Posso con certezza dire che i primi centinaia di km, lasciato il New Jersey, non sono stati molto facili. Mi sono alzato la mattina presto con un buco nello stomaco grande come una caverna. L’amica che gentilmente mi aveva ospitato sul divano era già uscita a portare il suo bambino all’asilo. Non mi sembrava carino svaligiarle il frigorifero e quindi con i crampi allo stomaco ho iniziato quello che poi sarebbe diventato il rito mattutino: impacchetta zaino e tenda carica sulla moto, tira le cinghie e parti. Mi sono diretto verso Nord entrando dopo un’ora nello stato di New York, mentre cercavo l’ingresso della Highway sento clacson che proliferano intorno a me, finalmente un automobilista mi accosta e con una raffica di parole incollate tenta di mettermi in guardia su qualcosa. Mi fermo immediatamente a controllare che cavolo potrà mai essere successo.. puntualmente trovo una cinghia da imballi usata per assicurare delle borse alla moto che penzola strisciando sull’asfalto come uno strascico. Sospiro di sollievo, la caccio verso la parte interna della borsa e riparto, 10 minuti dopo lanciato sulla Highway sento la ruota dietro che si blocca d’improvviso facendo sbandare la moto, accosto ancora e ancora una volta preso dal pessimismo cosmico mi tocco da tutte le parti possibili, la stessa cinghia è finita nei raggi della ruota posteriore bloccandola ma poi i 300 e passa kg lanciati a cento all’ora hanno avuto la meglio, la cinghia è stata triturata e la borsa che avvolgeva stritolata. La ricompongo come posso, cambio la cinghia di nuovo e mi riprometto di essere meno imbecille e provvisorio con gli imballaggi la prossima volta, un paio di giorni dopo avrò ancora da ricredermi..

La Highway mi traccia la sua nera riga infinita di fronte, i camion mi passano ai lati, sono rispettosi delle mie dimensioni da moscerino ma ciononostante le turbolenze mi fanno oscillare, la guida è monotona ma voglio macinare strada prima di infilarmi in qualche Interstate più piccola. Sembra sia il vento a portarmi più che il motore; soffia giù dalle Adirondack Mountains e dentro una simile forza mi sento come una palla da biliardo tenuta in traiettoria da mani giganti. Inizio semiconsapevolmente a sgranare un rosario delle facce e delle situazioni che ho lasciato in Italia ormai da qualche settimana, il “mood” è decisamente triste, mi sento più solo del previsto, mi manca la mia ex, mi manca il cibo e mi manca il sole. La cornice esterna dei miei tristi pensieri ovviamente non può che essere un cielo grigio con appesi dei nuvoloni che paiono cisterne pronte a rovesciarmi addosso i loro umori… cinque minuti dopo succede.

Inizia a piovere, mi lavo, mi fermo, mi copro e riparto, inizio a notare dei buchi nella mia borsa da serbatoio.. l’acqua entra e la mappa si bagna. Mi fermo ancora per coprirmi meglio e stavolta faccio il mio numero da pagliaccio preferito, quello del cavalletto laterale: fermo la moto, immagino di aver estratto il cavalletto laterale, lascio andare la moto e finisco per terra..poi rialzare il ferro da 300 kg è un gioco di malizia e talento.

I piccoli acquazzoni mi costringono comunque a fermarmi cercando riparo sotto alberi dalla gran chioma o sotto capannoni pieni di merci e poi di nuovo a fuggire nelle brevi pause cercando di superare il grigio che vedo nel cielo.

A rallegrarmi ci pensa un piccolo furgoncino dai cui finestrini  sputano tante mani con i pollici alzati, gli faccio un sorriso a trentacinque denti, magari hanno visto gli adesivi sulla moto e la montagna di roba legata dietro e si sono compiacuti della temerarietà, o magari sono italiani che hanno visto il tricolore su due ruote stracariche di bagagli e ironia. Chissà, la cosa certa è l’effetto tonico sull’umore.

