NORMAN XILITLALo vedrei bene con un mantello nero sulle spalle e il cappello cilindrico in testa a fare il Mandrake. Ha il labbro superiore più grande che protegge il più piccolo sotto, il sorriso gli storta la bocca da una parte. Quando invece ride si tira indietro come Ray Charles e ti contagia di allegria con lo sguardo. Mi ha ospitato in una capanna a Xilitla, c’è pioggia da marinai tutto il giorno, e spesso stiamo dentro ad ascoltarla quando cade sul tetto di lamiera con le sue mille dita impertinenti. Il cesso ti da due metri quadri di privacy immacolata ma tutto il resto è messa in comune totale: di cibi, di stendipanni, di asciugamani, di aneddoti e di storie. Io dormo sul cemento con il materassino “autosgonfiante” per via dei buchi e lui, che si è stabilito già da un pezzo, ha una sorta di giaciglio gonfiabile elettricamente alto 70 cm e morbidissimo che gli invidio da morire.
Deve dormire sul comodo perché una volta gli hanno sparato.
Otto anni fa, quando ne aveva poco più di 40 gli piantarono una pallottola tra le scapole per gelosia: stava uscendo con la donna sbagliata. Adesso ha il suo bel da fare per attivare il braccio sinistro e metterlo a fare movimenti fini.
Ha la statura tragico-eroica dell’uomo che non fluisce nella vita ma che ci va contro, ci sbatte contro, per scelta talvolta e per sfortuna altre. Adesso se ne va a zonzo per il Messico sino a che il permesso di soggiorno scadrà. Poi ritornerà in Texas a fare moneta sino al prossimo viaggio in America Latina. Costruisce case sull’acqua, palafitte semigalleggianti con tetto porte e finestre, che ti permettono di vivere fuori dalla terra per sfuggire alle sue leggi, regolamenti, tassazioni e regole. È un outsider del senso comune e adotta la controcultura come mezzo per scontrarsi al sistema americano e alla sua tentacolare politica estera. Mi fa vedere documentari su massoneria, società segrete, guerra e intrighi bellico-polito-economici. È uno di quegli uomini che hai piacere a incontrare, ti mettono al riparo di un tetto, al riparo dei giudizi, dei troppi complimenti o delle troppe domande. Puro e gratuito nei gesti e nelle azioni lo vedrei come un santo un po’ ubriacone.

Torniamo allo sparo. Il suo nemico si è firmato sulla sua carne distruggendogli i nervi con il quale impartisce ordini al suo braccio sinistro. Una sera sfodera la chitarra, l’appoggia di piatto sulle ginocchia e inizia a suonare pizzicando gli accordi con il pollice perché le dita soffrono a pinzare le corde. E ci riesce, ha in parte vinto l’handicap e fa uscire note dolci mentre accompagna cantando la storia di un tale che un giorno ritorna a casa in Texas.
Poi mi racconterà che ha imparato a suonare la chitarra in soli 3 gionri, fatto di anfetamine.

