CON UN BUCO PER FAR ENTRARE LA LUCE.

Ho scritto dieci punti non tecnici sulla fotografia di viaggio che sono tutto quello che ho imparato di questo bellissimo mestiere nomade. Questi consigli sono anche i pilastri che hanno sostenuto questa mia passione per tanti anni facendola crescere sino a diventare professione.

1. USA I PIEDI

Paolo Rumiz, noto giornalista scrittore e viaggiatore, afferma che è importante saper “scrivere con i piedi”. Io credo che sia importante saper fotografare con i piedi. Questo vuol dire avere il gusto primordiale di camminare con il supplemento moderno di una macchina al collo. Dovete portarvela a spasso come un cane, fermarvi quando deve “fare qualcosa” e vi prude il dito per scattare. Vuol dire camminare nei posti dove viaggiate, provare a deviare sistematicamente da una meta per andare a vedere qualcosa solo in base alla curiosità. Dirigete i piedi e la macchina verso una stradina che gira, un’ombra che cade insieme al sole, una persona che fa qualcosa che forse è banale ma particolarmente bello, un gioco di luce dentro una pozzanghera, un gioco di bambino con un palla di pezza, un piccolo dettaglio di muro, una modanatura sgretolata di un vecchio edificio o magari una gigante coreografia di elementi che spontaneamente s’incontrano e stanno benissimo dentro il mirino della vostra macchina. I piedi vanno usati con piacere per passeggiate prolungate che non servono solo per la salute ma per cambiare sempre ciò che sta davanti alla macchina fotografica. Camminate e camminate con la macchina al collo, camminate non solo per Voi o per seguire una Mappa, camminate per portare la macchina da qualche parte in cui ci sia una forma di Bellezza da scoprire.

2. ESCI DALLA ZONA DI COMFORT

Le foto che fanno dire “che meraviglia!!” a chi le guarda spesso sono quelle che hanno fatto maledire, bestemmiare e sudare il fotografo che le ha scattate, magari dopo ore a portarsi l’attrezzatura al collo, o tornando l’ennesima volta in un posto perché nessuno ci passava o perché c’era sempre quella luce ostile e spiovente che rendeva tutto così antiestetico.
Le prove e gli errori, come in qualunque altro dominio dell’esperienza umana generano evoluzione e miglioramento.
Quando stiamo nella nostra zona di comfort tendiamo a evitarle, a non fare fatica e conservare ciò che siamo e ciò che sappiamo fare. In questa zona il cambiamento e l’apprendimento avvengono molto lentamente perché evitiamo di confrontarci con lo stress di non sapere.
Uscire da questo recinto è come quando sei uscito di casa per viaggiare, avresti potuto stare in pantofole a guardare la tele o leggere un libro protetto da pareti, serrature, abitudini e comodità. Invece hai scelto di uscire anche senza avere la certezza matematica che il viaggio sarebbe andato bene e sarebbe stato fantastico. Molti te ne hanno parlato bene e quindi hai deciso di uscire dalla zona di comfort e provare. Se anche la fotografia ti piace esci dalla tua zona di comfort e inizia a provare qualcosa di nuovo.
Tutto questo può provocare qualche sofferenza e fastidio ma ti servirà per affilare la “lama” della fotografia.

Uscire con i geloni ai piedi di notte nel bosco e provare ancora una volta a immortalare le stelle fa la differenza tra un buon fotografo e un perenne dilettante.
Vincere l’imbarazzo e chiedere a una persona per strada se non le dispiacerebbe posare un secondo per uno scatto perché ha una faccia interessantissima è stato l’inizio di carriera di fotografi eccezionali.
Barattare con qualcuno le foto che farai in cambio dell’autorizzazione a ficcare il naso dove nessun turista potrebbe mai metterlo è stato per me un grande salto in avanti che mi ha permesso di realizzare immagini e venderle in tutto il mondo.
Offrire aiuto con generosità a un professionista è un modo per avvicinarti e imparare da lui.
Stare seduto per strada e aspettare fino a che le persone “entrano” nella tua inquadratura è anche un esercizio di pazienza, contemplazione e creatività.
Fare dieci scatti in più con dieci angoli diversi di quello stesso soggetto che i vostri amici hanno schiaffato nella memoria della macchina con un rapido click farà la differenza tra voi e loro quando domani riesumerete memorie e le condividerete. O magari le metterete in un libro, ne venderete le stampe o le esporrete in una mostra.

