I “Diarietti” della motocicletta – dedicato al mio Pompone Guzzi

i diarietti della motocicletta
Si, inizierei con i diarietti per richiamare il Che Guevara ma non confondiamoci troppo: non voglio morire “sparato” in Bolivia e spero che il Guzzi non schiatti tra 2000 km come fece la Norton di Ernesto e Alberto dopo la partenza.

A parte che la moto era per il Che molto meno centrale nel suo viaggio di quanto molti motociclisti credano…

Quindi anche se la moto è un mezzo e non un fine, io dedicherò questo post al mio ferro. So che molti non lo leggeranno perché spaventati dalla lunghezza ma ogni tanto invece di viziarci con le foto potremmo dedicare 5 minuti a una buona lettura…anche se su monitor.

 

ECCO:

Un motociclista con una Triumph mi si avvicina, mi sembra un Domandatore” che si nasconde dietro le apparenze di un gentleman all’inglese con la sua inglesissima moto.

Invece di chiedermi subito un “dove/come/quando” o magari una più impegnativa combo“perché/da quanto/e dopo” scruta attentissimo il Ferro escludendomi dall’equazione. Io e il Toporso ci guardiamo interrogativi. Il Ferro, color puffo metallizzato, arrossisce.

“Non ti ha mai dato problemi la Guzzi?”

“No…”

“Non si è mai rotto niente?”

“No.”

“Sicuro sicuro?”

“Sì.”

“No perché ho un amico che…”

E inizia a espormi una antologia di nefaste vicende di possessori di questa marca, tra cui quelli a cui non partiva, quelli a cui perdeva, quelli che pesava troppo, quelli che l’hanno subito rivenduta, quelli che non ne potevano più, quelli che andava troppo piano, quelli che non trovavano i pezzi di ricambio, quelli che meglio le giapponesi, le bavaresi, le bionde e le more.

Il Ferro, a parte qualche bizzarro comportamento e i consumi inspiegabilmente aumentati proprio stamani, non ha mai dato problemi, non si è mai fermata nonostante la veneranda età, gli usi diversi per mano di diversi proprietari, e le migliaia di chilometri sul groppo appena comprata. Ma a onor del vero, se considero le altre moto della stessa marca che ho avuto prima di questa, le cose stanno un po’ diversamente.

Dopo le varie Moto Guzzi violentate e menomate, dopo gli anni di sofferti esperimenti e tragici errori, dopo il contributo fornito all’antologia Errori da evitare nella meccanica, oggi sarei degno dell’investitura nobiliare di Cavaliere dell’ordine di Mandello del Lario (luogo sacro della fabbrica). Un’onorificenza che si guadagna versando tanto sudore e impastandolo con il grasso delle guarnizioni, la polvere di scarico e l’olio della coppa. La fabbrica di Mandello, il cui museo è meta di pellegrinaggi continui, partorisce ogni motocicletta che ha segnato la vita del guzzista, che ha dimezzato le sue economie e il suo tempo libero, che l’ha rinchiuso in garage umidi e puzzolenti, che ha dirottato le sue clandestine navigazioni notturne dai siti porno ai forum dove altri come lui s’incontrano alimentando l’un l’altro la loro incurabile dipendenza. Da quella fabbrica sono usciti i veicoli che mi hanno trasformato in un motociclista.

Con questo titolo nobiliare preceduto da un’epopea di disastri e stoici accanimenti contro ogni motoveicolo da me posseduto avrei potuto rivolgermi al gentleman con la Triumph e scoppiargli in faccia gridando: “Sì! Mi ha dato tantissimi problemi! Sei contento adesso!?”.

E sono sicuro che in cuor suo si sarebbe sentito sollevato, avrebbe verificato un preconcetto. Ma no, non glielo concedo, nego con sicumera ogni problema e inizio a ripercorrere tra me e me il tortuoso itinerario della mia vita di motociclista.

Ricordo che con la mia prima Guzzi ho fatto più chilometri spingendola che guidandola, questo già dice molto. Di problemi ne ha avuti fin troppi e quando capitavano lontano dal box l’unica soluzione, essendo un principiante, era sempre quella: spingere.

“Spingere” è venuto prima di “andare”, è stato il primo contatto con i veicoli a due ruote di una cilindrata importante. È stato il primo approccio alla mia prima Guzzi.

