Storia che vieni e Storia che vai, lungo il Mare di Cortes e su per la Sierra

bassa california fino al centro del messico

Ci siamo lasciati dietro Matzatlan con il muso dritto verso Sud, la prossima città era Puerto Vallarta, la notte prima di arrivare abbiamo piantato la tenda su una spiaggia di fronte a un ristorante chiamato “Paraiso Escondido”: capanne con i tetti di paglia e tante piccole sedie per i turisti che sarebbero arrivati l’indomani. Il proprietario del ristorante, 29 anni, capelli corti, abbronzato e magrolino ci accoglie appena fermiamo le moto. Ci lascia piantare la tenda senza chiederci alcun pagamento, in 5 minuti ritorna con qualche birra e mentre Sander si mette ad allestire la sua piccola tenda io rimango seduto a bere dalla mia latta con il sedere sprofondato nella sabbia, il messicano di fianco e il tramonto di fronte. Ci raccontiamo brevemente chi eravamo, chi siamo e dove siamo diretti, con variazioni sul tema come differenze Messico-Italia, ragazze Europee vs. ragazze Latine, cenni di politica ed economia.
“Cosa secondo te fa felici i messicani?”
“L’amore, almeno per me ma credo anche per il mio paese. Avere una donna che ti accoglie, ti da affetto e ti sta vicino, questa è felicità. Noi Messicani proviamo un amore che è capace di spingerci ad uccidere. Un mese fa hanno trovato il corpo crivellato di colpi di qualcuno che aveva scelto la donna di qualcun altro. Siamo maledettamente gelosi, le nostre canzoni sono quasi tutte sull’ amore e spesso su qualcosa che nell’amore va storto.”
Cosi inizia a cantarmi delle canzoni per farmi capire e sentire la forza delle loro parole, e di quanto si può amare, odiare, desiderare, rimpiangere o ricordare una donna. Accetto la sfida e provo a cantargli qualcosa della mia terra, gli traduco qualche passaggio e gli mostro che in fondo dietro a una crosta di tristezza e malumore cittadino anche noi, fratelli italiani, abbiamo un sangue latino che pompa desiderio, dolore, canzoni, serenate, gioia e gelosia. E noi come loro non veniamo mai a capo del rebus che si chiama amore, semplicemente ci giocherelliamo attorno fino a caderci dentro. Chi lo prende come motivo di vita, chi come scudo, chi come passatempo, gioiello, anello nuziale o lettera, chi ci fa il cinquantesimo anniversario, chi i film, chi te lo da con il condizionale, chi con la ricevuta di ritorno, chi lo scambia col sesso e chi con una promessa eterna, chi ne cura gli effetti dal dottore, chi con il dottore e chi, perché non esiste, si mette a farlo tutte le sere.. e poi c’è chi ne parla seduto su una spiaggia con un perfetto sconosciuto.
Ci salutiamo, sistemo la tenda e mi preparo all’inevitabile orda di zanzare che con il calare del sole iniziano ad assaltarci come cannibali. Cammino almeno mezz’ora lungo la spiaggia piatta come un tavolo da biliardo, non mi stanco e marcio avanti indietro con i piedi che lasciano impronte nel bagnasciuga, loro vanno e io non mi oppongo. Mi rigenero e ogni tanto nella debole luce del tramonto vedo Sander seduto che legge con la sua piccola torcia attaccata alla fronte. Io non leggo da un pezzo, le parole le vedo tutt’intorno, quando guido, quando mi sdraio e quando ascolto le conversazioni delle persone. Ma non è una buona scusa, prima o poi mi applicherò anche con la carta stampata per migliorare l’inglese o lo spagnolo. L’unico libro in italiano è già stato divorato mesi orsono.

