Tributo alla terra e alla piccola città Fantasma

La città fantasma

Dopo gli auguri di Natale avrebbero dovuto seguire puntuali quelli dell’anno nuovo, magari con nuovi furti, colpi di scena, o effetti speciali pirotecnici per la mezzanotte del trentuno. Ma, come scrivevo, le date speciali passano inosservate senza botti o cerimonie perché questo pazzo viaggio smorza le feste e alza il volume dei giorni “normali” sino a non farti capire più la differenza. Quando vedo un fuoco d’artificio che scoppia o gente che mi abbraccia dandomi pacche sulla schiena e auguri per il futuro mi rendo conto che il giorno è formalmente speciale, è un “primo giorno dell’anno” che con artificio tenta di spezzare la catena del tempo e rifarlo partire con un nuovo conteggio. C’è da buttare il petto in fuori, proferire pensieri augurali e riprendere simbolicamente il timone dichiarando dove si andrà per i prossimi 365 giorni. Ogni tanto è patetico e non serve proprio a nulla, altre volte chissà che questa profusione di intenzioni per il futuro possa veramente portare risultati invece che ripetizioni.
Alla fine dell’anno alcuni non si ricorderanno più dei propositi iniziali mentre altri faranno la contabilità tra le parole e i fatti.
Io, almeno questa volta, mi sento in “attivo”, non rischio la bancarotta per incompiutezza e sono certo di aver investito bene i miei paroloni pronunciati 365 giorni fa.
Adesso mi metto un po’ da parte per farvi spazio. Ma prima vi mando un pensiero: che il 2009 sia impugnare il timone per portarvi dove volete.

Questo è piccolo video per non scordarci della bellezza che auguro a tutti d’incontrare in questo anno.

E ora un pezzo dell’ultimo articolo sulla città fantasma di Real Catorce, è solo un segmento di un articolo dedicato a una rivista di moto. Perdonate l’assenza del soggetto scrivente e delle storie di persone. Scrivo per una rivista di moto dove il viaggio è fatto di strade e spostamenti.

La città fantasma

real de catorce il villaggio fantasma
Mi trovo a sobbalzare su 23 km di carreggiata che appare come un incrocio tra sterrato e mulattiera, pietre levigate saldamente ancorate al suolo costituiscono l’abbozzato manto stradale.

Con gomme turistiche e moto custom inizio a sentire una vera e propria “iniezione spinale” di adrenalina e preoccupazione, ma dopo il primo km con i nervi a fior di pelle mi rendo conto che si possono tranquillamente mantenere i 50 o 60 km orari avvertendo quasi un “sollevamento” della motocicletta che non risponde più millimetricamente a ogni pietra con vibrazioni da frullatore. Una guida rilassata quindi, con le mani morbide per concedere gioco al manubrio è l’ideale per distrarsi con un panorama che per la prima volta sembra muoversi da solo e tirarti sempre più in alto fin sopra la sua schiena collinare. Valli di un verde slavato si rimirano a ogni curva e composte file di cespugli spinosi corrono ai lati della moto. Verde e giallo tratteggiano le superfici delle colline in quadri scozzesi dalle tinte deboli: l’erba non resiste all’arido e ingiallisce, i cespugli invece trattengono l’ umidità e danno indietro un timido color pera. Finalmente dopo 30 minuti di questo strano sterrato serpeggiante oltre i 2500 metri d’altezza arrivo di fronte al tunnel “Ogario” che reca un cartello “Bienvenidos a Real Catorce”. Aspetto il mio turno perché il senso di marcia è uno solo, sosto nella colonna di macchine dalla quale faccio capolino con il mio casco a palla nero e la montagna di bagagli con orsacchiotto portafortuna “arpionati” alla bella e meglio al telaio. La colonna parte e con essa mi immetto nella pancia della montagna per due km lungo l’unica via di accesso al remoto paesino.

real de catorce il villaggio fantasmaTrattengo il respiro per evitare di inalare i gas di scarico intrappolati in queste viscere di roccia, il tunnel sinusoidale è illuminato e ha qualche spazio di disimpegno come unica misura evidente per claustrofobiche emergenze.