3. CAPISCI LA DIFFERENZA TRA L’OCCHIO E LA MACCHINA

Questo vale per tutti i generi di fotografia, in quella di viaggio dove le situazione spesso non sono ripetibili come in uno studio. Saper anticipare vagamente quello che la macchina con i suoi limiti potrà registrare è molto importante. Il classico esempio è essere strabiliati da un meraviglioso tramonto, alzare la macchina fare click e poi rendersi conto che il tramonto “interpretato” da un sensore è una macchina nera dove non si vede una mazza oppure un scempio di sole bruciato con colori sfasati e luci totalmente irrealistiche. Intanto il tramonto è andato. Il prossimo arriva tra 24 ore. Sorry.
Oppure nella penombra di un mercato indigeno una signora cammina con un huipil maya coloratissimo tenendo per mano un bambino che porta verdure di cui non immaginate nemmeno il nome … click… e poi la foto è una sbavatura di forme mosse quasi irriconoscibili e le penombre sono buchi neri dove non si riconosce proprio un bel nulla.
La conoscenza della macchina richiede una dose minima di tecnica per saperti mettere nei suoi panni e riconoscere quello che lei può vedere del mondo.
In quali situazioni tu e lei ve la cavate in modo simile e in quali altre proprio non vi capite. A quel punto c’è il grande salto dalle funzioni AUTO a quelle MANUALI che terrorizzano ma sono comprensibili e anche divertenti se iniziate a giocarci con qualche linea guida. In molte altre situazioni, grazie alla tecnologia e a dispetto di quei puristi che prendono la psoriasi quando toccano i pulsanti AUTO, la macchina se la può cavare egregiamente e vi lascia solo con il sollazzo del mondo che volete catturare nella rete digitale.

A quel punto rimane solo la Bellezza nelle sue forme e la “composizione”, ovvero la scelta attraverso il mirino o monitorino, di quale pezzo di realtà portare via.

4.RISPETTA TE STESSO! FAI BACKUP!

A partire da questa abitudine mi rendo sempre conto chi ho davanti e mosso da una tenerezza infinita che di solito i fotografi improvvisati che incontro non hanno per il loro lavoro mi offro di fargli un backup sui miei dischi dei loro 10 mesi di viaggio e ricordi che affidano unicamente alla tenacia e indistruttibilità di una infima schedina SD. Ho già provato a sfracellare dischi fissi oppure vederli dopo anni di servizio tossicchiare, grattare, sussultare e poi arrendersi portandosi a miglior vita tutto il mio lavoro e i ricordi che nella mia memoria biologica inizieranno a scolorire, mescolarsi e scomparire.
Il mio libro sull’inizio del viaggio è privo di molte foto che avevo scattato, ai tempi non ero un professionista e me ne fregavo dei backup, adesso ho un testo che racconta uno dei momenti più importanti della mia vita con soltanto una decina di foto schifose.

Se ami la fotografia di viaggio non puoi odiare i suoi prodotti al punto tale da abbandonarli alle sorti di una schedina di memoria.

5.SII EFFICACE e LEGGERO

Con gli anni ho iniziato la scalata dell’olimpo dei sensori passando, come sognano molti, dalla compatta, alla reflex, alla fullframe da 3000 euro. Dall’obiettivo “tutto in uno” da 150 euro a quello “faccio solo questo ma da Dio” da 1800 euro. Anni fa era meno frequente fare queste spese per sfizio, consumismo o narcisismo. Si faceva questa costosissima scalata perché per le necessità della fotografia di viaggio, obiettivamente, una compatta con un sensore piccolo dava risultati scarsi. Ma poi durante gli anni sono avvenute due cose:
-I sensori piccoli racchiusi in macchine compatte sono diventati sempre più potenti.
-La comprensione del tipo di fotografia che faccio e di quali strumenti veramente mi servono si è molto più affinata.
La macchina fotografica è uno spazzolino dentale: fa il suo lavoro.
Non è uno status quo, non è una misura di professionalità.

