COME SI FA A PARTIRE PER UN GRANDE VIAGGIO?

Se la partenza per un grande viaggio è una cosa “fuori dal comune” dovrai anche imparare a ragionare e agire fuori dal comune.

Trekking de Santa Cruz, Perù

L’INCASTRO TRA PARTIRE E RIMANERE

La prima cosa che voglio dirti è questa:

Se hai scelto di partire ma non hai il coraggio di farlo sei ufficialmente un essere umano sensibile al contesto dove vive, in ascolto delle sue emozioni, preoccupato per la sua vita, alla ricerca della sua felicità, intrappolato tra dubbi su questioni importanti. HAI TUTTO IL MIO RISPETTO.

Non ho mai raccomandato un grande viaggio tranne che a poche persone, non ho mai pensato fosse la VIA per eccellenza, né una ricetta, una prescrizione o una soluzione esistenziale valida per tutti. È una strada come un’altra, forse carica di promesse, felicità, pirotecnici cambiamenti… o forse è semplicemente diversa dal cammino che molti prendono, magari anche peggiore. Sicuramente molto difficile da intraprendere perché nonostante l’aurea di scoperta e avventura che la circonda viene spesso condannata come folle proprio quando sta diventando una realtà. Se la nostra economia è decisamente propedeutica a una partenza verso paesi dove ancora si sogna un futuro prospero la nostra cultura invece non lo è. Eravamo un popolo di grandi viaggiatori e poi di grandi emigranti, abbiamo sperimentato partenze sotto il segno della scoperta, dell’avventura e della necessità. Oggi siamo una cultura della stanzialità.

Questo ti renderà le cose difficili se devi partire. Ci sono persone che rimangono perennemente sull’uscio della porta, incastrati in uno stato snervante tra il partire e il rimanere. Ovviamente, anche se mi sembra chiaro, non parliamo di partire per una vacanza ma parliamo di partenze più “importanti” come quella per un lungo viaggio da soli, o senza la garanzia di un ritorno fissato, o addirittura con il sogno segreto di cambiar vita.

Ci sono desideri che spingono verso la partenza e paure che ci tirano indietro prima che avvenga, bloccano ogni processo, ogni flusso di trasformazione, ogni azione. È la paralisi. Uno stato veramente brutto, sopratutto perché si mantiene su un conflitto tra parti opposte, una che desidera il cambiamento e una che lo teme. A lungo andare, quando proprio non ne possiamo più di stare in questa condizione, alcuni di noi getteranno la spugna ripetendosi di aver “messo la testa a posto”, altri penseranno di “non avere il coraggio”, altri ancora le possibilità economiche o particolari condizioni. Ci sono tanti motivi per rimandare o annullare una scelta quando sta per essere realizzata. Sopratutto quando siamo sotto il fuoco incrociato di ragioni opposte. Solo voi saprete se state facendo bene o male.

Se saranno menzogne o verità. Spesso la paura trasforma la partenza in un salto dal trampolino verso il vuoto, è tipico della nostra cultura. Se fossimo canadesi inglesi o neozelandesi la penseremmo diversamente. Quando ho incontrato viaggiatori di questi paesi ho avvertito un senso di naturalezza circa il viaggio, quasi una tappa evolutiva da affrontare per completare la propria formazione con una cognizione del mondo che sta “al di fuori” della propria terra. Con la curiosità di provare sé stessi altrove e vedere cosa succede. Se va meglio o peggio.Ma per noi italiani è un po’ diverso, ci diciamo che viaggiare è importante, sentiamo storie felici di espatriati, di viaggiatori malati di “wanderlust”, di chi è tornato con il sorriso e la voglia di ripartire… eppure lasciamo il nostro viaggio sognato come una questione secondaria a una miriade di altre faccende. Ma se riusciamo ad avvicinarci veramente a questa possibilità, a considerarla sinceramente come parte del nostro percorso, ci accorgiamo chiaramente che nuove paure ci vogliono tirare indietro. È successo a me e a molti altri. Per questo scrivo quest’articolo. Per rimettere un po’ di pace nel cuore di chi diserta i propri sogni perché gli si apre davanti uno scenario serissimo, quasi di scelta tra il vivere e il morire, che può trasformare lo slancio gioioso iniziale, il fisiologico gesto di conoscere il mondo camminandoci dentro, in un senso di vuoto, di smarrimento e perdizione. Quasi il terrore di commettere un grande errore irreparabile invece che una scelta come un’altra che va provata sul banco della vita.

