Minimalismo e Stile di Vita, Intervista per l’Huffington Post

Stile di Vita e Minimalismo Intervista Claudio Giovenzana

Il Minimalismo prende piede ragazzi, una riedizione di saggezze filosofie pratiche e riflessioni vecchie come il mondo ma che oggi torna fuori con questa etichetta. Nulla di nuovo direte, se non per l’urgenza che in questi anni si DEVE avere per trovare un equilibrio nuovo come nuovo è tutto il mondo che si muove intorno.

Spero possa leggere questa intervista da cima a fondo. Non da cima a dine paragrafo. C’è tanto lì dentro per te se anche tu sospetti che stiamo vivendo stili di vita non più a misura d’uomo, che ci stanno propinando idee sbagliate e superate, che c’è bisogno di rivoluzione individuale. Concreta, fattibile, una teoria della pratica non un intellettualismo vanitoso, un modo di stare  influenzarci e contagiarci con idee.

Buona lettura.

Grazie a Renato Paone per le domande. Presto metterò il link all’intervista sull’HuffPost.

COME SONO DIVENTATO MINIMALISTA

1. Che cos’è per te il minimalismo?

In piccolo posso dire che è un approccio alle cose materiali, in grande potrei dire anche un approccio alla vita. Un modo di organizzarla molto pratico, che escluda distrazioni e inutilità lasciando ben chiaro, in primo piano, ciò che veramente conta. È un cammino intrapreso durante tanti anni di viaggio, in cui l’inessenziale non solo si è dimostrato ovviamente inutile ma è addirittura diventato un’ostacolo, una zavorra che impedisce di muoverti bene da un posto all’altro. Minimalismo è “less is more”, è liberare da mille stupidi oggetti che promettono felicità ma a lungo termine non la danno. È avere un aumento di salario scegliendo di spendere un po’ di meno, è avere una casa più grande solo liberando qualche metro quadro di roba inutile, è essere un po’ più felici iniziando a distribuire meglio il tempo. È avere un aumento di salario scegliendo di spendere un po’ di meno, è avere una casa più grande solo liberando qualche metro quadro di roba inutile, è essere un po’ più felici iniziando a distribuire meglio il tempo. È alzare lo sguardo un po’ verso la linea dell’orizzonte e domandarsi dove si vuole andare e perché, con chi e con cosa. È abbassare il rumore di fondo e prendere meglio il segnale che proviene da dentro e che ci dice chi siamo e cosa vogliamo. È smetterla di inseguire chimere fatti di nuovi desideri con i corrispondenti oggetti o mode per soddisfarli. È il “poco ma buono”, non è rinuncia e privazione ma vivere di più con meno, cercare semplicità e leggerezza. È consumare e fare “secondo sé”, non secondo quello che ci si aspetta da quelli come te, con intelligenza e progettualità non per consolazione o noia. È rinunciare a riempire il vuoto con cose inutili, ma anzi, liberare più spazi e più tempo per far emergere ciò che veramente è importante.

2. Quanti anni hai, che lavoro fai, come e quando sei diventato minimalista?

Ho 38 anni, sono ex-psicologo, da 10 anni viaggio con la mia compagna su una vecchia moto per l’America (che non corrisponde solo agli USA!) occupandomi di realizzare immagini e venderle su internet ai grandi e piccoli media. Mi sperimento ogni tanto nella scrittura, pubblico articoli, un libro uscito con Feltrinelli e vari post per il mio Blog. Vivo effettivamente come un “nomade digitale”, vago per il mondo, faccio foto e video, lavoro con il portatile , conosco paesi, gente e cultura.

Sebbene già quando ero agli scout da ragazzo avevo intuito la sofferenza di portarsi nello zaino roba inutile, in questi 10 anni di viaggio è diventato lampante.