Dopo una notte a grattarmi la mattina siamo già a Puerto Vallarta, una città circondata da sabbia montagne e giungla, da alcuni anni un avanguardia di sviluppo per il turismo Nordamericano che fugge dai climi duri per farsi giorni di sole e passeggiate serali tra bancarelle, spettacoli e bar “frontespiaggia” con musica dal vivo. Mi bevo un mojito veramente penoso alla “Boteguita del Medio”, replica dell’omonimo locale cubano divenuto famoso grazie alla frequentazione di Hemingway…che però un giorno si sparò un colpo abbandonando il suo piccolo amato rifugio che ormai si stava già facendo un nome proprio grazie a lui. Cammino con fare distratto facendo slalom tra panchine, palme e piccole piazze, mi fermo a vedere gli spettacoli degli artisti di strada, pagliacci, comici e trasformisti. Rimango attonito dalla bellezza dei monumenti in bronzo di creature marine antropomorfe che vegliano la costa come piccole sfingi di un mondo subacqueo: uomini con tentacoli, mani a forma di chela, occhi ventosa, nasi a proboscide e ciclopi con cannocchiale che scrutano le distanze sino alla linea dell’orizzonte.Un paio di giorni dopo ripartiamo alla arrivando a Puerto vallarta, messicovolta di Guadalajara, seconda città per numero di abitanti del Messico, come sempre con il calare della notte siamo ancora troppo distanti e cerchiamo un rifugio dove mettere la tenda. Con 50 pesos ci lasciano piantare la tenda nello “spazio comune” all’interno di un complesso di Bungalow recintato. E cosi prendiamo la moto e facciamo una ginkana tra tavolini, toboga e sdraio per arrivare a piantare la tenda a lato della piscina. Disponiamo di un televisore, un microonde e un paio di coperte per gentile concessione del guardiano. Il clima è cambiato, l’aria è fredda e la condensa si deposita ovunque. Abbiamo passato abbondantemente i 1500 metri, 12 ore prima si moriva dal caldo, ora dal freddo.
La mattina seguente ci si mette in moto senza fretta, alcune ore di guida e poi un “taco” per riempire lo stomaco, le indicazioni che raccolgo lungo la strada sono sempre più aleatorie, da “segui la strada numero X sino al bivio con Y” a “vedi quella montagna.. vai sempre dritto e scavalcala poi ce n’è un altra, scavalca anche quella e fregatene dei cartelli che ti portano solo a perderti nei paesini….”
All’ennesima pausa faccio due chiacchiere con un paio di bariste e sfruttando l’onda di un’emozione positiva chiedo a una che pensa della felicità. E più precisamente “Che immagine sceglieresti per descrivere la felicità?”
“L’immagine di un bambino” Replico: “Perchè?”
“Perchè l’unica cosa che vuole per essere felice è sua mamma… e sua mamma è lì con lui”
Ringrazio per l’immagine, me la porto con me insieme alle tante altre e a un paio di yogurt per anestetizzare la prossima fame.

FELICE A GUADALAJARA, MESSICOArriviamo a Guadalajara e presto siamo imbottigliati nel traffico, troviamo sistemazione in un ostello nel centro della città. Ci alloggiano in quella che era la piattaforma rialzata per il Dj guando quel posto era ancora una discoteca.

E cosi sono sospeso sopra la cucina su un disco di legno di 3 metri di diametro, il materasso fa sentire le sue molle sulla mia schiena ma è passabile. La compagnia come sempre sopperisce alle scomodità. Conosco Olman, un ragazzo che mi farà spontaneamente da guida per le strade del centro, mostrandomi i coloratissimi murales di Josè Clemente Orozco nel Palacio del Gobierno, il monumento di Hidalgo che rompe le catene, simbolo della dominazione spagnola. Padre Hidalgo, detto anche “la volpe”, era un prete inusuale: parlava cinque lingue, ballava e cantava, era vitale al punto di sentire l’oppressione della corona spagnola sul popolo come insopportabile. Maturò un astio che lo portò ad affermare pubblicamente che la Spagna non era cattolica perchè sfruttare sino all’osso il Messico in nome di Dio non era certo conforme alla parola bibblica. Il 16 settembre 1810 radunò il popolo della sua piccola parrocchia in piazza e lanciò quello che viene chiamato ancora oggi “Il grido didolore”. Scaldò gli animi e fomentò le persone perché si riunissero generando quello che fu il primo movimento indipendentista. Meno di un anno dopo si trovava senza benda sugli occhi di fronte a un plotone d’esecuzione. Pregò il colonnello di sparare sulla sua mano appoggiata al cuore. Ci vollero due scariche per ucciderlo. La sua testa fu messa insieme a quella di altri tre ribelli in un angolo della Alondinga, un piccolo fortino attraverso il quale gli spagnoli presidiavano la città di Guanajuato. Era troppo tardi, e non solo per Padre Hidalgo, era troppo tardi anche per gli Spagnoli perché il popolo portava già in grembo il messaggio e il “grido di dolore” fu lanciato da nuovi ribelli e da altri preti che si rivoltarono contro l’impero coloniale del quale erano emissari.
Lasciata Guadalajara arrivai la stessa notte a Guanajuato seguendo indicazioni che suonavano quasi come tradizioni orali: “vai dritto e poi troverai una città dove lavorava mio nonno lustrando le scarpe, ci sono diverse strade per uscire dalla città ma si dice che una in particolare è più rapida, solo che ti perderai, quindi raggiungi la piazza semplicemente continuando a guardare il campanile della cattedrale che è sempre visibile, raggiunta la piazza chiedi informazioni.”

