Il mestiere di scrivere

ESSERE SCRITTORE ANCHE SE NON VENDI NULLA

Oggi mi sono reso conto di un fatto interessante: è un mese che non lavoro e mi dedico solo a scrivere. Se devo fare i conti con quanto ci guadagno posso dire di non essere scrittore ma dal momento che vedo la scrittura intimamente collegata al piacere, alla voglia di trasferire il mondo interiore fuori da sé, alla piccola cerimonia di raccontare tutti i giorni un po’ del mio viaggio, allora posso sentirmi in pace e chiamarmi scrittore.
Essere scrittore è dedicare quelle magiche ore della prima mattina o della tarda notte a stare seduti di fronte al monitor suonando la tastiera del laptop con passione, in compagnia di una musica dolce e una tazza di caffè fumante. Questa è una definizione un po’ fantasiosa ma che voglio tenermi stretta, senza premura di metterla in ridicolo facendo analisi deprimenti di vendite, di lettori, di circostanze o di comparazioni con i “veri” professionisti acclamati.
Ho recuperato l’abitudine di scrivere spostando l’attenzione dal risultato al processo, come quando in montagna ti concentri sul piacere di camminare invece che sul trionfo di arrivare alla cima.
Ho fatto tanti sacrifici per il mio lavoro e in cambio voglio che lui, oggi, ne faccia qualcuno per me come per esempio quello di lasciarmi in pace a produrre parole invece che i soliti video o le solite foto.
Ho ancora pochi giorni e poi dovremo fare le valigie e partire verso l’Ecuador, la pace di questo giardino dell’Eden non ci sarà più, solo la strada, gli spostamenti e la logistica del viaggiare.

IL CONTESTO “ANIMALE” DELLA SCRITTURA

Scarabeo sulla facciaSono in Colombia, ho affittato un bersò nascosto in un giardino ribelle con piante subtropicali che si spingono dentro ogni spazio, ho imparato ad alzarmi alle 6.30 mettere su il caffè e iniziare a scrivere un’ora prima che le cicale inizino a sfogare le sirene che hanno nel culo. La sera vari tipi di scarafaggi alati tentano atterraggi e decolli dalla tastiera del mio laptop, ogni tanto mi distraggo e ne chiudo dentro uno che il giorno dopo devo grattare via dal monitor. Quando passano i 25 gradi arrivano le zanzare, quando piove le formiche “culone” escono dalle tane e iniziano peregrinazioni che immancabilmente passano sopra i miei piedi, i millepiedi nascosti nelle foglie marce del tetto cercano la nostra compagnia strisciando dentro il soffitto della stanza dove dormiamo. Le libellule che sbagliano strada vengono catturate da Olga e liberate nel giardino mentre i gatti arrapati con le loro raccapriccianti melodie stonate vengono da me persuasi a cambiare tetto con qualche sassata, gli scarabei cornuti li lasciamo sul tavolo a gironzolare lentamente.
Ogni tanto un passero barranquero con coda piumata di pennone blu metallizzato si spinge sotto la tettoia per vedere quante pagine ho scritto poi se ne va e più tardi arriva a dargli il cambio un tlacuache: un marsupiale lungo un avambraccio con un coda da topo e un muso da imbuto con naso sgocciolante e occhio vitreo.
…E io scrivo assorto, circondato da un ciclone di vita ma preso dentro la rete dei miei pensieri, quasi come se mi sentissi in ritardo rispetto a tante cose mai dette e volessi sconfiggere una clessidra che mi sta battendo sul tempo.

COSA SI PROVA A FARE LO SCRITTORE? LO SPAZIO MAGICO.

È bellissimo,
scrivere per il Blog spazza via tutta l’ansia che avevo quando ho fatto il libro che doveva corrispondere agli standard di qualità di una grande casa editrice.
“Alla fine è solo un Blog” mi dico e così, sminuendolo ingiustamente, riesco a tirare fuori tanto e divertirmi un sacco.
Mi ricordo quando in una intervista Erri de Luca raccontava di alzarsi a scrivere e studiare la mattina presto, prima di andare a lavorare come muratore. Mi è rimasta impressa questa dichiarazione e ho ammirato come da quelle mani a ruspa fatte per spostare pesi potessero uscire scritti così delicati e in equilibrio tra poesia e narrativa. Gli invidiavo la disciplina e il bisogno primigenio di scrivere, quello che viene prima di ogni svantaggio tattico, linguistico o economico, prima di ogni considerazione di audience e guadagno, prima di tutto ciò che ha ammazzato già molti aspiranti scrittori nei loro primi passi. Quelli che si definiscono tali prima rispetto a un mercato di potenziali compratori e poi, soltanto dopo, alla loro necessità di esprimersi.
Ammiravo in lui e in altri che sono diventati professionisti il costante sforzo di costruire un recinto nella propria giornata capace di tenere fuori almeno per una o due ore ogni distrazione o impegno “più importante”. Capace anche di tenere dentro il silenzio e il raccoglimento che servono a evocare le muse della scrittura.
Ho stupidamente creduto che lo scrittore “vero” avesse nel suo arsenale tutti i trucchi per creare quello spazio magico fatto di tempo, concentrazione e ispirazione, che fosse dotato di quell’incantesimo.

