Good Morning Guatemala! Viaggio in moto nel Paese dei Tanti Alberi

Tratto dall’articolo in uscita su Euromoto di Giugno
IL PAESE DEI TANTI ALBERI

Così gli Aztechi chiamarono il Guatemala.

Quattrocento km in motocicletta dentro la natura e la storia di un paese che sta cercando riconciliazione con il suo passato. Strade difficili, panorami mozzafiato, avventura e gli echi della guerra civile.

Dopo 8 mesi complessivi di viaggio mi appresto a tagliare un nuovo traguardo. In questa attraversata delle 3 Americhe sto per concludere la parte continentale Nord che mi ha visto attraverso 5 stati Usa, 5 del Canada e ben 17 del Messico.

Sei mesi del mio viaggio dedicati solo a quest’ultimo paese ed ora mi trovo la prima volta ad entrare nel Centro America: un grado in più di difficoltà nelle strade, di povertà, di natura selvaggia e di biodiversità. Inizio nella regione del Chiapas, che un tempo apparteneva al Guatemala, qui passerò la frontiera de “La Mesilla” in alternativa alla frontiera più pericolosa lungo la Panamericana. Seguirò all’inizio un classico itinerario turistico visitando il mercato di Chichicastenango e il lago Atitlan, poi partirò alla volta dell’area più a Est dove foresta, strade franate, sterrati da motocross e problemi con piccoli delinquenti mi daranno non poco filo da torcere.

mercato di chichicastenangoSan Cristobal – La Mesilla 170 km
LASCIANDO IL MESSICO

A San Cristobal passo giorni scrivendo e trotterellando per le strade del centro e poi spingendomi verso i villaggi maya lontani pochi km. Cristobal è una metà ambita e quasi divorata dal turismo, la città ha iniziato il suo processo di sovrappopolamento, edificazione e aumento dei prezzi. Oltre alla bellezza architettonica c’è una seconda bellezza che è tutta etnica e la si trova nella tempra india che scurisce carnagioni e satura i colori sui vestiti degli antichi, abitanti di questa povera regione: gli indios trotzil. Sono gli interpreti e depositari del retaggio maya di cui tentano di perpetuare la memoria anche se al giorno d’oggi i vantaggi economici dei rapporti con il turismo stanno vincendo il braccio di ferro con l’istinto di conservazione culturale.

Tra le file monotone e ipnotiche di negozi e baretti acchiappa-turisti, le strade portano al centro di mercati sempre pieni di donne che distendono le loro merci su pavimenti che si illuminano di colori e danno una strana rispondenza cromatica alle grandi chiese che di notte si accendono come fiammiferi sotto riflettori color ocra.

E’ tempo di partire e lasciare questa città e i suoi due cuori: turistico ed etnico.

La strada per allontanarmi dalla città è solo una e passa attraverso 170 km di corridoio naturale dentro la Sierra Madre: il tessuto primordiale che moltiplica se stesso attraverso montagne e colline sino alla fine del continente. La guida è rilassata, le nuvole si diradano, il cielo azzurro promette tempo sereno. Dalla conca chiusa che circonda Cristobal si apre il cammino in un percorso quasi rettilineo che scollinando e torcendosi di tanto in tanto riprende la sua dirittura sino al confine Guatemalteco di “La Mesilla”.

in moto verso il lago atitlanLa Mesilla – Huehuetenango 80 km

GOOD MORNING GUATEMALA!

Guatemala, “il paese dei tanti alberi” secondo la lingua azteca nahualtl, ma vi potrei dire di come sia un paese anche dei tanti vulcani (ben 36), delle tante montagne (più del novanta percento del suolo nazionale) e poi, purtroppo, dei tanti morti. “Un paese dove scorre linfa di pini e fiumi di sangue”, mi disse l’autista di un pulmino turistico. Valter, cosi si chiamava, una notte del 1992 quando tornò a casa dal lavoro trovò in città un poliziotto che chiedeva di lui. In quella stessa notte scappò cercando di abbandonare al più presto il paese per salvarsi la vita. Dopo il colpo di Stato appoggiato dal governo USA nel ‘54 le dittature causarono genocidi in tutte le terre rurali contro la popolazione indigena, un guerra fratricida con una contabilità di morti che passò i 200.000; se Valter non fosse scappato, sarebbe stato giustiziato come i suoi amici. Tutto successe secondo il drammatico copione che vede i governi espugnare i murales indigeni in guatemalaterre anticamente appartenute agli indios per coltivare, impiantare, fruttificare e produrre capitale spartito tra le amministrazioni locali e i governi stranieri che hanno macchinalmente appoggiato le dittature. Appare come una lotta tra bene e male, il genocidio prima e poi nel 1992 un premio Nobel per la pace, Rigoberta Menchù, emerge dalle ceneri della guerra, grazie gli sforzi di riconciliazione etno-culturale basata sui diritti dei popoli indigeni. E poi nel 1996 Bill Clinton afferma che “è stato un errore appoggiare le forze armate guatemalteche”. La guerra ufficialmente finisce.

