Nelle Terre Selvagge – il mio Into the Wild


Sono stato bloccato in tenda 16 ore in totale, sebbene i lampi siano terminati dopo due o tre la pioggia prima forte e poi lieve ha insistito sino al pomeriggio del giorno seguente. Uscendo dal cimitero di automezzi dove avevo trovato rifugio sono stato immediatamente fermato da un urlo: era il proprietario che sentendo la moto si è messo a bloccarmi la strada. Fortunatamente dopo avergli spiegato le condizioni tragicomiche che mi hanno spinto a sostare nella sua terra la situazione si è distesa, è stato comprensivo e si è pure offerto, qualora non avessi trovato benzina, di regalarmene un gallone. Ho fatto da me, scoprendo a 10 km una stazione di rifornimento.

Procedo silenzioso lungo l’interstate 16, mi dirigo ad Ovest ma guadagno miglia anche verso nord, da quando sono entrato in Canada ho cambiato fusi orari e anche diversi modi di vestire, prima ero con la maglietta e la giacca adesso con maglione giacca di pelle, pile antivento girocollo, guscio e pantaloni antipioggia; e non basta ancora per isolarmi dal freddo
Avvicinandomi al polo Nord la differenza di clima si sente, ma la posso sopportare, almeno per ora, quando arriverò alle Rocky Mountain, nel Jasper Park dovrò inventarmi qualcosa per non patire il freddo. Il mio vestiario non mi consente molta autonomia in caso di rovesci, resisto sotto pioggia battente non più di 100 km, poi il bagnato e il freddo iniziano a infiltrarsi anche sulla schiena, le gambe e le mani sono le prime a soccombere, la volontà di proseguire viene subito dopo. Viaggio appoggiando le gambe e la mano sinistra alle teste dei cilindri che mi regalano calore, ma è ben magra consolazione.

Costeggio tantissimi laghi, in Canada sono più di 30.000 e in alcuni di essi abitano strani animali marini, ci sono leggende e controversie scientifiche in merito ad avvistamenti come quello dell'”Ogopogo” serpentiorme e lungo 13 metri apparso un anno fa agli occhi di due canadesi nel lago Okanangan; oppure il “Ponik” del Boucanee River, o il Manipogo del lago Manitoba.Finalmente dopo parecchia strada mi guadagno un cielo abbastanza terso e lo sguardo si riposa su quanto mi circonda: pianure, campi coltivati e pieni di balle di fieno arrotolate. Le possibilità di camppeggiare “liberamente” si riducono parecchio, in Ontario prendendo la prima perpendicolare alla trans-canada con buone probabilità e qualche cattivo sterrato si trovava una nicchia isolata per piantare la tenda. Il campeggio libero è permesso ma nella provincia di Saskatchewan e Manitoba trovare un posto isolato per la tenda e la moto è ardua impresa, soprattutto perchè quasi tutti i terreni agricoli che fiancheggiano le statali sono proprietà recintate.

Arrivo quasi nella regione di Alberta, la penultima attraversando il canada in direzione ovest prima della Columbia Britannica, il sole tramonta e prendo una strada secondaria, mi fermo in una fattoria chiedendo se c’è un posto per piantare la tenda. Nonostante faccia gli occhioni dolci e racconti la mia impresa transamericana il proprietario freddamente mi da le indicazioni per un campeggio distante una trentina di km, poi richiama i tre cani che nel frattempo mi stavano perquisendo con i loro tartufi. Ringrazio e me ne vado, non mi ha concesso la sua terra per una sola notte ma almeno mi ha dato qualche indicazione. Raggiungo il campeggio che è quasi notte e piazzo la tenda illuminandomi con il faro della moto.

