La Ballata del Cane Sciolto e La Cicala Giocoliera

 

Faccio mente locale sulle ultime giornate.

L’indomani mi sono svegliato e ho fatto due passi nella piccola Matzatlàn, il centro era un incrocio di vie costellate di negozietti, allontanandosi dal centro si arrivava presto a imboccare strade polverose e sterrati che si ricongiungevano alla famosa “numero 1”: la strada ce taglia da nord a sud tutta la Baja California. Ho incontrato lo spagnolo conosciuto il giorno prima e sono stato a chiacchierare con lui un’oretta, quel giorno era importante, festeggiava i primi 10.000 km e 5 mesi pedalando giù dall’Alaska. Potete trovare informazioni sul suo viaggio sul sito www.enbicialsur.es.

Seduti in un minuscolo tavolo di plastica con un paio di birre e qualche tacos ci siamo accorati per cantare la nostra “ballata dei cani sciolti”. “Ballata” perchè il ritmo del viaggio non è mai stato segnato da monotone lancette ma da avventure e incontri, dei “cani sciolti” perchè siamo un pò solitari e un pò selvatici, pronti a riconoscerci e abbracciarci tra viaggiatori e sempre innamorati, ma ciascuno serbando i rancori, i suoi conti aperti con la madre patria. Eravamo felici ma alzavamo anche un bel po’ di latrati (siamo cani no?) come insegna del malumore per sentirci un pò dimenticati, si fa tanto conto sulle proprie forze in questo viaggio e non ci sono ancora Santi disponibili in paradiso per noi, né nell’editoria né tra sponsor abbiamo trovato qualcuno disposto a darci una possibilità.

“Quelli non si occupano dei “cani sciolti”, quelli piovono denaro e contratti su chi ha stretto le giuste mani e allacciato le giuste amicizie prima di partire”- ci diciamo lamentosamente l’uno all’altro con un fondo di menefreghismo pompato d’orgoglio.

A noi ci resta la polvere del Messico e i fondi di bottiglia dopo che ci siamo bevuti le nostre incazzature. Ma in fondo ad ogni alba possiamo godere ancora di non sapere dove saremo al tramonto e questa piccola grande verità ce la regala la strada, senza chiedere raccomandazioni.

Un signore ci avvicina e ci racconta che ci saranno tempi migliori in futuro, sta scritto nella Bibbia, poi estrae due opuscoli e prova a venderceli, rifiutiamo cordialmente, ci piace viaggiar leggeri e non avere i suoi Santi, almeno per ora.

Vicino alla spiaggia LOretoLa sera arrivo a Loreto, seguo tastoni le indicazioni sul foglietto sbiadito datomi dai tre americani, non vedo l’ora di parcheggiarmi sul loro divano un paio di notti.

Non trovo il numero civico, mi faccio scortare da un omino su una macchinina elettrica che pattuglia la via piena di villette turistiche, arrivati al numero 205 troviamo la casa vuota. No americani no party. Con le orecchie basse mi allontano, ho già capito l’antifona: randagismo anche questa notte. Fermo un altro omino elettrico e gli domando se c’è una spiaggia dove accamparmi, con le sue indicazioni mi sistemo a 20 metri dalla spiaggia privata dell’hotel più di lusso della zona, il Loreto Bay Hotel. Una struttura enorme, color crema, bucherellato da tante finestrelle quadrate e contornato da palme, spiaggia,  campo da golf, palestra vista mare e ristorante pieno di pinguini con vassoi argentati. A questo stile maestoso e regale faccio da contrappunto  con il mio cartoccio di tela polveroso piazzato a un tiro di sputo dalla prima moto d’acqua parcheggiata di fronte al lussuoso stabilimento. È notte, c’è una falò sulla spiaggia al quale non mi unisco per sfinimento fisico, mi sdraio sul materassino fuori dalla tenda e inizio sonnecchiare sotto le stelle. Il giorno dopo mi faccio amico il bagnino e inizio a mettere un piede nella proprietà dell’hotel, la veranda mi ripara dal sole, poi metto anche il secondo piede, in bagno stavolta, poi ancora con 15 pesos mi affitto una maschera e due pinne per andare a vedermi i fondali, e poi infine con due birre e quattro chiacchiere riesco ad accedere anche alle docce in spiaggia. Jorge lavora inchiodato tra la veranda dell’Hotel e la spiaggia da sei anni, il mare è nel suo dna, un decennio prima di lavorare come bagnino è finito sulle riviste di alcuni giornali perchè ha pescato con la barca più piccola il pesce più grande della zona. Due metri di barca per catturare 3 metri di Merlin. Andiamo a prenderci quache cozza sul fondale sabbioso, io non ne prendo nemmeno una, non le so nemmeno riconoscere, lui esce dall’acqua tenendone tra le mani 5.