Sono solo con la mia moto nel mezzo del “paese dei tanti alberi”. Non c’è nell’aria la pericolosità decantata dalle ambasciate, dal 96 è pace, sulla carta almeno, la guerra civile è dichiarata chiusa, rimane l’onta e la povertà conseguente al quasi mezzo secolo di violenza fratricida. In Messico sentivo voci proclamare il Guatemala come il terzo paese più pericoloso del mondo ma ho avuto modo di sondare questa affermazione percorrendo per 10 giorni buona parte del paese. Non ho avuto problemi, tranne in una sola circostanza. Entrando a La Mesilla, si è obbligati a fumigare la moto come misura sanitaria preventiva ed a fare le pratiche di importazione temporanea del veicolo. Poi si inizia a sfilare, con marcia lenta, nel centro di questo piccolo ma congestionato villaggio di frontiera, costruito non oltre 10 metri dai bordi della piccola strada a due corsie che lo attraversa.

raffigurazioni maya in guatemala pitturaSottospecie di apecar scorrazzano schizzando come saponette tra una macchina e l’altra, io mantengo il mio posto con compostezza senza eccessi prematuri prima di aver preso confidenza con questo nuovo luogo. Noto povertà tutt’intorno, se il Messico è terzo mondo mi domando cosa possa essere il Guatemala in confronto, mi vedo dentro “un formicaio” pieno di vite indaffarate che spostano tutto: bancarelle, merci, cibarie, carretti, passeggeri. Tengo prudenza ma mi sento abbastanza tranquillo.

Uscendo dal La Mesilla mi trovo sulla strada 1, una delle poche arterie che percorrono longitudinalmente il paese. Attenzione alle strade, nonostante il Messico mi abbia messo a dura prova i nervi il Centro America ha alcuni dossi che sembrano catapulte con il primo fine di rompere sospensioni più che ridurre velocità. Il piacere di guida, sulla 1, sta tutto negli occhi: ci son distese di conifere che ammantano la Sierra Madre, insinuarsi tra le sue pieghe è l’unica opzione possibile, non ci sono autostrade. Se la guida non è accattivante in compenso l’itinerario è una festa per gli occhi: vallate che si aprono e chiudono come sipari e panorami di apertura grandangolare danno un saggio di cosa sia questa terra vista dall’alto. La notte arriva e non sono preparato, troppi stimoli visivi e distrazioni naturali per pianificare dove andrò a dormire. Chiedo ospitalità in una pompa di benzina  vicina a Huehuetenango dove due Guatemaltechi mi concedono il ripostiglio della stazione per stendere il materassino e spingere dentro la moto. Pochi metri quadri da condividere con il giunto cardanico di un camion, un compressore, un quadro elettrico pieno di luci e il mio veicolo. Conto milioni di pecore e finalmente prendo sonno.

vulcano in guatemala durante il mio viaggio in moto per il centro americaHuehuetenango – Chichicastenango 110 km
IL MERCATO PIU’ FAMOSO DEL CENTRO AMERICA

Mi alzo alle cinque con il rumore del compressore che rompe il silenzio, Un’alba rosa carnicina annuncia l’inizio del nuovo giorno, non posso fermarmi che un ora ancora, per quando arriva il proprietario della stazione devo essere fuori dal magazzino.

Preparo velocemente la moto e ritorno in marcia sulla statale uno. Strade bianche si succedono ai lavori in corso: girare con precauzione la manopola del gas. Dolci curve si alternano mentre la pendenza aumenta perdendo quota in prossimità del Lago Atitlan che sarà l’ultima fermata di questo tragitto. La sera prima, ho parcheggiato la moto sul ciglio della strada per fare qualche scatto al tramonto con il meraviglioso Volcan San Pedro (uno dei quattro attivi) che boccheggiava lentamente fumo come una ciminiera primordiale. Indimenticabile.

