Faces Reel from Claudio Giovenzana on Vimeo.
Sotto cieli diversi ci sono storie simili. Forme culturali che cambiano ma desideri e spinte che rendono gli uomini di luoghi lontani non così diversi dagli uomini che noi siamo. La felicità è, in fondo, una di queste spinte, forse una delle più importanti, che mette movimento, scalda, agita, organizza, dirige, ispira.
E così “la ricerca della” felicità diviene la traccia per molte persone, e quando una persona segue una pista ha anche una storia. E chi ha una storia spesso desidera scambiarla con quella di un altro, per portarsene a casa due insieme a qualche riflessione e magari una amicizia. Con l’inizio di questo viaggio mi sono candidato volentieri a essere questo “altro” e non sono mancati mai gli incontri, fuggevoli o profondi, dove ho ascoltato e registrato. Ecco quindi le mille e una storia che rimangono impigliate nelle reti dopo la lunga pesca alla deriva. “Il LongWalk”. Aggiornerò questo “Storiario” man mano che raccoglierò nuove buone storie da raccontarvi. Leggete questi frammenti e perdonatemi se le teste e le code li ho lasciati nel diario di bordo dei vecchi post, per motivi di lunghezza non potevo fare altrimenti che troncare “il dunque” e metterlo nudo e crudo così come lo trovate in questa pagina. Su queste riflessioni inizio a sviluppare il concetto di STRADAUOMO, un concetto semplice come le OREFIORI di Michael Ende quando scrisse MOMO. Una strada genera un uomo e un uomo genera una strada.
18 Xilitla
..e lo vedrei bene con un mantello nero sulle spalle e il cappello cilindrico in testa a fare il Mandrake. Ha il labbro superiore che protegge il più piccolo inferiore, il sorriso gli storta la bocca da una parte. Quando invece ride si tira indietro come Ray Charles e acchiappa consenso tirandoti fuori ilarità con lo sguardo. Mi ha ospitato in una capanna a Xilitla, c’è pioggia da marinai tutto il giorno, e spesso stiamo dentro ad ascoltarla quando cade sul tetto di lamiera con le sue mille dita impertinenti. Il cesso ti da due metri quadri di privacy immacolata ma tutto il resto è messa in comune totale: di cibi, di stendipanni, di asciugamani, di aneddoti e di storie. Io dormo sul cemento con il materassino “autosgonfiante” per via dei buchi e lui, che si è stabilito già da un pezzo, ha una sorta di giaciglio gonfiabile elettricamente alto 70 cm e morbidissimo che gli invidio da morire. Deve dormire sul comodo perchè una volta gli hanno sparato.
Otto anni fa, quando ne aveva poco più di 40 gli piantarono una pallottola tra le scapole per gelosia: stava uscendo con la donna sbagliata. Adesso ha il suo bel da fare per attivare il braccio sinistro e metterlo a fare movimenti dini.
Ha la statura tragico-eroica dell’uomo che non fluisce nella vita ma che ci va contro, ci sbatte contro, per scelta talvolta e per sfortuna altre. Adesso se ne va a zonzo per il Messico sino a che il permesso di soggiorno scadrà. Poi ritornerà in Texas a fare moneta sino al prossimo viaggio in America Latina. Costruisce case sull’acqua, palafitte semigalleggianti con tetto, porta e finestre per vivere fuori dalla terra e fuori dai suoi costi e regolamenti. E’ un outsider del senso comune e adotta la controcultura come mezzo per scontrarsi al sistema americano e alla sua tentacolare politica estera. Mi fa vedere documentari su massoneria, società segrete, guerra e intrighi bellico-polito-economici. E’ uno di quegli uomini che hai piacere a incontrare, ti mettono al riparo di un tetto, al riparo dei giudizi, dei troppi complimenti o delle troppe domande. Puro e gratuito nei gesti e nelle azioni lo vedrei come un santo un pò ubriacone che alza un lembo di coperta e ti ci invita sotto per non prendere la pioggia. Con la gelosia il suo nemico si è firmato sulla sua carne distruggendogli i nervi con il quale impartisce ordini al suo braccio sinistro. Eppure una sera sfodera la chitarra, l’appoggia di piatto sulle ginocchia e la suona pizzicando gli accordi con il pollice soltanto perchè le dita soffrono a pinzare le corde. E ci riesce, ha vinto l’handicap e fa uscire note dolci mentre accompagna cantando la storia di un tale che un giorno ritorna a casa in Texas.
Al piano di sotto c’è James, è gentile e fa sorrisi che gli escono difficili come un tiro alla fune, non perchè sia riservato, ma perchè fa fatica a vivere per via di un enfisema polmonare che lo sta ammazzando. Morirà, lui lo sa, noi lo sappiamo. Lui ci fuma ancora sopra le sue belle sigarette, io lo vedo ma lo rispetto anche se ho smesso con questo vizio da poco più di un mese e ho ancora le tasche piene di consigli e prediche. Vedo in questo suo accanito gesto che l’ultima speranza di guarigione se ne è andata. Tanto vale continuare si sarà detto un giorno. Ha i capelli lisci e castani, occhi orlati da rughe profonde intagliate dal dolore e dalla fatica, ha la postura di una mezza luna, è rinsecchito come una faina. Ogni tanto viene su con noi e ci beviamo un caffè con il latte in polvere. Parla basso che mi tocca protendere le orecchie per afferrargli quelle deboli frequenze di boffonchio. C’è un po’ di morte al suo fianco, si sente, senza ipocrisia, senza tabù e senza commiserazione. Nessuno ne fa una tragedia e la vita va avanti, non per questo come una commedia ma va avanti.
Nel piano sotto ancora c’è Walter, altro gringo, detto “il capitano” per via di quell’aspetto da capitan findus. Ha uno sguardo da vecchio ubriacone ma saggio, pieghe epicantiche forti e viso incorniciato da barba bianca e sopracciglia canute e setolose. Fa lo scrittore, ha trovato nell’alcool una musa ispiratrice… ogni tanto ci picchia dentro un bicchiere che fa fluire meglio il sangue al cervello e l’inchiostro sulla carta. Talvolta però eccede e la penna va in blocco mandando alla deriva le idee. Sono anni che non scrive ma sembra che il buon vento gli abbia rimesso la passione nelle vene, sta ricominciando proprio in questi giorni.
