Fuori Rotta – continuo in Guatemala e questa volta arrivano i guai

FUORI ROTTA – GUATEMALA SECONDA PARTE

Dopo i primi disinvolti e facili km di Guatemala, mi addentro nel cuore selvaggio dalla foresta subequatoriale: siti archeologici inghiottiti dai palmeti, strade impervie e incontri non sempre amichevoli. Centinaia di km percorrendo strade appena tratteggiate sulle mappe, fiumi da attraversare, capanne di paglia e l’ombra delle palme dove nascondersi dal sole e da sguardi indiscreti.
Un viaggio-avventura governato dall’imprevisto e dal cambio di rotta.

Primi chilometri in GuatemalaCon i primi centinaia di km in Centro America ho preso confidenza con il territorio, geografia ambientale e geografia umana fanno un alterco appassionante di ambienti e costumi. Il piacere di guida è stato provato pesantemente dalle poche vie di comunicazione martoriate di buche che per di più sono la pista privata dei bus-torpedoni brucia olio che vi sfrecciano incessantemente. Ho guadagnato il mio riposo sul Lago Atitlan, la conca di acque limpide che riflettono come specchi le cime troncate dei tre vulcani. Tre “giganti” seduti da millenni con le bocche rivolte al cielo a sbuffare fumo ogni cent’anni.  Un quadro bucolico che uno scrittore paragonò al “Lago di Como” ma con in più quei carati di pura bellezza dati dei vulcani che lo sovrastano. E’ tempo di partire e questa volta lontano dalle vie battute dal turismo. Dal Lago Atitlan alla Frontiera di Corozal per entrare in Messico alla volta di Palenque.Lago Atitlan – Coban 160 Km  LONTANO DAL TURISMO

La moto è appoggiata alla stampella laterale come un vecchio alla parete del bar, punta il suo ciclopico sguardo sulle acque del lago. Tutto è pronto per partire di nuovo, tiro su con le narici l’aria lacustre e soffio fuori le ultime stanchezze, un vecchio pagaia sino al molo, attracca e io mi avvicino, gli chiedo quale è la migliore strada per dirigermi verso la regione del Petèn. Senza dubbio mi sconsiglia Guatemala City, troppi furti anche a ciel sereno; se non voglio passare dalla capitale la mia unica opzione è salire sino a Coban e proseguire a nord-est. Apro la mappa che mi accompagna da mezzo continente, è in scala 1 a 2.500.000, cerco l’itinerario con fatica perchè è solo tratteggiato e ad un certo punto scompare totalmente, devo completarlo con l’immaginazione e con le poche informazioni che dispongo. Sistemo i bagagli sulla moto e riprendo a ritroso la strada sino a Chichicastenango dov’ero stato pochi giorni prima, passo tangenzialmente questo villaggio sede del mercato indigeno più colorato e frenetico del Centro America. Inizio a salire per le colline brulle e spoglie, la terra è giallo-arancione, arbusti secchi come grovigli di mani scheletriche cingono la strada. Gli asfalti anche se richiederebbero un “ritocco” si attestano su livelli decisamente buoni, pochissimi dossi ed intorno qualche piccola casa di mattoni rossi affastellati con appoggiata in cima la lamiera in luogo delle tegole. La morfologia di questa zona collinare è morbida e ricorda un lenzuolo di terra appoggiato su palloni dalle curve dolci, la secchezza dell’ambiente è un rarità visto che la maggior parte del Paese è bagnato dall’oceano o dalle piogge. Sono km di preludio ai climi caldi, quasi tropicali, della foresta distante poche centinaia di km, il sole è forte e devo aprire la giacca a mo’ di radiatore per raffreddarmi con il vento.

Coban è vicino, si vedono rari cartelli, ma entrando in ogni nucleo abitato la segnaletica assente richiede l’improvvisazione o il sorteggio per decidere quale tra le tante vie percorrere. Con un pò di pratica si arriva ad urlare domande alla persone con la moto ancora in movimento ed ottenere le relative risposte in tempo utile per dare la sterzata corretta ad ogni bivio. In questa povertà, talvolta endemica, la gente non risparmia denaro ma nemmeno risparmia sorrisi, cordialmente ognuno risponde soddisfacendo le richieste del viaggiatore.

