Vale un Perù. Cercando i cieli più alti.

Verso Cajamarca

DUNE IN SUD AMERICA?

Sto viaggiando sulla costa del Perù e il deserto che mi aspettavo d’incontrare, poco dopo aver lasciato l’Ecuador, aveva nella mia testa il consueto volto della steppa. Pensavo sarebbe stata una distesa di terra compatta butterata da qualche cespuglietto e albero nano, con poca erba e tanto silenzio. Non avrei mai detto che qualcosa di simile al Sahara, con onde giganti di sabbia e creste pettinate dal vento, potesse apparirmi davanti agli occhi proprio qui, in Sud America.
Dopo aver superato le risaie tra Tumbes e Piura ricevo questa sorpresa inaspettata, un diversivo paesaggistico che accolgo bene nonostante ogni atomo che mi compone è teso verso luoghi molto diversi e molto lontani dalla costa in cui mi trovo.
Continuo a guidare tra dune giganti e intanto mi chiedo dove, e sopratutto quando, incontrerò la strada che mi butterà nelle fauci di quelle valli selvagge che sogno da tempo.
In quel sogno c’è la Cordillera de los Andes con quelle cime bianche che sembrano missili puntati sullo spazio. Sopratutto, in quel sogno, c’è il mio ritorno, motorizzato questa volta, nel Sud America che visitai per la prima volta tanti anni fa, quando ero un cucciolo della strada appena uscito fuori dalla tana per vedere come funzionava il Mondo. Adesso finalmente il sogno diventa realtà: sono ritornato, a distanza di dodici anni e con una motocicletta.
Mi sento come se volessi visitare un vecchio amico di cui ho perso le tracce, vedere se lo ricordo bene o male e se mi fa l’effetto della prima volta oppure no.

un bambino peruviano fa capolino fuori dalla porta

Ho ricominciato il viaggio alla fine di settembre. Sono stato in Italia due mesi, solo 60 giorni, il tempo necessario perché mia madre memorizzi i miei tratti somatici … per poi vedermi sparire di nuovo. Una parabola del figliol prodigo che si ripete, tra struggimenti e nostalgie, da ben otto anni senza epilogo o soluzione, solo con la coazione a ripetere imposta quasi come condanna da questo stile di vita nomade.
La moto è rimasta in Perù da metà luglio a metà settembre, sono dovuto andare a riprendermela prima dello scadere del suo “permesso di soggiorno”. Questo cavillo burocratico con le dogane è quasi sempre la causa di rimpatri così brevi e affrettati. Ho dovuto rifare la trafila burocratica al confine settentrionale per avere tre nuovi mesi di permesso. Mi hanno detto che bastava andare alla frontiera di uscita del Perù per rinnovare il permesso senza bisogno di entrare e riuscire dall’Ecuador.

FRONTIERE COME APOTEOSI DELLA DEFICENZA

Grazie all’agente Luis Diaz, che la pensa in modo diverso dai suoi colleghi, tutto il processo di un’ora e mezza tra code e timbri è stato reso inutile. Con il rifiuto di questo imbecille io e Olga abbiamo dovuto rifare tutto daccapo e moltiplicato per due: fare la procedura migratoria di uscita dal Perù e ingresso in Ecuador… poi quella di uscita dalla Ecuador e ingresso in Perù. Poi ancora l’uscita della moto dal Perù, l’ingresso in Ecuador, l’uscita dall’Ecuador e il nuovo ingresso in Perù. Finiamo per perdere quasi una giornata mentre, sotto la lente d’ingrandimento della migrazione, iniziamo ad apparire strani, anzi sospetti. Gli impiegati si fingono cordiali ma intanto mi fotografano il passaporto registrandolo probabilmente in una lista nera riservata a chi ha collezionato tanti timbri di entrata e uscita in un lasso di tempo troppo breve.
Le frontiere di terra sono i canali di scolo dove drena la deficienza più qualificata. Se è vero che da un paese fuggono i cervelli è anche vero che coloro ai quali è fuggito il cervello si ritrovano spesso incastrati ai confini tra diverse nazioni. E lì trovano un posto di lavoro.