Anche perché ogni anno viaggio in media 8 mesi, su una moto, in due (+l’orsacchiotto), con computer/macchine fotografiche/vestiti/tenda/roba da campeggio etc.. avere più di quello che serve è un flagello. Così è iniziato in modo molto pragmatico il mio minimalismo. Se vivo viaggiando essere minimalista vuol dire vivere meglio. Ma si applica solo al viaggio? No, non credo proprio. Qui inizia l’evoluzione, anche un po’ più filosofica, di questo approccio concreto che inizia da un bagaglio. Quando torno in Italia ho a disposizione una camera piena di oggetti e roba, vestiti e ricordi, ho finalmente il tempo e i soldi per comprare altri oggetti, accumulare e sfogare i miei pruriti di shopping.. e il risultato? Anche se posso farlo mi trovo a vivere spontaneamente con la stessa mentalità del viaggio: uso pochi vestiti, non compro nulla che non sia realmente utile, non sono attratto dai centri commerciali, non ho bisogno di consolarmi con un materialismo compulsivo fine a sé stesso. Anche se posso avere mille giocattoli preferisco sempre fare le stesse cose: vedere amici, fare sport, leggere libri, guardare qualche film. Ho i soldi, il tempo, lo spazio per spendere e “permettermi” tanto ma continuo a servirmi di poco.

DIVENTARE MINIMALISTI

3. Perché diventare minimalista? Quali vantaggi ha apportato nella tua esperienza? E quali svantaggi?

Perché con l’evoluzione del mercato e di tutti gli strumenti digitali, tecnologici etc, il marketing sta prendendo il sopravvento sulla nostra capacità di scelta, sta scardinando l’equilibrio tra desiderio e rinuncia, tra cambiamento e accettazione di sé. Sta installando sempre nuovi desideri, ci conosce meglio di nostra madre e sa persuaderci attraverso strategie sempre più sofisticate e personalizzate, inarrestabili e subdole.

La rotta che vuole farci prendere è naturalmente un consumismo sfrenato attraverso naturalmente la promessa di una grande felicità produttività e accettazione sociale. Intanto ci “semina” di desideri che soffocano ciò che dentro di noi dovrebbe germogliare con un po’ di silenzio, ascolto e meno distrazione.

Il minimalismo da una parte è uno scudo, o un filtro, verso questo forsennato accumulo di status quo e di “emozioni a buon prezzo”, dall’altro è invece una ricerca di quello che veramente vogliamo da noi stessi operata attraverso la rimozione dell’inutile e la creazione di spazi più vuoti, materiali e mentali, dove recuperare una bussola, un orizzonte verso cui camminare per essere veramente più felici.

I vantaggi sono semplificarsi la vita, ridurre le spese, focalizzare la propria attenzione solo su ciò che è importante/necessario e saper riconoscere cosa non lo è. Iniziare dal mondo degli oggetti è più facile.

Tra i vantaggi sento credo di poter aggiungere anche il sentirsi più sicuri e protetti sapendo che ci serve poco per vivere, meno di quello che serve a molti altri che si sono abituati a condizioni troppo dispendiose da mantenere e sofisticate.

La serenità di percorrere una strada autentica, sgombera da porcherie e roba messa lì da altri che vogliono convincerci come e con cosa dovremmo vivere.

Henry David Thoreau diceva: “Un uomo è ricco in proporzione al numero di cose di cui può permettersi di far senza.”

Gli svantaggi?

Ogni tanto diventi un po’ troppo tirchio con te stesso, inizi a soppesare troppo alcune scelte (la psicologia ci dice che più scelte abbiamo a disposizione e più siamo ansiosi di sbagliare o aver sbagliato). Talvolta dici forse troppi “No” di fronte a certe opzioni.

Altro svantaggio è, se ne siamo particolarmente sensibili, l’opinione altrui. Nella fattispecie chi ti vede come un pezzente o un sempliciotto, un pacato autolesionista che si frustra privandosi delle tante belle cose della vita.