LA MIA ESPERIENZA E L’IMMAGINE DEL MIO DESTINO CHE VA IN PEZZI

Quando parlo del mio viaggio spesso mi sento commenti che mi suggeriscono l’immagine di un coraggioso nostromo che in modo cazzuto una mattina ha preso in mano la sua vita e l’ha girata con tutte le sue forze come il timone di una nave che sta per sfracellarsi sugli scogli. Ha condotto in salvo la ciurma, la nave, baracca e burattini. È un eroe. Palle.

In realtà, anche se l’ho detto ovunque e fino alla nausea, non è andata proprio così. L’immagine è sbagliata. Siccome dopo quasi dieci anni ho consolidato una professione e sono felice… sono un eroe. Se fossi tornato a mani vuote, riprendendo uguale la vita di prima, sarai stato visto probabilmente come un fricchettone giramondo e perditempo cha ha svirgolato e se n’è andato.

Al di là dell’immaginario la verità è che ho avuto una paura fottuta e ho usato stratagemmi sin dall’inizio per portarmi anima e corpo sulla linea di partenza dopo un percorso di distacco e preparazione in cui ho avuto tanto entusiasmo quanto sofferenza. Ogni certezza che avevo è stata crivellata da dubbi, ogni giustificazione a partire affondata senza pietà da ogni tipo di ripensamento, ogni entusiasmo altrui minato da chi invece mi credeva un pazzo.

In sostanza: o un eroe o un coglione. Senza via di mezzo, la nostra cultura non ne prevede. La prova è che anche io ho pensato di me lo stesso. O un eroe o un coglione.

Oggi che mi guardo indietro mi sembra di vedere molto piccoli quegli ostacoli che ho superato prima di decidermi a partire. Ho forse una visione più anglosassone del mio viaggio, più un processo di autoeducazione, anche se è successo quando avevo 28 anni, una professione e due master in psicologia.

Ma nel lontano 2008, quando i piccoli ostacoli li avevo davanti invece che dietro, mi sembravano pareti scivolose da scalare a mani nude e senza sicura. La posta in gioco mi sembrava troppo alta. L’insoddisfazione per la mia vita non era poi così grande, e la speranza per un domani migliore era sempre lì, pronta a farmi attendere fiducioso anno dopo anno. Credo che la nostra più grande paura in questi momenti sia fare un danno irreparabile a quell’idea di futuro che abbiamo costruito nella nostra testa. Da qui nascono gli tsunami.

Spesso mollare tutto e partire equivale a tirare un pugno dentro lo specchio dove ci guardiamo ogni giorno. Mandare in frantumi l’immagine di noi stessi nel quale ci siamo riconosciuti, alla quale tutti si sono abituati.

SPOSTARE L’ATTENZIONE DAL “SENSO” AL “TEMPO”

Quando a Radio Popolare m’intervistarono dopo il primo anno e mezzo di strada mi chiesero come cavolo si fa a mollare tutto e partire. La mia risposta è stata questa:

IMMAGINA DI VIVERE 80 ANNI, PRENDI UN SOLO ANNO, CIOÈ UN OTTANTESIMO DELLA TUA VITA E DEDICALO AI TUOI SOGNI.

Ho elaborato quello che pensavo in una frase concisa (che magari suona un po’ slogan), perché invece di concentrarmi ossessivamente sul “senso” di quello che stavo facendo, disseminato di perplessià esistenziali e domande amletiche, ho preferito spostare l’attenzione sul tempo. Semplicemente sul Tempo, quello totale della nostra vita, e metterlo in relazione a quello che ci occorre per il nostro sogno, per il nostro esperimento di cambiamento. In questa sede sarà il tempo che ci occorre per un grande viaggio rispetto al tempo che, probabilmente, vivremo nell’arco della nostra intera esistenza.

Anche i conduttori di Radio Popolare sembravano sorpresi da questo spostamento tattico di ragionamento. Se prelevi un pizzico del tuo Tempo e lo dedichi al tuo grande progetto le cose non suonano più così male. Perché ho fatto questo? Perché continuare a ragionare, oltre una certa soglia, sulla questione se è giusto o sbagliato quello che stiamo per fare ci condurrà dritto a una paralisi decisionale.