Più che vederlo come Capitan Findus lo vedo come un Hemingway postmoderno: è veramente talentuoso, (a sincero parere dei coinquilini) ma anche propenso alla depressione. Mi auguro che non finisca con un pallottola nel cervello come lo scrittore americano. Ad ogni buon conto lui è più creativo nelle tendenze suicide: pur se il fine rimane il medesimo, ovvero mettersi al tappeto per sempre, il mezzo per uno della sua levatura artistica non è certo la banale pallottola. Lo vediamo una sera salire nella nostra baracca, è alticcio e chiede a Norman la prolunga che gli ha prestato da tre mesi. Poi mi attacca una piva dicendo se so’ cos’è un “lighting rod”. Mi spiega quindi che trattasi di un parafulmine il cui inventore, pace all’anima sua, è Benjamin Franklin, grande americano. A che gli serve un parafulmine e una prolunga? Ecco il genio: vuole mettere il parafulmine in terrazzo e collegarlo attraverso la prolunga al suo letto di metallo. Questo è il suo biglietto di andata per l’aldilà, così una scarica se lo prende mentre dorme. E non ci pensa più! E noi che abbiamo il tetto in metallo e siamo all’ultimo piano siamo anche un pò più tranquilli! Se ne va che ci lascia nell’aria una scia di alito alla grappa che respirandola inebria.
17 Guanajuato
Con lo sguardo scandagliava il cielo e pareva che i pensieri li tirasse giù dalle nuvole. Piccole ragnatele di rughe sugli angoli degli occhi e nelle pupille un vivaio di ricordi. Mi raccontava un pò la sua vita. Era seduto ieri sera al “cafè conquistador”, io stavo appollaiato sul mio tavolino rotondo con il computer a leggere articoli e non gli prestavo attenzione. Si avvicina e inizia a parlarmi in fiorentino. In fiorentino porcamiseria!!! Mi fà: < Ma tu sei italiano vero? Parli bene lo spagnolo ma prima hai detto “merda” anzichè “mierda” e ho capito che sei italiano >.
Invece di mostrare un italiano smozzicato che saltella su accenti spagnoli mi parla con cadenza perfetta e nostrana, talvolta quasi dialettale. Mi accorgo che non è concittadino solo perchè deve pescare ogni tanto qualche congiunzione facendo così rallentare l’eloquio.
“Chiamami Enzo Mazzetti, così mi soprannominavano in ambasciata in Italia, ma il mio vero nome è Prudencio”.
Era proprio lui il vecchietto che avevo schivato il giorno prima pensando che fosse un poco rincoglionito. Lo sentivo parlare e ridere in continuazione, pareva ci sentisse poco e faceva discorsi generici e un poco senescenti tipo: “si stava meglio quando si stava peggio” o “c’è troppa corruzzione e narco di questi tempi..”.
E dopo poco lo stesso ometto sorridente mi approccia parlando la mia lingua ad alta voce facendo eco tra le pareti del piccolo “cafè”. Mi affaccio un poco nei fatti suoi con domande garbate ma curiose e scopro che è stato diplomatico rappresentando il Messico in Italia, Francia, Turchia, Olanda, Danimarca, Grecia; parla 7 lingue, ha 68 anni e il look “noir” da vecchietto rincoglionito.
Lo incontro il giorno dopo seduto sempre sul suo sgabellino con un piede dentro il cafè e uno fuori sul porfido. E’ vestito di bianco e ricorda un Terzani dimezzato in altezza e con i capelli corti. Ha il sorriso compulsivo, sempiterno, e voglia di chiacchierare.
Parliamo quindi, è inevitabile, faccio ammenda per le prime superficiali impressioni e nonostante la giornata stancante inizio a scivolare dentro la sua storia con tante domande pronte che mi si accodano in testa.
< Ah l’Italia, ho passato i 7 anni più belli della mia vita lì. Pensa che una volta stavo andando in autostop da Roma a Perugia mi scaricarono a Siena dicendomi “io ti porto fin qui ora continui tu> E mi mima che scende dalla macchina con una falcata che lo fa alzare dallo sgabellino. “Arrivo in un ristorante che tengo 50 lire in tasca, parlo al proprietario che mi dice che non ci arrivo coi soldi nemmeno a un piatto di pasta “ E qui mima che cammina dal proprietario e poi mi fa lo sguardo da miserello. < Il proprietario vede che non ho soldi.. se ne va e poi ritorna e mi dice che posso sedermi e mangiare perchè “offre un signore seduto più in là” > Di nuovo mima che va dal signore e gli prende la mano con riverenza, per dar corpo alla scena prende la mia, la strizza e la strapazza, Olga che stà dietro di lui mi guarda e ride. < Quello fu uno dei ricordi più belli dell’Italia di quell’epoca, gli anni 60…che gente!!! >
Poi pesca ancora dalle nuvole del cielo rosato una manciata di memorie felici e sentenzia:
< Ci sono due tipi di Italiani. Quelli degli anni 60 che ho conosciuto la prima volta e quelli degli anni 90 in avanti che ho conosciuto dopo. I primi erano gentilissimi, gente povera, ma che si faceva in quattro per aiutarti ed esserti amica > Faccio un sospiro che diventa quasi un latrato malinconico e gli chiedo di raccontarmi qualcosa di quegli anni che non ho conosciuto perchè non ero ancora nato. < La gente era vicina, si stava rimettendo in piedi l’Italia, c’erano tanti ideali” Sorride, come sempre, anche quando inizia a parlare del ”altro tipo” di italiani. < E invece gli italiani di dopo il 90 era diverso… ero a Venezia e chiesi a uno “scusi dove posso comprare il biglietto per il traghetto?” e mi rispose” ho la faccia da bigliettaio?” Era gente più fredda, che ti schiva, la disoccupazione ha iniziato a crescere, i miei amici che studiavano all’università erano riusciti tutti a trovare lavoro, oggi i laureati se lo scordano… >
Con un bel sorriso mette il contrappeso a queste tristi misure dell’Italia moderna. E’ un uomo che ha vissuto una vita piena. “Se mi chiedi se ci sono stati momenti brutti… mi viene da dirti che la mia vita, così come me la ricordo è stata sempre, SEMPRE, felice” Insisto invece sulle difficoltà, ma non lo faccio per costruire lo scoop su una disgrazia nascosta nella sua bella autobiografia. Perchè so che tutte le persone qualche volta atterrano sul duro ed è proprio li che imparano o peggiorano, che fanno scuola ereditando esperienza.