4. Quanto tempo occorre per iniziare a vivere una vita che non si basi sul superfluo?

Non lo so, io ho avuto l’incombenza di restringere tutto il mio mondo materiale per portarmelo appresso nel migliore dei modi. Altri di fronte agli scatoloni di un trasloco capiscono che si sono circondati di cazzate per tutta la vita, e lì inizia il loro percorso. Altri ancora iniziano quando “toccano il fondo” passando tra emozioni brutte o anche episodi clinici, in cui sentono il “non-senso” della propria vita. “Crisi esistenziali” le chiamano alcuni, “periodi difficili” li chiamano altri.

Lì accade che il volume del rumore di fondo, del chiasso fatto di superfluo, pubblicità, messaggi, si abbassa di colpo. Iniziamo a vedere la vita a volo d’aquila, o attraverso il vetro di una vasca per pesci. Tutto è silenzio, rimaniamo noi con i nostri segnali profondi, magari anche con il dolore… forse per la nostra vita o forse per quella spenta di qualcuno che amavamo. A quel punto il senso del tempo e di come spenderlo, di ciò che serve e di ciò che è un miraggio idiota costruito lontano, si sviluppa esponenzialmente. La nostra radio si sintonizza meglio su noi stessi, arriva in modo più cristallino il messaggio di chi siamo e cosa vogliamo.

Anche in questi bassifondi della nostra esperienza umana può iniziare il minimalismo.

PROBLEMI, SECCATURE E DIFFICOLTÀ

5. Nella vita di tutti i giorni, fatta di lavoro, abitudini e routine, è facile andare in contraddizione con lo stile di vita che hai scelto? Come fai a conciliare questi elementi (famiglia, affetti, social network e lavoro) con il minimalismo?

Io ho uno stile di vita vagabondo, molto fuori dagli schemi, il minimalismo è forse l’ultima delle mie stranezze. Sono stato “inconciliabile” già prima della partenza, nel 2008, quando scelsi un esperienza di vita che pareva a tutti come il deragliamento di un vagone, una pazzia e non una ricerca. Con il tempo ho cercato di trovare nuovi modi per conciliare relazioni, tecnologia, spostamenti e lavoro.

Il minimalismo si sposa molto bene con il mio stile di vita semplicemente perché se non lo fossi lo pagherei a caro prezzo. È un adattamento indispensabile, pena la qualità del viaggio e molto altro. Il problema è che tra le mura domestiche possiamo dimenticarcene molto in fretta, ci si perdonano tante cose, ci si sollazza molto meglio con il consumismo, si può accumulare tanto senza pagarne, subito, le conseguenze.

Conciliare tutto è difficile lo ammetto, ci sono affetti che non reggono la distanza, altri che la soffrono (scusa mamma e papà :-( ), connessioni internet più minimaliste di me (10 kb/secondo che ci metti 10 minuti a scaricare la posta), poco confort (non hai una casa per tanto tempo e ti adatti qualche volta in topaie). Queste cose si conciliano male con il bisogno di lavorare, di essere “vicino” a chi è lontano, e con il decoro di un domicilio pratico, privato e accogliente.

Però, viceversa, quando parlo con la mia famiglia “lontana” le emozioni volano come aquiloni, siamo spesso più “vicini” di quando eravamo sotto lo stesso tetto, abbiamo un dialogo vero e cose nuove da dirci a ogni chiacchierata via skype. Quando sto sui social lo faccio quando possibile per raccontare la mia vita, che è ancora felicemente “Offline”, non 24/7 per costruirne una finta “Online”. Gli affetti vengono sottoposti al test della distanza, alcuni ne escono rafforzati, altri che probabilmente erano rami secchi, vengono “potati”. Nonostante le connessioni fanno schifo il lavoro procede grazie a tutte le meraviglie che posso riprendere con le mie foto e videocamere negli stessi posti in cui fatico a navigare su internet.

