Cartagena di notte durante le feste natalizie

SE TI SEI PERSO LA PRIMA PARTE DELLA TRAGICOMICA TRAVERSATA DEL DARIEN LA TROVI QUI.

Cartagena è bella ma congestionata, con il Guzzi esploriamo i suoi dintorni percorrendo percorsi inventati lungo anelli concentrici sempre più lontani dal risucchio del centro, andiamo sino a Palenque a conoscere il primo villaggio che si è proclamato “libero” nella lotta all’indipendenza del Latinoamerica. Si parla un dialetto che è un misto della lingua angolana, del francese e dello spagnolo. Ci sono capanne di legno con tetti di palme e la pelle degli abitanti è nera come l’Africa dalla quale provengono i fondatori del villaggio. La moto in quel contesto e con la sua mozzarella alla guida sfila in modo carnevalesco, quando passo sugli sterrati rapisco ogni sguardo, faccio finta di sapere dove sto andando, di non avere paura di fermarmi ed essere immediatamente circondato da un comitato di benvenuto armato di centinaia di domande, due terzi a proposito del Guzzi.

Gli abitanti di Palenque

Mi fermo solo in una stradina periferica, in cui il bosco di palme inizia a mangiarsi lo sterrato, appena spengo il motore “Hey Man!” e conosco il primo abitante di Palenque, “What’s your name?” e conosco il secondo abitante, “where are you from?” e arriva il terzo.
Cerco di disimpegnarmi dal comizio creatosi intorno a noi e alla moto, ma appena mi offrono un bicchiere con qualcosa di fermentato il cui vapore mi stura le narici come un’aerosol accetto e cado miseramente nella trappola. Con i discorsi diventiamo meno la novità del giorno e pian piano, nelle spirali ascendenti dell’ebbrezza che crea confidenza, anche amici, il sole cocente intanto sembra aiutarmi a debellare l’alcol con copiose sudate. Dopo una gita a piedi a Palenque e piacevoli chiacchierate con il locali riprendiamo alla volta di Cartagena.

La famiglia che abbiamo conosciuto a Palenque

Durante la strada del ritorno, fiaccato dal calore, lancio occhiate fuggevoli al paesaggio intorno alla strada e mi cade l’occhio su un tripudio di colori che vedo emergere come una macchia indefinita in mezzo alla macchia, poi scompare. Faccio dietrofront e cerco d’imboccare una strada che possa portarmi dentro quel caleidoscopio di colori…che scopro essere un cimitero. Passeggiamo tra le tombe e nonostante i miei anni di Messico non sono ancora indifferente alla doccia di colori, decori, musica e folclore che i latini usano per trasformare e digerire la morte. Per farla tornare a far parte dell’esistenza, sino a canzonarla o vestirla a festa.  Anche qui infiorate, ghirlande, ventole colorate e composizioni floreali circondano i marmi delle lapidi e le croci sparse ovunque sulla collina con l’effetto di concimare con la vita la morte.
Poi quello che muore è ogni entusiasmo quando nella strada del ritorno finisco in castrato in processioni di automobilisti che vanno alla morte dentro il centro della città, il caldo mi consuma, il motore sembra esplodere, le ciclozanzare motorizzate mi superano da ogni lato con pernacchie di clacson e zigzagate da mosca.

Cimitero colombiano e olga con claudio sulla motoguzzi

Con le bellezze di Cartagena, come la muraglia dove passeggiare durante le fresche ore serali avvolte dal soffio della brezza di mare, ci sono anche i nuovi folclorici pericoli come i motorini che impazzano nel traffico con slalom da pattinaggio artistico. Per questo Cartagena è particolarmente cattiva con le due ruote: ci sono un sacco di regole e proibizioni solo ed esclusivamente per queste come targhe alterne, la zona del centro proibita alla circolazione, la sera dopo le nove non si circola con passeggero e dopo le undici non si circola proprio, il blocco totale per i ciclomotori c’è anche il primo venerdì del mese…
Insomma per uscire dall’ostello e sapere quando e dove posso circolare devo fare dei calcoli che considerano calendario, orario, leggi, feste e zone urbane.
Desisto e torno bipede per qualche tempo, passeggiamo per la muraglia e i vicoli del quartiere Getsemani, conosciamo tantissimi viaggiatori e nell’ostello si crea un’atmosfera d’intesa e entusiasmo che ha il sapore dei ritrovi clandestini dei “poeti guerrieri” ne “l’Attimo fuggente”.