Piccoli insediamenti urbani rimettono in moto la vita tutt’intorno, sguardi fugaci mi vengono lanciati in una frenesia di carretti e motorini che corrono da tutte le parti. Una possibile minaccia per il motociclista è costituita dai torpedoni adibiti a trasportare pedoni o scolari alle loro destinazioni. Vecchi camion stracarichi di persone e bagagli agganciati al tetto che sfrecciano su e giù lungo i loro routinari percorsi, sembra brucino più olio che benzina e l’inchiostro di seppia che spruzzano da dietro te lo trovi regolarmente sulla faccia ogni sera. Si continua sempre sulla “CA1” sino a Las Pilas e poi si prende la deviazione per le strade del guatemala in motoChichicastenango, facile a dirsi ma i cartelli sono in bella vista solo se si arriva dalla direzione opposta. Manco la deviazione ma aggiusto presto la traiettoria chiedendo ad alcuni passanti indicazioni. La strada per “Cici”, come la soprannominano i locali, si fa stretta ma scevra di dossi e lavori in corso. Si viaggia sul crinale di una montagna sino a scavalcarne la cima e iniziare una ripida discesa e poi di nuovo una salita dove è costante incontrare bus o macchine bloccate per il torchio che le pendenze sottopongono ai motori sfiniti. Passata l’ultima cima il declivio è meno severo e presto si arriva alla conca dove la città ospita il mercato indigeno più famoso del Centro America. La città è piccola e strozzata nei pochi spazzi concessi dalla vallata, poche strade l’attraversano e sono bucate come gruviera, tutto il centro è lasciato al mercato che prende luogo il giovedì e il sabato. Il mercato cambia letteralmente faccia all’intero villaggio sferzando una carica di movimento, colori e odori. Lascio la moto parcheggiata fuori dalla zona centro, affitto una camera vi lascio dentro ogni zavorra per uscire leggero con solo la macchina fotografica. Camminare nel mercato è una doccia di colori, un effluvio policromatico di rosso carminio, indaco, giallo ocra, verde ma anche di odori e umori di rosticceria, di carne che frigge nelle minuscole bancarelle che vendono cibo di strada. Passeggio di pomeriggio e di sera, i colori del giorno si affievoliscono nella notte ma il mercato conserva sempre il suo splendore ed è un piacere perdersi sotto i mille teloni che lo coprono come un alveare per poi entrare nella fiumana di persone che si sparpagliano alla alla scoperta di oggetti, tessuti, maschere, vestiti, cibi, spezie e bevande.

Con la macchina immortalo dei murales che raccontano il folclore locale, con una dovuta prevalenza di dipinti che dedicati alla guerra civile e alle lotte intestine che hanno prostrato la popolazione sino a dodici anni prima. Anche nelle rappresentazioni di storie tristi si trova sempre la peculiare vivacità di colori saturi, netti e cangianti ..che sembrano voler cambiare la storia più nera che il Guatemala vissuto.

disegno dei vulcani del lago atitlanChichicastenango – Lago Atitlan 55 km
IL LAGO DEI VULCANI

Dopo un pomeriggio e una notte al passeggio nel cuore della città, certo di aver colto il succo di Chichicastenango, l’abbandono e ripercorro a ritroso la strada “a montagna russa”  per ritornare a Las Pilas e cercare di raggiungere il Lago Atitlan. Il lago è una delle mete turistiche più battute, è contornato da ben tre vulcani: il vulcano San Pedro, il vulcano Atitlan e il vulcano Tolimàn. Una conca profonda quasi 400 metri a 1500 sul livello del mare e con una superficie di 130 km quadrati, cinta da una natura rigogliosa e da piccoli villaggi che vivono di turismo e pesca. Tre sono le strade che portano al lago in tre punti diversi ma sfortunatamante non è presente una strada che lo percorra nel suo perimetro intero senza essere interrotta dai pessimi sterrati che valicano i vulcani. La mia scelta cade sulla tranquilla San Juan de Atacama per il pernottamento che sarà anche la base d’appoggio per esplorare San Pedro, più vistosa, turistica e movimentata.