Arrivo finalmente a Coban, brutta è la prima impressione, l’attraverso con marcato disinteresse, appare un’accozzaglia di negozi con mercanzie mezze dentro e mezze fuori. Non mi sorprende, è conosciuto come un crocevia per turisti fai da te che esplorano le zone circostanti piene di cascate, piantagioni di caffè e cardamomo, sentieri verso piccole oasi naturali e tesori nascosti del centro Guatemala. E’ anche un collettore che unisce le due vie che dalla Panamericana salgono verso le regioni più remote confinanti con il Belize e lo Yucatan Messicano. Proprio dove sono diretto.

Coban – El Subin 150 Km  NELLA GIUNGLA

La moto va “al trotto”, 2000 giri su per giù, la voce del bicilindrico è ovattata dalle forme vegetali morbide e fitte, alberi e palme stringono come mani la sottile stradina che si sgretola sino a diventare uno sterrato. Su questa pista la Guzzi è forzata a ballare una specie di tarantella, vibra come un frullatore e sopra i 50 all’ora diventa decisamente spiacevole, le sospensioni posteriori offrono poca corsa per smorzare tutti i dislivelli del manto stradale. Il sole si porta via il giorno con il suo strascico di ombre ed ancora una volta mi trovo solo nelle luci del tramonto con l’impellenza di trovare un rifugio per la notte. Raggiungo sullo sterrato un camion enorme, fermo, in origine adibito a trasporto materiali qui invece è stato “rivisto” e usato come bus locale. E’ stracarico di gente, tutta in piedi sul cassone, saranno almeno 30 o 40 persone, gli passo di fianco e vedo grovigli di mani che afferrano e issano i bambini che erano a terra in cima sul pianale di trasporto. Altre mani mi salutano e con il sole calante fanno ombre cinesi sulla pista accidentata, ricambio il saluto e inizio seriamente a domandarmi dove starò questa notte. Fortunatamente incontro un villaggio pochi km dopo.

Fermo la moto e decido, guardando il sole ormai orizzontale, che quello è il momento di piantare le tenda, sono in una piccola radura sul ciglio della strada, c’è giungla intorno e poche capanne di legno. Un fumaiolo sbuffa e qualche vecchio sta seduto sotto la sua tettoia a guardare assorto le notte che arriva. Vedo e sono visto, sono come il luna-park del villaggio: quando arrivo in certe località come queste e sgancio dalla moto la tenda è come se portassi le giostre. Alcuni bambini scappano al mio arrivo come uno stormo di rondini e si appollaiano dietro i muri delle capanne mettendo fuori nasi a pallina e gli occhi sorridenti e furtivi di chi gioca a nascondino. Mi pesano con sguardi nascosti, mi misurano per capire tutto il carico di “diversità” e “stranezza” che rappresento. Chiedo a un contadino il permesso per montare “la giostra” nello spiazzo. Me lo accorda serenamente, poi ci ripensa e mi invita a piantarla di fronte alla capanna, “qui si macina il mais la mattina presto, scusa se faremo rumore, ma la notte è tranquillo e se vuoi puoi anche dormire sull’amaca sotto la tettoia”. “Grazie, ma non ci riesco sull’amaca, preferisco la tenda, comunque mi chiamo Claudio, molto piacere.”