< Be in effetti, a parte l’episodio che mi capitò a 15 anni (sorvolo. “nota mia”) la vita del diplomatico non era sempre facile, immaginati di innamorarti e farti degli amici e delle radici per 5, 6 o 7 anni e poi sentire in una telefonata che hai un paio di settimane per lasciare tutto e andare a vivere altrove… ti ci vedi? > Sento sospette somigliante sulla questione abbando.
< Fa male! Devi poi informare all’ambasciata chi è che conosci e chi è che frequenti perchè vogliono vedere se sono spie e accertare le identità, e alla fine non gli importa (”les vale madre!!”) e ti fanno comunque andare da un Paese all’altro. Non è facile nemmeno portarti dietro la fidanzata perchè il diplomatico messicano deve avere la donna, anzi la moglie, messicana.. così stanno le cose! Quando lasciai la Grecia in lacrime dissi alla mia ragazza “ ti faccio chiamare dopo un poco che mi stablisco in Danimarca..” E’ ancora lì che aspetta ah!>
E scoppia in una fragorosa risata!! Non c’è niente che scalfisce il sorriso adamantino, ogni tanto se ne va con la mente nei suoi archivi a pescare ed è solo allora che la bocca molla il sorriso e diventa un piccolo imbuto. Nella fattispecie accade quando gli chiedo esperienze “clue”, insegnamenti o quant’altro da lasciare come testimone a chi una vita deve ancora costruirsela …o ripararsela. Sembra che quando passa al setaccio il passato non si distaccano pepite di saggezza particolari, tipo “quello che ho capito è…” o “ la lezione più importante è stata…”. Sembra invece che smuovere i ricordi gli faccia solo l’effetto delle ampolle natalizie: si muovono i pezzettini di neve che fluttuano facendo tutto più bello e allegro. Non c’è saggezza che si deposita sul fondo. Prudencio è felice così, senza un paracadute di consigli da aprire all’ultimo.
Si limita solo a dire che è importante desiderare e insistere, ma mai dimenticarsi degli altri ed essere sempre pronti ad aiutare. E mi ricorda ancora di quel piatto di pasta di quando aveva 50 lire e tanta fame. E’ diventato il suo buon ricordo, uno di quei ricordi felici come quelli che fanno volare Peter Pan. A Prudencio quel piatto di pasta gli ha messo dentro il senso di gratitudine e la voglia di aiutare a sua volta. Ha sempre soccorso gli altri quando poteva. Atteggiamento che mi ricorda il padre di Olga quando mi regalò alcuni attrezzi dopo il furto alla moto “un giorno qualcuno ha aiutato me, oggi io aiuto te”. Così Prudencio, mi abbraccia e mi dice < di ai tuoi genitori che sono stato nel loro Paese gli anni più belli della mia vita e che devono essere orgogliosi di te perchè con il tuo viaggio ti stai facendo libero. >
16 – Guatemala – Aprile 2009
Valter, capelli ricci pelle caffellatte e sorriso radioso, è appoggiato al suo vecchio pulmino per il trasporto dei turisti, la mia motocicletta che a queste latitudini appare come un carro carnevalesco pieno di adesivi e bagagli attira la sua attenzione. Entriamo subito nelle corde l’uno dell’altro e scartando i convenevoli facciamo venire i nodi al pettine, la curiosità mia di sapere la storia alle spalle di questa terra è pari alla sua di sapere delle terre che ho conosciuto viaggiando. Mi racconta di quando nel 1992, anno in cui emerse dalle ceneri della guerra il premio Nobel della pace Rigoberta Menchù, una sera tornò a casa dal lavoro e trovo un poliziotto che lo fermò, senza riconoscerlo, e gli chiese che aveva urgentemente bisogno di “parlare” con un certo Valter. Valter fingendo gli rispose che era solo un suo “conoscente” ma che in caso lo avrebbe avvertito. “Avevo palpitazioni e paura, quello era li per matarme”, la giustizia arrivava con la pistola in pugno sino ai villaggi rurali più lontani dove la gente iniziava a nascondersi nelle chiese. Ma in alcuni casi nemmeno la casa di Dio proteggeva dalle forze governativa a quei tempi spalleggiate dalla CIA. La tragica fine di due amici di Valter fu proprio quella di essere trascinati fuori dalla chiesa di un paese vicino al lago Atitlan e giustiziati insieme ad altri 24 studenti con l’accusa di cospirazione e attentato contro la polizia. Ascolto questa storia ed ho come la sensazione di non avere un contrappeso da mettere, nemmeno con tutta l’esperienza della mia vita, sull’altro piatto della bilancia. Me ne sto appoggiato al suo furgone e distolgo lo sguardo da quegli occhi translucidi abitati dalla vicenda. Lui stesso era la storia di quel paese. Scappò in Messico e poi negli Stati Uniti lavorando come bracciante in attesa di un cambiamento. Arrivò. Rigobertà Menchù mobilitò l’attenzione internazionale sulla causa vincendo il premio Nobel per gli sforzi di riconciliazione etno-culturale basati sui diritti degli indigeni. Bill Clinton ammise pubblicamente che “Gli Stati Uniti hanno sbagliato ad appoggiare il governo Guatemalteco”. Un ammenda poco riparatoria ma che catalizzò nuovamente l’attenzione mondiale. Nel 1996 la pace venne firmata tra governo e popoli indigeni. Valter, che qui di fronte a me sta già rientrando dalla deriva dei ricordi con un bel sorriso, ritornò finalmente a casa.
15 – Chiapas, Mexico – Marzo 2009
Ci sediamo in un tavolino dell’ostello e iniziamo a raccontarci seguendo i quattro venti, ci sfogliamo come cipolle degli strati inutili di convenevoli e arriviamo al dunque. Il dunque quando viaggi, non abita i discorsi circostanziali o i nomi di città e paesi visitati, il dunque è le fondamenta del pellegrinare fatta di motivazioni, la radice profonde del desiderare qualcosa e del partire. Il movimento è solo quello che si vede sulla punta dell’iceberg, ma io e il gringo eravamo già sotto il livello dell’acqua.