Dopotutto il viaggio è anche mistero e avventura, inconoscibile a priori… inutile quindi metterlo su un piatto della bilancia e soppesarlo. Non sappiamo ancora che consistenza ha finché non siamo partiti per realizzarlo. Gli strumenti della ragione, tra l’altro non adeguati per pensare simili cambiamenti (vedremo più avanti perché), non hanno virtù chiaroveggenti. Spiacente. In un senso più generale, nell’ampio spettro delle scelte importanti di chiunque, la nostra ricerca della felicità incontrerà sempre le paure, la nostra spinta al cambiamento incontra sempre i giudizi, la “nostra peculiare verità” si troverà sempre davanti l’omologazione e il senso comune.

Diventa una partita dove entrano in campo troppi elementi, si genera troppo conflitto e troppo rumore di fondo. L’eccessiva premeditazione può uccidere ogni genuina spinta al grande passo per avere in cambio una tranquillità più conveniente (alla lunga più deprimente) e più accettabile sul piano sociale.

PERCHÉ É DIFFICILE “RAGIONARE” SU QUESTO TEMA?

È forse sbagliato partire e mollare tutto con un colpo di testa ma altrettanto sbagliato pensare di percorrere fino in fondo questa trasformazione radicale con il ragionamento e uscirne “puliti”, senza dubbi né paure.

Quindi non partire per un colpo di testa ma non prendere a testate il muro per mesi o anni prima di decidere. Questo genere di cambiamento è troppo conflittuale per essere affrontato con la logica, sopratutto quando viene messo in discussione lo stile di vita “normale” della società dalla quale vogliamo prendere una distanza partendo.

La nostra decisone se prima è intima e già complicata, poi diventa pubblica quando prepariamo le valigie sotto gli occhi di tutti. A quel punto la battaglia non è più solo personale (era già difficile così) ma inizia a coinvolgere altri allargando il campo i battaglia. Diventerà quindi un affronto alle idee che gli altri hanno di noi, uno sputo in faccia allo status quo che prevede di stare sempre, responsabilmente, al proprio posto di combattimento. “Chi parte sa fuggendo”, quante volte lo abbiamo sentito dire a sproposito.

Quando abbiamo maturato abbastanza le nostre buone ragioni per un cambiamento importante (magari con l’aiuto di una selezione ristretta e fidata di persone), è meglio che ci concentriamo non più sul suo significato ma sull’assegnazione di un tempo della nostra esistenza perché questo possa accadere. Un ottantesimo della nostra vita per esempio.

Un solo anno per provare a mollare e partire, vedere cosa ci succede, se era una buona idea oppure no. Personalmente, dopo un decennio di strada, confermo che è stata una buona scelta, mi aggiungo alla numerosa schiera dei non pentiti che ho incontrato cammin facendo.

ECCO ALTRE “PARTENZE” ANCORA PIÙ IMPORTANTI CHE HAI FATTO SENZA SOFFRIRE COSÌ TANTO.

Passare dalla scuola superiore all’università, sposarsi, avere figli, cambiare lavoro, cambiare casa. Sono tutti esempi di decisioni importantissime che spesso avvengono con più naturalezza perché rientrano nei nostri registri culturali.

Guarda qua:

-Un università = 5 anni della tua vita + magari 40 di lavoro nel settore

-Un figlio = almeno 20 anni di enormi cambiamenti al tuo stile di vita

-Un mutuo = altri 20 o 30 anni di impegno

-Una macchina = 5 anni di rate

-Libera professione = innumerevoli anni di sfide, sacrifici, scelte e conseguenze

Mi seguite? Ora leggete sotto:

-Un anno di viaggio = Un anno di viaggio!!!

Eppure quali saranno le reazioni a quest’ultima scelta? -> Sei un pazzo, stai buttando nel cesso la tua vita, stai fuggendo, sei un eroe, sei un mito, sei incredibile, etc…<-

Non vi sembra dissonante? Un po’ assurdo? Sbilanciato? Impari? Riconoscete il peso enorme che state portando sulle spalle a causa della vostra cultura? La difficoltà a pensare questo tipo di cambiamento, diciamo, “divergente”?