le barche tipiche del lago atitlanPer arrivare a San Juan devo tornare indietro sulla CA1 di 50 km circa e seguire le indicazioni per Atitlan e Santa Clara, le strada iniziano a farsi strette e lente, attraverso piccoli municipi costituiti da case quasi ammassate intorno all’unica strada impolverata dove a rilento mi muovo in mezzo a pulmini e autobus diretti al lago. Mi sento come un insetto inserito in una fila di pachidermi che inciampano sui dossi di cemento che si ripetono impietosamente. Dopo alcuni km compare Santa Clara, scarna e poco accogliente ma l’unica a possedere una vista panoramica da mozzafiato sul lago. Subito fuori dalla città la strada inizia una rapida picchiata tra tornanti che discendono sino alle acque del lago. La vegetazione si fa lussureggiante, scendo in prima e seconda marcia dentro boschi fitti e umidi, sento il profumo delle linfe delle piante e quasi posso avvertire quello delle acque lacustri ormai poco distanti. La strada non è in ottime condizioni, buche e dislivelli. Arrivo a San Juan e affitto una camera nel primo ostello che vedo, il nome promette bene: “Hostal L’Amistad”. Incontro la famiglia gentile e ospitale, il bambino più piccolo ha 5 anni, mi chiama da subito “Boss” e curioso come un furetto si mette a sfogliare le mie mappe cercando di decifrare caparbiamente ogni simbolo. Passeggio per la città e assito alla celebrazione della Settimana Santa, è Pasqua. Segatura colorata viene depositata nelle strade centrali della città per disegnare simboli della Cristianità e della tradizione Maya: croci, spighe di mais, aghi di pino, santi e motivi floreali. Attorno a questo tappeto colorato tutta la gente si fa stretta, prega e incensa l’aria, segue poi la sfilata di una carro ritratto di una guatemalteca che sorrideenorme che ricorda alla lontana quello carnevalesco ma che ovviamente ospita la statua di Gesù e della Vergine. Il carro “cammina” portato sulle spalle di 20 persone lungo tutto il manto disegnato sul pavimento con la segatura. Mi faccio parte della folla, sono un intruso ma ben accettato e mi raccolgo a modo mio per l’evento religioso. Il giorno prendo la moto finalmente scarica dai bagagli e raggiungo San Pedro, parcheggio e inizio a passeggiare, non mi affido alla piantina della città ma ai capricci dei piedi, vado tra i vicoli del piccolo porto e vedo attività ben più mondane della cerimonia Pasquale del giorno prima: ci sono mille piccoli baretti e bancarelle che soffondono luci e note musicali sino a dove il paese finisce sulle acque del lago. Visito un museo di arte locale  pieno di quadri iridati di colori che con grande forza raffigurativa mi raccontano ancora un volta la storia del “paese dei tanti alberi”.  A fine giornata cammino sul molo e vedo un vecchio che vogando lentamente rientra dalla pesca e tira i remi in barca. E’ tempo anche per me di tirare i remi in barca e rilassarmi l’ultimo giorno prima di riprendere la strada alla volta delle zone selvagge subtropicali del Petèn, qui cercherò tra giungla e sterrati una frontiera che mi costerà caro attraversare. Ma nella tranquillità ovattata del Lago quello che mi avrebbe aspettato nei giorni seguenti non potevo nemmeno immaginarlo.

la mia motoguzzi nel viaggio in guatemala

 

By | 2016-12-17T15:45:32+00:00 maggio 14th, 2009|Diario Personale di Viaggio, Generale|

10 Comments

  1. davide 15 maggio 2009 at 19:39 - Reply

    Ciao Claudio, complimenti per tutto!
    Scrivi benissimo, posti delle foto (anche se poche) molto belle, bel viaggio, mi piace il tuo spirito di avventura, e il pupazzo!!! :-DDD
    Ottima esperienza, vai cosiii vai!
    Ciao!

    • Claudio 17 maggio 2009 at 21:14 - Reply

      Grazie Davide,
      per le foto hai ragione, sono poche ma il prblema è che non sono molto agevoli i fotoalbum… sistemerò.
      Ti saluto!

  2. pave 16 maggio 2009 at 09:13 - Reply

    ….la mia realta’,e’ quella che mi circonda,essa
    si concretizza nelle azioni che sto pensando, vivendo,…..cerco di trasferirmi nelle azioni che descrivi e visualizzi, di percepirne odori colori emozioni…ma mi trovo proiettato in un sogno-avventura..esisti?

  3. DIANA SERNA 17 maggio 2009 at 02:24 - Reply

    HOLA CLA,
    QUE FOTOS!,QUE VIAJE!,QUE EXPERIENCIAS!,Y LAS FIESTAS MULTICOLORES!…
    NO SABES LA ENVIDIA QUE TE TENGO!
    SIGUE DISFRUTANDO TU VIAJE.
    CUIDATE!
    BACIO.