Facendo due passi a Loreto visito la prima chiesa Gesuita del Messico, una delle poche della zona resistite alle ribellioni degli indios decimati dalle malattie e dai “metodi” degli spagnoli dell’epoca. Per il resto la cittadina non ha molto altro da offrire, mi ci perdo volutamente con la moto sino a far notte tra stradine polverose dove sono costretto a chiedere ragguagli per la via del ritorno. La tenda è ancora lì e le stelle sembrano addirittura aumentate dalla notte precedente. Mi sdraio e mi sento abbastanza in pace con me stesso, ascolto un pò di musica e armeggio con le bottiglie della lemonata e dell’acqua, piantate nella sabbia insieme allo spray per le zanzare ai lati del materassino dove sono sdraiato. La notte scivola rapida nonostante la mancanza di ogni confort, tra una giravolta e uno sbadiglio trovo il mio incastro nella montagna di indumenti sparsi come un mattoncino di lego. Così mi ritrovo al mattino. Con questo sole non si può indulgere nel sonno, basta un raggio ben mirato sulla tenda per scaldare l’aria e costringerti fuori con la voglia di gridare “al fuoco!”. Ancora una passeggiata a Loreto e una piccola nuotata. Poi è nuovamente tempo di partire.

Continuo esaurendo le ultime centinaia di km di terra dopo aver fatto il giro della cuspide inferiore dove termina la penisola e si uniscono il mare di cortes e l’oceano pacifico. Passo la notte su una spiaggia di surfisti, principalmente statunitensi, auto doppie, tende triple, prezzi al bar della spiaggia quadrupli. Sono appiccicoso come un adesivo, potrei lanciarmi su una parete e rimanerci attaccato tutta la notte. Scelgo la tenda per la terza notte di fila. Scrivere in queste condizioni è duro, le parole rimangono in fila ma dopo le necessità di igiene e confort. Scrivi del viaggio mentre pensi a un materasso, cerchi nella memoria i nomi dei piccoli paesini che hai attraversato ma arrivano prima quelli delle birre che vorresti scolarti, per esempio Tecate, Pacific o Corona.

Chiudo il laptop e vado al bar giusto per rimettermi in pari con i pensieri. Scriverò più avanti. Socializzo solo con il barista, il resto è religioso silenzio mentre guardo l’oceano e i surfisti che cavalcano le ultime onde prima che il tramonto gli rubi la luce. Vado in tenda e dormo con la testa fuori per intercettare le piccole brezze marine.

Il giorno seguente arrivo a  LaPaz, mi cerco un ostello economico stile “backpackers” o “mochilleros” o “zaino in spalla” o “non ho soldi”, che dir si voglia. Ne trovo uno da 180 pesos a notte, circa 16 dollari. È nelle mie possibilità ed è proprio nello stile che preferisco. Stanze spartane, muri colorati, luminoso e “prosociale” nel senso che favorisce la vita in comune piuttosto che le ritirate solitarie. La struttura è quella di una casa di corte che affaccia verso un cortile centrale semicoperto dove ci sono divanetti, televisione, stendipanni e piante. Il tutto “caoticamente” ordinato per favorire incontri e interscambi. Mi lasciano mettere la moto dentro, vicino a uno dei tavoli da pranzo. Nell’insieme non stona cosi tanto e l’azzurro della verince del ferro aggrada perché fa  una scala tonale con il colore del muro di fronte.arrivo al polvere del messico

Conosco una ragazza messicana che si fa chiamare “Gigi”. Stiamo a chiacchierare e gentilmente mi cucina un paio di “huevos revueltos a la mexicana”. Approfita della lite con il suo ragazzo per socializzare un poco e prendere una boccata d’ossigeno. Io vorrei essere quella bocca, ho anche ossigeno da parte.

Il giorno dopo farà pace con il suo ragazzo, a giudicare dai rumori che escono dalla loro camera, anche un paio di volte.. e si eclisserà dalla vita sociale dell’ostello.