mi lascio alle spalle il campeggio Silver Lake dopo aver passato una notte decisamente fredda, nel pieno del mio dormiveglia mi sono dovuto rimettere la giacca da moto, il freddo era pungente e nonostante mi girassi come uno spiedino arrotolandomi nel sacco a pelo la situazione non cambiava. Sono comu
que riuscito a riposare ma le borse sotto gli occhi che mi ritrovo al risveglio sembrano dire il contrario. La mia marcia dura più di 400 km, finalmente il parco di Jasper si fa vicino, in prossimità di Edmonton mi sono fermato in un WallMart acquistando una coperta e un paio di guanti da lavoro in gomma che ho riadattato con la forbice, non sono molto comodi ma proteggono dall’acqua meglio di quelli bucati che uso ormai da anni. Me la sono cavata con 20 dollari e la compassione di una commessa. Stradafacendo sono riuscito a prendere ancora acqua, colpa delle solite nubi-astronave che troppo spesso mi capita di incontrare. Mi fermo a un Mcdonald e bevo un caffe bollente per riscaldarmi, prendo un giornale locale e strappo di nascosto le previsioni meteo. Le conservo come un amuleto portafortuna, geloso delle informazioni che contengono che per una volta depongono a mio favore. Sembra che nei prossimi giorni non vi sarà rischio di pioggia lungo il mio tragitto. La sera mi fermo in una pineta a lato della strada, è una sorta di campeggio senza gestori, accendo un piccolo fuoco e mi scaldo le due scatolette di pollo comprate il giorno prima, una cena essenziale ma gradevole. Sfrutto il caldo del fuoco per asciugare il Toporso, il mio pupazzo-mascotte ricevuto in dono alla mia nascita da parenti che nemmeno ricordo. Le fiamme sono forti e i bottoni che si trova al posto degli occhi si sciolgono, lo levo subito e mi maledico. Rimango chino osservando le fiamme e sistemo alla meglio i pezzi di legno perchè possano bruciare il più a lungo possibile. La mia tenda dista due metri, è la distanza di sicurezza minima per evitare inconvenienti con eventuali tizzoni ardenti ma al contempo insufficiente per ricevere il calore del focolare. La temperatura scende sotto lo zero e ho già capito l’antifona, ripeto meccanicamente le procedure di vestizione come un palombaro che assicura il suo scafandro. Anche oggi è arrivato il riposo del guerriero. Domani dovrò recuperare quante più informazioni possibili sulle condizioni climatiche delle montagne rocciose, c’è il rischio che debba rinunciare ad attraversarle per il lungo da Nord a Sud, pena l’assideramento. Vedremo