Mi viene da ridere se penso che all’inizio questa marca mi faceva veramente pena, mi chiedevo come si potessero tracciare geometrie così brutte, spigolose, pacchiane. Poi un giorno ne ho vista una e ho cominciato a desiderarla senza ritegno… Era nera, coriacea, un incrocio tra vecchio e nuovo che prendeva il peggio di tutti e due e lo mescolava in una sintesi bellissima. Stava appoggiata alla sua stampella laterale come una top model, anzi una milf, al bancone. Perdeva leggermente, si vedeva la riga lasciata da una goccia che era trafilata dalla coppa, proprio come un cioccolatino che perde un poco di liquore. Stava per diventare la mia prima Guzzi, di originale credo avesse solo la forma del motore e il marchio sul serbatoio, per il resto era una specie di Frankenstein rabberciato sin nelle viscere del suo bicilindrico. Il povero propulsore era stato iniettato di steroidi ed elaborato con pezzi provenienti da chissà quale donatore, magari un aratro, un F-16 o un carro armato russo. Nemmeno il telaio era stato lasciato in pace, anche quello rivisto con una delicata chirurgia a base di flessibile e saldatore. Nonostante tutto, e non sapendo niente, me ne innamorai. Non chiedetemi perché.

Quel rocambolesco missile terra terra si chiamava “Lemans IV”, almeno il libretto di circolazione dichiarava quello, insieme ovviamente a tutta una serie di caratteristiche che gli appartenevano prima che il proprietario precedente le alterasse selvaggiamente (che non riposi mai in pace).

Purtroppo anche il modello originale, appena uscito dalla catena di montaggio e dopo la prima immatricolazione, andava già male. Per un infelice progetto di fabbrica la ruota anteriore era sottodimensionata, più votata a inseguire le mode dei costruttori giapponesi che le traiettorie delle curve. Aveva solo sedici pollici di diametro contro i diciassette o diciotto che si usavano normalmente, con risultati di gran lunga migliori. In buona sostanza la mia prima moto, già difettata dalla nascita, dopo tutte le barbarie subite alla ciclistica e al motore per mano del precedente proprietario (che non riposi mai in pace), era governabile come un treno in pieno deragliamento. Decisi di comprarla senza ovviamente sapere nulla, nemmeno che stavo condannando me stesso a un tirocinio forzato di anni per imparare quei rudimenti di meccanica necessari a sistemare uno a uno tutti i suoi problemi. Non bastassero questi mi ero pure messo in testa di competere con i bolidi giapponesi dei miei amici, in particolare con l’ultimo modello di Honda CBR che aveva appena comprato il mio amico Alberto. Prima che lui imparasse a guidare da vero sportivo riuscivo pure a tenergli testa, prendendomi anche qualche soddisfazione… anche se ogni tanto dovevo fermarmi a stringere i bulloni.

La vera adrenalina che mi schizzava nelle vene non era tanto quella prodotta dalle pieghe in curva, quanto quella necessaria per far partire a spinta quel piccolo confetto metallico di duecentoquaranta chili: tra i vari problemi arrivò presto quello alla batteria che, quando esauriva i suoi diciotto ampere, mi obbligava ad accenderla con rincorse e salti in sella alla bersagliera.

Tra le mie irrealistiche mire non avevo solo quella di andare forte ma anche di possedere una moto economica, parca nei consumi e amica dell’ambiente. Ma anche questo desiderio rimase insoddisfatto per colpa del povero motore sovralimentato da carburatori aperti come oleodotti. Beveva come un camion. Nel cortile di casa mi accanivo su quei giganti Dellorto da quaranta millimetri per cercare di capire se, con o senza filtro oppure con un “getto” più grande o più piccolo, potessero in qualche modo ridurre il consumo di benzina. Mi arrabattavo con registrazioni di valvole e cambi d’olio consultando manuali d’officina troppo concisi e schematici, armeggiavo con le chiavi inglesi mentre intanto macchie d’olio si allargavano sul pavimento provocando l’ira funesta di mio padre. Finalmente trovai una ruota anteriore più grande, da diciotto pollici, che la rese più stabile riuscendo a mettere una pezza su un problema per concentrarmi meglio su quello della batteria sempre a terra. Mi ridussi ad attaccarla ogni sera al caricatore come se fosse l’automobilina radiocomandata di un bambino: se la batteria si era caricata abbastanza durante la notte potevo accenderla la mattina dopo e andare all’università senza sudarmi sette camicie spingendo.