Invece quando si tratta dei cambi radicali ma convenzionali, di queste “partenze” comuni che conducono da uno stadio ad un altro (università, macchina, figlio etc) se ne parla certamente, eppure non fanno clamore, non disturbano o scompongono, non attirano eccessivamente l’attenzione perché non sfidano consuetudini e quindi non polarizzano opinioni tra estremi ridicoli (un mito, un eroe, un pazzo, un disadattato).

Tutti questi processi sono importantissimi e possono portare a felicità o schiavitù, pienezza del vivere o malessere. I risultati che sono seguiti a studi internazionali sulla qualità di vita (“a better life” è uno di questi) qualificano l’Italia come un paese tendenzialmente infelice dimostrando come spesso la bussola che usiamo per orientarci non ci conduce sempre alla felicità.

Ho scritto tanto sulla felicità e ci saranno cose che sicuramente ti stupiranno QUI.

Potremmo domandarci quindi se è vero che le scelte meno sofferte, più naturali e comuni, portano necessariamente a risultati migliori di altre scelte più “fuori dal comune”, dolorose e conflittuali.

Sarebbe bello confrontare la felicità di 100 che partono e 100 che restano, prima durante e dopo il grande cambio o il grande “non cambio”. Non abbiamo questi dati ma sono sicuro che raccogliere testimonianze di viaggiatori felici aiuti soltanto fino ad un certo punto. Cercare specularità nelle vite di altri, cercare garanzie e rassicurazioni in storie che si assomigliano ma hanno diversi proprietari non è sufficiente, credo.

Purtroppo se vuoi partire devi farti i muscoli da solo, perlopiù. È buono fare capanno con altri che sono partiti o tornati, leggere libri o cercare informazioni e racconti ma alla fine il gesto di segnare una data sul calendario sarà soltanto tuo.

Mollare tutto e partire non è un fenomeno che né noi né la nostra comunità siamo preparati a digerire tanto facilmente come facciamo con altre, magari più importanti, scelte.

La società è fatta per stare insieme, adunare e avvicinare. Pensa più a inserire che a togliere, a crescere e integrarsi invece che ridursi e disgregarsi, a generare un pensiero comune e condivisibile usato per guidare decisioni e organizzare le vite di tutti. Quindi è inutile insistere utilizzando gli strumenti del ragionamento collettivo per autorizzarsi ad abbandonare questa collettività.

Il grande esodo del secolo scorso è avvenuto non perché “ci abbiamo pensato tutti assieme“ ma perché dovevamo sopravvivere scappando dalla fame e dalle bombe.

Oggi dobbiamo buttare giù i muri che ci separano dalla ricerca di noi stessi. La nuova fame è la felicità.

MOLLARE TUTTO E PARTIRE PUÒ FARE MOLTO MENO MALE DI SCELTE “NORMALI”

La scelta di partire (che vediamo spesso solo come un abbandono di qualcosa e non come incontro di qualcos’altro) dal mio punto di vista può essere anche MOLTO meno distruttiva di molte altre che prendiamo come “naturali”.

Distruttivo può essere un matrimonio che non va per il verso giusto, una laurea in qualcosa che poi non ci interessa, una nascita di un bambino non desiderato, una casa in un posto che non sentiamo come nido, un lavoro che diventa una gabbia.

“Partire è un po’ morire” forse, oppure è finalmente iniziare a vivere.

Quando inizi un nuovo lavoro non sai se sarà una condanna a morte oppure una soddisfazione, ci pensi tanto ma in ultimo devi provarlo per renderti conto.

Quando inizi una facoltà credi che sia la tua strada e inizi un percorso di formazione-specializzazione-tirocinio-lavoro che dura molto più di un ottantesimo della tua vita, magari anche una buona metà di questa e in questo lasso di tempo le cose possono anche cambiare. Lo sai benissimo, lo sanno benissimo gli altri e nessuno ti salda addosso per trattenerti quando vai a un colloquio.

Anche in questo caso il risultato delle scelte “lo scoprirai solo vivendo”, non perdendoci anni di riflessioni che non possono anticipare nulla. Questo lo sappiamo tutti vero?

Invece quando molli tutto e parti sembra palese che stai cancellando la linea della tua vita, che stai spezzando il tuo destino, rinunciando a tutte le sicurezze, fuggendo, rompendo, sradicando, buttando via…

Non è così molte volte? Non ti sembra di riscontrarlo nelle reazioni di qualcuno? Questo lo trovo ingiusto, è un altro motivo per cui la razionalità e il giudizio a un certo punto devono ritirarsi e liberare il campo per le prove empiriche. Le sperimentazioni.