Con il classico  punto di luce bianca che appare in fondo al canale di roccia si apre il sipario e appena imboccata l’uscita si è avvolti da un teatro di bancarelle colorate e da un dedalo di vie sterrate che s’inerpicano e diramano seguendo i profili frastagliati e decadenti delle case. Pare una Havana in miniatura, avvolta nel silenzio e pigramente indaffarata a soddisfare le curiosità dei turisti vomitati fuori dalla bocca del tunnel. Si vedono “ristorantini-negozio-bar” ricavati in una sola stanza con un tavolo e mille scaffali di mercanzie e vettovaglie, a fianco si accostano bar moderni con connessione wifi. Nonostante l’offerta eclettica di stranezze la confezione esteriore rimane sempre il muro sgretolato, la persiana cigolante e la lanterna impiccata a pali di legno consunto, un tema che si ripete in ogni stradina. I selciati come serpenti di montagna, con il risalire i pendii scoscesi, diventano sentieri ancora più dissestati i cui sassi si mescolano a pezzi di pareti franate. L’atmosfera di silenzio e relax è immanente, si respira quasi e con un altitudine che sfiora i 2800 metri impone movimenti compassati e un attitudine sorniona da perditempo per passeggiare senza affaticarsi troppo. Diversi ostelli/alberghi offrono confortevoli stanze e cortili interni ristrutturati a regola che contrastano con le facciate sgretolate e consunte degli edifici. Dai tetti delle case la sera si vedono i primi lampioni scaldarsi e gettare fioche luci che con stenti di volt e tungsteno acchiappano solo qualche metro quadrato di città. Ombre cinesi seguono ogni persona al suo passaggio e si incollano ad ogni parete sino a scomparire girato l’angolo, ma dopo una certa ora il freddo si mangia il popolo fantasma che scappa chiudendosi dietro persiane e porte di legno cigolanti. Non faccio diversamente e mi rannicchio vestito nel sacco a pelo sotto le lenzuola, l’indomani sarà per scoprire se dietro la facciata da città abbandonata ci sono storie e cultura da cogliere.

Popolo huicholPopolo huicholCon i raggi del sole ci si sveste sfogliandosi come una cipolla, escursioni termiche di 20 gradi tra il giorno e la notte sono normali in inverno e il viaggiatore avveduto non si fa cogliere allo sprovvisto, pena l’assideramento. Nel museo principale, e per la precisione l’unico, scopro i poliedrici scopi a cui è servita la città nelle sue fasi storiche. Fondata nel 1779 come città miniera, è stata spremuta sino all’osso per l’estrazione di argento con l’ausilio involontario e coatto di manovalanza india. Parallelamente è diventata il principale luogo del Messico per i pellegrinaggi alla chiesa Francescana di stile barocco-messicano. Sulla facciata di questa è possibile vedere numerose placche di bronzo e metallo a testimonianza del passaggio di fedeli devoti e di qualcosa di “speciale” nelle loro vite, vissuto come miracolo, e tributato al Santo. Lontani dai culti occidentali e nascosti negli orizzonti più lontani, dove i deserti degli altipiani centrali imperano per migliaia di km quadrati, ci sono invece gli indios Huichol che ogni anno pellegrinano in prossimità di Catorce per cercare il famosissimo “peyote” conosciuto anche come “‘l’hikuri” l’alimento che dà la forza, lo stesso che Carlos Castaneda descriveva nei suoi libri sulle pratiche cerimoniali dei “curanderos” messicani che gli cambiarono la vita. Gli indios cercano la pianta sacra allo stesso modo ma con intenti ben diversi e più spirituali dei molti turisti che si spingono nel deserto a caccia di nuove esperienze. La vendita e la raccolta sono pertanto proibite ma le vie del Peyote sono infinite e procurarselo, si dice, non è difficile.

Ma Catorce è ancora di più, nella storia è stata anche la sede della Casa della Moneta che coniava valuta messicana, di cui una, per l’ appunto, prese il nome di Real da Quattordici e lo diede anche alla città che prima si chiamava “Nuestra Senora della Purisima Concepcion”.