Come vedi ci sono pro e contro ma riesco a far funzionare il tutto. Credo che se fossi stanziale sarei molto più avvantaggiato da una certa disponibilità di strumenti e comfort ma ostacolato dalla pressione sociale e dall’immobilità geografica.

MINIMALISMO NON È SINONIMO DI RINUNCIA O SACRIFICIO

6. Per molti minimalismo significa “rinunciare”, distaccarsi da un qualcosa a cui si è tenuto anche per molto tempo (o a cui si tiene ancora). Secondo te è vera questa percezione dei “non-minimalisti” o semplicemente fraintendono? Cosa non riescono a cogliere del minimalismo?

Naturalmente chi diavolo vuole il “minimo” quando là fuori c’è TUTTOOOOOO. E quindi può avere TUTTOOOO e subitooooo!!!!

Da questa prospettiva ovviamente la rinuncia è castrazione, è sacrificio e sofferenza.

Poi finisce che spendi quasi tutto quello che hai in roba che dopo pochi mesi non ti da nemmeno un brivido di gioia al mese. Che riempie la tua casa rubando preziosi metri quadri, che deve essere mantenuta e pulita, sopratutto rimpiazzata con i suoi aggiornamenti al passo con i tempi o con la moda. Ognuno di questi oggetti freme per la tua attenzione, ti vuole vicino al brand, fedele utente di mille giocattoli, visitatore domenicale di centri commerciali, desideroso di desiderare il nuovo e il nuovo più nuovo che verrà. Questa è un quadro di tossicodipendenza.

Ora dimmi tu se togliere l’eroina a un tossico, passandolo al metadone e scalando la dose fino a renderlo una persona più centrata, equilibrata e in ascolto di sé non ti sembra un minimalismo sano e costruttivo… A me sì, e non mi suona più come rinuncia ma come terapia, come ricentratura, riequilibrio, leggerezza e semplicità.

Ok, tolto il caso estremo di cui sopra, è vero non siamo solo circondati da superfluo, abbiamo attività indispensabili, oggetti che migliorano la qualità di vita ed altri che racchiudono memorie e affetti.Di questi non ha senso privarcene o rinunciare, soffrire e castrarsi. Non siamo asceti. Il problema è saper valutare e si può fare con alcuni esperimenti. Per esempio nascondere oggetti in uno scatolone in cantina e scoprire dopo 6 mesi che non li hai mai tirati fuori una volta e quindi dimostrano di non essere utili, né “sentiti” né necessari.. Per esempio digitalizzare alcuni contenuti per liberarli dal loro ingombro fisico. Per esempio capire prima cosa vogliamo fare e poi quali sono gli strumenti per farlo, non prima vedere una pubblicità che ci suggerisce chi dobbiamo essere e poi comprare l’oggetto che promuove per diventarlo. Per esempio immaginare di vivere daccapo la nostra vita e chiederci se faremmo uguale o cosa cambieremmo. Per esempio immaginarci quando saremo in punto di morte domandandoci se guarderemo indietro verso tutti i giocattoli che abbiamo posseduto, i titoli che ci hanno dato, gli applausi o le pernacchie altrui…Oppure se volgeremo lo sguardo verso ciò che siamo diventati e come, ciò che abbiamo fatto, chi abbiamo amato, le esperienze, le emozioni, le genti incontrare e le lezioni apprese.

Etc Etc..

7. E, invece, cosa significano per un minimalista i termini “materialismo” e “consumismo”?

Parlo di me, della mia visione, non conosco ancora una categoria con “linee generali” e un dizionario dei termini sebbene negli USA stia iniziando a delinearsi una corrente di pensiero minimalista abbastanza omogenea.