Arrivato Guanajuato troviamo un alloggio. Sarà l’inizio di due settimane di corso di spagnolo per Sander e per me di due settimane di placido scrivere, passeggiare e corteggiare. Incontrai Olga che passeggiavo ficcanasando tra le stradine di porfido e colori che catturano come una rete tutte le case coloniali della città. Era fuori dal bar dove lavorava, un piccolo locale che sembrava aperto sulla facciata dell’edificio da un colpo di cannone, non superava i tre metri per tre, compreso il retrobancone e portava il nome, che non mi piaceva affatto, di caffè Conquistador. La città colorata di guanajuato!!Lei mi stava sorridendo, io ricambiai ma continuai a camminare e inesorabilmente passai oltre. Mi diedi dell’idiota dieci volte mentre le mie gambe orgogliose continuavano a marciare in allontanamento. In cima alla stradina mi fermai, dovevo ritornare indietro e comportarmi come un uomo degno di questo nome, spremere fuori un poco di “italianità” e approcciarmi con eleganza e simpatia. Ridiscesi la stradina e con l’imbarazzo che impennava progressivamente non ressi e mi fiondai dentro un Hostal  con la scusa di chiedere i prezzi evedere le camere. Ebbi cosi altri 10 minuti per darmi del cretino mentre la padrona mi mostrava aldettaglio le stanze e i dormitori con prezzi e opzioni alle quali non ero minimamente interessato. Salutai e feci altri 10 metri in caudta libera verso un imbarazzo ancora più grande, passai il bar senza trovar la forza di girare le chiappe ed entrarci, imboccai invece l’entrata di un altro Hostal immediatamente a lato. Un altro “escursus” su alloggi e listini mentre rispondevo distrattamente con “aha aha.. si si”. Poi di nuovo in strada in allontanamento rapido. Idiota. Mi soccorsi con una dose di palle, feci dietrofront a petto in fuori ed entrai finalmente nel bar, ordinai un caffè. Usci dal bar 3 ore e mezza dopo con un appuntamento per il giorno seguente. Così lei mi portò tra monti, musei e piazze. Conobbi bene Guanajuato e meglio ancora lei e meglio ancora il semplice fatto di pelle…. che mi piaceva.
Sul punto più panoramico della città, seduti uno a fianco dell’altra le chiesi se potevo baciarla e lei rifiutò. Mi senti piccolo come uno scarafaggio ma il giorno dopo anzichè prendere la moto ed andarmene ero ancora al bar. La sera mi portò a visitare il “Callejon del Beso”, ovvero una stradina talmente microscopica che i balconi delle due case di fronte quasi si toccano. In questi balconi si baciavano segretamente una coppia tristemente famosa per un epilogo alla Romeo e Giulietta: il padre di lei scoprì la segreta storia d’amore con il povero operaio e uccise la figlia. “Se passate da questa strada senza baciarvi avrete molti anni di sfortuna” ci raccontò una bambina che ripeteva a disco rotto la storia degli sfortunati amanti a tutti i turisti disposti a sganciare qualche pesos. Olga rispose “no grazie, siamo amici” e io tra i denti “fanculo..” Però fu una serata deliziosa.
E i giorni seguenti ancora andavamo per musei e montagne. Abbracciati e nulla più, io come uno scarafaggio su una polveriera di desiderio pronta ad esplodere e lei misurata ma dolce negli sguardi. E poi le cose andarono di bene in meglio, passavo le giornate a tenerle compagnia nei lunghi turni dietro al bar, lei indaffarata tra tazzine e cucchiai e io seduto su tre enormi sacchi di caffè con il computer appoggiato su un tavolino di legno quasi per bambole. Un giorno per una sorta di magnetismo incontrollabile ci sporgemmo dai due lati del bancone sino a ricongiungerci al centro e baciarci. Dalle labbra sino ai polpastrelli lungo una via di pelle d’oca giù per le braccia, adesso i polpastrelli battono la tastiera e tu stai leggendo un poco della nostra piccola storia. Fanne buon uso e non giudicare!
Nel bar potevo intercettare qualche storia di passaggio; di passaggio proprio come me. Erano perlopiù viaggiatori o semplici passanti attratti dall’aroma del caffè.