Per comprendere questo nuovo spiacevole fenomeno mi avvicinai circospetto all’impianto elettrico che normalmente rappresenta le Colonne d’Ercole oltre le quali l’amatore guzzista non si spinge mai. Così, nell’occasione di una manutenzione extraordinaria, dopo aver dichiarato ad Alberto dall’alto di un sapere raffazzonato che “l’alluminio non conduce”, svitai un bullone facendo inavvertitamente ponte con la chiave inglese tra il polo positivo della batteria e una lamina di alluminio collegata al telaio: inventai il saldatore. Dal cortocircuito sfavillò un tripudio di scintille, proprio a venti centimetri dal serbatoio pieno di benzina.

Molti mesi più tardi, dopo un cambio inutile di batteria e ore spese a giocare all’allegro chirurgo con il voltmetro e i cavi, scoprii che il colpevole era il tubo di sfiato dell’olio, anch’esso manomesso dal proprietario precedente (che non riposi mai in pace), il quale sputava i suoi contenuti sull’alternatore e questo, imbrattato, smetteva di caricare la batteria. Questo piccolo dannato pezzo di gomma del valore di pochi euro fu il responsabile di chilometri di accensioni a spinta e innumerevoli interventi di salvataggio da parte dei miei rassegnati amici.

Alberto era la mia crocerossina mentre mio cugino Andrea, che più tardi si “ammalò” a sua volta di guzzismo, era il mio soccorso stradale. Uno mi raggiungeva in macchina portandosi i cavi, l’altro, nel caso in cui la rianimazione con questi ultimi non avesse avuto buon fine, mi veniva a prendere col furgoncino degli anni sessanta per portare via la salma e consegnarla al meccanico.

 

il ferro, motoguzzi california evNonostante tutto amavo quella moto, in modo schizoide; era un amore misto a odio, con complimenti e insulti: le gridavo “puttana!” quando alla terza rincorsa ancora non partiva e pensavo “sei bellissima” quando nelle montagne sopra Lecco mi sedevo su una panchina a guardarla. Le mancava sempre qualcosa ma la sua irregolarità di comportamento iniziava a diventare per me una sfida e per “Lei” la definizione di un carattere. Le tante ore spese a comprendere il suo funzionamento, a correggerlo, ad armonizzarlo, mi fecero sviluppare una sorta di affetto. E soprattutto mi affezionai allo scalcagnato mondo di appassionati che ruotavano intorno al marchio.

Alcuni guzzisti erano una banda di briganti più presi a raccontarsi storie che a fare chilometri. Tra questi, almeno all’inizio, c’ero io. Facevamo circolare aneddoti, leggende o racconti di coloro che avevano sconfitto piloti di moto bavaresi o giapponesi nelle gare in montagna o sul misto stretto, dove la disparità di potenza influiva meno. C’era un vocabolario specifico per la cronaca di queste sfide intermarca: quando un “infedele” giappobavarese (le Harley americane erano sempre escluse perché non andavano molto) veniva superato, si diceva tecnicamente che “era stato sverniciato” mentre le moto del Sol Levante si chiamavano “plastici”, per via delle abbondanti parti in vetro resina e dei moderni marchingegni elettronici che riempivano i misteriosi alveoli sotto la carena. Solo i guzzisti più navigati e sereni se ne fregavano delle dicerie e leggende, per vivere il convivio e la fratellanza che questo marchio riusciva a creare. I meccanici come “lo Scola”, che il sabato pomeriggio imbastivano tavoli e innaffiavano i clienti di vin brulé, erano delle vere e proprie taverne dove nascevano amicizie tra arditi e simpatici motociclisti. Vicino a casa mia c’era anche il “Maestro” che si diceva avesse anche un nome e cognome ma tutti lo conoscevano con questo titolo. Allo stesso tempo sapeva intrattenerti come una geisha e curare la tua moto come uno sciamano. In virtù della sua onnicomprensiva conoscenza delle Guzzi nessuno si lamentava che le sue mani toccassero, ogni tanto, anche delle Ducati.

Se eri un concessionario che trattava due marche di moto o eri un motociclista che possedeva due moto di marche diverse eri percepito nella maniera in cui può essere percepito un bisessuale al Vaticano. Alla fine o ti piace la Guzzi, o ti piacciono le altre. Naturalmente prevalevano sempre correnti moderate e tolleranti, capaci di concepire il pluralismo di vedute, il dialogo intermarca e anche il possesso di una moto non uscita dalla fabbrica di Mandello. Non erano di certo però quelli che, sulle loro giacche piene di stemmi, cucivano toppe recanti scritte tipo “Meglio la moglie sul marciapiede che la moto giapponese”.

Io mi sono limitato alla più transigente toppa “Guzzi mica cazzi”.