La sua storia: si mise a studiare amministrazione d’impresa, il padre le diede un lavoro ben remunerato, si trattava di stare al computer tutto il giorno. Riuscì a reggere ben poco, i pruriti esistenziali e le voglia di esperienza la misero su un’altra carreggiata. Le diagnostico subito la “sindrome della cicala“..che come ben sappiamo si sviluppa acutamente proprio quando ci si mette a fare la “formica” nei momenti sbagliati della vita.
Prese e iniziò a viaggiare con tartaruga, cane, tamburo e ragazzo al seguito. Adesso sono passati quattro anni e suo padre inizia a capire meglio la sua scelta. L’idea permane e consiste semplicemente nel guadagnare qualcosa con i suoi piccoli spettacoli per strada e comprarsi una macchina per attraversare il centro e sud america. Con due ore di percussioni e giocoleria riesce a tirare su 70 pesos, talvolta arrotonda costruendo e vendendo braccialetti. Questo è quanto le appartiene e quanto sente approssimarsi alla sua idea di felicità, ogni tanto un sentore di disadattamento, specie quando ha notizie dei vecchi amici che con le loro carriere scalano un’altro Olimpo. Loro costruiscono Radici ma lei se la cava molto meglio nel costruire le Ali per volare via. La verità starà nel mezzo? chissà…

Non male, anzi bellissimo, rimango affascinato, le mostro i miei video e qualche mio scritto e rimane affascinata lei. Sembra che uno scambio sia possibile: io le insegno a fare video e montarli e lei mi insegna a fare qualcosa di “artistico” per ammortizzare le spese e prolungare il viaggio. Poi il suo ragazzo torna e lei sparisce. Fine della storia. Rimango con Sander, olandese di 37 anni, che diventerà veramente un buon amico e compagno di strada. Anche lui con la moto punta al Sud del mondo e per un pezzo ci andremo assieme.

Poi incontro anche Gianpiero, il primo italiano dopo quasi tre mesi di viaggio, un toscano gentile e simpatico anch’esso con il suo fagotto alla ricerca della sua meta: Panama.. e del modo più lento possibile per raggiungerla prima di tornarsene a casa.

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By | 2016-12-17T15:45:35+00:00 ottobre 26th, 2008|Diario Personale di Viaggio, Generale|

5 Comments

  1. pave 29 ottobre 2008 at 09:18 - Reply

    A tutti i cani sciolti del mondo dico che pochissimi hanno”stretto le giuste mani”,anzi proprio per non stringerle se ne sono andati, scegliendo un cammino fatto di giusti rapporti, costruiti sull’incontro casuale ma genuino.Bettinelli credo non abbia stretto preventivamente alcuna mano!
    La scelta di vita puo’richiamare l’attenzione di persone GIUSTE!,prima o poi,ed allora……

  2. Luca 30 ottobre 2008 at 15:28 - Reply

    E che dire caro ragazzo?
    Stai avendo diversi assaggi di felicità, Gigi ne è uno. A quanti non è mai passato per la testa se sta meglio chi vive alla giornata?
    Certo forse farlo in Italia, in Europa non è magari così possibile come in altre parti del mondo…ma non è impossibile.
    Mi rammarico della poca pubblicità ed attenzione che stai ricevendo, perchè non provi a rapire qualcuno? Magari se ti corre dietro la polizia mentre sei in sella alla Guzzi l’attenzione l’attiri di certo!!!

  3. pave 2 novembre 2008 at 11:50 - Reply

    mi stupisce,non esistano commenti!il mio precedente e’stato disperso!bho’…era carino…comunque io penso che ogni viaggio e’ individuale, nasce da un sogno piu’ omeno grande,diviene realta’durante il percorso!I testimoni sono un dipiu’…la tua clak e’ dentro dite’BETTINELLI e’partito alla ricerca della propria leggenda..,l’ha poi trovata? Non ha stretto mani giuste preventivamente….”non ti curar di loro ma…”continua il tuo lungo cammino,e’ questo che conta.

  4. aerospace jobs 26 novembre 2010 at 01:37 - Reply

    Thanks for an idea, you sparked at thought from a angle I hadn’t given thoguht to yet. Now lets see if I can do something with it.

    • Claudio 30 novembre 2010 at 19:24 - Reply

      Be my guest!
      keep in touch

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