Caffè conquistador
Conobbi cosi una coppia di Canadesi dai modi e dalle gentilezze che ben avevo apprezzato mentre attraversavo il grande nord. Lei, bionda sui 50 sorriso radiante e occhio attento, mi confessò che la felicità non era altro che vivere una vita semplice. Ruotava il cucchiaino tra le dita come se stesse girando un volano per far muovere ricordi e pensieri. “…una vita semplice, dove avere la percezione di fare qualcosa che abbia un senso, uno scopo, che si dilata sino al futuro.. e che non coincida con l’immediata soddisfazione dei desideri nel qui e ora” E poi ancora mi disse “dirsi felici è solo una tregua momentanea, un affermazione che ti nasce quando vivi alcuni stati interiori”.
Io le dissi: “stati interiori come quando fai qualcosa e senti che il tempo si annulla, che stai facendo qualcosa che è giusto per te in quel momento, che senti di poterlo maneggiare, perd il senso del tempo e senti un assorbimento ipnotico verso dentro ma che non ti distrae da ciò che ti stà intorno… quello che alcuni studiosi chiamano “flusso di coscienza”
” Mi confermò che da qui le nasceva una sensazione che la portava a dire “sono felice”
Conobbi poi Donna Leonora , mi disse di tenermi forte perchè la sua storia era tosta. Si sposò con un gringo e diede alla luce un figlio, vivevano a Miguel Allende in Messico, erano poveri e lei ogni giorno lavorava come artigiana decorando con la mola bicchieri e vasi di vetro. Disegnava fiori, velieri, piante e motivi dettati dalla sua immaginazione che attraverso la sua mano precisa come un compasso si incidevano nel vetro. Senza brutta copia e senza schizzi creava con la mente e decorava di getto muovendo i suoi bicchieri sulla mola come fossero pennelli. Il figlio cresceva ma il padre già se n’era andato negli Stati Uniti. La madre decise di lasciare che il piccolo stesse con il padre negli States, lei era troppo povera per pagargli un educazione di buon livello e troppo indaffarata a lavorare per dedicargli tempo. Nove anni dopo dalla sua dipartita Donna Leonora sentiva il bisogno ricongiungersi alla prole, aveva paura che lui pensasse male di lei, che lo avesse abbandonato, non poteva nemmeno chiamarlo tanto le sarebbe costata la telefonata. Un giorno si mise in cammino attraverso la frontiera, senza documenti, mi mostrò le mani piene di cicatrici, “queste me le feci quando viaggiai aggrappata sotto il treno, queste invece quando mi nascosi in un vagone che portava carbone, arrivai che ero uno spazzacamino”. E poi ci fu il deserto, i miraggi che comparivano con la sete, la paura di non farcela. Si mise “il vestito bello”, lungo sino alle caviglie, per presentarsi meglio che poteva al figlio e perchè non notasse le ferite sulle gambe che si fece quando dovette attraversare un fiume aggrappandosi a rami e tronchi per non essere strappata dalla corrente. Il vestito così lungo era insolito, nelle prossimità di un deserto ancora di più, purtroppo finì per attirare l’attenzione e una pattuglia della polizia di frontiera la catturò.
Fine primo tempo, la signora prende fiato e io disimpegno il mio sguardo che le era incollato al volto come un mastice. Lei estrae un sapone liquido dalla borsetta e me lo regala “..ecco è per te, ne avrai bisogno nel tuo lungo viaggio, lo puoi usare senza risciacquo” Io accetto con gentilezza me lo metto sulle mani ma la signora si sbaglia perchè invece “richiede risciacquo”, quindi mi inzacchero tutto ma faccio finta di niente. Secondo tempo.
La misero in prigione con una sola razione di cibo giornaliera. Le consentirono di incontrare suo figlio e dopo alcuni giorni la rilasciarono perchè collaborò raccontando come i “contrabbandieri di uomini” portavano e scaricavano i messicani oltre il confine in mezzo al deserto o alla selva. I contrabbandieri sapevano che lei avrebbe “cantato” e per paura che ne finisse coinvolto il figlio si fermò negli Stati Uniti solo per poco. Giusto il tempo per dimostragli che lo amava e che non lo aveva dimenticato. Prima di partire disse ai suoi parenti in Messico “se non sopravvivo fategli sapere che persona sono e che lo amo”. Adesso ha internet e può scrivergli, il suo sogno per la sua terza età è costruire una casa che accolga gli anziani abbandonati. Questo e suo figlio sono la sua felicità.