Una pausa per fare moneta  in Canada

Arrivo la sera in un camping, mi prendo una piazzola, monto la tenda, mi ficco dentro e cado in un sonno ristoratore di due ore, mi sveglio che sono quasi le otto, vado a farmi una doccia ma mi accorgo di non aver l’asciugamano.. mi asciugo con una maglietta dopo una doccia gelata (ho capito perchè nessuno faceva la coda per usare quella cabina!) e rigenerato faccio due passi guardando ancora una volta le dimensioni delle “piazzole”, abituato ai campeggi per gli “amanti del metro quadro” in cui i picchetti della tenda finivano irrimediabilmente sugli spazi dei vicini qui la definizione di piazzola prevede ad occhio e croce dai 50 ai 100 metri quadri contornati da alberi e con a disposizione tavolo, panche e braciere. Niente male. Il giorno dopo mi alzo discretamente riposato, smonto, impacco e lego e poi via, stavolta c’è il sole, sto bene e in moto canto le canzoni che mi vengono, mi muovo verso ovest schivando ancora nuvoloni gonfi d’acqua, ancora mi lavo ma non demordo, scappo dal brutto tempo attraverso città dai nomi latini, nomi del vecchio continente trapiantati nel nuovo con una nuova pronuncia ma la medesima provenienza. Le case sfrecciano ai lati delle piccole strade che batto, sono situate in fazzoletti di terra dalla geometria quasi perfetta, il più delle volte con macchinona parcheggiata di fronte e bandiera americana attaccata all’ingresso. Poco dopo finisco a solcare statali in mezzo a campi pieni solo di pannocchie e splendidi girasoli. Mi lancio nel più vicino campeggio segnalato sulla mappa da una tendina verde insieme al suo alberello, stesso prezzo, diciotto dollari e mezzo e stesso spazio inutile per la mia minuscola tenda ma stavolta non ho alberi intorno ma gruppi di campeggiatori autoctoni armati di tende fantascientifiche, le une per dormire e le altre per coprire la cucina e le sedie.

Vengo invitato a unirmi alla comitiva più vicina ma gentilmente rifiuto perchè dopo almeno 7 ore di guida ho la socievolezza di una cozza chiusa e quindi mi dirigo verso la doccia che stavolta è calda, l’asciugamano selezionato è la t-shirt di Bud Spencer già scolorita perchè 10 giorni prima ho confuso il sapone con la candeggina. Mi nutro con biscotti e patatine comprate uno o due giorni prima in confezioni talmente grandi che mi hanno sfamato per più di due giorni. Sono maledettamente al risparmio perchè 4 giorni prima ho caricato dal servizio di online banking 400 euro e queste non sono ancora arrivate, ergo sto per finire i soldi. Quindi tiro la cinghia ma sono felice, il tempo è bello e il mio orologio interiore segna solo poche e semplici necessità: mangiare, chiacchierare, dormire e osservare.
Cammino sullo “shore” il lungolago che costituisce la parte più a ovest del campeggio, c’è una panchina e un tramonto esploso in colori lussureggianti e caldi, mi siedo in religioso silenzio e non ho nemmeno l’idea di concentrare l’attenzione su qualche pensiero, solo vorrei condividere con qualcuno quello che sto vedendo. Pazienza, faccio due passi e quattro foto. Riesco a immortalare un bambino cicciottello con suo papa e una gruppo di sagome all’orizzonte che ruota intorno a un passeggino. Vado a nanna. Il giorno dopo si parte ancora con il sorriso sotto la visiera del casco e qualche motivetto in gola. Mi dirigo verso Buffalo e da lì alle cascate del Niagara, decido di entrare in Canada ma non capisco bene dalla mappa interrotta dove trovo il confine canadese, è esattamente a due passi, finisco in una corsia che mi porta senza possibilità di retrocedere verso il casello della dogana, quando è il mio turno mi accorgo di avere la tavoletta di cioccolato sciolta nella borsa, estraggo con finta disinvoltura il passaporto con la mano marrone di cioccolato, il doganiere sembra non accorgersene, mi fa delle domande di routine ma è molto simpatico. Dove sei diretto? Quando sei arrivato? La moto è tua? E poi visto il permesso di novanta giorni sul passaporto mi fa la solita domanda a trabocchetto: hai intenzione di lavorare? Assolutamente no.. tra me e me penso che se non mi arrivano i soldi sulla carta sarà la prima cosa che farò. Infine mi chiede che lavoro faccio per potermi allontanare da casa cosi a lungo, taglio corto dicendogli che non sono “employed” ma bensì libero professionista. Mi sorride e mi dice quanto sono fortunato, vorrei invitarlo a venire in Italia di questi tempi e fare il mio lavoro che poi se ne riparla ma taglio corto, saluto e parto.  Faccio una brevissima deviazione per vedere le cascate più famose del mondo, c’è troppa coda da fare e quindi decido di fare la prima “sporca” e sfruttando un passaggio pedonale faccio inversione di corsia…immediatamente uno mi suona probabilmente maledicendomi, io grido “i’m sorry” e scappo nella direzione opposta, dopo un paio di km un motociclista mi suona ancora e allora mi decido a fermarmi, o si è già sparsa la voce sulla mia guida imprudente oppure mi è capitata qualche altra disgrazia alla motocicletta.