Quando avevo problemi di fede andavo dallo Scola, in particolare durante le fasi depressive del bipolarismo guzzista, quelle dove ti senti uno sfigato su una moto sfigata e hai bisogno di qualcuno che ti racconti le “gesta epiche”, i “canti”, che ridestino il tuo credo e rinsaldino il rapporto con il veicolo che hai cercato impunemente di odiare. Il comandamento “Non desiderare la donna d’altri”, che ovviamente è stato riadattato e trasposto nelle tavole della legge dei guzzisti oltranzisti, prevede naturalmente un patto con il marchio tipo “fin che morte non vi separi” e fedeltà assoluta. Una volta ho infranto questa legge comprando una Honda di seconda mano, a iniezione elettronica, sigillata, perfetta, performante, silenziosa, teletrasportante, incomprensibile. Dopo soli sei mesi l’ho schiantata, con me sopra – ancora cerco di capire se quella perdita di controllo sia stata frutto di una curva scivolosa o di un desiderio subdolo di espiazione. Dopo quel triste episodio sono tornato a casa come un figliol prodigo, sulla retta via e patologia, a maledire felicemente tutti i problemi delle Guzzi che ho comprato dopo quel breve adulterio.

Per la confessione dei peccati, soprattutto quelli durante i quali a un certo punto hai preso in mano un martello, lo Scola era una grandissima risorsa spirituale.

Sapeva accoglierti, e forse anche redimerti, dopo che avevi tentato, invano, di aggiustare la moto da solo, peggiorando la situazione sino ad arrivare al punto di non riuscire neanche a comprenderla. Ti parlava in modo amichevole ma solenne, ti regalava qualche trucco e ti ricordava di consultare i testi sacri di officina e manutenzione. Martellava, sbullonava e registrava dove tu al suo posto avresti martellato le tue dita/spanato i bulloni/sputtanato i registri, e intanto ti spiegava dove stavi sbagliando così da correggere la tua condotta. Se non c’era lui c’era Tiziano, l’altro meccanico, la mano destra del Padre.

Quando non era possibile andare da uno dei tanti sacerdoti del culto distribuiti in tutta Italia, si andava sui forum per trovar risposte a questioni amletiche tipo “alleggerire il volano sì o alleggerire il volano no” oppure “trapanare i cilindri per mettere la doppia candela sì o trapanare i cilindri per mettere la doppia candela no” e anche se lasciare o meno la moto con il “peto libero” – cioè senza filtri e con gli scarichi aperti. Luoghi virtuali dove si poteva arrivare anche al conflitto, dove si formavano gerarchie con nuovi maestri e nuovi discepoli, dove timidamente i motociclisti in erba come me, appena contratto il guzzismo, si rivolgevano ai malati cronici più gravi ed esperti per interpretare e tentare inutilmente di curare i loro primi malori.

In questo sanatorio online si piangeva, si esultava, si litigava, ci si aiutava e si risolvevano tanti problemi. Ciò che mi teneva le nottate attaccato a questi forum erano più che altro le conseguenze del classico errore, fatto da molti neofiti, di pensare che una meccanica semplice come quella di quel bicilindrico a “V” tutto nudo e apparentemente senza misteri, richiedesse una manutenzione e una riparazione….

OK QUI MI FERMO,  il resto lo trovate QUI

By | 2017-07-07T23:19:04+00:00 aprile 1st, 2011|Diario Personale di Viaggio, Generale, Storie|

4 Comments

  1. paolo badude 1 aprile 2011 at 23:31 - Reply

    ;)

  2. Radar 2 aprile 2011 at 23:12 - Reply

    bene, bello: mi piace la forma e la sostanza.
    di sicuro avrai un sacco di cose da scrivere: mi raccomando scrivile bene, perchè ci sei tu a spasso “al posto mio” ;)

  3. Mony - Gata da Plar 17 aprile 2011 at 16:47 - Reply

    Di moto non ne so nulla, ma leggerti è un vero piacere!!! ^^

    Ti ho trovato tramite un Amico di blog (Cuore di Drago) e continuerò a seguirti :)

    Si può augurare buon viaggio o porta sfortuna? Qual’è la “formula” migliore? :)

    • Claudio 18 aprile 2011 at 18:02 - Reply

      Ciao Mony!
      Se il sito fosse solo per motociclisti mi sparerei!!
      Mi fa molto piacere possa raccogliere anche amatni della fotografia o della cultura on the road.
      Grazie per seguirmi!!
      A presto!

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