E cosi rimango inchiodato sui sacchi di caffè e ogni tanto intercetto le storie di chi passa e racconta di sé, ogni sera mi sporgo fuori dal bar-cuccia per guardare le due sole stelle che si vedono sopra Guanajuato e mi chiedo che diavolo sia la felicità per me, se ha senso infilare un dito in quella degli altri per sapere di loro e del loro modo di vedere il mondo o se sia meglio affidare al tempo e al destino la guida di questo viaggio lasciando per me solo il compito di dare gas e aspettare che qualcosa di nuovo mi conquisti e mi spinga a raccontare. Con Olga le cose vanno bene nella misura in cui accetto le sue resistenze a lasciarsi andare con chi un giorno, e quel fottuto giorno sarà settimana prossima, “il vento se lo porterà via”. Evabbè, amici miei, qui non si fanno sconti sulle emozioni, in fondo (anche se non ho ancora capito in fondo a che cosa) è bello soffrire come un cane quando te ne vai. Meglio questa bellezza rigata da qualche lacrima che mettere al guinzaglio i sentimenti con tanti rimpianti per aver fatto economia con la paura di scottarsi. Che la pensiate così anche voi o no questo me lo ha insegnato la mia ex dicendomi “la prossima volta lasciati andare e piantala di farti le seghe mentali”. Ci proviamo…almeno in viaggio.

 

By | 2016-12-17T15:45:34+00:00 dicembre 7th, 2008|Diario Personale di Viaggio, Generale, Storie|

6 Comments

  1. pave 7 dicembre 2008 at 12:30 - Reply

    Ho incontrato un “tale”che gira il mondo in moto,simpatico,…mi ha chiesto cosa ne pensassi della felicita’?…la felicita’?, ho chiesto io..che cosa intendi,precisami,spiegami..ecc,ecc..se c’e’l’ho lo bella che persa!..”io speriamo che me la cavo”…vivi o cerchi…cerchi o vivi? ciao.

  2. iBaby 9 dicembre 2008 at 02:54 - Reply

    La felicità è un concetto che si materializza grazie ad un mix di varie situazioni, centrerà qualcosa con “Causa ed Effetto?”, non lo so…

    La felicità va cercata dentro noi stessi per poi, regalarla al mondo, che a sua volta ce la renderà moltiplicata per decine di volte.

    Cercare la felicità è importante quanto vivere, perché in fondo, sono la stessa cosa, ma con due termini diversi.

    Claudio, caro amico, hai trovato la felicità? La stai ancora cercando? Mercoledì parto, non so se la troverò ne dove. Di sicuro, il nostro incontro sudamericano, anche quello, sarà parte di quella ricerca, non vedo l’ora di riabbracciarti…

    A presto :¬)

  3. Luca 9 dicembre 2008 at 22:28 - Reply

    “vai sempre dritto e scavalcala poi ce n’è un altra, scavalca anche quella e fregatene dei cartelli che ti portano solo a perderti nei paesini”

    questa è la via che ti porterà prima o poi alla felicità, diventando tu stesso parte della felicità di qualcuno, di te stesso magari, ed al tempo stesso causa di una lacrima…

  4. Claudio 9 dicembre 2008 at 22:42 - Reply

    Caro Luca sei un genio, talvolta le indicazioni le trovi sulle labbra della gente “che capita”.
    Vediamo che succede allora mettendo da parte i cartelli.

    Buona Strada

  5. Luca 10 dicembre 2008 at 15:17 - Reply

    Hai proprio ragione amico mio, per questo è importante sapere dove leggere…

  6. Edo Passarella 3 gennaio 2009 at 15:51 - Reply

    Olga beautiful baby! Ora comprendo bene il tuo procedere in tempi lunghi. Ben fatto.
    Sempre un piacere leggerti. Belle cose Claudio!

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