Prima di approfondire vi racconto cosa è venuto dopo il macchinone Fullframe. Sono passato da questo costosissimo giocattolo a una macchina molto più economica con un sensore più piccolo (tecnicamente APS-C), poi ancora più piccolo (Micro 4/3)… e oggi ancora più piccolo ed economico (1 pollice)!! Sono pazzo?
Prova tu ad andare in giro con 2 kg al collo che rimbalzano a ogni passo e attirano ogni sguardo e magari anche qualche mala intenzione.
Si dice che “La migliore macchina è quella che hai sempre con te”.
Si può discuterne ovviamente ma comunque rimane il fatto che per il tipo di fotografia che faccio nelle condizioni in cui lavoro ho iniziato a preferire uno strumento leggero, sufficientemente potente, ottimamente trasportabile.
Spesso giro con una compatta evoluta in tasca… pessimo mirino, poco ergonomica come impugantura e pulsanti…ma sempre a disposizione quando voglio, ovunque sia, e non da nell’occhio.
In altre situazione mi porto un’equipaggiamento più grande e più mirato per condizioni di luce peggiori, ritratti, panorami grandangolari…etc.
Ci sono compromessi certo ma non entro in dettagli che coinvolgerebbero questioni di ottica, profondità di campo e sensibilità. Dico solo che se viaggi OGGI hai la possibilità di scegliere strumenti leggeri che hanno la potenza sufficiente per le situazione tipiche della fotografia di viaggio.
Quindi se vedete ancora qualcuno che vuole piazzarvi automaticamente la Reflex come “passo importante” non lo date assolutamente per scontato.
Affronterò più nel dettaglio questo tema per orientarvi meglio all’acquisto.

6.CERCA LE VARIE BELLEZZE

Questo è un punto fondamentale. Il dizionario definisce la bellezza come “La qualità capace di appagare l’animo attraverso i sensi, divenendo oggetto di meritata e degna contemplazione”. Ma noi spesso consideriamo la bellezza come qualcosa di intrinsecamente positivo, riuscito bene, completo, migliore, divertente…in una parola “piacevole”. Appagare i sensi in fotografia non significa necessariamente provare o provocare piacere.
Perché alcune foto di guerra sono “belle”? Perché alcuni panorami urbani pieni di smog, di grigio, di traffico e di un sacco di cose che consideriamo “negative” possono fare una “bella” fotografia? Com’è che una foto di un bambino che piange può essere “bella”? O una natura morta? O l’espressione disperata avviluppata in una ragnatela di rughe di un senzatetto?
La bellezza nella fotografia va ben oltre quello che ci piace, trascende certi nostri gusti, è un albero gigantesco dal quale possiamo cogliere tantissimi frutti diversi.
La bellezza nella fotografia può essere la potenza di uno sguardo truce, la verità svelata in un fotogramma di qualcosa di mostruoso, un dettaglio eccezionale presente nell’infinita e ripetitiva banalità che nessuno più guarda, un frammento del tempo che non tornerà mai più, una cosa bruttissima ma fotografata con una composizione e creatività perfette, una testimonianza che farà la storia, una prospettiva nuova, una verità alternativa.
Avete capito? Anche in un posto di merda può esserci bellezza, anche sotto il vostro naso proprio ora.
Può essere il vostro bellissimo partner in quella posizione o con quella espressione tra il sorriso e la tristezza.
Può essere quel pugno di pastelli che fai cadere su un foglio ingiallito con una chiazza di caffè, può essere quel ragno saltatore con otto occhi che sta guardando il transatlantico del tuo piede da un banale filo d’erba.
Magari è tua nonna che ti ha rotto con tante storie ma una foto di quel barlume di saggezza che scintilla nel suo sguardo mentre sta tirando sul dal pozzo della memoria i ricordi della guerra non gliel’hai mai fatta. Se fai una foto rispettosamente non rubi l’anima, la onori.
Oppure è quel cielo grigio schifoso, a metà tra l’inverno e la morte, che fa venir voglia di stare a casa ma tu invece esci e fotografi quello scempio di nuvole incidentate, quella colata di foschia gelatinosa su plotoni di pendolari che non deragliano mai dai loro binari. E magari tra questi “qualunque” che camminano uno di essi si gira, ti vede, e sorride… Forse quel giorno sarai uscito di casa con solo con la macchina ma sarai ritornato con una foto, la sua buona storia da raccontare e magari un amico per la vita.
Quando viaggi non sei ancora adattato agli stimoli visivi e alle circostanze che per te e per la tua gente sono nuovi e quindi più interessanti, molte cose sono “belle” ai tuoi occhi semplicemente perché diverse. Ma devi chiederti se anche le foto che farai saranno belle e varranno qualcosa o se saranno scatti a vuoto fatti solo perché sei lontano da casa oppure scatti banali e selfie-ricordo . Ritorna al punto uno e passeggia, vattene dalle piazze gremite da turisti oppure stacci e fai qualcosa di diverso, esci un’ora prima e torna un’ora dopo, prova qualcosa, siedi ad aspettare che qualcuno passi, impara a inginocchiarti e vedere le cose dal basso o sali su un’albero per vederle dall’alto.