Ovviamente le due parole (consumismo e materialismo) evocano sensazioni maturate nella mia educazione prima ancora che da un’analisi “minimalista” dei termini. Il materialismo, anche se nell’uso popolare è un termine “riduttivo”, può avere anche un lato positivo, come suggerito nella omonima filosofia, che consiste in un approccio concreto alla realtà, pragmatico, strumentale, limitato al presente e all’evidente. Ma il consumismo, per come vedo le cose oggi, mi sembra soltanto un termine negativo, che non indica né un mercato né un modo specifico di regolarlo, solo l’ossessione di comprare, in un ciclo infinito di: nascita di nuovi desideri di possesso – acquisto per soddisfarli temporaneamente.

Il “consumo” invece è qualcosa di normale che appartiene a tutti, inizia per le necessità fondamentali, si evolve con strumenti e oggetti che accompagnano la nostra evoluzione e le nostre necessità. Loro, gli oggetti di questo consumo, sono strumentali a noi. Non siamo noi ad essere strumentali a loro, al loro mercato, e al fatturato di chi li inventa.

Quando diventa “consumismo” il semplice consumo deraglia, diventa fine a sé stesso, tossico, inutile, fuorviante. Non credo che in nessuna accezione minimalista, sebbene i minimalisti come tutti “consumino”, questo termine possa risultare positivo.

8. Nella società di oggi, globalizzata e fondata interamente sul consumo, dove siti come Amazon dominano incontrastati e pubblicità appaiono in continuazione su internet e in tv, come riesci a sfuggire alla tentazione dell’acquisto compulsivo, all’accumulo di oggetti? Non sei mai caduto in “tentazione”?

Certo! Ogni volta che torno in Italia cado sistematicamente in tentazione! Finalmente posso permettermi il lusso, il giocattolo, o l’evoluzione del tale aggeggio… ma stanno succedendo delle cose ultimamente…

Sopratutto grazie ad Amazon oggi posso testare prodotti per 30 giorni e poi restituirli se non mi interessano, senza spese.

Posso mettere questi sedicenti oggetti che mi dovrebbero fare felice o aiutarmi in una sorta di “tirocinio” presso casa mia. Hanno 30 giorni di tempo per dimostrarmi che non sono delle caz….. immani. Altrimenti li restituisco.

Oppure posso permettermi comparazioni sul campo. Se mi serve un disco per il computer magari né compro quattro modelli diversi, poi li provo, li confronto e ne restituisco tre rimanendo solo con quello che mi serve veramente.

In viaggio non posso permettermi niente di tutto questo, ma a casa, con Amazon e vari siti “imperiali” di vendita, posso fare esperimenti e test di utilità con vari prodotti. Discernere ciò che veramente mi serve da ciò che è solo una marchetta pubblicitaria oppure e una fregatura totale, da ciò che fa moda a ciò che mi fa star meglio veramente perché migliora qualche aspetto della mia vita.

È vero, Amazon d’altro canto sta riducendo sempre di più e meglio il gap tra il pensare e l’acquistare, tra il conoscere quello che vuoi e il possederlo, tra lo stare bene e l’ammancare di nuovo di qualcos’altro. Questo può aprire le dighe del consumismo più sfrenato. Ma nel male di tutto questo c’è anche l’opportunità di procurarti quello che ti serve in una maniera rapida, economica e senza rischi con il beneficio di provare e restituire senza impegno. (sull’etica di amazon non mi pronuncio, è un capitolo a parte).

Il cliente in quanto criceto nella ruota economica di ogni azienda enorme, viene servito, ascoltato e cullato. Alcuni criceti evidentemente si trasferiscono direttamente a vivere dentro la ruota. Altri, come me credo, cercano di sfruttarne i vantaggi e poi andarsene fuori dalle scatole. Nel mio caso anche a un continente di distanza, dove non c’è Amazon.

Per chi è sottoposto alle tentazioni ogni volta che apre il computer credo che alcune strategie siano alzare i livelli di privacy circa la propria vita online in modo da evitare ai social, alle piattaforme di e-commerce e ai motori di ricerca di “profilarci” e bombardarci di irresistibile e personalizzata pubblicità.

