Ritorni difficili dopo anni di Viaggio

Ritorno da un Viaggio

All’inizio credevo che i problemi, quando torni nella tua città dopo un viaggio, fossero solo il Jet-Lag…
Ma poi qualche altro disagio è arrivato. Qualcuno semplice come digerire del cibo al quale non sei più abituato. Qualcun altro più complesso come digerire uno stile di vita al quale non sei più allineato.
Anche questa volta invece di guardare questi dieci anni di viaggio guardo i dieci ritorni fatti per interromperlo – pause di pochi mesi per riposare e ricongiungermi alla “mia gente” – e noto l’evoluzione di un quadro clinico.

Il Post Travel Stress Disorder – Dal Viaggio alla Patologia del Ritorno

Lo chiamo quadro clinico sbeffeggiando la psichiatria, s’intende. Non mi considero malato più di tanti altri e nemmeno mi piace la diagnostica, sebbene aiuti a fissare situazioni confuse in una cornice.
Quindi mi sto ammalando di Post Travel Stress Disorder, mi perdoni l’acronimo chi soffre veramente di questo disturbo terribile, io ne prendo a prestito solo le lettere. Il mio, il nostro se hai fatto viaggi lunghi, è uno stress da “dopo viaggio” non da “evento traumatico”. È uno stress forse da “dopo eventi troppo belli”, o “troppo diversi”.
Ripensarsi in città, stanziale e senza una dimora che non sia la cameretta di quando eri bambino, è complicato. Non c’è più un posto di lavoro che devi occupare, quello è stato riciclato e dato a qualcun altro, giustamente. Non ci sono gli spazi agorafobici di quei deserti o di quella natura che ancora riesce a prendere a calci nel culo l’espansione urbanistica, a tenerle la testa bassa nel rispetto di equilibri che non ha mai dimostrato di comprendere.
Vedo su google map la città italiana dove “villeggio” e mi sembra una macchia rosso grigia con qualche punto verde, vedo i posti da dove vengo e mi sembrano una macchia verde (o caffè) con un lieve morbillo di cementi che la punteggiano qua e là.
Non c’è quell’igiene demografico di poche persone che condividono un luogo, c’è l’orgia della sovrappopolazione. Da poche decine di abitanti per chilometro quadrato passo, con un volo transoceanico, a quattrocento. Guadagno anche calore e inquinamento.

Sovraffollamento e Caos

Se da qualche parte nel mondo cercavi “gli Altri” perché erano curiosi episodi di giornate silenziose o eventi da celebrare almeno con un sorriso, qui gli Altri sono ovunque. Nelle loro giornate tipiche di lavoro fanno un’orchestra che produce chiasso, non musica. Per apprezzarsi devono darsi un appuntamento, altrimenti rischiano di sentirsi gli uni d’intralcio agli spostamenti degli altri.
Ognuno ha uno scopo e una missione, io ho solo un viaggio interrotto e percorsi creativi piuttosto vaghi che non hanno ancora maturato diventando, anche loro, scopi o missioni.
La mia dolce metà è lontana nel tempo e nello spazio, vari mesi di separazione a varie migliaia di km di distanza. I miei amici mi prestano ore preziose delle loro complesse giornate ritmate da agende, famiglie, ferie e stanchezza.
Io sono qui, rifugiato dentro me stesso, non sempre a mio agio ma sempre in buona compagnia. Abito spazi interni dove mi ritrovo, anche in questo caso aggiungo “non sempre”, ma sicuramente più spesso degli spazi là fuori – quelli della città che fa casino e che non mi dice nulla del mio futuro.

Rintanarsi

Esco poco e non pubblicizzo molto il fatto che sono tornato. Aspetto la frescura e la quiete della notte per scrivere o leggere.
Un tempo conoscevo me stesso come “un tipo estroverso”, oggi mi conosco anche come un tipo introverso, più chiuso e taciturno.
Ho smesso di riempirmi i giorni e le notti di lavori arretrati al computer, di commissioni e sponsor, di prodotti da testare e aggiustamenti da fare per la nuova partenza. Ho cercato di capire come si vive un viaggio da fermi (senza ricorrere a luoghi comuni), mi sono circondato di tempi lenti e ho messo nel pentolone gli ingredienti di una buona vita: un po’ di allenamento un po’ di cultura un po’ di fatica un po’ di relazioni un po’ di riposo. Spesso sbaglio la ricetta ma credo di migliorare, piano piano.
Spesso riesco ad accettare anche la noia e il disorientamento, l’estraneità e la perplessità: sono parte del quadro clinico di tutti gli altri “viventi”, non sono speciale in nulla.

Sono sola in una fase acuta del PTSD; ma non ho fretta di curarmi.

By |2018-08-18T13:10:24+00:00agosto 18th, 2018|Diario Personale di Viaggio, Viaggio|

3 Comments

  1. Federico Giulio D'Ostuni 19 agosto 2018 at 13:40 - Reply

    Attendo con terrore l’inevitabile evento.

    • Claudio 19 agosto 2018 at 13:43 - Reply

      Ciao Carissimo! Non è detto che sia inevitabili. I miei primi rientri erano diversi. C’era più entusiasmo e Voglia di ricongiungermi. Poi cambia anche un rientro con all’orizzonte una partenza o un rientro per fare quello che si faceva prima… ci sono differenze e sfumature ;-) Sei un grande. Ciao

  2. Federico Giulio D'Ostuni 19 agosto 2018 at 13:47 - Reply

    Atendo a malincuore l’inevitabile evento.

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