Puntualmente mi accorgo che una borsa è spalancata e se non fosse stato per le cinghie interne probabilmente avrei perso il portatile con i documenti dentro, ok sorrido e mi do del pirla anche se magari è indebito assegnarmi la colpa dell’ennesima sfortuna. Procedo in direzione Ovest lungo la 401, i soldi si riducono ancora e i costi in Canada sono decisamente più elevati, mi butto fuori dalla lunga Interstate per cercare una pompa di benzina, attacco bottone con un canadese che mi scorta verso una pompa, chiusa, e quindi verso la successiva aperta, lo saluto, faccio benzina ed entro per pagare, si respira marijuana nell’aria e il cassiere con l’occhio lucido conclude rapidamente la transazione senza dilungarsi in discorsi. Contemporaneamente entrano due motociclisti che dopo aver guardato la mia moto mi urlano ” is it yours ??? that motogusi over there?!” si si è mia la “Motogusi” laggiù, rispondo, e così scambio quattro chiacchiere con due guzzisti canadesi, mi faccio dare le indicazioni su un posto dove mettere la tenda perchè le energie mi stanno abbandonando. Le indicazioni, oppure io, sono sbagliate e così mi perdo, passo un paio di volte in una stradina e vedo due vecchietti seduti in veranda che mi osservano. Tiro dritto, ritorno e infine salto giù dalla moto e spendo le ultime energie in mimica facciale, faccio un sorriso tirato come un elastico e chiedo se conoscono un posto dove campeggiare. Dopo due tentativi di darmi nuove indicazioni capiscono il mio recondito intento e mi dicono ” un attimo che chiedo ai vicini, sicuramente ti lasciano piantare la tenda da loro”. Così è stato e in breve ero seduto con un coppia simpaticissima di canadesi, sui trentacinque, nel loro giardino a bere birra. Abbiamo parlato di viaggi e di culture, azzardando confronti tra la loro cultura e quella statunitense. Il Canada ha poco più della metà della popolazione italiana distribuita su una superficie che da confine a confine è seconda solo alla Cina, le unità di misura sono le nostre, niente miglia o galloni, la loro ospitalità è proverbiale e mi sento molto più mio agio nel chiederla. Dopo un pò il padrone di casa mi dice, “ti dispiace se fumiamo un pò di Marijuana?” “No, fate pure” e così dopo 5 minuti iniziano di risate isteriche, ogni sforzo comunicativo da parte loro per semplificare l’inglese svanisce e io inizio a replicare ai loro sproloqui con sorrisi e frasi generiche pass par tout come “sì può darsi, non lo so, è già, è vero, perché no..” in questa allegria diffusa il sole cala e si aggiungono al comizio le zanzare che ci mangiano vivi. In quelle condizioni potremmo assomigliare a tre scimmie urlatrici che schiamazzano tirandosi sberle in faccia e sulla schiena per ammazzare gli insetti. Pagherei per vedermi da quella prospettiva!