Comprare oggi è molto meglio di prima, il problema è chi sta decidendo di farlo e perché. Se siamo noi, in pieno possesso delle nostre facoltà e di uno scopo da raggiungere, allora comprare è un’ottima esperienza. Se invece chi decide sono le voci propagate dalla pubblicità o gli algoritmi avanzatissimi dei Big planetari, allora è semplicemente un modo di incarcerarsi in una macchina mostruosa di desideri, pulsioni fantasmi. Una strada pericolosa senza mai completezza e sazietà.

9. Dovendosi basare sull’indispensabile, come affronta un minimalista, per esempio, un viaggio, una vacanza, la spesa? Che mezzo predilige, cosa si porta dietro e come decide di spendere i suoi soldi?

Se mi parli di viaggio qui gioco in casa. E parlando di casa, proprio perché non ce l’ho, devo portarmi dietro tutto quello che la riempirebbe. Se qualcosa non l’ho usato in mesi e mesi di strada, a meno che non debba rispondere a una reale emergenza (una medicina? una camera d’aria per la moto, un poncho per la pioggia?) mi do dell’idiota per averlo portato e devo aspettare il ritorno in italia per abbandonarlo finalmente (nel caso di oggetti che non posso buttare perché costosi). Con questo metodo si impara in fretta a viaggiare leggeri. Prove ed errori, affinamenti anno dopo anno, alleggerimenti, litigate con la mia compagna su cosa serve e cosa no.

Andando oltre gli oggetti posso dire che il viaggio è in buona parte improvvisato e conosciuto strada facendo, con un particolare interesse per le relazioni. Perché? Perché se io vedo l’ennesimo tempio precolombiano insieme a un milione di altri turisti mi stufo, se invece del tempio incontro te (sì proprio te ovunque tu viva!!) e finiamo a scambiarci storie ed esperienze allora tutto risulta essere nuovo, inedito, e nessun turista del mondo e della storia avrà vissuto la stessa esperienza del nostro incontro. Su questi incroci casuali di destini decidiamo spesso cosa vale la pena vedere, provare, conoscere. Anche in questo caso senti su che note vibrano di più quelli che tornano da un grande viaggio… su quello che hanno comprato ai mercatini oppure su quello che hanno scoperto, imparato, vissuto?

Di solito in ciò che lascia il segno, durante un viaggio, c’è l’Incontro, l’Imprevisto, lo Stupore per qualcosa, la casualità o meno per qualcos’altro… Viene da sé che, a meno che non stia cercando solo relax, non vado a ossessionarmi prevedendo una vita che deve ancora accadere in un poso che non ho mai visto con persone che non ho mai incontrato. Faccio solo dei “canovacci”.

Parlando della spesa sono un disastro…mi vergogno. Diciamo che ho imparato a digiunare bene. Scherzi a parte il digiuno è il minimalismo applicato all’alimentazione e lo applichiamo (io e la mia compagna) felicemente da più di due anni (16 ore di digiuno e 8 ore in cui ci alimentiamo). Come minimalismo applicato all’esercizio fisico facciamo allenamento funzionale (bodyweight work out) e High intensity training (tipo protocollo Tabata). Abbiamo qualche app per fare un po’ di meditazione e dei libri (ci siamo convertiti all’e-reader) per fuggire con la testa quando la situazione intorno fa schifo a dire poco o quando ci stiamo annoiando a morte come adesso che siamo bloccati in un motel aspettando l’invio di un maledetto pneumatico.

10. Praticando uno stile di vita minimalista, non si corre il rischio di distaccarsi troppo dalla realtà vissuta dal resto della società, vanificando così anche il messaggio positivo che il minimalismo vuole diffondere? Non c’è il pericolo, per il minimalista, di trasformarsi nell’esatto opposto del “capitalista” e diventare a sua volta un concetto estremo?