La domanda sorge spontanea:
Viene prima l’abitudine di scrivere o lo scrittore? L’uovo o la gallina?
Credo che prima crei quello spazio magico, quel tempo dove ripetendo il gesto crei l’abitudine, poi dentro ci cresci diventando scrittore, in altre parole ti fai il bozzolo intorno e poi ti trasformi. Inizi a disegnare un perimetro al di fuori del quale tieni i casini e il rumore e metti dentro solo il tuo foglio, la tua penna e al massimo una tazza di caffè più qualche nota musicale di accompagnamento, lo fai ogni giorno, anche se non ti viene da scrivere un cavolo di niente. Molti dicono che è uno stato mentale ma io creo che per renderlo tale debba prima essere supportato da qualcosa di materiale: un tavolo, una compilation di canzoni adatte, una programma di scrittura pulito, la disconnessione dai social media, lo spegnimento del telefono, un angolino di casa tranquillo o una panchina al parco.
Questo mese è toccato a me provarci ma non lo sapevo all’inizio, non lo avevo nemmeno programmato, ero semplicemente al lavoro per far risorgere il mio blog dalle ceneri. Per fare questo servono contenuti scritti… quindi ho scritto.
Ho creato lo spazio magico senza la paura del foglio bianco ma con fiducia e serenità, voglia di giocare e inventare.
Così un giorno ho iniziato, poi quello dopo, quello dopo ancora… è passato un mese in cui questo è stato il mio unico lavoro con qualche pausa imposta dai problemi di senilità della mia motocicletta che piscia olio e chiede attenzioni extra visto che ha promesso di portarci fino all’Argentina.

COSA HO SCRITTO?

Un articolo per motociclismo che poi ho ampliato in quattro racconti interconnessi che sono apparsi sul blog, varie lettere ad amici e conoscenti, articoli “veritas” tipo come faccio a sopravvivere viaggiando da 8 anni oppure tutto quello che ho imparato sulla fotografia di viaggio in dieci consigli, ma anche un carteggio bellissimo sulla libertà con un amico fotografo e giornalista. Ho scritto a un professore universitario sul tema della felicità e a mia mamma e mio papa sul tema di quanto mi sento una merda ogni tanto a essergli a un oceano di distanza. Ho scritto cosa ho imparato viaggiando dal 2008 e di come si possa impacchettare tutto ciò che ti serve per vivere in solo 80 litri. Ho radunato studi e scritti sul tema della qualità di vita e messo insieme un articolo sulla natura della felicità, ho poi preso foto a caso dal mio archivio raccontando i dietro scena, i “dove” i “quando” e i “come” le ho realizzate.

COME É LO STILE DI VITA DELLO SCRITTORE?

Il bersò di Barichara in Colombia dove scrivo

Conosco solo il mio, ho come riferimento gli episodi di scrittura più intensi e prolungati della mia vita come quelli avvenuti questo mese (che in realtà sono quasi due) e quelli dedicati qualche anno fa al libro.
Posso dire che non è uno stile in cui t’inchiodi alla scrivania dalla mattina alla sera, il cervello e il corpo vanno d’amore e d’accordo anche grazie a qualche “piccola” connessione quindi camminare, fare sport, passeggiare con musica o podcast nelle orecchie sono una manna per smuovere le idee e farle amalgamare in qualcosa di nuovo.

  • Mi alzo tra le 6.30 e le 7.30. Caffè e prima sessione di scrittura.
  • Alle 11.30 vado in paese a fare due passi con la scusa di fare la spesa.
    Olga prepara da mangiare e io le do una mano, spesso finiamo a fare un gaspacho frullando verdure e accompagnando con carne, qualche cracker integrale, un pezzo di formaggio o qualche ortaggio cotto.
    Intanto ci guardiamo uno o due episodi di qualche serie in inglese (ultimamente “Suits”, “Park and Recreation” o “Silicon Valley”)
  • Poi scrivo ancora un po’ e sistemo il blog.
  • Alle 16 mi metto scarpe da ginnastica e canotta per andare a correre lungo un sentiero di montagna che discende in modo un po’ impervio il bordo dell’altipiano sino alla enorme base del canyon. Intanto ascolto musica o podcast (Problogger di Darren Brown, Tim ferriss or Self Published Author) e corro per 5km tra pietre e sterrato sino a raggiungere il minuscolo paesino chiamato “Guane”… bicchiere d’acqua, ghiacciolo e poi torno indietro corricchiando o soltando camminando perché la strada questa volta è in salita. Se ho idee geniali o insight mi fermo e me le appunto sullo smartphone che rimbalza mentre corro nel marsupio. Ho sempre qualche spunto nuovo quando faccio sport, sospetto che nei piedi ci siano delle corde che fanno muovere le marionette dentro la testa.
  • Arrivo alle 18.30 che fa buio, il paesino di Barichara diventa quasi medievale con i mille lumi di lanternine deboli al tungsteno che coprono di fasci giallognoli le strade di pietra mentre la notte azzurrastra cala su tutto l’altipiano. Quando rientro a casa e c’è un conflitto tra il dovere della doccia fredda all’aperto e il piacere di continuare a sugli articoli che sto scrivendo.
  • Ho sempre qualcosa da mettere per iscritto prima di chiudere la giornata… come un residuo d’inchiostro da spremere fuori dalla penna prima di buttarla via. Olga mi cazzia perché dovrei mollare e darle una mano a cucinare.. io inizio con la scusa dei 5 minuti in più e caccio fuori un nuovo mezzo articolo. Sono soddisfatto, mangiamo. Vediamo altri due o tre episodi di qualche serie sul portatile, l’ultimo dei quali a letto in bilico tra il sonno e la veglia, poi quando le palpebre diventano di piombo ci arrendiamo tirando su le coperte. Sono le 23 circa.

È finita un’altra giornata da scrittore.

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