La mattina dopo mi attende una ricca colazione dai due nonni, sono gentilissimi e mi offrono anche pomodori e biscotti da portarmi in viaggio, li saluto e facciamo qualche foto assieme. Imbocco la prima strada veloce verso ovest, i soldi non sono arrivati e rimango con settanta euro, in canada non avrei le gambe lunghe con questa cifra e decido di rientrare negli States, quando entro in riserva mi allontano dall’interstate 402 per cercare una pompa di benzina, imbocco delle stradine  secondarie magnifiche lunghe chilometri e chilometri, le percorro a cinquanta allora, mi fermo e chiedo inforazioni per la benzina a una ragazzina con la bici, contemporaneamente di fianco a lei scorgo intarsiato sul legno l’insegna di una cooperativa agricola. La ragazzina graziosa come una bambolina continua la sua pedalata e intanto io rifletto sulla fretta che mi attanaglia spingendomi fuori dal confine canadese.. dovrei scappare? potrei abbattere le spese di vitto e  alloggio e offrirmi di lavorare in cambio. Entro nella cooperativa agricola, un signore mi accoglie, due chiacchiere anche con lui ma infine mi consiglia di rivolgermi alla fattoria di fronte. Ci vado e un altro signore sul trattore mi spiega che di lavoro non ce n’è.. continuiamo a parlare cercando una soluzione ma il motore del trattore rimane acceso con un baccano che rende le nostre voci ovattate e confuse, perdo il filo del discorso nuovamente e quando intercetto qualche parola comprensibile riprendo a sorridere come un cretino.

Mi chiede di rivolgermi a un suo collaboratore che è appena arrivato in macchina, attacco bottone anche con lui, ascoltata la mia richiesta si mette a ridere, poi mi fa cenno di attenere e chiama qualcuno al cellulare, scoppia a ridere ancora e sento ridere anche dall’altra parte della cornetta. Mi dice, “daccordo vai nella fattoria di fianco che serve un taglialegna” “Thank you my friend!” Gli mollo una pacca sulla spalla, riprendo la Guzzi  e mi spingo per la terza volta un pò più in là. Appena faccio la mia comparsa conosco Mike e dopo una stretta di mano mi fa entrare in un’enorme cisterna di lamiera che contiene mais, riprendiamo subito le presentazioni con la pala in mano mentre vanghiamo i chicchi per svuotare il contenitore. Poco dopo entrerò anche in casa sua conoscendo sua moglie Jane e suo padre George Così è iniziata la mia sosta in Canada, il mio alloggio era una catapecchia in via di demolizione in un campo di pannocchie, decisamente pittoresca e spartana senza sedie ne tavoli ma con acqua calda e frigo funzionanti. Non potevo desiderare di meglio!

E cosi ho passato qualche giorno svuotando cisterne e trasportando assi di legno appena segate. Nella segheria dove esercitavo le mie fatiche ho trovato molti compagni di viaggio, si chiamano “Burn Swallows” e sono delle bellissime rondini piumate di nero di bianco e di “fuoco” che, come me, ogni tanto hanno il vezzo di emigrare verso climi caldi. Hanno quindi anche loro una “pennuta” smania di viaggiare. A quanto pare questo inverno ci reincontreremo in Cile o in Argentina, loro arriveranno su ala, io su gomma. Ma scommetto che mi divertirò molto di più io..

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