Quello che penso delle frontiere di terra

PICCOLA IMMAGINE PER ESPRIMERE CIÒ CHE PENSO DELLE FRONTIERE DI TERRA

Ok, ora che vi ho raccontato la purga della frontiera riprendiamo il racconto da dove eravamo: la marcia verso Sud con la meravigliosa sorpresa di dune quasi africane. Ogni tanto il deserto scompare alle porte di città antipatiche come Piura e Ciclaio. Qui dobbiamo fare i conti con un traffico urbano sregolato e nevrastenico, quando ti fermi con il rosso ricevi clacsonate da dietro come se stessi infrangendo la tacita regola di infrangere ogni regola del codice della strada. Si guida a “stile libero” e con i semafori sono tutti piuttosto daltonici.
Il deserto mi accoglie di nuovo dopo questi intoppi e rimette tutto a posto, mi calma la mente e raffredda la moto, mi fa un incantesimo di lentezza, un tempo fuori dal tempo dove ho pace.
Quando prendo la deviazione per Cajamarca divento pian piano trepidante, euforico, impaziente di avvicinarmi alla Sierra. Le prime colline attorcigliano rapidamente le strade, ne fanno un groviglio di tornanti, viticci, ghirigori, nodi… Mi arrampico di corsa. Tutto si trasforma in un “moto-alpinismo”, le chiuse cedono e l’adrenalina sgorga di nuovo abbondante in un crescendo di tensione, attesa, divertimento e trattenimento.
A un livello più spirituale ho fame di elevazione, di vettori che vanno all’insù, di aria sottile.
Olga è dietro e cannoneggia con la macchina fotografica contro le prime tracce di vita andina, cerchiamo di essere discreti ma prima ancora siamo fotografi a caccia di immagini. Siamo anche poco mimetici: la livrea azzurra della moto, la gobba di bagagli e le dimensioni pachidermiche ci introducono alla popolazione della Sierra con le stigma di gente diversa che viene da lontano.
Qui, in Perù, finisci sempre per essere chiamato “gringo” o affettuosamente “gringuito”, poco importa che vieni dall’Europa e in particolare da quel Paese, culla di una lingua madre di tante altre, che dovrebbe qualificarti come più latino di un latino. Sono un gringo punto e basta. Precisare le mie origini non serve a nulla, né alle pompe di benzina né quando saluto i bambini per le strade che gridano qualche “How are you?” oppure “Hi man!”.

Una pausa sulle strade serpentiformi che strisciano sulla Sierra

SALITE COSMICHE E PATETICHE SCIVOLATE

Continuiamo a salire, il Guzzi mostra un respiro affaticato da enfisema polmonare, non tiene il minimo, ogni tanto sembra scarburato anche se non ha carburatori. L’altezza gli piomba addosso decimandogli parecchi cavalli, mi dicono che ogni mille metri perdi il venticinque percento di potenza.
Quindi quando arriverò a 5000 dovrebbe essere completamente morta? A “meno venticinque percento” di potenza? La scuderia di cavalli sarà sterminata da un’ipossia? Chissenefrega. Un modo lo troveremo.

Donne quechua in peru

C’infiliamo in alcune valli strette dove la strada gira svelta su pendenze sino a scollinare. Aggiriamo le prime punte della Cordillera sino al momento in cui questa ci mostra, nel grembo di una piana circondata da montagne, le prime case di Cajamarca.
Alle porte della città, mentre cerco di accostare un attimo e riposare la schiena prima d’immettermi nel traffico cittadino, la ruota davanti scivola su una ghiaietta della banchina. Finiamo in terra con la moto che si sdraia sui nostri piedi. Proprio mentre un motociclista si accinge ad aiutarci improvvisando una leva da Archimede per alzare il Guzzi scorgo la prima foto meravigliosa del viaggio. È già fatta, pronta, basta solo fare click, solo che ho il problema di levarmi prima 300 kg di dosso.
Una donna indigena dall’altro lato della strada che, bontà sua, se ne frega del nostro piccolo incidente, continua a tessere un drappo di lana con il suo telaio legato alla vita, l’altro capo della tela lunga parecchi metri è attaccato a un palo della luce. Se strizzi gli occhi per appannare la vista sembrerebbe di guardare qualcuno infilato dentro un fionda gigante che sta per farsi sparare nello spazio.
Ok, bello, ma ho ancora il problema della moto addosso, per fortuna si è appoggiata anche sulla borsa, non solo sul mio piede (questo sgravio della pena non mi risparmierà di claudicare per qualche giorno imbottito di antinfiammatori). Olga è caduta dolcemente sull’erba ma la macchina fotografia che porta al collo non ha trovato l’impatto con questa ugualmente dolce. Si rompe lo zoom e sono solo all’inizio del viaggio, lontano mesi dal prossimo rientro in Italia. Mi deprimo quasi a livello clinico.
Scatto la mia foto e mi siedo in silenzio su un marciapiede. Penso a quando in Ecuador ho perso un drone, rotto una macchina e danneggiato il monitor dell’altra. Mi dico mentalmente che per fortuna tutto succede adesso, dopo anni di esperienza, mi dico anche che come professionista sono piuttosto solido anche economicamente. Mi ripeto convinto che per questo motivo posso attutire i colpi diretti alla mia attrezzatura come al mio morale. Lo zoom gracchia ma la macchina sembra funzionare, posso ancora lavorare. Non lo so ancora, per fortuna, ma all’incirca tra un mese una pallonata, probabilmente non di un giocatore ma di un franco tiratore, andrà a sistemare esattamente nello stesso modo la seconda e ultima machina fotografica che porto con me. Sono un osservatore della legge di Murphy.
Scatto la foto della donna indigena che sta per lanciarsi nello spazio.

LEGGI LA SECONDA PARTE QUI!

Una donna indigena che tesse come una volta

Cajamarca di notte

By | 2017-01-06T15:53:28+00:00 dicembre 17th, 2016|Diario Personale di Viaggio, Generale|

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