Quando torni da un viaggio

Conosco bene questa sensazione, prima di cambiare vita e diventare nomade avevo assaggiato la meraviglia del viaggiare dentro i limiti ristretti e “comandati” delle vacanze.

Piccole parentesi riempite di mondi lontani, di un’inedita libertà di movimento e pensiero, di ossigeno per la mente e nuove velocità per le mie idee e per i miei sentimenti.

Poi tornavo e succedevano cose strane, l’anima ribelle e scatenata del viaggio cercava un posto nella vita quotidiana, quello spirito libero doveva infilarsi in giornate scandite da forze esterne e agende fittissime.

Ecco cosa succedeva quando tornavo dai miei stupendi viaggi.

l’effetto “orizzonti allargati”

Tornavo ricettivo, aperto nei sensi e nella mente, con qualche diottria in più per cogliere il mondo intorno a me con più attenzione e percezione. Non sentivo solo di vivere, mi sembrava contemporaneamente di sorvolarla. Invece di essere un pesce che segue la corrente ero anche un’aquila che da sopra vedeva le direzione delle acque, gli ostacoli davanti, lo scorrere del tempo in una precisa direzione. I progetti all’orizzonte, le montagne da superare e le strade da prendere. Chiarezza, lucidità, ispirazione, lungimiranza.

L’effetto “energia a mille”

Entravo nel nuovo anno lavorativo rigenerato, non solo ricaricato. Mi sembrava di avere qualcosa di nuovo addosso, non solo una quantità di qualcosa da consumare ma una forse una nuova “qualità” per farlo. Quasi un modo di tenermi dentro il vento del Sahara, i rumori della giungla, la pace delle vette, la forza della natura adorata dai Maya o dai Quechua. Il senso di essere invincibile che può avere un giunco, non quello inflessibile della quercia. Immaginavo che il nuovo anno di lavoro sarebbe stato un altro trekking, che l’inverno pesante della mia città sarebbe stato duro ma anche giusto e naturale come la pendenza di una meravigliosa montagna. L’energia non sarebbe mancata, dentro di me c’era il fagotto con i pezzi di mondo che portavo a casa, le reliquie sacre per fare l’incantesimo della forza. L’adrenalina e la stamina, tutte e due insieme per lo sprint e la durata. Lo Yin e lo Yang per bilanciare qualunque situazione arrivando alla prossima estate come si arriva a Santiago dopo mesi di cammino.

L’effetto “torno dal viaggio e cambio la mia vita”

Dopo ogni ritorno si faceva più forte l’idea di cambiare vita, di modificare qualcosa aggiungendo una tessera nuova al mosaico delle mie passioni. Spesso era iscrivermi a un corso per imparare qualcosa di nuovo, altre volte era la promessa di andarmene nei week end in mezzo alla natura, oppure era fare più sport, leggere un libro per completare quel viaggio interrotto dal volo di rientro, frequentare un’associazione, ascoltare una conferenza.

Un modo per soffiare sul fuoco divampato mentre giravo il mondo, un viaggio mentale che proseguiva quello fisico in cui avevo fatto incetta d’incontri con persone e paesaggi, potevo curarmi solo di volere di più, di ascoltare meglio e di andare più in là.

La mia vita quotidiana da stanziale doveva stare in quel solco, seminare, far crescere e raccogliere roba nuova. Ma senza la fisicità dell’andare con le gambe.

In altri modi, più fa fermo, cercavo di sentire ancora la cadenza di quei passi, la prossimità di una meta, la curiosità per qualcosa di sconosciuto.

Poi tutto finisce

Di solito questi effetti duravano al massimo 60 giorni.

A novembre ero cotto, spompato ma sempre ai posti di combattimento, sempre con le braccia legate al timone.

