Un uomo che si sporge dalla sua casa nel deserto del nord del Messico

Proprio oggi sono andato a rifare il passaporto con Olga alla città del Guatemala, l’ultimo posto dove volevo andare, ma, proprio come successe con Tijuana, il caso immancabilmente mi ci porta.
Il mio passaporto scade a luglio e fin qui nessun problema. Casualmente scopro che alcuni paesi non ti lasciano entrare se non hai almeno tre mesi di validità sul documento… questo si crea dei problemi. Il nostro ritorno estivo in Italia avverrà tramite volo dal Costa Rica, non potere entrare nel paese vuol dire mandare tutto al diavolo.
TORNARE è per me importante quanto VIAGGIARE, trovo un senso meraviglioso nel ricollegarmi alle radici, nel sentire la differenza tra la vita nomade e quella stanziale che vivevo.
Se partire è un po’ morire (anche se io ci ho guadagnato un capitale di vita a farlo) allora ritornare è un po’ rinascere.
Provi a innestarti come un ramo su un tronco che ti apparteneva e che adesso invece, “ti ospita”. Mi sento ancora parte della mia Brianza, quel triangolo di terra di gente matta per lavorare, ma mi piace il gioco sadico di ri-abbandonarla e di farlo da vigliacco, dopo i mesi belli dell’estate, prima che arrivi il grigio a mangiarsi ogni colore e il freddo a spingere tutti nelle case. Mi piace tornare per sentire la mia famiglia che purtroppo non verrà via con me ma invecchierà in quel grigio mentre io sarò come un pirata sui mari caraibici. Mi piace sentire l’insostituibile amicizia di chi è cresciuto con me e saggiamente rimane, capace di costruirsi la sua felicità anche durante l’appassire pungente dell’inverno che risucchia la luce e alle cinque di sera ritira la vita dalle strade.
 Un uomo guida il suo furgone nel deserto del nord del Messico
Scusate la divagazione (a volte sono più importanti quelle !). Morale: devo rifare il passaporto a città del Giatemala.
Abbiamo paura di questa città dove ogni giorno vengono ammazzate criminali, narcos, innocenti, autisti di bus e chi capita nel posto sbagliato con le cose addosso sbagliate.
Eppure, tutte le paure per questa pericolosa città si sono risolte in una gitarella tra macchine e smog senza nessun inconveniente.
Nonostante tutto sia filato liscio sino all’ambasciata italiana non abbiamo fatto a meno di notare la omnipresenza di guardie giurate con fucili a pompa sull’attenti davanti a tante attività commerciali.
Proprio mentre ci nutrivamo degli scarichi di tutti i veicoli incolonnati pensavo all’aria cristallina e pulita del deserto del Messico. Ogni tanto i meccanismi le sinapsi collegano gli opposti nella memoria e qualcosa dentro la mia materia grigia ha collegato questi due cavi molto distanti.
Sono ritornato lì, sul tropico del cancro, a mangiare la terra trasportata dai venti freddi del deserto di San Luis d Potosì, mentre la moto rimbalza su sentieri tracciati male su un letto di terra polvere e sassi. Cercavamo la casa di Teodulo, un amico di un amico, che vive isolato nel nulla, a 20 km dall’asfalto e 20 anni luce dalla modernità. Ci ha ospitato lasciandoci piantare la tenda nella terra che sorveglia, ci ha raccontato dei 13 figli che li sono cresciuti e poi, in parte, sono partiti per la vita di città che lui non capisce e non vuole. Mi ricordo il nulla del deserto che in realtà era pieno di cose ma nascoste sotto l’apparente vuoto di un orizzonte irraggiungibile che creava spazi agorafobici e meravigliosi.
Vi metto qualche foto di Teodulo che guida il suo furgoncino scassato, poi che mi succhia un po’ di benza dal ferro per andare a portare i figli a scuola in motorino (due creature sotto i 10 anni insieme a lui sopra un 125 senza frizione e freni lungo 20 km di sterrato…. ogni giorno, allegramente, senza casco)
La foto all’inizio dell’articolo la giudico una delle più belle che ho scattato negli ultimi anni.

Nel deserto del nord del Messico