Come vedi certi cambiamenti hanno il beneplacito di noi stessi e della nostra comunità anche se possono essere veleni pericolosi, mentre altri sono demonizzati a priori solo perché vanno in direzioni diverse. Se è questo il caso verranno bollati da subito come folli, “borderline”, assurdi. Questo è scorretto.

Anzi, è un errore culturale e di ragionamento. In realtà ti stai solo trasformando e per farlo devi assaggiare nuove esperienze per capire meglio chi sei e cosa desideri. Come quando apri un libro per vedere se ti interessa, provi un cibo nuovo per scoprire se ti piace, inizi una relazione con qualcuno che ti attira, provi un farmaco per vederne gli effetti.

PENSACI SU MA POI INIZIA UNA SEQUENZA DI AZIONI

Se la tua scelta, ragionata e meditata, è partire ma senti di non avere il coraggio di farlo allora pensa solo a riservarti il tempo per “un esperimento”. Come detto prendi per te una piccola frazione della tua vita sapendo che, se non danneggi la libertà altrui, non è nulla di scandaloso, anzi, è forse doveroso.

Poi, per sciogliere le ultime indecisioni puoi darti un aiuto “fregandoti”. Mi spiego. Stabilisci un punto di non ritorno (Comprare un biglietto aereo? Un annuncio pubblico che te ne andrai? Un piccolo viaggio che serve come prova generale per il grande viaggio? Un altro passo intermedio che permette di salire uno scalino più in alto?). La mia partenza è nata come discorso con me stesso, fantasia lontana, poi è diventata un ipotesi scellerata, fantasia più vicina, poi è diventata un annuncio ai miei genitori, dichiarazione, poi un annuncio a un forum di motociclisti, affermazione pubblica, poi la preparazione logistica, pianificazione, poi l’acquisto di un biglietto aereo, finalizzazione. Poi la partenza. Ed ero già nel viaggio.

Credete che ciascuna di queste fasi sia stata supportata da coraggio e convinzione? Quasi mai. Un giorno mi svegliavo sentendomi un eroe e un giorno sentendomi un coglione. Sono figlio della mia cultura e ho ragionato secondo gli strumenti appresi dentro questa. Ho riflettuto tanto, di sicuro, ma ad un certo punto ho dovuto stabilire una sequenza di azioni perché non ne sarei mai venuto a capo con il puro ragionamento. Ho pian piano congedato i clienti, ho rinunciato a rinnovi di contratto, ho diminuito le ore di formazione. Ho chiuso valvole e saracinesche.

Mi sono trascinato da una fase all’altra senza avere illuminazioni, certezze o palle. Solo sapendo che non ci sarebbe stato nulla di male a dedicare un pezzettino della mia esistenza a questo esperimento. Stavo per raggiungere un altro punto di non ritorno, non relativo al viaggio questa volta. Ero in procinto di aprire uno studio creando un vincolo che non mi avrebbe permesso partenze o lunghe assenze per anni… forse per sempre. Era adesso o adesso. Non potevo procrastinare. Comunque, dopo otto mesi, sono partito confermando che ciò che mi ha portato a scegliere il viaggio era una parte sana di me, curiosa e genuina. Una parte che non aveva nessuna parentela con la deficienza o con l’irresponsabilità.

Se la partenza per un grande viaggio è una cosa “fuori dal comune” dovrai anche imparare a ragionare e agire fuori dal comune. Quando ho annunciato la mia partenza in un forum di motociclisti ho scoperto che la maggior parte di loro non aspettavano altro che qualcuno del gruppo si buttasse in un’impresa simile.

Questo ha generato una potente onda di entusiasmo e un’aspettativa generale. Ho fissato un punto di non ritorno. Sono sicuro che se avessi annullato la partenza nessuno mi avrebbe dato del codardo ma di certo sarebbe stato difficile rimangiarmi tutto, fare dietrofront accampando scuse davanti a una tifoseria accanita ed entusiasta. Questo uscire allo scoperto e dichiarare, senza palle, cosa avrei fatto, è stata un’azione, un punto di non ritorno.