    • Claudio 17 maggio 2009 at 21:12 - Reply

      Hola Dianita!!
      Gracias para tu comento, pues que estoy creciendo y mejorando!!
      No envidiarme, tu camino no es menos lindo!!
      ESTUDIA MONGOLAAA!! :-)
      Estoy bromeando.
      Te quiero!
      Gracias.
      Beso

  4. davide 18 maggio 2009 at 19:17 - Reply

    Tranquillo! :)
    Pensa a viaggiare!!!!
    Ciao!

  5. Sabbio 19 maggio 2009 at 17:44 - Reply

    Che immagini, che colori! Grande!
    Luca

  6. simona 19 maggio 2009 at 22:48 - Reply

    Sono finita su questo sito per caso, cercando informazioni su il Canada e sul Messico.
    E lo devo ammettere, sono rimasta senza fiato. Non conoscevo questo tuo progetto, non conoscevo questo viaggio. Coniugare ricerca con scoperta, passione con studio, è un’idea a dir poco geniale. Perché è l’occasione per scoprire il mondo, e allo stesso tempo per farsi scoprire dal mondo. Soprattutto quando, probabilmente come me, il meglio di sé si esprime soltanto con gli occhi gonfi di un tramonto lontano.
    Io partirò ad ottobre per il mio primo, vero, “viaggio”. Senza progetti, senza soldi, senza nessun contatto. Ora che conosco questo sito, e queste foto, vorrei ringraziarti, perché mi sento molto meno incosciente. E anche un pizzico meno sola.
    Davvero complimenti,

    S.

  7. davide 28 maggio 2009 at 20:07 - Reply

    Ei ti ho aggiunto su flickr! ;-D

  8. Elestelles 19 agosto 2009 at 23:14 - Reply

    Ti riporto alcune delle pagine scritte da Tiziano Terzani, che mi hai ricordato in una delle tue lettere.
    Te le riporto sotto l’articolo del Guatemala per una sorta di affinità rispetto al dramma di questi anni in Afghnanistan.
    Vedi tu se vuoi pubblicarle o no.

    Sono tratte dal libro Lettere contro la guerra, sono le lettere che sono state scritte dopo l’11 settembre e pubblicate sul Corriere della Sera tra il 2001 e il 2002. Non riesco a non pensare che la voce di Terzani manchi oggi nel mondo dell’informazione una voce che sapeva fare la differenza, che manchi quel suo tentativo di far conoscere i mondi e le vie per cui la ragione umana sia rispettata e quale miglior modo che permettendole la conoscenza del mondo delle culture, della storia e le civiltà, della storia degli uomini che abitano quel paese o quell’altro.
    Questo rispetto dell’uomo e della sua “ragione” della sua capacità attraverso una informazione onesta di poter scegliere per il meglio, per il rispetto per la stima per la pace è una delle cose cui ha sempre puntato. Come abbia fatto a crederci tanto non lo so, nonostante le disillusioni della storia o forse proprio in mezzo e perché no anche a causa di queste. Mi chiedo oggi chi ha questo rispetto per noi lettori, semplici persone che vorremmo avere la possibilità di una visione vera che più che verso la convinzione della giustezza di un conflitto ci porti all’abbraccio del mondo o come dice lui più che a campi di battaglia ci conduca a campi di comprensione.
    Non basta conoscere in un periodo esiguo che è quello delle vacanze, quando senti tornare chi è stato in un Paese straniero o in un altro e ne riporta sensazioni di stupore positivo e di meraviglia per aver scoperto che ci sono civiltà così belle e profonde di cui si non si parla se non superficialmente, non si sa filosofie di vita ricche di cui neppure si sospettava l’esistenza, e di cui ognuno aveva solo i pregiudizi che si sa sono figli dell’ignoranza, un ignoranza tenuta e diffusa da tv e da giornali che si dedicano al gossip dell’attore di turno o a questioni di lana caprina come quelle troppo spesso poste dalla grettezza di politici narcisi che vivono di apparenza, che tirano coperte troppo corte, persone che avverti senza vero spessore. vuoti.
    «Il linguaggio politico è concepito in modo che le menzogne suonino sincere e l’omicidio rispettabile, e per dare una parvenza di solidità all’aria.» Orwell