“A 30 anni volevo fare qualcosa di buono nella mia vita. Feci il bodyguard di un narcotrafficante, poi venne l’esercito, la guerra, anche la galera. Iniziai a viaggiare, Europa, Asia, Latino America. Coltivai la passione della pittura e della scultura, ogni pezzo di legno, anonimo e abbandonato in una spiaggia, era l’involucro da incidere e liberare, come una conchiglia da aprire con il coltello e la fantasia per tirargli fuori forme che raccontassero qualcosa…. forse avrò dipinto un migliaio di tele, e tutte le ho regalate, fatte per godere al momento e poi liberate nelle mani di amici e conoscenti.”
“Come i mandala orientali, fatti nel presente a appena terminati cancellati con un colpo di mano”
“Si, dipingo e scolpisco per me”
“E i tuoi tatuaggi?”
“Quelli rimangono, li ho fatti a mano da solo, in un periodo di 3 o 4 anni. Tu hai tatuaggi?”
“No, forse un giorno, ma credo che incidere il corpo sia una cosa molto seria, sacra. Voglio pensarci bene prima di mettermi addosso un tatuaggio, trovare un simbolo che mi stia sulla pelle a vita, senza rimpianti”
“Io ho messo i simboli e i segni delle religioni orientali che studiavo, ci ho pensato bene e li ho fatti miei”.
Lo ascolto colpito e ripenso a un film di Kim Ki Duk: “Primavera estate autunno inverno e ancora primavera”, dove il maestro accoglie dopo anni il discepolo scappato e reo confesso di un delitto. Lo mette a incidere il legno del pavimento della zattera dove il vecchio viveva; simboli su simboli scavati nel legno con sangue e sudore per giorni e notti. Incidere come espiazione e ri-significazione della propria vita dopo il delitto compiuto, la purificazione con la fatica e l’arte della scrittura.
Penso all’uomo che mi siede di fronte, con la pelle decorata come un tappeto orientale attraverso punture autoinflitte con ago e inchiostro per scriversi sul corpo i dettami dell’anima.
Poi continua..”Non credo in Dio, secondo me non c’è niente dopo, la religione è imparare a vivere e incanalare la condotta su questa terra, siamo animali in fondo”
Io: “be.. perchè un animale avrebbe bisogno di dipingere o scolpire? cosa c’entra con la sopravvivenza? Da quando l’uomo è tale, ha cercato dalle caverne alle gallerie d’arte di fare qualcosa per raccontarsi, per mettere uno scarto tra la propria esistenza e la pura biologia della sopravvivenza. Che Dio esista o no credo che le religioni siano un modo di rapportarsi con il mondo e guidare il proprio agire per scopi superiori al sopravvivere..”
Lui: “..si, alla fine sai cosa ho scoperto dopo anni a leggere e studiare religioni?”
Io: “No”
Lui:” che il fatto che mi svegli domani mattina per un nuovo giorno è meraviglioso!”
14 – Oaxaca, Mexico aprile 2009
Una voce da dietro mi distoglie dalla visione della piazza animata: “
Where are you from?”
Capisco l’antifona e mentre rispondo mi alzo e mi metto al tavolo dove siede questa voce per proseguire la conversazione. Come suole in queste circostanze, entro in una nuova storia, mi lascio assecondare da quel destino che sembra governare certi incontri. Ascolto come sempre assorto nel volto di uno sconosciuto che dopo una mezz’ora diventa meno sconosciuto e più amico fino a darmi un numero di telefono, una mail e un invito.
E’ Harold, 40 anni, una mano ruvida capace di avvolgere la mia sino a ritrovare se stessa dall’altra parte, un corpo da 2 metri di stazza, scopro che non è un giocatore di basket ma un ingegnere che ha lasciato il lavoro negli Stati Uniti per fare il missionario in Messico.
Io: “Dove vivi?”
Harold: “Mi sono trovato un posto nelle montagne qui intorno, a due ore di sterrato.”
Io: “Che fai lì?”
Harold: “C’è una comunità di indios, mi sono messo a dargli una mano, costruzioni e roba simile, ma non gli dico assolutamente che sono missionario, questo genererebbe aspettative, penserebbero che devo dare qualcosa o che devo insegnare qualcosa o chissà che diavolo. Semplicemente mi comporto come missionario ma senza dire che sono un missionario.”
Io: “Tutta la mia stima!, la cosa strana è che da quando ho iniziato il viaggio sul mio cammino ho incontrato tanti uomini il cui percorso di vita si è intrecciato con una fede, ma gente tosta! Gente che indipendentemente dal tuo credo ti accoglie e da una mano, solo perchè sei una persona, senza intromettere nell’amicizia i plagi o i condizionali.
Harold: “Credo che così debba essere un uomo di fede, per me questa è la felicità, io ci provo. Se passerai di qua scrivimi con un paio di settimane di anticipo, vengo in città solo sporadicamente a controllare la mail”
Ci salutiamo, è stato un piacere e una nuova tessera del mosaico di storie che sto mettendo insieme.
“E ricorda che se sei in difficoltà Lui è la pietra che non rotola” (He’s the rock that doesn’t roll!)
13 – Guanajuato, Mexico Gennaio 2009
Quando incontrai Anna era sera.
Con una tazza di caffè a scaldare le mani ci sedemmo sulle panche dell’ostello. Portava il vento che ha soffiato lontano con le sue parole.
Era stata sei mesi Vietnam, anni in Germania, mesi nell’Asia centrale, orientale e poi in America. Le sue radici hanno sempre fatto poca presa nonostante le origini italiane, causa situazioni familiari e un padre che già portava la varianza di una altra nazionalità. Levare gli ormeggi e camminare per il mondo era quindi una tendenza quasi connaturata. Si sposò con un Americano che conobbe quando era in Vietnam, un amore cieco. Un amore che forse aveva bisogno di essere accompagnato da un cane per non vedenti.. Il matrimonio fallì ma lei era già in Texas, perchè lui le mise l’anello e se la portò con sè.
La incontro qui e le chiedo cosa sia la felicità per lei.
Mi dice che vorrebbe partire, che vorrebbe tornare a prendere voli, battere terre diverse e fare un lavoro che le consenta, anche solo attraverso la cornetta del telefono, di sentire l’INTERCONNESSIONE CON IL MONDO.
Ha bisogno di sentirsi in contatto.