Nel 2001 Brad Pitt e Julia Roberts recitarono sul set Catorceno di “The Mexican” e nel 2007 Penelope Cruz e Salma Hayek saltavano sui tetti e scatenavano sparatorie nella pellicola “Bandidas”.

sul set Catorceno di "las bandidas"

Nascosta sotto la chiesa si vede il primo rudimentale motore diesel bicilindrico (mi duole ammettere che concettualmente è identico al mio bicilindrico Guzzi!! Due valvole ciascuno dei due cilindri e distribuzione ad aste e bilancieri) che alimentava la prima rete elettrica della regione.

Catorce è la reminiscenza di un tempo in cui il denaro, principalmente diretto in Spagna e nelle tasche dei governatori, entrava copioso nella città i proporzione all’uscita dell’argento dalle sue miniere. Quando l’argento finì i 30.000 abitanti iniziarono a scomparire uno a uno.. la città che era fasto e splendore coloniale iniziò a cadere a pezzi lasciando tra le sue mura solo 250 persone.. e come in un vascello fantasma queste non abbandonarono la nave e continuarono a vivere con stenti e fatica costituendo in un certo senso “le anime della città fantasma”. Poi arrivò il turismo, si aprì il tunnel nella roccia e oggi si contano 2500 abitanti. La città è salva e il “fantasma” è rimasto nella storia perché dietro i muri cadenti ha ripreso a pulsare una vita sonnolente ma attiva che cresce con il fascino magnetico di questa piccola “isola” persa tra montagne e deserti. Pur con una innegabile atmosfera e apparenza di tranquillità Catorce rimane una nicchia amata dal turismo, almeno quello cosciente della sua esistenza. Per me è stata come un disegno al carboncino che tratteggia un’epoca lontana di fasti e splendore.. da guardare prima con distacco e poi caderci dentro per due o tre giorni in un continuo passeggiare con le mani in tasca in cerca di altre tessere per comporre il complesso mosaico storico-culturale del Messico.

By | 2016-12-17T15:45:34+00:00 gennaio 8th, 2009|Diario Personale di Viaggio, Generale, Video|

5 Comments

  1. Luca 11 gennaio 2009 at 17:48 - Reply

    Mah mah mah…che dire…
    L’anno è iniziato, sono entrato da poco nei 30 e anche io ti confermo che le cose non cambiano quando si pensa che debbano farlo, ma cambiano quando sei tu a cambiarle.
    A distanza ti stringo la mano, ti passo le mie carte nautiche e ti faccio navigare un po’ della mia nave. Magari facessimo tutti così, come per un lungo viaggio in auto alternandoci alla guida per permettere a chi ha appena lasciato il comando di riposare.
    Buon 2009.

  2. Claudio 11 gennaio 2009 at 19:05 - Reply

    A distanza ti ringrazio! ma prima per gli auguri perchè sempre mi segui e sempre mi lasci un parere su quanto scrivo.. cosa che vorrei facessero in molti ma non succede.
    Anzi, nonostante la qualità dei miei piccli scritti mi pare aumenti e il numero di visitatori rimane costante coloro che lasciano un commento sono sempre di meno.. che peccato, non ci vogliono palle o dottorati in letturatura a lasciare un segno.
    Grazie per continuare a lasciarmeli.
    Tra virate e sterzate l’anno passato continua con un 9 in coda, meglio tenere le mani sul volante piuttosto che invocare fortune e indulgere troppo sui riti!

    Salutoni Luca!

  3. pave 15 gennaio 2009 at 09:30 - Reply

    piccole cronache colorate! rende l’idea,sono li’ che cammino e vedo…

  4. Mauro 18 gennaio 2009 at 11:05 - Reply

    Un felice anno nuovo, anche se in ritardo, e tante nuove strade da scoprire..
    questo si che è viaggiare!! :)

  5. davide 23 marzo 2009 at 22:46 - Reply

    Ciao Claudio,
    ti ho scoperto adesso, mi piace quel cha fai, e scrivi bene.
    Buona strada ;-)

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