Viaggiando con mappa

Sono 10 giorni che ho lasciato Guanajuato.

Ho passato i primi 20.000 km di questo long, long, walk e sono già sconfinato nel Guatemala.

Lasciai i ragazzi dell’Ostello con la promessa di ritornare dopo una breve sortita in America Centrale. Anche a Olga e alla sua famiglia feci la promessa ma insinuai in questa il dubbio giusto per evitare di sentirmi obbligato al cento per cento di ritornare in Messico, migliaia di chilometri più a Nord.
Io e lei ci siamo abbracciati mettendo fuori una buccia dura, da persone scafate che accettano il distacco in modo maturo, un distacco giusto che trasforma quello che c’è stato in un gioco.

Autostrada nel Deserto messicanoMe ne vado via e la solitudine che mi si attacca come l’ombra di Peter Pan, l’ombra perduta e ora ritrovata, ci cammino insieme in un paesino del Guatemala, dove sono ora che scrivo, sulle rive del lago Atitlan. Ce l’ho addosso insieme agli occhi della gente. Sono forse l’unico turista a San Juan de la Laguna. Le donne maya parlano Tzotzil e commentano chissà cosa quando le passo vicino.
Nella stanzina presa in affitto riavvolgo i ricordi e scrivo i giorni di marcia da Guanajuato. Partivo lunedì 30 maggio alle 2 del pomeriggio seguendo un percorso che mi avrebbe fatto saltare il De Fe (districto federal), la gigantesca capitale di 20 milioni di abitanti grande come la Lombardia, per raggiungere Oaxaca il più velocemente possibile. Avevo deciso di saltare la capitale perché non volevo portarmi la pellaccia e il ferro in un labirinto da Minotauro di quelle proporzioni, Milano già mi annichiliva quando dovevo andarci quasi ogni giorno e la città del Messico, in proporzione, fa apparire Milano come un villaggio di campagna.

Campeggio dentro un garageLa sera arrivo un poco oltre Pachuca, “sull’ala” orientale del De Fe ma lontano dal suo nucleo. Accampo, secondo la buona usanza maturata in Canada, nel primo pertugio che mi isola alla vista, non ci sono alberi ma solo camion demoliti con i motori fuori, sviscerati e abbandonati. Prendo la videocamera e documento.

Ho una videocamera nuova, quasi, una Canon Hv 20 acquistata quando mi sono reso conto che assimilare il mondo con pellicola, penna e carta sia un modo intenso di corteggiare la bellezza e la diversità che incontro.
Dopo averla vista con i miei occhi la cerchi ancora con l’obiettivo della camera, poi la cerchi un’altra volta evocando parole e ricordi da scrivere su un taccuino.
Una distillazione del bello a tre stadi: occhio, camera e penna.

Una notte con la strada vicino e i camion smarmittati che passano non mi vincono la stanchezza, il mio sonno che è maturato con abbondanti interessi su 3-400 km di sella sotto il sole ha infine la meglio. Non c’è rumore che lo penetri fino in fondo.

amici messicaniIl giorno seguente arriva con il primo sole e al seguito c’è già il figlio del padrone che giocherella con un bastone e aspetta indeciso che esca dalla tenda. Cerco di non pensare a quanto possa essere sospetto, o almeno strano, dal suo punto di vista trovarsi un intruso fuori casa. Faccio un paio di sorrisi che evocano commiserazione, faccio la parte del poveraccio viaggiatore innocuo e senza tetto che viaggiava stanco e ha trovato quel luogo prima di crollare senza accertare che fosse una proprietà. Recito questa parte e poi mi rendo conto che non è una recita… è la realtà.

Lui mi parla in inglese anche quando gli rispondo nella sua lingua. È un inglese pessimo, ma gli leggo tra le righe il desiderio di farsi vedere all’altezza del mondo con i suoi diversi codici linguistici. Un modo di rompere i confini della sua isola di ruggine e rottami che erediterà un giorno dal padre. Gli stringo la mano e lo ringrazio, mi scuso, carico il Ferro e vado.

Una nuova salva di centinaia di km alla ricerca della vecchia strada per Oaxaca, di cui scriverò un articolo pochi giorni dopo: una serpentina che arrampica e scivola sulla schiena di catene montuose ammantate di sierra.

Curve e controcurve che farebbero il paradiso degli smanettoni motociclisti, per me sono divertimento genuino ma senza eccedere in azzardi per evitare di chiudere con il botto un viaggio che è ancora troppo giovane.

Il Ferro pesante come un bue e imbottito come un Cavallo di Troia di attrezzi, libri, vestiti, portatile, videocamera e altri amenicoli si comporta bene come sempre. Venti km al litro è la dimensione della sua sete. Spettacolare per un motore così grande e vecchio. Faccio una sosta pensando alla mia di sete e compro un paio di bottigliette. Vengo immediatamente avvicinato da tre operai che mi offrono un paio di birre assicurandomi che il sole me le asciugherà fuori in 10 minuti. Accetto e gli darò ragione: l’alcol se ne andrà dai pori ancor prima di salire alla testa. Tra pacche e congratulazioni per il viaggio,  mi congedo. Ancora curve e gincane su macadam e asfalti improbabili, verso sera sono a 100 km da Oaxaca, mi fermo su un passo a 1700 metri con l’idea di sgranocchiare qualcosa nell’unica casa-ristorante presente, le cuciniere mi guardano e senza che glielo chiedessi mi concedono spazio fuori per piantare la tenda. Valuto l’opzione tra la seconda notte sotto le stelle o l’ultima tirata per arrivare in città. Con la loro offerta mi risparmiano le elucubrazioni mentali che sono solito fare quando devo prendere una decisione banale. Apro la tenda e mi presento a Natali e suo marito, che mancante di un occhio mi scruta per un lunghissimo attim . Diventa immediatamente ospitale e scaccia cani e galline per darmi 4 metri quadri tutti miei dove armare il mio equipaggiamento.