12 – Guanajuato, Mexico – Dicembre 2008
Olga incontrò al cafè un paio di Gringo…avevano qualcosa nella gentilezza, nei modi e negli sguardi che dava curiosità. Capì che più che Americani erano cittadini del mondo, lui da più di 30 anni viaggiava e “viveva” nei 5 continenti, degli Stati Uniti conservava solo la lingua e il passaporto. Il resto era un uomo di mondo, affezionato alla scoperta, allo studio, alla conoscenza. Ebbro di amore per le vite diverse che abitano sotto le tante bandiere e dietro le tante frontiere. Ottanta paesi di questo mondo sono stati la sua casa, la sua esperienza e il suo passaggio. Ma anche il guadagno di saggezza e la perdita di preconcetti e barriere culturali. Incontrò la sua compagna 10 anni fa, quando aveva 55 anni. Con lei ha continuato questo viaggio, che ora più che mai, per Steven e Kris, è uno stile di vita.
11 – Zacatecas, Mexico – Dicembre 2008
.. e poi mi parlò della frontiera con il Messico, poi della politica, mi disse che l’Italia per certi versi è come una costola dell’Africa piuttosto che dell’Europa, poi ancora che i computer saranno veramente intelligente quando potranno mentire o dire “questo programma non voglio eseguirlo”. Mi raccontò di quante valvole può avere una raffineria e di come si caccia un coniglio, i pericoli dell’ Amazzonia e poi una teoria a favore del commercio delle armi, mi spiegò come si costruisce una bomba e come si cura una mucca dalla diarrea. Mi disse come guardare le stelle per capire la latitudine e come vivere in Messico mantenendomi solo giocando con i cambi valuta. Indicando la mia moto mi chiese i valori di coppia e la distribuzione e poi, nessuno sa come, stavamo già discutendo di quando il Texas era territorio messicano.
Aveva una sorta di onniscenza scevra dal peso della presunzione ma su certi argomenti spinosi e con forti richiami alla
morale alzava moderatamente i toni e faceva l’avvocato del diavolo… a giudicare da come lo difendeva sicuramente riceveva dei bei compensi dall’inferno. E di certo ne sapeva anche “una più del diavolo” visto che ci teneva sospesi nelle sue argomentazioni come calzini sullo stendipanni. Ma non cercava di vincere con retorica e conoscenza, sicuramente sarebbe stato già sul podio, cercava piuttosto stimoli per conversare meglio e per rianimare discorsi che diversamente sarebbero caduti sul lastrico della banalità. Pendevamo dalle sue labbra e ci dimenticavamo di bere il caffè che ormai era freddo. Parlava inglese e il 75% di quello che catturavo mi bastava per avvertire una sapienza forgiata sotto il martello della pratica diretta, affilando la lama della vita con esperienze eterogenee e un pizzico di avventura. Parlava e con l’indice tracciava disegni sul tavolo, altre volte lo agitava come un poligrafo facendo un tracciato della sua carica emotiva. Quando camminavamo si fermava spesso per riprendere fiato e convertire il movimento in idee, i passi si arrestavano e iniziavano le parole lanciate in descrizioni del il mondo circostante.
Descrizioni che mi spiegavano come e perchè un tubo passasse lì piuttosto che là, come dietro la litografia di Pancho Villa appesa in un negozietto c’erano storie e segrete alleanze, perchè quella casa aveva in un angolo quella pietra così diversa… Poi rimetteva in movimento le gambe e spostava i suoi 110 kg su per il selciato, la pancia prominente lo anticipava di 30 o 40 cm e tagliava traguardi un secondo e mezzo prima di lui. Io gli zampettavo dietro, davanti e di fianco.. in funzione di quanto mi ordinasse il marciapiede microscopico ma sempre nel raggio di azione dei suoi racconti.
Si chiama Peter e di professione fa solo una cosa: tutto.
Lo incontrai a Zacatecas e fu compagno di caffè ogni giorno. C’era sempre tempo per ascoltarlo. Di lui seppi che si sarebbe fermato in Messico tre mesi, non si fidava delle promesse pompose per il rilancio economico degli States. Lasciò il Texas per vivere in economia a Zacatecas, diceva: “Stiamo a vedere il dollaro che fa..”. E mentre stava a vedere ha incontrato una donna. Tra lui e la sua dolce metà messicana facevano 90 anni in due. Lui ci metteva i primi 60 e lei era mia coetanea. Nei nostri discorsi finì presto sulla sua biografia come l’orso sul miele. Da giovane era la pecora nera che abbandonò i pascoli del Montana, dove la sua famiglia da generazioni portava avanti la pastorizia, se ne andò in Texas a fare il guardiano di recinti. Con il suo cavallo percorreva km e km di perimetri recintati controllando che le mucche e i cavalli fossero dentro e i malintenzionati fuori. Poi si arruolò nei Navy Seals, finì in Vietnam, ritornò illeso, s’imbarcò come marinaio alla volta del Brasile. Senza un soldo attraversò la foresta Amazzonica con sete d’avventura. S’imbarco di nuovo alla volta dell’Europa. Ritornò nel Texas e iniziò ad allevare. Poi lavorò come consulente per il governo e poi ancora chissà…
Quando gli chiesi cosa pensava della felicità mi rispose così: “ci sono persone che nascono con i geni dell’altezza e da grandi giocheranno a basket. Io sono nato con i geni dell’apprendimento… mi sono dedicato a imparare tutta la vita.. la felicità per me è conoscere e provare sempre qualcosa di nuovo. C’è troppa bellezza per girarsi dall’altra parte e c’è troppo da conoscere per far finta di niente”.
Ci salutiamo con l’intenzione di rivederci a Guanajuato. Alla fine non ci rivedremo, l’unica cosa che rivedo, nei ricordi, è la sua pancia il suo estro e l’amore per imparare sempre qualcosa dalla vita.
Che questo sia l’ispirazione e il sale del mio viaggiare.
10 – Vicino a Puero Vallarta, Mexico – dicembre 2008
“Cosa secondo te fa felici i messicani?”
“L’amore, almeno per me ma credo anche per il mio paese. Avere una donna che ti accoglie, ti da affetto e ti sta vicino, questa è felicità. Noi Messicani proviamo un amore che è capace di spingerci ad uccidere. Un mese fa hanno trovato il corpo crivellato di colpi di qualcuno che aveva scelto la donna di qualcun altro. Siamo maledettamente gelosi, le nostre canzoni sono quasi tutte sull’ amore e spesso su qualcosa che nell’amore va storto.”