Il “Nulla” aveva già raggiunto la pianura padana, pennellato di grigio anche il cielo per intonarlo con i cementi. Gli amici con il freddo cercavano più le tane che le taverne, sparivano lasciandomi a inventare da solo week end che alla fine venivano assegnati alla formazione professionale. La fatica sul volto dei miei genitori veniva assimilata a pranzo e cena insieme al telegiornale che portava in tavola le ultime nefandezze della politica e i provini per la crisi economica che sarebbe entrata di lì a qualche anno in modo molto più convincente, da oscar.

I miei voli d’aquila diventavano rasoterra, la cataratta mi scendeva sugli occhi chiudendo in un tunnel la mia visione del futuro. Diventavo un asino pazientemente orientato alla sua carota, un lupo alla sua luna. L’energia andava e veniva balzana come una lampadina attaccata a un generatore.

I nuovi hobby, le nuove letture e i week end in mezzo alla natura venivano limati, smussati, incastrati e poi posticipati con alibi di ferro.

Non c’è bisogno di giustificazioni se stai dentro una famiglia di formiche che sta dentro a una società di formiche. Siamo tutti capaci di perdonarci le mancanze verso la nostra gioia se stiamo lottando per fare il nostro dovere. Dopotutto per godere, ma stando al proprio posto, abbiamo inventato il consumismo.

Seduta dopo seduta di psicoterapia imparavo a farmi spalle larghe parlando del dolore, parlando dei sogni, parlando dei progetti. Parlando andavo avanti, aspettando una primavera che arrivasse anche prima di marzo.

Di nuovo primavera…

Non ero triste come queste righe fanno pensare, ero semplicemente stoico e operoso. Incapace di deragliare da un calendario di impegni-lavoro-formazione-progetti inderogabile e indistruttibile. Incapace di pensare diverso circa me stesso e la mia qualità di vita. Un labirinto di specchi dove veniva riflessa sempre la solita immagine. Pensavo stupidamente che il piacere e la gioia venissero da soli semplicemente staccando la spina. Anzi, siccome idealizzavo il mio lavoro (che in un “futuro” sarebbe stato rose e fiori), mi convincevo che lì c’era già la felicità e il piacere (per certi versi era così, ogni tanto ne sentivo il miele sulla bocca). Si trattava solo di scavare ancora un po’. Consolidare la struttura e rinforzarla. Si trattava di tenere duro che poi le cose si sarebbero fatte più morbide.

Poi la primavera arrivava stanando genti, inaugurando sagre, concerti ed escursioni bellissime. Il tempo “per fare” qualcosa di diverso saltava fuori con il sole, diventava di più. Mentre i miei amici godevano l’aria aperta spesso stavo chiuso in aule, a studiare ancora, ma qualche week end di maggio riuscivo anche io ad andare verso le montagne di Lecco invece che verso i grattaceli di Milano. Lasciavo giù il finestrino e quando entrava l’odore di erba dopo una notte d’acquazzone ogni tanto piangevo. Sentivo il viaggio di nuovo che sbocciava, come una rosa stretta in un pugno ferito dalle spine. Mi chiedevo dove cazzo ero stato in questi mese schifosi di sudicio grigiume metropolitano, di intimo e rassegnato giardinaggio interiore. Non avrei potuto fare di più per vivere di più?

Dov’era l’energia a mille, gli orizzonti allargati, il volo d’aquila?

Quindi pensavo di nuovo all’estate alle porte, al grande tempo per fare qualcosa di diverso, pensavo allo zaino e alla fatica del camminante. L’onesto fardello di caricare sulle spalle ciò che serve per sopravvivere, non angosce e orpelli, la fatica giusta delle gambe che ti portano, non che ti spostano avanti e indietro. Pensavo al prossimo viaggio, a rimettermi in strada.

E poi, più avanti, è cambiato tutto e sono partito forse per sempre. Per un esperimento di strada e libertà che con il passare degli anni è diventato uno stile di vita nomade.

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Cosa ti succede quando torni da un grande viaggio? Me lo dici nei commenti?

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