La moto è impassibile sulla sua gamba laterale, inclinata come una pietra rotolante. “Perchè non parli??!!! “

Ferro: “Perché sono metallo della terra. Non sono una costola di Adamo lavorata da Dio per tenerti compagnia, quella l’hai lasciata 600 km dietro, coglione”

Io: “Ah.. già…grazie”

Toporso: “Io sono il tuo pupazzo da quando sei nato.. non ti faccio compagnia?”

Io: “Be, fai compagnia quanto una marionetta la fa al suo ventriloquo. Se sono pieno di vita posso riempirti un po’ anche a te, ti soffio dentro le parole e ti do movimento. Ora però sono stanco per credere al trucco, vado a ripararmi il materassino se non ti dispiace e poi dormiamo”

Toporso: “buon riposo viaggiatore”

Faccio qualche ripresa della notte e mi accorgo che questa camera può penetrarla molto meglio della precedente, però le stelle che vedo sono solo cosa mia, l’elettronica non le afferra, sono troppo poco luminose o troppo belle per un obiettivo. Riparo il materassino in 3 volte, sputazzo su dove presumo si nascondano i buchi e quando vedo bollicine metto la colla epossidica. Leggo un poco e poi vado a fondo nel mio sonno.

Saluto e parto il mattino seguente, raggiungo Oaxaca alle due, visito un hostal, 110 pesos, ovvero 6 euro, troppo se voglio viaggiare a lungo, scelgo un dormitorio da 3 euro e mezzo. Va bene.

Scarico dalle vertebre il giorno con un pisolino nel mio letto a castello e poi passeggio per il centro, registro qualcosa e mi metto in un caffè a mangiarmi un gelato. Una voce da dietro mi distoglie dalla visione della piazza animata: “Where are you from?”

Capisco l’antifona e mentre rispondo mi alzo e mi metto al tavolo dove siede questa voce per proseguire la conversazione. Come suole in queste circostanze, entro in una nuova storia, mi lascio assecondare da quel destino che sembra governare certi incontri. Ascolto come sempre assorto nel volto di uno sconosciuto che dopo una mezz’ora diventa meno sconosciuto e più amico fino a darmi un numero di telefono, una mail e un invito.

E’ Harold, 40 anni, una mano ruvida capace di avvolgere la mia sino a ritrovare se stessa dall’altra parte, un corpo da 2 metri di stazza, scopro che non è un giocatore di basket ma un ingegnere che ha lasciato il lavoro negli Stati Uniti per fare il missionario in Messico.

Io: “Dove vivi?”

Harold: “Mi sono trovato un posto nelle montagne qui intorno, a due ore di sterrato.”

Io: “Che fai lì?”

Harold: “C’è una comunità di indios, mi sono messo a dargli una mano, costruzioni e roba simile, ma non gli dico assolutamente che sono missionario, questo genererebbe aspettative, penserebbero che devo dare qualcosa o che devo insegnare qualcosa o chissà che diavolo. Semplicemente mi comporto come missionario ma senza dire che sono un missionario.”

Io: “Tutta la mia stima!, la cosa strana è che da quando ho iniziato il viaggio sul mio cammino ho incontrato tanti uomini il cui percorso di vita si è intrecciato con una fede, ma gente tosta! Gente che indipendentemente dal tuo credo ti accoglie e da una mano, solo perché sei una persona, senza intromettere nell’amicizia i plagi o i condizionali.

Harold: “Credo che così debba essere un uomo di fede, per me questa è la felicità, io ci provo. Se passerai di qua scrivimi con un paio di settimane di anticipo, vengo in città solo sporadicamente a controllare la mail”

Ci salutiamo, è stato un piacere e una nuova tessera del mosaico di storie che sto mettendo insieme.

“E ricorda che se sei in difficoltà Lui è la pietra che non rotola” (He’s the rock that doesn’t roll!)

Lui è la pietra che non rotola

Mi alzo dal tavolino e continuo a camminare perdendomi quasi di proposito nel dedalo di vie coperte di porfido e illuminate da lampioni giallognoli.. e mi chiedo che rapporto abbia il sacro e la spiritualità con il mio viaggio. Una relazione ci sarà visto il tipo di incontri che sempre faccio quando metto uno zaino sulle spalle. Torno all’ostello e scopro sul tetto un amaca tirata tra due pali che reggono una capanna di paglia, un bassotto mi si avvicina con la pelle degli occhi pendente in una espressione triste, mi afferro a una sua orecchia e lentamente mi tiro mettendo movimento all’amaca, faccio mente locale sul nulla, non c’è proprio niente che afferri la coscienza più del dondolio della rete dove sono disteso.

Non ho pendenze all’attivo con il giorno presente, è andato tutto come doveva andare. Solo mi si affaccia una malinconia che cerco di disperdere con sbadigli profondi. La città sta già dormendo e sono l’ultimo della mia camerata ad essere ancora sveglio. Sono pronto per il sonno dei giusti, vado a coricarmi.

Continua…

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