Cosi inizia a cantarmi delle canzoni per farmi capire e sentire la forza delle loro parole, e di quanto si può amare, odiare, desiderare, rimpiangere o ricordare una donna. Accetto la sfida e provo a cantargli qualcosa della mia terra, gli traduco qualche passaggio e gli mostro che in fondo dietro a una crosta di tristezza e malumore cittadino anche noi, fratelli italiani, abbiamo un sangue latino che pompa desiderio, dolore, canzoni, serenate, gioia e gelosia. E noi come loro non veniamo mai a capo del rebus che si chiama amore, semplicemente ci giocherelliamo attorno fino a caderci dentro. Chi lo prende come motivo di vita, chi come scudo, chi come passatempo, gioiello, anello nuziale o lettera, chi ci fa il cinquantesimo anniversario, chi i film, chi te lo da con il condizionale, chi con la ricevuta di ritorno, chi lo scambia col sesso e chi con una promessa eterna, chi ne cura gli effetti dal dottore, chi con il dottore e chi, perchè non esiste, si mette a farlo tutte le sere.. e poi c’è chi ne parla seduto su una spiaggia con un perfetto sconosciuto.
9 – Per strada, Mexico – dicembre 2008
All’ennesima pausa faccio due chiacchiere con un paio di bariste e sfruttando l’onda di un’emozione positiva chiedo a una che pensa della felicità. E più precisamente “Che immagine sceglieresti per descrivere la felicità?”
“L’immagine di un bambino” Replico: “Perchè?”
“Perchè l’unica cosa che vuole per essere felice è sua mamma… e sua mamma è lì con lui”
Ringrazio per l’immagine, me la porto con me insieme alle tante altre e a un paio di yogurt per anestetizzare la prossima fame.
8 – In un bar di Guanajuato, Mexico – dicembre 2008
Conobbi cosi una coppia di Canadesi dai modi e dalle gentilezze che ben avevo apprezzato mentre attraversavo il grande nord.
Lei, bionda sui 50 sorriso radiante e occhio attento, mi confessò che la felicità non era altro che vivere una vita semplice. Ruotava il cucchiaino tra le dita come se stesse girando un volano per far muovere ricordi e pensieri. “…una vita semplice, dove avere la percezione di fare qualcosa che abbia un senso, uno scopo, che si dilata sino al futuro.. e che non coincida con l’immediata soddisfazione dei desideri nel qui e ora” E poi ancora mi disse “dirsi felici è solo una tregua momentanea, un affermazione che ti nasce quando vivi alcuni stati interiori”.
Io le dissi: “stati interiori come quando fai qualcosa e senti che il tempo si annulla, che stai facendo qualcosa che è giusto per te in quel momento, che senti di poterlo maneggiare, perdi il senso del tempo e senti un assorbimento ipnotico verso dentro ma che non ti distrae da ciò che ti stà intorno… quello che alcuni studiosi chiamano “flusso di coscienza” ” Mi confermò che da qui le nasceva una sensazione che la portava a dire “sono felice”.
7 – Seduti fuori da una chiesa, San Miguel Allende – gennaio 2009
Conobbi poi Donna Leonora , mi disse di tenermi forte perchè la sua storia era tosta. Si sposò con un gringo e diede alla luce un figlio, vivevano a Miguel Allende in Messico, erano poveri e lei ogni giorno lavorava come artigiana decorando con la mola bicchieri e vasi di vetro. Disegnava fiori, velieri, piante e motivi dettati dalla sua immaginazione che attraverso la sua mano precisa come un compasso si incidevano nel vetro. Senza brutta copia e senza schizzi creava con la mente e decorava di getto muovendo i suoi bicchieri sulla mola come fossero pennelli. Il figlio cresceva ma il padre già se n’era andato negli Stati Uniti. La madre decise di lasciare che il piccolo stesse con il padre negli States, lei era troppo povera per pagargli un educazione di buon livello e troppo indaffarata a lavorare per dedicargli tempo. Nove anni dopo dalla sua dipartita Donna Leonora sentiva il bisogno ricongiungersi alla prole, aveva paura che lui pensasse male di lei, che lo avesse abbandonato, non poteva nemmeno chiamarlo tanto le sarebbe costata la telefonata. Un giorno si mise in cammino attraverso la frontiera, senza documenti, mi mostrò le mani piene di cicatrici, “queste me le feci quando viaggiai aggrappata sotto il treno, queste invece quando mi nascosi in un vagone che portava carbone, arrivai che ero uno spazzacamino”. E poi ci fu il deserto, i miraggi che comparivano con la sete, la paura di non farcela. Si mise “il vestito bello”, lungo sino alle caviglie, per presentarsi meglio che poteva al figlio e perchè non notasse le ferite sulle gambe che si fece quando dovette attraversare un fiume aggrappandosi a rami e tronchi per non essere strappata dalla corrente. Il vestito così lungo era insolito, nelle prossimità di un deserto ancora di più, purtroppo finì per attirare l’attenzione e una pattuglia della polizia di frontiera la catturò.
Fine primo tempo, la signora prende fiato e io disimpegno il mio sguardo che le era incollato al volto come un mastice. Lei estrae un sapone liquido dalla borsetta e me lo regala “..ecco è per te, ne avrai bisogno nel tuo lungo viaggio, lo puoi usare senza risciacquo” Io accetto con gentilezza me lo metto sulle mani ma la signora si sbaglia perchè invece “richiede risciacquo”, quindi mi inzacchero tutto ma faccio finta di niente. Secondo tempo.
La misero in prigione con una sola razione di cibo giornaliera. Le consentirono di incontrare suo figlio e dopo alcuni giorni la rilasciarono perchè collaborò raccontando come i “contrabbandieri di uomini” portavano e scaricavano i messicani oltre il confine in mezzo al deserto o alla selva. I contrabbandieri sapevano che lei avrebbe “cantato” e per paura che ne finisse coinvolto il figlio si fermò negli Stati Uniti solo per poco. Giusto il tempo per dimostragli che lo amava e che non lo aveva dimenticato. Prima di partire disse ai suoi parenti in Messico “se non sopravvivo fategli sapere che persona sono e che lo amo”. Adesso ha internet e può scrivergli, il suo sogno per la sua terza età è costruire una casa che accolga gli anziani abbandonati. Questo e suo figlio sono la sua felicità.