Quando apro la tenda si aprono i cancelli del parco giochi, i bambini arrivano a spiare da tutte le parti, intercetto il più coraggioso e gli urlo “piacere mi chiamo Claudio, tu come ti chiami?”, …silenzio…guardandolo avrei pensato che era il cavaliere impavido che giocava con gli amici, ma non ce la fa…si butta alla macchia accompagnato da un corteo di risatine proveniente da una colonna di testoline che spuntano come un totem dal lato di una capanna. E’ la prima volta che sento ingombrante e pachidermica la mia presenza: nonostante l’estrema discrezione troppi occhi me la ricordano. “Cavolo, sono circondato” per la prima volta mi sento invaso da quelle decine di pupille che vibrano da dietro i muri, vorrei scrollarmeli di dosso ma la mia etichetta è ormai depositata con copyright: sono io l’unico “guero” (chiaro di caragione) nel raggio di decine km che per giunta ha accettato l’invito di piantare la tenda in mezzo al villaggio. Con la notte mi raggomitolo sull’amaca prima di entrare in tenda e schiacciare il sonno definitivo, dondolo e mangio tonno e pane sotto una lampadina nuda impiccata ai fili di una parete della baracca. Con la pancia piena mi corico, il generatore si spegne e con l’elettricità vanno via anche gli affanni del giorno. Dormo.

El Subin – Frontera Corozal 80 Km – STERRATI ESTENUANTI

La mattina sporgo la testa fuori dalla tenda con la circospezione di un brigante, un corteo di facce è già pronto a studiare le mie mosse, una ragazza sfila impettita vicino alla tenda in reggiseno e il contadino del giorno prima con un cenno mi saluta. Senza colazione mi accingo a rimontare tutto sulla moto per una partenza rapida, più per allontanarmi da quell’imbarazzo che per avvicinarmi alla frontiera che cerco. Gli sterrati proseguono per diversi km, spero in un miglioramento della viabilità ma un cartello di frana mi anticipa l’inevitabile interruzione della strada. Parcheggio la moto e all’ultimo metro mi sporgo per vedere come una cascata di terra e ghiaia si sia portata via tutta la facciata est della montagna e con essa la strada che avrei dovuto percorrere. Seguendo un carro trovo l’alternativa, pago 20 quetzal per il pedaggio di un percorso aperto e spianato dai locali per l’incombenza della frana. Con equilibrismi circensi e scatti nervosi sul gas tengo in equilibrio la moto su declivi martoriati da solchi profondi pieni di terra fina, quasi polvere. La strada si salda nuovamente grazie a un abbozzo di asfalto che mi porterà con relativa facilità al piccolo borgo di “El Subin”.

Il Guatemala era per gli Aztechi la “terra dei tanti alberi”, nella storia recente è stata la terra di lotte fratricide e guerra civile per il riscatto delle terre rurali da sempre appartenute agli indigeni. La povertà che ha conseguito agli eventi costringe molti Guatemaltechi allo sfruttamento continuo di qualsiasi espediente possa far sopravvivere alla giornata. Gli spazi fuori dalle case sono adibiti per l’esposizione e la vendita di mercanzia, ci sono cibarie come “tacos”, “tortillas” o “tamales” c’è “artesania” di ceramica o terracotta e poi tessuti come lana o cotone passati al cardo e colorati con tinte chimiche o talvolta con le naturali provenienti dalle bacche. Passo vicino all’insegna di un gommista dove svettano parole alla vernice spray che dicono “Pinchazo Joe, soy capaz de todo”. Ovvero “Buco (nella gomma) Joe, sono capace di tutto” e poi sull’insegna di legno di un piccolo ristorantino leggo: “ Colazione, Pranzo, Cena, Pezzi di Ricambio e Riparazioni”. Il paese dei tanti alberi e il paese dei tanti espedienti per arrangiarsi. Qui si fa e si offre tutto.