7. RITORNA NELLA TUA ZONA DI COMFORT

Questo è importantissimo altrimenti la fotografia inizia a diventare un ring dove è importante vincere prima che partecipare. Può diventare molto frustrante fotografare con l’ansia di prestazione addosso, ovviamente anche quando constatiamo che i risultati non ci piacciono per niente.
Uscire dalla propria zona di confort è importante perché fotografare non è naturale e spontaneo come respirare.
Però se ogni volta é “la sfida” da vincere, o la paura di non portar a casa qualcosa di buono, o il bisogno di fare qualcosa di originale/diverso/unico …Ah!! Diventa impossibile.
Bisogna anche creare delle zone franche di piacere dove ritornare, godere delle foto o delle esperienze vissute, fare amicizia con altri fotografi, in viaggio o a casa. Ma non solo.
Uno dei momenti più belli per me è quel FLUSSO creativo che esplode dopo i primi scatti soddisfacenti, quando senti che hai imbroccato la strada giusta, che quel soggetto o quel posto sono una buona idea per fare foto e i risultati iniziano ad apparire nel monitor posteriore della macchina fotografica. Questo per me è una zona di piacere (anche se suona male perché ricorda le zonee erogene…sigh) e molto probabilmente determina il tono emotivo del resto della giornata.
Altra zona di piacere è quando mi metto a scaricare le foto per vedere a grandezza monitor cosa sono riuscito a fare. Altra è quando, raramente, le stampo.
Super-mega-isola di piacere è quando con una bella tazza di caffè, in un bar qualunque, mi metto gli auricolari e mentre ascolto musica o podcast processo le foto, le sviluppo decidendo esposizione, saturazione e tanti altri parametri. È come cucinare la preda.
Altra soddisfazione è quando le condivido, ma non sempre, e su questo punto bisogna stare attenti.
Le tue zone di comfort saranno molto probabilmente i primi risultati positivi, i momenti di recupero e lavorazione delle foto, le situazioni in cui scatti con sicurezza e inizi a riempire la memoria d’immagini che non vedi l’ora di scaricare nel computer ma che già a grandezza francobollo nel retro della macchina paiono stupendi.

8.ISPIRATI CON GLI ALTRI MA NON PERDERTI

La fotografia di viaggio mi piace molto perché é un lavoro da cane sciolto, non da branco. Puoi stare solo con te stesso e il mondo, andare a caccia e aspettare in silenzio con il dito pronto sul pulsante, contemplare nell’attesa che quello che deve succedere succeda, oppure entrare attivamente in gioco, parlare, domandare chiedere, disporre, proporre e contrattare per costruire l’immagine che desideri.

Eppure anche la fotografia personale diventa pubblica, proprio come il diario personale a un certo punto diventa racconto per altri.
Condividere è bello, è naturale ed è importante, se avete fatto un viaggio e preso la strada della fotografia è perché qualcuno ha condiviso e voi lo avete intercettato.
Riportare “a casa”, agli amici o solo agli “altri”, chiunque essi siano, è importante per raccogliere opinioni ma anche per dare ispirazione a qualcuno tenendo ben presente che “il qualcuno di turno” un giorno sei stato tu.
Purtroppo le comunità di fotografi online possono avere tra le loro fila personaggi supponenti e silenziosamente in competizione con tutti.
Non ho mai frequentato comunità di fotografi essendo sempre in viaggio ma ho cercato di condividere attraverso internet o esposizioni o proiezioni.
Trovare una buona comunità è una mossa che può essere oltre che piacevole anche strategica per l’apprendimento.
Io solo ora mi sto guardando intorno e vedo comunità di viaggiatori molto più appassionate a discutere intorno al viaggio, tra i suoi destini e il suo senso, che di fotografi intorno alle foto, sia per la tecnica che hanno dietro che per la narrazione hanno dentro.
Vedo posti dove si fan girare foto e si piglia qualche like.. non c’è discussione.
Evitatele.
Altri forum o gruppi sono per decidere i maschi alfa dell’arte fotografica.
Evitate anche quelli.