E’ il 4 settembre, parto alla volta di Jasper Park, uno dei parchi più belli e incontaminati del nord america, la casa di “Moose”, l’alce Canadese, e dei suoi amici selvaggi. Mi capita di incontrarne un paio che fortunatamente non intendono lanciarsi contro la moto ma rim
ngono ai bordi delle strade, riesco a fargli due foto. Poi raggiungo Jasper dopo aver pagato la mia tassa di ingresso al parco naturale, faccio benzina perchè la prossima stazione di rifornimento sarà a 140 km di distanza, controllando quanti litri immetto nel serbatoio inizio a rendermi conto che la moto sta consumando di più da dopo l’acuqazzone preso per 16 ore consecutive qualche giorno prima. “D’accordo, ti ho lasciato fuori come uno stronzo per 16 ore senza coprirti e hai cercato vendetta aumentando i consumi e terrorizzandomi con la spia dell’olio per 20 km prima che decidessi di spegnerla da sola…, me lo merito ma adesso piantala!! Ti ho coperto con il tuo fottuto sacchetto di plastica di due metri e mezzo tutte le altre notti.. e non dire di no!” – Silenzio –
Un signore con la sua moto d enduro mi approccia, si chiacchiera e poi guarda la mia motoguzzi.. “mm.. non ti ha mai dato problemi?” “no” “non si è mai rotto niente?” “no” … ma a tradimento arrivano i ricordi di quanti km fatti a spingere le mie vecchie moto, forse più di quanti fatti in sella, poi quelli dello spedizioniere che mi raccontava come l’unica Guzzi spedita in America l’anno prima fosse scesa dal container e salita direttamente sul camion dell’officina perchè non partiva.. Mando via i brutti pensieri che per il Guzzista equivalgono a una momentanea “perdita della fede”, concludo la mia chiacchierata chiedendo consigli su strade e percorsi. Riprendo movimento lungo l’unica strada panoramica, è decisamente un lustro per gli occhi e un supplizio per il corpo che di chilometro in chilometro si raffredda sotto il vento che arriva dai ghiacciai soprastanti, mi fermo, faccio due foto e poi genuflesso come un cavaliere appoggio le mani sul cilindro sinistro cercando di usurpare tutto il calore che produce. Riprendo tra laghi, montagne e pinete meravigliose, arrivo a Lake Louise, tra Banf Park e Jasper Park, trovo un campeggio, scrivo due righe al computer e inizio a montare il mio armamentario. C’è foschia nell’aria e ognuno nella propria piazzola rimane seduto sulla sua panca di legno senza socializzare, chi legge con il berretto calato sino alle sopracciglia e chi sta appoggiato al sedile della macchina con lo sguardo fluttuante tra le cime dei pini. A me tocca prepararmi un panino con il salame. Mangio e come di consueto metto cibi e avanzi in un sacchetto a diversi metri dalla tenda, una contromisura per gli orsi, purtroppo contravvengo al buon senso e mi tengo i biscotti in tenda, li difenderei a costo della vita e voglio svegliarmi il giorno seguente e mangiarli subito. Rido leggendo sulla guida del parco che esistono spray “anti orso”, ero rimasto a spray che fermano zanzare o al limite stupratori ma a quanto pare ce ne sono anche per bestie di 300 kg. Alcuni mi chiedono come mi regolo con il problema degli animali selvatici, grizzly nella fattispecie o “black bears”. In effetti mi è capitato di leggere di tutto al riguardo, chi consiglia di fischiare, chi di accovacciarsi, chi di arrampicarsi, chi di fingersi morti. L’unica cosa certa è che sto sottovalutando il problema, o meglio, ho sempre tenuto i cibi lontani dalla mia postazione ma ho anche sempre pensato che la goffaggine e la mole di un orso lo renderebbero decisamente lento e impacciato qualora tentasse di inseguirmi mentre scappo. E’ qui che sbaglio. Ken, presso cui sto sostando da un paio di notti, mi ravvede subito “if you run away you’re fucked man!!” e scopro che un orso può raggiungere i 30 – 40 km orari. In sostanza, mi spiega Ken, non c’è scampo, se stai tranquillo molto probabilmente si disinteressano rapidamente a te e cercano cibo, ma se dovessero attaccarti l’unico modo è rannicchiarsi e proteggere la nuca cercando di stare immobili. “Ma se spaventi un piccolo grizzly e sua madre è nelle vicinanze molto probabilmente sei fottuto ugualmente” dice Ken, “..se invece è un giaguaro o un orso nero allora gli puoi risultare appetitoso anche rannicchiato per terra e in quel caso fai bene a mostrarti aggressivo, ma sino a che non si mette male stai sempre calmo e tranquillo” Insomma credo che sarei morto ancora prima di capire da che specie vengo aggredito ma fortunatamente le casistiche sono veramente rare anche se ogni anno si contano sempre le vittime di aggressioni. Bene, fatta la cronaca nera, riprendo a raccontare il trascorso; mi alzo la mattina dopo passata a lottare contro il freddo con la mia nuova coperta di pile e al posto dell’orso trovo un corvo lungo 40 cm che passeggia tra le piazzole cercando cibo. Leggo i messaggi sul cellulare, il mio amico meccanico mi scrive “come va con la Guzzi?” e
io rispondo “benissimo”. Accendo la moto per scaldare il motore, e inizio a sentire un odore fin troppo familiare: benzina. Scopro un tubo che perde e sotto una lieve pioggerellina inizio a smontare il serbatoio con un piglio e un’allegria da funerale. Trovo il maledetto tubo, è consunto e a ben ricordare mi ero pure appuntato di prendermene un metro di scorta, mai fatto. Lo avvolgo con il nastro isolante e rimonto tutto, guardo la moto contrariato e non dico una parola, lei nemmeno. Accendo il motore e il tubo non perde più, non lascio trasparire contentezza, è troppo presto, semplicemente mi rimetto in marcia. Ridiscendo lungo il Banf park. Tre ore dopo incontro Ken.
Ci sono tre cose che non devi fare per fare incazzare Ken:

1) Non fargli mancare le sigarette: Ken fuma solo quando arrivano stranieri fumatori e gode nel farlo quindi non togliergli questa possibilità
2) Non parlare bene degli Indiani: Ken affitta lo spazio per la sua casa in una riserva indiana in cui gli indiani ricevono casa, soldi, assitenza e qualsiasi copertura senza pagare nulla, nemmeno le tasse. Questa è una forma di “scusa” per i torti subiti ma Ken si è stufato di vederli ubriachi e nullafacenti.
3) Non sbagliarti quando lo chiami: il suo nome è Ken e non Kent

Tre sole avvertenze e poi la strada dell’amicizia è spianata e percorribile. Cosi stiamo seduti in veranda a chiacchierare insieme a Maureen, entrambi sono sulla sessantina, affabili e simpaticissimi. Lui è di discendenze ucraine e lei scozzesi. I discorsi ci trasportano in ogni dove, finche parlando del senso del mio viaggio concordiamo sul fatto che è una fortuna e che è normale che attiri l’invidia di molti. Io replico raccontando le mie preoccupazioni relative al vuoto che ho davanti pensando al mio futuro, un vuoto che posso riempire con la libertà di decidere e fare quello che voglio ma anche un vuoto che mette ansia in certi momenti, nella fattispecie quando penso a chi nel mio paese ha “attraccato porti sicuri” e messo radici consuete e tranquillizzanti che in questo momento sento di non possedere. Possiedo una moto e un pc portatile ora, prima anche la certezza di come e dove impostare la mia professione e la mia vita.. adesso le ho perse.

“Guarda amico mio” mi dice dondolando sulla sua sedia in legno nella veranda che affaccia sulla riserva indiana “ho lavorato duro nella mia vita, ho deciso di fare soldi e fermarmi a 55 anni, ritirarmi e godermi i frutti del mio lavoro, poi a 54 anni successe una cosa…”

“Mi diagnosticarono un tumore al sangue che ora, attraverso una proteina, colpisce anche le terminazioni nervose impedendomi di fare certi movimenti” e mi mostra la mano tremante mentre cerca di muovere una penna tra le dita.

“Non c’è speranza, mi hanno dato qualche anno di vita”

“I am a death man walking my friend”

Dissimulo sul volto quanto mi passa dentro: è forte.

“Non è strano? Ho tutte queste cose e non posso sfruttarle, la roulotte che ti ho lasciato per dormire non posso più guidarla e rimane li immobile, adesso c’è una lieve remissione dei sintomi fortunatamente ma… la malattia rimane”

“E’ raro incontrare persone ricche di tempo e ricche di denaro” mi aggrego io riprendendo un pensiero nato in questo stesso paese un mese prima.

“Ti racconto una storia my friend: c’è un becchino che preparando un cadavere prima della sepoltura gli controlla le tasche e vi trova dieci dollari dentro, e sai cosa dice?”

“Dice: Questo uomo ha lavorato mezz’ora più del necessario”
“Cosa significa?” Rispondo.
“Significa che quell’uomo ha speso quello che ha guadagnato nella sua vita tranne quegli ultimi 10 dollari avanzati, quella mezz’oretta di lavoro in più, è stato bravo a far avanzare così poco, cosa ti serve morire ricco?”
Dopo pacche sulle spalle e l’augurio di un buon riposo ci salutiamo tutti e tre, mi incammino vero la roulotte e vado a letto sereno, ancora una volta stupefatto e contento dello splendido incontro fatto con queste persone.