Arrivato a El Subin pernotto in un ostello arieggiato da un cortile centrale pieno di vasi strabordanti di terra e piante grasse. Metto la moto in un angolo. Passeggio cercando un centro storico da visitare che non trovo; il centro è la strada principale che porta al lago del Petèn e al complesso archeologico di Tikal, dallo stradone dipartono piccole stradine dove cerco  qualcosa sul quale puntare la macchina fotografica. Niente, mi rintano nell’ostello e passo una notte in simbiosi con il ventilatore per salvarmi dal caldo afoso che tormenta tutta la regione. Il giorno dopo attraverso il primo fiume su una zattera motorizzata carica di motorini e jeep ricolmi di gente, pago 5 quetzal e una barchetta ancorata alla zattera aziona il microscopico motore fuoribordo per spingere tutta la chiatta sull’altra costa. Riprendo la rotta verso Corozal: una frontiera microscopica con il Messico, una “frontiera  fantasma” sulla mappa piegabile nella borsa da serbatoio e un incerto rigagnolo di inchiostro sulla mappa ingrandita della guida sul Centro America. Puntualmente vedo concretarsi i miei sospetti, avrò 80 km di sterrati da percorrere prima di arrivare al confine. La percorrenza è estenuante, insopportabile, troppo spesso le sospensioni vanno a pacco accompagnate da schiocchi metallici che mi fanno seriamente preoccupare. Avevo sostituito le molle degli ammortizzatori posteriori perchè risultavano essere troppo duri, le nuove purtroppo in queste condizioni si rivelano morbide come burro.

Il percorso sembra fatto a misura della gente del posto che conosce esattamente quando sterzare e quando no, ci sono sorprese sul manto stradale da non sottovalutare, aumentare la velocità sino a 50 o 60 km/h può aiutare a smorzare i rimbalzi sulle buche ma non concede spazi di manovra per evitare quelle più profonde e pericolose. Purtroppo finisco con tutte e due le ruote dentro un piccolo fosso, non perdo il controllo per miracolo e mi ritrovo illeso dopo averlo superato, un colpo duro che mi impone una sosta per fugare con scaramanzia  ogni dubbio sui possibili danni alla moto. Mi accorgo che il faro posteriore non funziona e le frecce posteriori sono penzolanti come le orecchie di un cocker. I supporti di plastica non hanno retto e si sono spaccati. C’è un villaggio tutto legno e capanne poco più avanti, vecchi fermi come lucertole all’ombra di tettoie, bambini incuranti dei 39 gradi che corrono giocando a pallone e poi mi accerchiano per interrogarmi su l tipo di moto che conduco, la lunghezza del viaggio, le distanze coperte, i consumi medi, la cilindrata..ecc.. e quando mi si stringono intorno uno di loro, l’emissario, va a raccogliere altri amici perchè possano anche loro godere della novità che porto e distrarsi dalla monotonia di silenzio e polvere che fa da cemento a ogni giornata.

Con un occhio sulla moto e uno sul piatto che ho ordinato inizio a divorare fagioli, formaggio e uova sbattute, i bambini si disperdono e un paio di signori camminano intorno alla moto con le mani in tasca e le pance fuori, inclinano la testa, si grattano la nuca e poi convengono sul fatto che è una cilindrata grande, che è raffreddata ad aria e che deve essere molto affidabile ma non è adatta a questo tipo di terreno. Hanno ragione ma non ho alternativa che non sia proseguire.

Corozal – Palenque 170 Km  LA FRONTIERA MALEDETTA!

Contandini con casacche di cotone macchiate dal sudore mi salutano e riprendono a zappare la terra brulla e umida, i palmeti e le basse latifoglie si stringono in una chioma verde lucido pregna di umido e linfa odorosa. Alcune mucche cercano riparo dal caldo, io rallento negli spazi di ombra per godermi più a lungo quel poco di frescura. Arrivo a una casupola dove un ufficiale mi appone sul passaporto il timbro ufficiale di uscita dal Guatemala e una tassa, più ufficiosa, di dieci quetzal. Arrivo alla tanto agognata frontiera ma anzichè incontrare un ponte, una strada o un casello, trovo solo capanne intorno a un fiume e piccole lance di legno a mollo nell’acqua. Un ragazzo mi anticipa sul tempo e si offre per traghettarmi, “Gringo, questo è l’unico modo per andare dall’altra parte”. “Non sono gringo, comunque va bene, quanto vuoi?”. “150 quetzal con incluso il carico della moto, vai alla spiaggia che arrivo con la lancia e carichiamo”. “Sei sicuro che possiamo caricare la moto, saranno quasi 350 kg con i bagagli”. “Non ti preoccupare, ci vediamo lì”.