Suonando la chitarra

Al piano di sotto c’è James, è gentile e fa sorrisi che gli escono difficili come un tiro alla fune, non perché sia riservato, ma perché fa fatica a vivere per via di un enfisema polmonare che lo sta ammazzando. Morirà, lui lo sa, noi lo sappiamo. Lui ci fuma ancora sopra le sue belle sigarette e vedo in questo accanimento il segno che l’ultima speranza di guarire è partita. Tanto vale continuare si sarà detto un giorno. Ha i capelli lisci e castani, occhi orlati da rughe profonde intagliate dal dolore e dalla fatica, ha la postura di una mezza luna, è rinsecchito come una faina. Ogni tanto viene su con noi e ci beviamo un caffè con il latte in polvere. Parla così basso che mi tocca protendermi in avanti per afferrargli quelle deboli frequenze di boffonchio. C’è un po’ di morte al suo fianco, si sente, senza ipocrisia, senza tabù e senza commiserazione. Nessuno ne fa una tragedia e la vita va avanti, non per questo come una commedia ma va avanti.
Nel piano sotto ancora c’è Walter, altro gringo, detto “il capitano” per via di quell’aspetto da capitan findus. Ha uno sguardo da vecchio ubriacone ma saggio, pieghe epicantiche forti e viso incorniciato da barba bianca e sopracciglia canute e setolose. Fa lo scrittore, ha trovato nell’alcool una musa ispiratrice… ogni tanto ci picchia dentro un bicchiere che fa fluire meglio il sangue al cervello e l’inchiostro sulla carta. Talvolta però eccede e la penna va in blocco mandando alla deriva le idee. È il caso degli ultimi anni in cui non ha scritto, ma sembra che il buon vento gli abbia rimesso la passione nelle vene, sta ricominciando proprio in questi giorni.
Più che vederlo come Capitan Findus lo vedo come un Hemingway postmoderno: è veramente talentuoso, (a sincero parere dei coinquilini) ma anche propenso alla depressione. Mi auguro che non finisca con un pallottola nel cervello come lo scrittore americano. Ad ogni buon conto lui è più creativo di Hemingway nelle tendenze suicide: anche se il fine rimane il medesimo, ovvero mettersi al tappeto per sempre, il mezzo per uno della sua levatura artistica non è certo la banale pallottola.
Vi racconto.
Lo vediamo una sera salire nella nostra baracca, è alticcio e chiede a Norman la prolunga che gli ha prestato da tre mesi. Poi mi attacca una piva dicendo se so’ cos’è un “lighting rod”. Mi spiega quindi che: trattasi di un parafulmine il cui inventore, pace all’anima sua, è Benjamin Franklin, grande americano.
A che gli serve un parafulmine e una prolunga mi chiedo io? Ecco il genio: vuole mettere il parafulmine in terrazzo e collegarlo attraverso la prolunga al suo letto di metallo. Questo è il suo biglietto di andata per l’aldilà, così una scarica se lo prende mentre dorme. E non ci pensa più! E in effetti io e Norman che abbiamo il tetto in metallo e siamo all’ultimo piano siamo anche un po’ più tranquilli ore che sappiamo che un fulmine prenderà la direzione del piano di sotto invece del nostro!
Il Capitano se ne va con questo lascito ma anche lasciando nell’aria una scia di alito alla grappa che se la respiri vale il ritiro della patente.
La nostra casa ha tre piani, ognuno riempito da uno strato tutto particolare di umanità, sembriamo i personaggi non casuali di una sitcom che deve per forza avere un casting originale. La casetta è nel bosco, alla periferia di Xilitla, irta come un faro che non punta il mare ma la distesa di selva viva e pulsante che la notte si riempie dei mille gorgoglii delle ranocchie e del frinire costante delle cicale.
Alcuni giorni scrivo un articolo, altri leggo sul terrazzo, il tempo passa rapido. Il cane dei proprietari mi ha preso in simpatia ma puzza come una carogna, gli tolgo le zecche che gli si annidano a grappoli nel pelo, poi gli pulisco la schifezza verdognola che gli si forma sugli occhi ed eccomelo che mi guarda come se fossi diventato suo padrone per l’eternità. Con le mie due premure gli ho firmato l’adozione, me lo dice con gli occhi mentre mi guarda con la testa inclinata. Ha la mandibola ferrea e il corpo che è un nodo di muscoli ma è buono come il pane, si suppone che sia un cane da guardia ma il suo temperamento lo rende piuttosto un cane da baby-sitting. Forse è con l’odore che tiene i ladri lontani e fa il suo lavoro. Dopo mezz’ora dalla prima pulizia mi ritorna con gli occhietti ancora zozzi, mi cerca con il suo muso possente e si accontenta dei grattini con il polpastrello che gli faccio evitando le carezze che mi metterebbero il puzzo sui palmi per ore. Si posiziona al mio fianco acciambellandosi e scaldando l’aria con peti silenziosi, l’alito è come un vento caldo di caverna e gli strusciamenti che fa’ danno l’idea di una scopa di paglia che ti raspa la coscia. Il cane della casa dei mattiLui è felice solo guardando i boschi e controllando cosa si muove e cosa no sul selciato adiacente la casa o sul greto del fiumiciattolo poco distante. Sta qui sul terrazzo quasi tutto il giorno a giocare al cane-radar. Non gli sfugge niente ed è contento. Fa venir voglia di barattare il nostro complicato raziocinio con quella felice esistenza canina semplificata in un pugno di desideri di pipì pappa e cacca. Intanto la giungla tutt’intorno si sta rosicchiando le fondamenta della casa gettando liane e muschi sino al pianerottolo dell’entrata. Si riprende ciò che è suo.

Articoli Simili