6 – Mazatlan, Mexico – novembre 2008
La mia signora dei delfini si chiama Ana e viveva della città del messico con altre venti milioni di persone, fu il richiamo del mare che la strappò dalle pagine patinate dei libri per metterla in cammino seguendo il richiamo “più blu” che orecchio umano possa ascoltare: il mare di Cortes. Si lasciò dietro famiglia e amici per andarsene sola a cercare un modo di vivere a contatto con il mare e le sue creature, per sentire cosa dice la pelle quando si tocca un delfino e cosa nasconde una balena nei suoi canti malinconici. Arrivò lungo la costa con un nodo duro nel petto che ad ogni respiro rilasciava il sapore delle cose passate e forse anche perdute. Fu il mare stesso a fare gli ultimi metri per tenderle la mano: due delfini emersi improvvisamente le nuotarono a fianco scortandola nel cuore della città attraverso tutto il lungomare. Qui trovò terreno per le sue nuove radici. Ora lavora per l’università come dottoranda e di tanto in tanto prende la via del mare salpando con “la puma”, la nave laboratorio con 15 marinai e 15 studiosi, alla scoperta del “pianeta blu”. “Questa è la mia ricerca della felicità, o almeno è la cosa che più vi si avvicina”.
5 – La Paz, Bassa California, Mexico- ottobre 2008
Conosco una ragazza messicana che si fa chiamare “Gigi”. Stiamo a chiacchierare e gentilmente mi cucina un paio di “huevos revueltos a la mexicana”. Approfita della lite con il suo ragazzo per socializzare un poco e prendere una boccata d’ossigeno. Il giorno dopo farà pace con il suo ragazzo, a giudicare dai rumori che escono dalla loro camera, anche un paio di volte.. e si eclisserà dalla vita sociale dell’ostello.
Si mise a studiare amministrazione d’impresa, il padre le diede un lavoro ben remunerato, si trattava di stare al computer tutto il giorno. Riuscì a reggere ben poco, i pruriti esistenziali e le voglia di esperienza la misero su un’altra carreggiata. Le diagnostico subito la “sindrome della cicala”..che come ben sappiamo si sviluppa acutamente proprio quando ci si mette a fare la “formica” nei momenti sbagliati della vita.
Prese e iniziò a viaggiare con tartaruga, cane, tamburo e ragazzo al seguito. Adesso sono passati quattro anni e suo padre inizia a capire meglio la sua scelta. L’idea permane e consiste semplicemente nel guadagnare qualcosa con i suoi piccoli spettacoli per strada e comprarsi una macchina per attraversare il centro e sud america. Con due ore di percussioni e giocoleria riesce a tirare su 70 dollari, talvolta arrotonda costruendo e vendendo braccialetti. Questo è quanto le appartiene e quanto sente approssimarsi alla sua idea di felicità, ogni tanto un sentore di disadattamento, specie quando ha notizie dei vecchi amici che con le loro carriere scalano un’altro Olimpo. Loro costruiscono Radici ma lei se la cava molto meglio nel costruire le Ali per volare via. La verità starà nel mezzo? chissà…
4 – Tijuana, Mexico – ottobre 2008
Juan lavora in un chiosco dove vende fiori, o monta e smonta ogni giorno, domenica compresa e continua a lavorarci nonostante la crisi economica abbia decimato i suoi guadagni.
Siamo seduti su una cassa in plastica nel parco “Torre agua caliente”, in mezzo a fiori in vendita e ai suoi conigli che scorrazzano nel prato. Parliamo e scopro una volta ancora un uomo di grande fede. Non è la prima persona che incontro in cui la ricerca della felicità si mischia e confonde con i percorsi della fede. Juan è un profondo credente; in una città dove sangue e pallottole sono il bollettino quotidiano, la preghiera, il lavoro e la famiglia sono le sponde entro le quali continuare la propria vita. “La felicità è come un contagocce” mi dice, non arriva mai tutta insieme, arriva a gocce che cadono nel presente, non nel passato o nel futuro. “Nella mia vita la ricerca della felicità è iniziata quando ho intrapreso un cammino di fede…in carcere”.
Una notte del ‘79 lo assalirono in quattro, aveva una pistola. L’ha usata.
Ha ucciso una persona e gli hanno dato 12 anni per pensarci sopra.
Conobbe una monaca in carcere, le fischiava e le urlava di andarsene, questa continuava a parlare di Gesù, non si fermava, tornava spesso e parlava ancora di Gesu’. Un giorno entrò in carcere e prima di iniziare a parlare ai detenuti scrisse una lettera e gli diede imbustata. Scoppiò un terremoto che durò alcuni minuti.
I detenuti erano terrorizzati e stavano per precipitarsi fuori dallo stanzone. Lei urlò di rimanere dove erano che non avrebbero corso alcun pericolo. Il terremoto fini e lui venne invitato ad aprire la busta. C’era scritta l’ora esatta di inizio e di fine del terremoto e la sua intensità comprovata dal notiziario successivamente trasmesso in televisione.
“Dio mi ha detto che non ci sarebbe stato pericolo per voi” Le disse mentre lo guardava con dolcezza. Dopo 4 anni dall’inizio della condanna lo rilasciarono, non ci credeva, piangeva, rideva e sospettava uno scherzo, ma sua madre era veramente fuori dal carcere ad aspettarlo, era vero!
Andò a studiare teologia a Chicago, ritornò in Messico e iniziò una nuova vita.
Ora vende fiori all’angolo di una piazza di Tijuana.
3 – San Francisco, USA – settembre 2008
La storia del Team Hoyt.
