Accampati sotto le stelle nel trekking di Santa Cruz

Volevo fare il bastian contrario e scrivere un post che remi contro la corrente entusiasta che vede il viaggio come una cosa sempre stupenda. Contro la corrente del Wanderlust e delle sue meraviglie, contro il pensiero un po’ comune (anche per buone ragioni) che il viaggio sia sempre ok.

Eh sì, vorrei parlare di qualche reumatismo che mi sta acciaccando l’anima dopo anni di strada, forse dopo aver dato per scontato che finché viaggi tutto è perfetto. Invece, proprio perché il viaggio lo fa anche l’uomo, qualcosa ogni tanto può andare storto. E non parlo solo dei ritardi in aeroporto, di qualche infezione intestinale o delle valige smarrite.

Ultimamente mi sono reso conto di essermi assuefatto a molte cose: sono stufo dei soliti paesini coloniali, dei soliti musei arraffazzonati per “pelare” soldi, delle cifre da capogiro per fare semplici passeggiate in montagna, delle guide che raccontano cazzate per una lauta mancia, di litigare per l’acqua calda a ogni ostello, di pagare di più per essere bianco, di vedere ancora la solita chiesa barocca, di ascoltare i soliti commenti sul governo, di fotografare dejavù, di non imparare niente di nuovo.

Me ne rendo conto molto bene in queste giornate peruviane dove invece che andare a Machu Picchu, infilandomi in un tritacarne che macina 2500 turisti al giorno sul cocuzzolo di una montagna, ho preferito (e goduto) stare in uno stanzino a leggere libri e scrivere qualcosa.

É colpa mia, non del mondo.

Forse sto arrivando alla frutta e perciò devo fare una pausa. Il veleno dell’abitudine rovina un po’ tutto, lo rende piatto e monotono. Una dose di vita stanziale, cieli grigi e malumore metropolitano, dovrebbe rimettere le cose a posto, inocularmi di nuovo il virus della strada e la sua febbre. Farmi guardare disperato fuori dalla finestra.

Ma forse sto dicendo un sacco di balle. Forse è solo una nostalgia natalizia di famiglia e amici. Nostalgia delle radici che dicono molto chi sei e a chi appartieni, mentre nel viaggiare perenne sei sempre un straniero e forse finisci per esserlo anche con te stesso. Inizi a guardare al domani come fosse una cartomante che ti darà preziose rivelazioni, mentre intanto ti stufi, non senti l’avventura, ti manca qualcosa, forse stai perdendoti. Ti senti colpevole per non essere sempre felice, come ci si aspetterebbe da chi vive la vita nomade che altri sognano.

Ripenso a quando ho iniziato nel 2008, sempre con quel brivido del novello sotto pelle, spettacolarmente naif con tutto, stupefatto della Sierra o Selva, soddisfatto anche di una chiacchiera col benzinaio, senza fiato di fronte a un tempio Maya, commosso alla prima pubblicazione, sognatore con la strada da fare e tesoriere con quella appena fatta. Lì di sicuro il viaggio era la macchina divina, perfetta.

Oggi l’appiattimento mi schiaccia, non sempre ma in queste ultime settimane lo sento duramente. Peregrino solo ma in una moltitudine, cerco un circo di freaks e stranezze umane ma incontro solo bigleettai che vendono  ingressi nelle mura di civiltà perdute quando quelle genti sono invece intorno a noi e parlano ancora il loro dialetto ma nessuno se ne cura. Tutti infila dentro architetture in rovina a rifare foto viste un milione di volte, passeggiate in centri storici tra sorrisi falsi di bagarini, ascoltando storielle del cavolo per dare la dimensione culturale a una camminata che sembra quella in un centro commerciale.

Che snob che sono diventato, dopo 10 anni ne ho piene le palle. Non mi parte la scintilla, non s’accendono fuochi, la motivazione coincide con la fede che sto vivendo una buona vita, che quindi vado avanti, sono fortunato, molti no, e cara grazia… Negli ultimi anni il tempo in Italia è stato troppo poco, non ho avuto modo di desiderare a sufficienza la partenza, pause troppo brevi, poco stare fermo e troppo movimento. Poca famiglia, parenti e amici. Troppa esplorazione, troppa esposizione verso l’esterno e il nuovo.. fino a soffrirlo anche un po’.