Le strade del centro di cartagena

C’è chi viaggia con la chitarra e canta per scacciare la solitudine e montare l’euforia del gruppo, chi ai semafori s’improvvisa giocoliere e “tira su moneta” per andare avanti di paese in paese, chi è in bancarotta ma non ha il coraggio di chiamare casa, chi vende artigianato seduto sui marciapiedi, chi va in bici, chi con furgoni camperizzati, chi con moto fighissime e moderne..e chi come noi. Sembra che sono l’unico a viaggiare per mestiere e se da un lato mi compiaccio di avercela fatta dopo anni di sacrifici dall’altro non posso fare a meno di notare una piccola distanza temporale di dieci anni che mi separa dal resto del gruppo la cui età media sta ben sotto i trenta.
Tolgo l’olio motore spalmato sul Guzzi, lo ha protetto egregiamente ma l’acceleratore è granitico e incrostato, ci metto almeno mezz’ora a liberarlo con spruzzate di Svitol colombiano mentre apro e chiudo i corpi farfallati sotto gli occhi curiosi di bambini che hanno sempre visto carburatori e piccoli monocilindrici.

Pescatori di Taganga al mercato

Arriva il giorno di partire e questa volta la meta non è il Sud della Colombia, dove il viaggio prende il suo slancio totale verso “el fin del mundo”, ma verso Nord, per conoscere il pezzo più settentrionale del paese e poi lasciarcelo alle spalle.
Puntiamo prima verso Taganga, le strade sono composte, rette, caldissime e con quel bitume morbido affamato delle mie gomme, in particolare della posteriore che fa il lavoro sporco e si consuma a vista d’occhio. Mi è stata regalata a Panama da un gringo che per miracolo ne aveva una usata che combaciava perfettamente con la mia, la quale stava ormai lottando da troppo tempo consunta e spolpata all’osso. Che fortuna sfacciata, dopo mezzo continente a sentirmi dire che la 140/80 17 non la monta proprio nessuno…
La strada è orlata di negozietti improvvisati all’ombra di tendoni appesi a tralicci, ci sono mani di bambini protese come rami e donne sedute a offrire sacchetti pieni di fette di mango e ananas. Arriviamo a Barranquilla e per una mala interpretazione della mappa finiamo prigionieri del traffico centrale nel quale ribollono automobili, motorini e camion accodati dietro semafori snervanti e impietosi. Mi fermo e indeciso se bermi l’acqua che rimane nella borraccia decido alla fine per un atto di pietà versandola sulle teste del bicilindrico che sfrigolano emanando un vapore da bagno turco. Riprendiamo dopo qualche minuto cercando nelle periferie una via di scampo agli ingorghi ma un motociclista ci si ferma accanto e dice:
-Cosa state facendo qui?-
E gli rispondo che infatti:
-Cerchiamo di non essere più “qui”.-

Ci consiglia di seguirlo visto che quelle periferie non sono benevoli verso chi si perde. Lo seguiamo sino a salutarlo con riconoscenza quando siamo sulla retta via, liberi di andarcene su una strada più solitaria che si allontana verso Santa Marta.

Panoramica di TagangaSanta Marta ha tutto: il mare, le montagne della Sierra Nevada e i ruscelli di Minca, che non si scrive con l’acca e la “i”di mezzo. Da questa città costiera l’ultimo sforzo ci porta a scavalcare il promontorio che la separa da Taganga attraverso divertenti tornanti che s’inerpicano sino a scollinare precipitosamente nella caletta dove appare il famoso paesino. Famoso per i suoi pescatori, per le apparenze dimesse, perfetto per chi ama andare a piedi nudi, prendere il sole di giorno e far festa di notte, pieno di case con muri sbrecciati dal sole, con strade sterrate piene di polvere alzata dai venti della Sierra e piena anche di altre polveri vendute al grammo in modo piuttosto insistente a ogni ora del giorno e della notte.

A Taganga conosciamo Fabio, trentino simpatico e gentilissimo che sta completando l’ostello dove ci ospitiamo, vive con la sua graziosa moglie colombiana e un cane che avrebbe dovuto fare il guardiano ma invece dorme su ogni superficie con una predilezione per l’amaca. Mentre parcheggio il Guzzi mi va in terra, era tanto che non succedeva, quasi mi rincuoro di esserne ancora capace. Olga che è meno preparata viene “firmata” sul polpaccio da una staffa di metallo che le schiaccia la gamba un istante prima di sgattaiolare via dalla moto sdraiata. Viene ufficialmente toccata dalla mano santa di Carlo Guzzi.
Passano giorni di divagazioni stradali, esplorazioni di Minca, occhio all’acca, e gitarelle dove la Sierra Nevada inizia a fagocitare ogni asfalto rendendo impossibile penetrare nel suo cuore indigeno che rimane affare del popolo della Guajira.

La famiglia di Fabio a Taganga

Quando ce ne andiamo facciamo una foto ricordo con lo staff dell’ostello al completo, incluso il cane in braccio che dorme e un gringo che non c’entra niente ma vuole smaltire con un sorriso fotogenico il senso di colpa della notte passata in cui non ha smaltito bene le 12 birre e gli è venuta quella malinconia in cui ad un certo punto prendi un tubo di metallo e insegui qualcuno minacciandolo di morte.

PRESTO LA PROSSIMA PUNTATA!!!