Mi immetto sul sentiero che conduce alla spiaggia, pattino con la ruota posteriore sulla sabbia, d’improvviso due uomini a cavallo e tre in una jeep mi raggiungono a tutta velocità e mi intimano di fermarmi. Mi circondano e uno di essi, scende dalla jeep mentre il suo grasso amico tatuato mi guarda in cagnesco da dentro l’abitacolo. “Devi pagare la tassa di accesso alla spiaggia, non hai visto il cartello?” “Non c’è nessun cartello, e non c’è nessuna strada, 100 quetzal sono tanti, ci pago due notti in albergo, è troppo”.

“Senti amico questo è quello che pagano tutti per accedere a questa zona”. “Io te li dò ma chiederò conferma”. Pago indignato. Sono cinque contro uno, non ho diritto d’appello. Accedo alla spiaggia attraverso una distesa di sassi. Cento metri di rocamboleschi equilibrismi e arrivo all’acqua. Chiedo a due pescatori della famosa “tassa”, loro sorridono e mi dicono quello che già mi aspettavo “ti hanno fregato”. Arriva anche il ragazzo con la lancia sotto il mio sguardo incredulo e arrabbiato, scende dalla barca e mi mostra un’asse di compensato lunga un metro con la quale pretende di sollevare, con il mio solo aiuto, i 350 kg di moto carica e farla atterrare dentro la lancia di legno. Mi avvicino a lui, controllo i nervi a fior di pelle e gli faccio notare in primis che non mi ha avvisato dei suoi colleghi con il vizio dell’estorsone e in aggiunta gli spiego quanto può essere salutare farsi cadere addosso un “bisonte” di metallo arroventato dal sole nel tentativo di caricarlo con una ridicola asse sulla barca. Caricare a braccia la moto in due è semplicemente folle.