Ripenso a quando ci siamo conosciuti due giorni prima:
“Salve, conosce per caso un posto nei paraggi dove posso piantare la tenda?”, mi rivolgo con questa frase a un uomo che lavora il suo orto dopo 30 minuti di sterrati alla ricerca di un fantomatico campeggio gratuito segnalato da un cartello in prossimità del confine con gli Stati Uniti a Sud di Calgary. Il signore mi guarda, “dove sei diretto?” “ma..principalmente in sud america ma per il momento sto rientrando negli Stati Uniti dopo aver attraversato il Canada..”. “Hai detto sud America? .. vieni puoi piantarla nel mio giardino, ho lavorato ovunque in sud america!”. Cosi conosco Ken e sua moglie Maureen, mi fermerò da loro alcuni giorni ospitato non nel giardino ma bensì nella loro bellissima e confortevole “MotorHome”, una roulotte di 7 metri equipaggiata di tutto che lasciano parcheggiata di fianco alla loro casetta nella riserva indiana di Tobacco Plains Il posto è incantevole e le conversazioni prendono le direzioni più disparate, dal mio viaggio ai loro, dalla loro vita alla mia, dal Canada all’Italia passando per Stati Uniti Europa e Oriente, e molto più in là..
Sono eccitato alla sola idea di avere un tetto sopra la testa e un piccolo calorifero elettrico che mi permette di dormire in mutande, cosa che non facevo da più di un mese a causa del clima tutt’altro che mite. La prima sera, rimango seduto sugli scalini della roulotte esausto per le ore di viaggio ma meravigliato da questo ennesimo incontro. E’ la seconda volta che provo ad uscire dal confine canadese ed è la seconda volta che un forza immateriale fatta di circostanze, accadimenti e incontri mi ci trattiene dentro per scoprire e conservare ancora di più. La natura di questo viaggio è affidata al caso fortuito, all’improvvisazione e alle condizioni meteo ma inizio a sentir crescere sullo sfondo una trama più complessa e sensata fatta di incontri esperienze e storie che mi orientano meglio di quanto non abbiano fatto le mappe o i depliant. Prendo il mio tempo dunque e rientro nella motorhome per vivermi la prima notte al di sopra dello zero, arrotolato in una coperta che non devo dividere con batteri ed acari e con una stufetta che si cura di tenermi caldo fino a mattina. Questo è l’ultimo ambiente del mio racconto canadese, iniziato in un motel e continuato lungo la strada e in tenda. Per quanto delizioso sia il posto e per quanto lo siano Ken e Maureen a breve dovrò levare le ancore e riprendere la strada magari posticipando ancora l’ingresso negli Stati Uniti spostandomi verso Vancouver per qualche altro centinaio di chilometri.

Prima o poi dovrò girare verso sud e iniziare la lenta caduta libera verso il Centro e Sudamerica cambiando climi, stagioni, ambienti lingue e culture.

By | 2016-12-17T15:45:37+00:00 settembre 8th, 2008|Diario Personale di Viaggio, Generale|

12 Comments

  1. andrea 9 settembre 2008 at 13:39 - Reply

    ..che dire, ho letto or ora tutto di un fiato ciò che hai visto e raccontato da agosto ad oggi..
    io passo i giorni a lavorare come un mulo e a volte faccio fatica a capire il perchè, anche se come sai in questo momento è necessario, ma evadere con te, tramite ciò che vedi, che senti, le persone e i luoghi che incontri, è mun momento di energia, di carica e di fuga interiore fondamentale…grazie
    raggruppo le idee e le forze e a presto ti invio una bella e-mail
    un abbraccio amico

  2. Luca 9 settembre 2008 at 13:46 - Reply

    E l’avventura continua…
    Chissa’ cosa avra’ pensato di te Ken. Si sara’ detto tra se e se che tu stai spendendo bene il tuo tempo ed i tuoi 10 dollari? Immagino di si.
    Chissa’ se sei riuscito a lasciare il Canada freddo e piovoso per riportarti negli USA, sembra davvero che quel gelido abbraccio non voglia lasciarti scappare!
    Ma il sole ti aspetta qualche migliaio di km piu’ a sud ahhahahaha detto cosi’ sembra facile lo ammetto, ma non si puo’ dire diversamente.

    Punta la forcella a sud e percorri l’asfalto…e cerca di riposare il piu’ possibile concedendo il meritato riposo e qualche cura premurosa anche al tuo destriero prima che si trasformi in un bear affamato d’olio e benzina!!! Non centellinare troppo col vestiario pesante ne’ per te ne’ per la califoggia, arriverai tra diverse settimane a poter godere del sole caldo sulla pelle…che poi maledirai perche’ sara’ troppo, ma questa sara’ un’altra avventura che ci racconterai piu’ avanti!
    Ciaooooo

  3. Laura 9 settembre 2008 at 16:42 - Reply

    che dire Claudio…ieri ad una riunione del centro clinico ti abbiamo pensato, complimenti per il tuo viaggio. Tutto questo sicuramente ti mette al centro di te stesso. Complimenti e buona continuazione. Con affetto
    Laura