LA NON PARTENZA

Ricordati che se la tua scelta è di partire ma alla fine non parti questo non cambia le carte in tavola. Dentro di te ci sarà sempre scritto “voglio partire” ma non ne scaturirà nessuna azione. Come un meccanismo inceppato. Un sogno nel cassetto che poi diventa rimorso. Per carità, spero con questo discorso di averti aiutato a discernere se il ragionamento “contrario” che ti trattiene è buono oppure no. Costruito su rischi reali o fantasmi collettivi, su una pianificazione precisa della tua vita o su un “buon” senso posticcio e di moda.

Se ti rendi conto che non vuoi partire a causa di ideucce modaiole, voci di corridoio, impressioni di chi non sa nulla, opinioni di chi non ha in mano la tua esistenza… be, allora riconsidera tutto e invece di vivere in quello stato di non azione, invece di aspettare la milleunesima ragione per non farlo, invece di fare ancora una battaglia con i tuoi demoni o con quelle strane misure di ciò che dovrebbe essere normale in quell’angolo di mondo dove sei nato e cresciuto, invece di tutto questo putiferio perché non ti concedi l’esperimento, mozzafiato, un po’ pauroso forse, di far succedere ciò che hai sentito dentro di te? Anche se devi trattenere il fiato e saltar nel vuoto, anche se avresti ancora 10 buoni motivi per non farlo, anche se qualcuno ti ha detto… anche se all’ultimo hai pensato… anche se la crisi finirà.. anche se magari domani va meglio.. etc.

IL MITO DEGLI ALTRI “GRANDI” VIAGGIATORI

E in ultimo c’è tutto un mondo di persone che perché sono partire prima di te ci tengono un sacco a creare un abisso tra sé stessi e il mondo dei comuni mortali del quale fai parte.

Purtroppo è così, il loro farsi grandi amplifica ai tuoi occhi le loro gesta come qualcosa di superlativo che richiede chissà quanto coraggio che ancora ti manca.Queste allucinazioni sono volute da chi, perché “ce l’ha fatta”, ha bisogno di suonarsi il violino e avere indietro dal mondo l’immagine del grande viaggiatore che ha cercato di diventare. Fermandosi prima alla tappa di grande narcisista.

Ecco che appaiono quelli che parlano del “grande viaggio in solitaria” e ti faranno pensare “ Oh cazzo adesso parto e sarò solo/a nell’universo, dovrò cavarmela da me sempre e comunque”.(Nota bene: Non parlo dei viaggiatori “in solitaria” che si definiscono tali proprio perché hanno abbandonato i “vacanzoni” di gruppo per vivere un’esperienza “da soli” e incontrare il mondo senza la mediazione/organizzazione o il confort/limiti di un gruppo). Invece, sorpresa sorpresa, sei in un mondo di 7 miliardi di persone dotate anche di empatia e capaci d’interagire. Se poi finisci nei luoghi turistici ti aggreghi automaticamente a ciurme di altri “scopritori di mondo” che sono lì con il piacere di condividere, celebrare e darsi una mano. Se poi sei nella merda con PayPal e Wester Union ricevi soldi da lontano in un secondo e se nessuno te li manda ricordati che sei quasi di certo in un paese con ambasciate, croci rosse, pompieri, gente anche non stronza, costituzioni che sottolineano i diritti dell’uomo e luoghi che trattano il turista come una specie protetta, probabilmente da spennare ma non da ammazzare.

“In solitaria” è chi si fa una parete in freeclimbing, chi tira una slitta di provviste in una spedizione al Polo Nord, chi è in una metropoli gigante ma si sente separato dl consorzio umano, chi ha perso chi ama, chi cade in un pozzo, chi si perde sull’Everest o nell’Amazzonia. Quelli sono “in solitaria” (e magari anche in solitudine). Il resto sono solo stronzate.

La solitudine l’ho provata nelle foreste del Canada ma per riconnettermi al mondo sarebbe stato sufficiente pigiare il primo asfalto ed aspettare una macchina. Se vuoi leggere una commovente lettera di un grande viaggiatore (160 paesi) leggi QUI, forse quella sì che è grandezza.

Purtroppo tutti i “grandi” che ci tengono a farti sentire piccolo non aiutano per niente. Alcuni lo fanno palesemente, forse per creare followers e fans, altri lo fanno con paternalismi subdoli da lupi di mare che ne hanno viste di cotte e di crude. Sono i peggiori perché sotto le mentite spoglie del mentore ti danno consigli e tutoraggio ma vogliono vedere nella tua ammirazione il riflesso della loro grandezza.