Me ne vado e tra sobbalzi e imprechi esco dalla spiaggia e ritorno all’ufficio immigrazione dove avevo registrato la dipartita dal Guatemala. Mi lamento dell’accaduto e chiedo consiglio su un punto più agile e sicuro per passare la frontiera, l’ufficiale non capisce, alza la voce, dice che non posso tornare indietro, è illegale, magari sto portando droga, mi sequestra il passaporto. Mi calmo e mi spiego meglio, lui si scusa, mi offre l’aiuto di un amico trasportatore che arriva in motorino e mi prospetta di traghettarmi da bravo Caronte sull’altra sponda senza complicazioni ulteriori. Nelle mie tasche rimangono solo pesos messicani, gli spiego che ho esaurito la moneta locale. Sorride magnanimo e mi propone il cambio pazzesco di 1 quetzal = 2 pesos che solo un idiota potrebbe accettare. Mi viene una idea, chiedo all’ufficiale di farmi da scorta sino alla frontiera. Poco dopo siamo io, il poliziotto e i cinque filibustieri in cerchio tentando di risolvere la diatriba, il povero bullo si arrampica sugli specchi giustificando i soldi che mi aveva chiesto. ll poliziotto senza un minimo di tatto sentenzia “Nessun problema, il ragazzo pensava solo che eravate tutti dei ladroni!”. Inizia un lancio avvelenato di sguardi tra me e loro, occhiate che fanno scintille con l’aria. Mi faccio scortare dal poliziotto sino alla spiaggia e sono costretto a pagare ancora una volta la famigerata tassa, me la dimezzano però, sarà perchè sono diventato un cliente frequente. Come spese aggiuntive ci sono quattro braccia supplementari per caricare la moto e la benzina della jeep che mi segue sino alla spiaggia (altri 50 quetzal, quasi 10 litri di benzina per fare 300 metri !!). Mi trovo sulla lancia, dalla riva vedo il poliziotto, lo ringrazio con un cenno, con la sua presenza quantomeno ha evitato una zuffa. Arrivati a metà fiume e dalla riva urlano al ragazzo di farsi pagare prima di continuare, gli porgo i soldi ma non li mollo sino a che non mi da il resto, la sfiducia reciproca e l’astio sono palesemente nell’aria. La barca ondeggia, io sono seduto sulla moto con i piedi a fare da puntello sui bordi stretti della chiglia, quasi perdo l’equilibrio, uno spasmo di adrenalina mi vibra dal coccige alla nuca, poi per fortuna approdo l’altra costa. Scarichiamo in quattro il veicolo. Il gruppo si dissolve senza nemmeno un saluto. La moto si infossa sulla sabbia, do gas e mentre una colonna di polvere si alza la ruota dietro sprofonda sempre di più nella terra, una delle due frecce spezzate finisce nei raggi, viene divelta e lanciata a velocità supersonica chissà dove, non la troverò più. Sono sfinito, ci sono quasi quaranta gradi, sono le sei di sera il che implica che le transazioni illecite e le trafile con la polizia per arrivare sull’altra sponda sono durate 5 ore, tempo nel quale non ho toccato più di mezzo litro d’acqua. Guardo la moto rabbioso, la spoglio dei bagagli che poi lancio stizzoso sulla sabbia, l’afferro per il portapacchi e facendomi morire un ruggito in gola provo a sollevarla, niente. Mi siedo sulla sabbia. Cinque messicani arrivano in soccorso, prima aiutano me a rialzarmi e poi grazie ad una sinergia di muscoli, tendini e respiri liberiamo anche la Guzzi. Ringrazio, esco dalla spiaggia che è già sera, l’ufficio d’immigrazione è chiuso, pianto la tenda in mezzo a un complesso di bungalow nella foresta, mangio un panino accompagnato da un succo di “jamaica”, l’umore è il primo ad esserne corroborato. Il corpo invece è sull’orlo dello sfinimento e non riesce a farsi carico di quel lavoro supplementare per la digestione.. mi corico in tenda e mi alzerò quattro volte per a vomitare quel poco che ho mangiato. La mattina mi trovo in condizioni post-belliche, sono la caricatura di me stesso; rimettere e poi svenire è stata la partitura dell’intera nottata con in sottofondo il concerto stridente prodotto dai versi di animali esotici assolutamente inediti al mio orecchio. Riprendo la marcia, sono in Messico! Dopo poche ore un motociclista attratto dal pupazzo legato dietro alla moto e dalla targa straniera scoprirà da dove provengo e mi ospiterà presso la sua casa e presso la sede del suo motoclub dove verrò festeggiato per il lungo viaggio che proprio in quei giorni compiva gli 8 mesi e 23.000 km. Mi rimetteranno in sesto fino a viziarmi con grigliate sulla spiaggia, cene a base di sushi ed aperitivi. Sarò poi presentato ai vari motociclisti della zona di Villahermosa come una sorta di esemplare raro di “centauro viaggiante” da rispettare e fotografare. Nuovi amici e nonostante tutto un bel ricordo del Guatemala dove dovrò rientrare in poco tempo con la maturata saggezza di farlo lontano dalla frontiera di Corozal!

By | 2016-12-17T15:45:32+00:00 giugno 12th, 2009|Diario Personale di Viaggio, Generale|

4 Comments

  1. pave 15 giugno 2009 at 08:18 - Reply

    storie tese lungo il filo di molti mesi, storie che si dipanano parallelamente a tutte le storie del mondo dove ciascuno di noi le vorrebbe-dovrebbe condividere, ma l’attenzione-disattenzione mescola le vicende, facendole diventare vita..ciao sempre con te!

  2. Luca 15 giugno 2009 at 22:02 - Reply

    Grandissimo racconto! Non ci sono parole…per scoprire che tutto il mondo è paese.
    Tutto sommato ti è andata bene.
    Il viaggio continua…

  3. guy 16 giugno 2009 at 13:34 - Reply

    Grande Claudio, e’ quasi un anno che fai strada eh? Che gran bel tragitto. Ti auguro fortuna nel Guatemala! Aggiorna la mappa!

  4. lorenzo.calestani 18 giugno 2009 at 00:12 - Reply

    vai claude!

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