Ultimamente mi faccio di sorrisi. Se ne infilo tre in un giorno, diciamo della receptionist dell’ostello, di una donna quechua al mercato e del poliziotto al quale chiedo indicazioni, allora la giornata va bene. Se non ne vedo manco uno, se pure il cielo non sorride e le foto mi vengono male, se le vie e le piazze mi sembrano tutti uguali … allora il mio viaggio mi va di traverso. Prima avevo un senso estetico molto più resistente alle bordate della vita. Il viaggio andava bene anche sotto le tempeste. Oggi lo guardo come un uomo guarda un giorno di pioggia, in pace magari ma senza l’entusiasmo di correre fuori.

Ho ritirato un po’ l’interesse dal Mondo Esterno, forse perché questo non mi propone qualcosa di nuovo e interessante, forse, anzi sicuramente, perché non lo scavo bene come dovrei.

Invece di lanciarmi sulle tracce di eroi dimenticati, leggende nascoste dietro le quinte dei teatrini per turisti, persone avvezze alla cultura e non alle telenovele, esploratori o artisti che crcano frontiere … Invece di questo mi lascio andare e seguo itinerari banali meritandomi forse di vedere le solite banalità.

Allora quando il Mondo Esterno non mi da quello che voglio, mi richiudo in quell’altro. Nei perimetri stretti abitati da pensieri e sensazioni intime, con gli echi di domande poco leggere come “Che farò nel futuro?” “Quali progetti all’orizzonte?” “In che paese vivrò” ecc. Insomma, trivelle cosmiche, imbuti esistenziali, insaccati filosofici.

Cerco di capire dove ho smarrito il cuore nella strada che percorro e mi domando se è una questione di luoghi che non comunicano molto a qualche parte di me oppure semplicemente di noia e nostalgia.

Ho una moto che mi permette di fuggire in avanti, verso nuovi scenari che rimescolano geografia popoli e storie. Lì nell’Altrove spero d’incontrare il cuore smarrito, secondo l’utopia che “poi andrà meglio”, una gustosa carota appesa al bastone che serve per andare avanti un altro chilometro. E magari quel chilometro di Cordillera delle Ande, sotto gli occhi di llamas schivi e contadini solitari, sarà finalmente quello che rimette a posto certi meccanismi guastati nel tempo. Magari andrà così, oppure sto solo accusando un Mondo quando il colpevole è dentro di me: una bambino che cerca nuovi giocattoli.

Uno dei momenti più belli degli ultimi tempi è stato proprio quando mi sono fermato. Ero in Colombia, in una cittadina che invece di offrirmi spettacoli mi ha solo tenuto dentro le sue mura, facendomi crescere come un seme. Alle 6am sveglia, ginnastica, corsa nelle montagne oppure tanta scrittura, di quella buona che nasce dal gesto di condividere, di ridare indietro un po’ delle lezioni apprese in silenzio. Il viaggio non era più verso il mondo, era attraverso di questo, per cercare roba che stava dentro, resuscitare antiche passioni, pensare a libri da fare, documentari da girare, tecniche per disciplinare il corpo e la mente, possibili vite da tratteggiare. Quando mi sono bloccato lì per tre mesi, affittando un giardino con una capanna, sono veramente partito.

Un viaggio spirituale era iniziato proprio quando ho lasciato le valigie a terra, togliendo tempo al mondo per ridarlo alla fantasia, in compagnia di un tazza di caffé, notti di grilli e mattine di cicale, musica dolce e tante voci interiori che potevo finalmente ascoltare.

Se anche tu, nei tuoi viaggi, hai pensato di essere sempre sotto la luce del sole ma certe ombre ti sono scivolate addosso portandoti malinconia solitudine o noia, t’invito a lasciare qui qualcuno dei tuoi pensieri.

Il viaggio non è perfetto, è un esperienza umana.

Articoli Simili