Poi ci sono quelli che, romanzando senza freni, fanno diventare dei posti tranquilli, proprio quelli che magari pensavi di visitare tu, delle mete impossibili, assurde, pericolosissime, solo per elite e forze speciali. Stai tranquillo, tolte le licenze poetiche o le palesi gonfiature, se non vai in posti di guerra, in quartieri sconsigliabili, se non guidi di notte e non ostenti ricchezze dove non devi.. se non cadi in questi errori banali allora i luoghi del tuo grande viaggio saranno assolutamente alla tua portata e relativamente sicuri.

Ok, dette queste brutture parliamo di cose belle. Ci sono comunità, forum, gruppi, couchsurfing e altre congreghe di tarantolati pronti a infettare con il virus del viaggio chiunque abbia un desiderio di partire a mezz’asta come te. C’è chi raccoglie i cuccioli della strada e li trasforma in viaggiatori provetti per il solo piacere di aiutare il prossimo o forse per dare indietro in qualche modo quella generosità che immancabilmente ti arriva quando viaggi “in solitaria” in un paese lontano. C’è chi si ferma per strada e ti consiglia, chi ti vede diverso di pelle o spaesato nello sguardo e ti apre le porte di casa. Chi non ti lascia senza farti promettere che tornerai, chi ti fotte magari ma poi scopri che la vita ti ha vendicato piuttosto bene ancora prima d’incontrarlo.

Insomma oltre ai “grandi” ci sono anche tanti sinceri che ti daranno una mano. Cerca su Facebook Viaggiare in Solitaria o Viaggiare con il cuore. Due comunità dove puoi trovare tanto supporto, amicizia e confronto.

Tornando sul tema della “Grandezza” posso affermare, dopo un decennio di nomadismo, di avere un’autostima abbastanza normale, che negli anni ha di certo conosciuto le montagne russe con qualche giro della morte all’insù e all’ingiù. Ma poi, vuoi perché incontri sempre gente più brava/esperta, vuoi perché sei stufo di stare sopra o sotto un maledetto altare di differenze, ho iniziato a pensarmi normale come tutti. Punto. Un normale “in trasferta” e basta. Sebbene quando cerco collaborazioni debba esibire pedigree, titoli o qualifiche, quando entro in una relazione comune mi da molto fastidio sentirmi diverso, grande eroe o pazzo che possa apparire. Rivendico quanto ho fatto solo quando qualcuno mi sminuisce credendo sia un figlio di papà o un irresponsabile scappato via della “vita seria” che dovrebbero fare tutti… Viceversa cerco immediatamente di normalizzarmi non appena sento qualcuno sperticarsi in elogi o creare distanze siderali tra noi perdendo di vista il fatto che la mia vita è una strada con le sue curve, proprio come la sua. Non per essere andato lontano, cadendo fuori da certe mappe, sono un alieno.

————————

Credo di averti detto tutto, spero che queste parole possano schiarire il cielo e aiutarti a vedere meglio quel cammino che solo tu potrai decidere di percorrere. Chi scrive è passato per vari travagli, inceppamenti, indecisioni, autosabotaggi e ripensamenti. Per questo motivo ti consiglio, quasi come parte integrante di questo articolo, la lettura del mio libro. Non è autopromozione in questo caso (…e aggiungo che se non puoi comprare il libro scrivimi e te lo regalo), è un’indicazione per così dire “terapeutica”, un’overdose di empatia, un’immersione avventurosa e sincera dentro il cuore pulsante del Grande Viaggio che ha cambiato la mia vita insieme a tutto l’equipaggio di angosce e perplessità che, maledetto, mi hanno seguito. Se m’incontrerai in quelle pagine sentirai la mia paura e la mia gioia, il dubbio di aver sprecato tutto e la ricompensa meravigliosa e inaspettata di incontri speciali e sensazioni nuove, visioni e conferme lungo il cammino. Vedrai qualcuno molto simile a te e forse, proprio per questo, un compagno per partire verso un’avventura.

APPREZZEREI MOLTISSIMO CHE MI LASCIASSI UN COMMENTO.

Articoli Simili