    Terzani scrive nel 2001: “Purtroppo, oggi, sul palcoscenico del mondo noi occidentali siamo i soli protagonisti e i soli spettatori, e così, attraverso le nostre televisioni e i nostri giornali, non ascoltiamo che le nostre ragioni, non proviamo che il nostro dolore”
    “Il mondo degli altri non viene mai rappresentato”
    Ma così è diventato il nostro mondo: L’unico modo di resistere è ostinarsi a pensare con la propria testa e sopratutto a sentire con il proprio cuore”

    “Il 12 settembre il direttore del Corriere chiuse l’editoriale con un frase divenuta poi famosa: “Siamo tutti americani”. Bene io no. Di fondo mi sento fiorentino, un po’ italiano e sempre più europeo. Ma americano proprio no, anche se all’America debbo molto… (). In fondo trovo difficile questo definirmi. Sono arrivato alla mia età senza aver voluto appartenere a nulla, non a una chiesa, non a una religione: non ho avuta la tessera di nessun partito, non mi sono mai iscritto a nessuna associazione, nè a quella dei cacciatori né a quella per la protezione degli animali. Non perchè non stia naturalmente dalla parte degli uccellini e contro quegli omacci col fucile che sparano nascosti in un capanno, ma perchè qualunque organizzazione mi sta stretta. Ho bisogno di sentirmi libero. E questa libertà è faticosa perchè ogni volta, davanti ad una situazione, quando bisogna decidere cosa pensare, cosa fare, si può solo ricorrere alla propria testa, al proprio cuore e non alla facile linea, pronta all’uso, di un partito o alle parole di un testo sacro. Per istinto sono sempre stato lontano dal potere e non ho mai corteggiato chi lo aveva. I potenti mi han sempre lasciato freddo”.

    Terzani commenta così dopo il viaggio per promuovere un libro:
    “Tornai da quel viaggio scioccato, con un’impressione spaventosa. Avevo visto un’America arrogante, ottusa, tutta concentrata su sé stessa, tronfia del suo potere della sua ricchezza, senza alcuna comprensione o curiosità per il resto del mondo. Ero stato colpito dal diffuso senso di superiorità, dalla convinzione di essere unici e forti, di credersi la civiltà definitiva. Il tutto senza ironia.
    Una notte dopo un incontro sul libro allo Smithsonian Institue, un vecchio giornalista che conosco da anni mi portò a fare una passeggiata tra vari monumenti nel cuore di Washington, quello particolarmente commovente ai caduti in Vietnam, quello teatrale e suggestivo ai morti in Corea, e nel posto dove sorgerà, quello ai caduti della seconda guerra mondiale. La prima riflessione che feci era che mi pareva strano che un paese giovane, fondato sull’aspirazione alla felicità, avesse scelto di mettere al centro della sua capitale tutti quei monumenti alla morte. L’amico disse che non ci aveva mai pensato. Quando fummo davanti al mastodontico, bianchissimo Lincoln, seduto su una gran poltrona bianca in una gigantesca copia tutta bianca d’un tempio greco, mi venne da dire, sapendo che anche lui era stato a Pyongyang: “Mi ricorda Kim Il Sung”.
    Si offese come gli avessi toccato la madonna. “Noi amiamo quest’uomo”, disse. Mi trattenni dal fargli notare che un nordcoreano avrebbe detto esattamente la stessa cosa ma questa era l’impressione che l’America mi aveva messo addosso. Il paragone non era soltanto nella mastodonticità dei monumenti; era nel fatto che gli americani mi parevano loro stessi vittime di un qualche lavaggio del cervello: tutti dicono le stesse cose, tutti pensano allo stesso modo. La differenza è che al contrario dei nordcoreani essi credono di farlo liberamente e non si rendono conto che quel loro conformismo è frutto di tutto quel che vedono, bevono, sentono, mangiano”. Tiziano Terzani – Lettere contro la guerra

    forse è in questo senso sì che “siamo tutti americani”: quando ci prende l’ottusità e viviamo senza curiosità per il resto del mondo

    Così ci rimangono i viaggiatori, gli esploratori, gli appassionati dell’umanità, che riportano il mondo più vero, come è, attraverso una esperienza vissuta sulla propria pelle attraverso i propri occhi, illuminata da propri pensieri, ragionata con la propria testa.

    Claudio volevo farti avere queste parole di Terzani ad intrecciarsi nel tuo viaggio, sai i discorsi via mail, al solito parlarsi ispira,
    se vuoi spostale nel luogo più adatto. ciao!

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