Sai, credo che anche i consumisti più efferati, riconoscano l’importanza del contatto con gli altri, magari “altri” consumisti, ma non è mistero per nessuno che l’amore, l’amicizia, l’esperienza, siano valori primari e globali. Non ci faremmo i film né ci cresceremmo i figli se così non fosse.

Su questi valori e sull’importanza del fare, del coltivare sé stessi e le relazioni intorno a sé, il minimalista non si tira indietro, anzi!

Quindi questo è il vero punto d’incontro con la società, il cardine sul quale articolare relazioni e reti sociali: fare, stare insieme, conoscersi, arricchirsi, risolvere problemi, scambiare informazioni, aiutarsi. Questi sono moventi trasversali tra ricchi e poveri, asceti e consumisti, carrieristi e umili. Se la ricchezza che nasce in questi scambi sociali viene compromessa da giudizi pesanti e litigi sul proprio, privato, stile di vita allora è arrivato il momento di fare, come dicevamo prima, “potatura”. Si salvi chi può!!

Sono convinto che ci sarà sempre una parte di società che accoglie chi ha scelto uno stile minimalista, ridotto nei consumi, volto alla ricerca di una vera e personale qualità di vita.

Ho amici e relazioni con persone diverse, tutte capaci di resistere alla tentazione di misurarmi e giudicarmi unicamente in base alla mia scelta di vita, tutti capaci di sentire se c’è valore e amore da qualche parte in mezzo a noi, che salta fuori quando stiamo insieme, quando parliamo, quando camminiamo, quando giochiamo.

Non c’è nessun problema in questa parte di società che mi sono ritagliato intorno. È abbastanza sana come abbastanza sano sono io.
Non c’è nessun isolamento per ora, anche se ogni tanto la solitudine della lontananza dei miei compagni che mi hanno visto crescere e invecchiare si sente. Sopratutto chi è abituato a considerare una relazione solo come qualcosa che succede “vis a vis” e al diavolo chi è partito… nonostante tutto il ben di dio tecnologico per comunicare.

Ogni tanto sento forte anche l’incompatibilità con alcuni viaggiatori che incontro, forse perché hanno una visione del viaggio molto ridotta. alla stregua di un parco giochi dove collezioni timbri sul passaporto, vedi le solite stronzate, ti squilli la tromba come un giramondo che della vita ha visto tutto e guardi dall’alto chi non ha l’avventura nel sangue come te… Oppure quando non trovo qualcuno con cui parlare…di un libro, di un film, di un’idea un po’ complessa su qualcosa o qualcuno. Non trovo spesso chi capisce quello che voglio dire perché “è parte della mia gente” e condivide i miei stessi fantasmi, diavoli, aspirazioni e cultura.

Però tutto sommato credo che il minimalismo, questo stile di vita, sia uno dei migliori possibili per quanto mi riguarda, almeno se immagino alle ipotetica diramazione che avrei preso vivendo in una metropoli, fermo. E se prima o poi ci tornerò non voglio abbandonare una filosofia minimalista, la userò per arredare una casa, fare la spesa, scegliere a cosa veramente dedicarmi e con chi condividerlo. A proposito di condivisione, i minimalisti aumentano, sono sempre esistiti ma con modi sempre nuovi di definirsi. Oggi tornano fuori con questa etichetta, ma si tratta sempre di gente che si è stufata di inseguire chimere stupide, vuole una vita più semplice, con più qualità e scopo. Se siete in ascolto, quindi, uniamoci.

 

Conclusione

Palla a voi! Che ne pensate? Cosa manca in questo articolo?

Se ne vuoi sapere di più ho scritto anche un articolo completo sul Minimalismo qui.

By |2018-01-25T18:35:27+00:00gennaio 25th, 2018|Generale, Mente|

One Comment

  1. minimalistboy.com 18 aprile 2018 at 23:44 - Reply

    avendo meno cose attorno e riconnettendoci con le nostre sopravvivenze reali tutti i mali passerranno per lasciar spazio all’isinto di sopravvivenza che e’ potentissimo!

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