Altri gruppi sono ottimi (sto ancora cercandoli ma è colpa mia perché faccio più foto che discussioni). A quel punto unitevi a loro.
Il branco serve anche per prendere le misure, diciamocelo. Per ispirarci, per prendere direzioni, per riempire i serbatoi di stima con l’ammirazione altrui e per offrire la nostra. Può essere un incendio creativo che vale la pena scatenare.

I miei dovuti “paragoni” per crescere li ho fatti con i lavori di vari fotografi che ho incontrato online quando cercavo consigli e tecniche, mi sono ispirato tanto, ho provato a emulare ma poi sono andato avanti per la mia strada.
Non mi sono mai preoccupato di cercare “il mio stile” né di essere “diverso”. Nell’enorme mondo anglofono della fotografia si dice: “Don’t be better. Be Different“. A me frega poco se non mi diverto a fare quello che faccio.
C’è stato il tempo in cui facevo foto con il flash imitando Joe McNally, poi il tempo dell’Hdr imitando Trey Ratcliff, poi dei ritratti usando la tecnica Dragan, poi dei bianchi e nero alla Bresson, poi…
Insomma, ho imparato osservando molti bravi artisti, ho seguito pedissequamente le loro indicazioni e poi ho mollato per trovare il mio cammino che ancora oggi non è specifico perché amo esprimermi in modi diversi.
Questo Blog che parla di Vita, Di Viaggio Di Ricerca della Felicità e di Fotografia è un esempio work in progress di questa orizzontalità.
Non sono di nessuna chiesa e non perdo troppo tempo a far polemiche sui confini tra fotografia e arte, postproduzione “corretta” e alterazione eccessiva, spontaneità o finzione.
Le foto mi piace anche discuterle e analizzarle ma con le regole estetiche e con quello che dice la mia pelle o la mia pancia, non con l’etica di chi traccia linee tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.
La strada è il nostro ambiente prima del forum o della chiacchiera.
Il mio consiglio è di ispirarti con il lavoro di buoni fotografi, del passato o del presente, di capire il loro processo nella totalità: il prima il durante e il dopo lo scatto.
Mi raccomando! Se sono fotografi che hanno avuto successo prima del 2000 non prenderli come modello di marketing per iniziare, solo come modello artistico.

9. SII GIUDICE DI TE STESSO

Vorrei distruggere molte delle vecchie foto che circolano ancora in rete, me ne vergogno. E pensare che quegli scatti andavo a presentarli ovunque mi chiamassero: nei circoli fotografici come nelle università, li mostravo ad autorità locali come opera di convincimento o alle riviste per “dimostrare” le mie mirabolanti capacità di fotopivello. Oggi ci stamperei rotoli di carta igienica per amanti dei viaggi.

Prima di avere un solido senso critico deve passare del tempo, il bello in parte è soggettivo ma raccoglie così tanti consensi da far pensare che una parte di questo giudizio sia radicata dentro la natura della nostra percezione.
Non mi addentro nelle leggi estetiche ora ma è importante far allineare una parte del nostro giudizio a queste per indirizzare correttamente la nostra fotografia fotografia. Poi evviva le invasioni di campo con l’arte pittorica, viva photohop e tutti gli stravolgimenti o miglioramenti che può fare, viva le sovrapposizioni o gli effetti. Viva ogni esperimento, anche esagerato, può farci sviluppare un giudizio estetico su quello che facciamo, più andiamo avanti e più vedremo che è allineato a quello di molte altre persone. Che la nostra bella foto sarà spesso riconosciuta tale anche da tante altre persone, non per “incoraggiamento” o “amicizia” ma per “sincertità” e per il gusto di goderla.
Vergognarsi delle foto fatte “prima” è un ottimo segno che siamo in un cammino di evoluzione, sentire che sono brutte quando prima ci parevano belle significa che stiamo maturando la nostra facoltà di giudizio e questo è importantissimo perché determina le foto che faremo poi.
Non vi preoccupate, dai diamanti non nascono i fiori diceva DeAndré.