Dick Hoyt si accorse presto che suo figlio nascituro aveva qualcosa che non andava, i medici diagnosticarono un problema cerebrale dovuto a una carenza di ossigeno; il destino per la medicina era segnato e alquanto negativo. Il padre però non si rassegnò a lasciarlo in un istituto, lo prese con sè e inizio a costruirgli un interffaccia per comunicare attraverso un computer con i movimenti della testa. Dopo anni le prime parole digitali di Rick, dopo aver visto una partita di hockey, furono “Go!!”. Dick prese questo come un segno della predilezione del figlio per lo sport e iniziò a portarlo con sè nelle sue sessioni di jogging spingendolo sulla carrozzina. L’allenamento e la passione crebbero, Rick attraverso il computer diceva che “anche se sono disabile correre con mio padre mi fa sentire vivo”, iniziarono le prime gare, le prime lunghe distanze. Il padre spingeva la carrozzina del figlio per miglia e miglia, lo portava su una bicicletta speciale per partecipare alle gare di Triathlon e lo trainava in un gommone legato alle spalle quando nuotava. Nel 1992 percorsero insieme 3.735 miglia tra bici e corsa lungo gli Stati Uniti per 45 giorni, ad oggi hanno partecipato a 229 Triathlon e 66 maratone. Quando chiesero a Rick cosa avrebbe voluto regalare a suo padre rispose “vorrei far sedere mio papa sulla sedia e spingerlo almeno una volta”.
2 – San Francisco, Usa – settembre 2008
La cameriera dice ad alta voce il prezzo per farsi sentire dal titolare ma poi mi fa segno con le dita abbassate il “prezzo amicizia”. Altro piccolo traguardo raggiunto dopo diversi scambi parlando la sua lingua natale.
Le nostre conversazioni si posavano spesso sul mio viaggio di lungo raggio e sul suo, forse molto più avventuroso, intrapreso un anno prima per trovarsi un lavoro e un posto dove vivere negli States. Un’altra storia di ricerca della felicità, un altra fuga semicosciente verso un futuro migliore che ha il sapore della novità, dell’avventura ma che della distacco dalle proprie radici.
Cominciò un lunedì quando il fratello che viveva con lei in Messico le offrì l’occasione di accompagnarlo negli States. Si trattava di un “biglietto di sola andata”, a piedi e senza documenti attraverso il confine. Un confine chiamato “la Grande Cicatrice” sulla quale vengono uniti, con una chirurgia da dottor Frankenstein, due mondi troppo diversi. Lacrime e panico, una indecisione talmente pesante da non poterla sopportare sulle spalle, la fatidica partenza era fissata soltanto due giorni dopo. La decisione di partire le venne come un singhiozzo dopo i tanti dei giorni fatti a piangere e riflettere con la valigia mezza piena e mezza vuota che aspettava il verdetto. Iniziò la marcia nei boschi e nelle montagne, di notte, correndo e sostando per ascoltare i rumori tra i cespugli. La paura di essere scovati e i ripensamenti mentre l’ipotermia iniziava a strisciare su dai piedi e il fratello si svestiva per coprirla e le massaggiava le gambe. Arrivò a San Francisco con un dollaro, un fratello e una sola lingua, quella sbagliata. Ci volle tempo.
Adesso lavora, non può ancora permettersi un’assistenza sanitaria ma tanti sorrisi e tante nuove amicizie. Io sono una di queste, mi dà il numero di suo padre e mi promette che mi ospiterà a Tijuana quando varcherò la frontiera messicana.
1- Tobacco Plains, Canada Alberta – settembre 2008
Ci sono tre cose che non devi fare per fare incazzare Ken:
1) Non fargli mancare le sigarette: Ken fuma solo quando arrivano stranieri fumatori e gode nel farlo quindi non togliergli questa possibilità
2) Non parlare bene degli Indiani: Ken affitta lo spazio per la sua casa in una riserva indiana in cui gli indiani ricevono casa, soldi, assitenza e qualsiasi copertura senza pagare nulla, nemmeno le tasse. Questa è una forma di “scusa” per i torti subiti ma Ken si è stufato di vederli ubriachi e nullafacenti.
3) Non sbagliarti quando lo chiami: il suo nome è Ken e non Kent
Tre sole avvertenze e poi la strada dell’amicizia è spianata e percorribile. Cosi stiamo seduti in veranda a chiacchierare insieme a Maureen, entrambi sono sulla sessantina, affabili e simpaticissimi. Lui è di discendenze ucraine e lei scozzesi. I discorsi ci trasportano in ogni dove, finche parlando del senso del mio viaggio concordiamo sul fatto che è una fortuna e che è normale che attiri l’invidia di molti. Io replico raccontando le mie preoccupazioni relative al vuoto che ho davanti pensando al mio futuro, un vuoto che posso riempire con la libertà di decidere e fare quello che voglio ma anche un vuoto che mette ansia in certi momenti, nella fattispecie quando penso a chi nel mio paese ha “attraccato porti sicuri” e messo radici consuete e tranquillizzanti che in questo momento sento di non possedere. Possiedo una moto e un pc portatile ora, prima anche la certezza di come e dove impostare la mia professione e la mia vita.. adesso le ho perse.
“Guarda amico mio” mi dice dondolando sulla sua sedia in legno nella veranda che affaccia sulla riserva indiana “ho lavorato duro nella mia vita, ho deciso di fare soldi e fermarmi a 55 anni, ritirarmi e godermi i frutti del mio lavoro, poi a 54 anni successe una cosa…”
“Cosa?” replico io.
“Mi diagnosticarono un tumore al sangue che ora, attraverso una proteina, colpisce anche le terminazioni nervose impedendomi di fare certi movimenti” e mi mostra la mano tremante mentre cerca di muovere una penna tra le dita.
“Non c’è speranza, mi hanno dato qualche anno di vita”
“I am a death man walking my friend”
Dissimulo sul volto quanto mi passa dentro: è forte.
“Non è strano? Ho tutte queste cose e non posso sfruttarle, la roulotte che ti ho lasciato per dormire non posso più guidarla e rimane li immobile, adesso c’è una lieve remissione dei sintomi fortunatamente ma… la malattia rimane”
“E’ raro incontrare persone ricche di tempo e ricche di denaro” mi aggrego io riprendendo un pensiero nato in questo stesso paese un mese prima.
“Ti racconto una storia my friend: c’è un becchino che preparando un cadavere prima della sepoltura gli controlla le tasche e vi trova dieci dollari dentro, e sai cosa dice?”
“No”
“Dice: Questo uomo ha lavorato mezz’ora più del necessario”
“Cosa significa?” Rispondo.
“Significa che quell’uomo ha speso quello che ha guadagnato nella sua vita tranne quegli ultimi 10 dollari avanzati, quella mezz’oretta di lavoro in più, è stato bravo a far avanzare così poco, cosa ti serve morire ricco?”