  4. Guy 9 settembre 2008 at 18:09 - Reply

    Non ti dimenticare di passare dallo yellowstone! Mia Zia vive in colorado a dieci ore a sud dello yellowstone se ti va di fermarti! Fammi sapere. Proprio belle le tue prime scritture

  5. il Fè&Hao 10 settembre 2008 at 18:59 - Reply

    Ahahahahaha! sorrido per il “Pericolo Orsi” e perchè al nome Ken, ho associato Kenshiro… vedi? sono pirla quanto te!!
    Un abbraccio, il tuo cuggino ;)

  6. rik 10 settembre 2008 at 21:00 - Reply

    …oltre a tutti gli orsi, pu.ma. e tutte quelle bestie che trovi in giro…
    attento e non lo dico per scherzo a incontrare trombino e pompadour…
    attento a quello per cui sono molto famosi
    U.F.

  7. pave 12 settembre 2008 at 07:38 - Reply

    Ti sei preso iltempo….,(dici nel tuo scritto)Solo cercare di riflettere su questo concetto mi affascina e mi richiederebbe del tempo che non possiedo! tu invece lo vivi,FANTASTICO!pave

  8. ponant 12 settembre 2008 at 11:22 - Reply

    le riflessioni migliori, si presentano da sole
    con il tempo, basta fare silenzio e dargli il tempo di manifestarsi…

  9. Marco 12 settembre 2008 at 17:13 - Reply

    Sì, di invidia ne provo un po’ anch’io… verso il tuo viaggio, ma poi penso che una buona risposta a questo sentimento è di avvicinare in parallelo le esperienze che racconti, le persone e i luoghi che incontri, con le mie giornate che per quanto “normali” o prevedibili possano essere, mi riservano uno spaesamento voluto, una scoperta, che mi dice che ho impiegato bene la giornata. Insomma volevo dire che il tuo viaggio mi è un bel tramite. e per finire in gloria cito Hugo e voto il tuo racconto:<><> Les travallieurs de la mer. V. Hugo 1866
    un abbraccio dal Friûl, Marco

  10. Marco 12 settembre 2008 at 18:25 - Reply

    sorry: le citazioni, tra virgolette, erano queste: “Da quale angolatura il misterioso ordinatore vede le cause e gli effetti? Quale senso hano gli elementi che fanno da intermediari tra lui e noi?” e ” I fenomeni s’intersecano; vederne solo uno equivale a non vedere nulla.”ancora saluti cari

  11. Claudio 13 settembre 2008 at 01:31 - Reply

    Ciao a tutti! grazie per la compartecipazione ai racconti, parlando di stranezze e normalita`, di esotico e di quotidiano mi viene sempre da pensare alle invidie che il mio viaggio raccoglie..e mi viene da dire che questo viaggio nasce dalla quotidianeita`, dalla noia talvolta, dal senso di non essere al posto giusto nel momento giusto.. dal fallimento di trasformare una giornata di quotidiana amministrazione in un evento di felice pazzia. Dio salvi la regina e la quotidianeita` allora! ..che sebbene un giorno reincontrero` per il momento appartiene a voi che mi state vicini e che sapete rinnovarla e cambiarla senza percorrere migliaia di km!

    Continuate a seguirmi e continuiamo a scambiarci pensieri.. che non sono mai troppi.. e continuate a votare l`articolo perche` non sono un politico!!

    Ciao!

  12. Gianpaolo 17 settembre 2008 at 09:57 - Reply

    Hei vecchia roccia! Sai bene che ti consideravo un grande anche prima che infilassimo la moto nel container a La Spezia, ma ora c’è la conferma sulla pubblica piazza!
    Mi conosci, e sai che la nostra professione si gioca sul dettaglio e i dettagli dei tuoi racconti mi fanno capire tante cose: il percorso formativo comune, la compulsione al viaggio interiore e le abitudi all’interno della tenda!
    Che roba Clod! Leggere le tue storie provoca qualcosa che non si può ne scrivere ne dire, ci stai regalando degli squarci di visione diretta sull’essenza dell’Essere Umano. Grazie! Continua, ma salvaguarda la salute… so bene come incide il freddo sul tuo organismo!!! Lo potevo scrivere?
    Un caloroso saluto…

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