10. TECNICA, PASSIONE E SOLDI

Sei arrivato a leggere fin qui, questo mi piace.
Sei all’ultimo punto, il cosiddetto “punto segreto di pressione”.
Mi sento in obbligo di svelarti il mistero, il pilastro fondamentale, la chiave che apre ogni porta verso la conoscenza, il motore che spinge tutto in avanti.
La passione. Ecco un cliché, ecco ancora sta menata della passione ma in attesa di inventare una parola più esotica mi sporco le mani e abuso ancora di questo termine.
Come fai a sapere se sei veramente appassionato?
Prendi la fotografia e levagli i soldi, se ancora sta in piedi sei probabilmente appassionato.
Con la passione ti puoi benissimo procurare da solo qualsiasi nozione tecnica, qualunque conoscenza “premium” o barbatrucco.
Certo, prima o poi troverai su questo sito l’ebook per imparare a fotografare (in passato ne avevo fatti un paio) oppure il corso di un week end ma questo non implica che puoi benissimo farne a meno se vuoi imparare. (Mi vendo malissimo vero? Me lo hanno detto…). Di corsi io non ne ho mai fatti ad esclusione di un incontro di sole 4 ore, costosissimo, con Joe McNally che era nella città dove vivevo in Messico.
È stato bello e utilissimo ma non NECESSARIO. Tutto il resto l’ho cercato su internet, ho comprato ebook, visto un’infinità di video e sopratutto scattato qualcosa che va ben oltre le 500.000 foto in posti diversi, con macchine diverse e in condizioni diverse.
Con la passione arriva la tecnica, senza bisogno di università o lezioni private come di corsi costosissimi.
Con la tecnica invece NON arriva la passione.
Motivo per il quale invece di iniziare questo articolo con una pioggia di consigli tecnici ho scritto questa stele di rosetta della fotografia di viaggio per tradurre in italiano la saggezza di questo mestiere vagabondo senza consegnartelo ancora come un insieme di geroglifici di ottica-tempi-elettronica-software-apertura-diaframmi-lunghezzefocali.

TUTTA LA STORIA INIZIA CON UN AMORE, UN PAIO DI PIEDI E UNA SCATOLA CON UN BUCO PER FAR ENTRARE LA LUCE.
Io ho iniziato a fotografare e fare video (sono arti-gemelle) senza l’ombra di un soldo ne la speranza di farli, benché meno la conoscenza di come o la chiaroveggenza di sapere che sarebbe diventato un lavoro.
Quando ero psicologo non me ne fregava niente, i primi viaggi per il mondo me li facevo senza macchina fotografica (anche perché tutti i soldi andavano per il biglietto aereo) o scattando “accazzo” con il cellulare. Poi mi sono innamorato.
Non lo so come. Anche della mia moto mi sono innamorato e non so come visto che non è fatta per viaggiare.
Le prime collaborazioni con le riviste insistevano sul versante fotografico e quindi ho pigiato sull’acceleratore applicandomi ancora di più per offrire immagini degne di accompagnare un testo ed essere stampate, anche se su una rivista di moto. I primi lavori “pagati”, in cui ho visto il contrappeso monetario pesare sull’altro lato della bilancia, mi ha spinto ancor più verso l’alto.
La professionalizzazione e il denaro sono stati poi, ma mooooolto poi, un feedback importante per aumentare la qualità, ma non hanno generato da sole niente.
Il primum movens è stato l’amore, i piedi e quella scatola.

BENE! SE NON CONDIVIDI QUESTO ARTICOLO NON IMPARERAI MAI NIENTE DELLA FOTOGRAFIA.

Scherzo… ma anche in questo caso sono andati due giorni per scriverlo e dieci anni sul campo per testarne di prima mano i contenuti, se mi aiuti a farlo girare ti sono grato.

Ti consiglio il “Diario Fotografico” se vuoi il trinomio di Una foto+Una storia+Un consiglio

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