Ecco la seconda parte del viaggio in Centro America. (Qui trovi la PRIMA PARTE.) Non mancano colpi di scena, rotture, frodi e tragiche frontiere…
“Chissà perché capitan sempre tutte a me”. (B.Spencer)

Con la parte precedente siamo rimasti al punto in cui i nostri fidi (sfigati) eroi(nomani), mollano il Messico entrando a colpi di mazzette in Guatemala dove incontrano lo splendore del lago Atitlan e dei popoli Maya.

Dopo peripezie Guatemalteche anche il Guzzi ha detto la sua: si è fermato in un giardino e ha deciso di non accendersi più…

PROVE ma soprattutto ERRORI

Olga scatta la fotografia nella autostrada

Con Olga che ormai, oltre che copilota, è diventata anche aiuto meccanico di tutto rispetto, troviamo per prove ed errori un falso contatto sul relè che alimenta le bobine… dopo due ora d’ansia per la diagnosi con un solo catartico colpo di pinza rimettiamo tutto a posto. Ringrazio Dio di avermi fatto nascere fesso su tutta la linea del “fai da te” e delle attività manuali ma lasciandomi intatto quell’entusiasmo intraprendente di meccanico amatoriale.
Ripartiamo per Chichicastenango, il paesino che ospita il mercato indigeno più famoso del Centro America. La strada passa per una congestione di traffico all’altezza di Santa Maria del Quiché dove mandrie di Chicken bus, insieme a camion di altri tonnellaggi e doti inquinanti, stazionano in colonne senza fine costringendoci a manovre da marciapiede e slalom circensi sino a uscire indenni lasciando la statale uno per la quindici verso Chichicastenango.

Mercato a Chichicastenango, GuatemalaCi fermiamo due giorni, in modo da poter assistere il giornaliero montaggio e smontaggio del mercato, vederlo gonfiarsi di merci, di vita, di colori e poi vederlo svuotarsi di notte lasciando carcasse di tralicci con tendoni adagiati sopra cumuli di tavoli e sedie. Scattiamo foto con discrezione ma in abbondanza e poi ripartiamo per Momostenango dove una famiglia di amici di Rudi ci ospita e accoglie amorevolmente. Alcuni rumori diabolici che escono dalle parti basse del Guzzi mi costringono a smontare la trasmissione, tempestare di messaggi spaventati i miei amici meccanici in Italia in cerca di consolazioni/spiegazioni, limare alcuni profili spigolosi del giunto cardanico che metto in morsa per aggredire con la lima e un grande senso di colpa e poi rimontare tutto scoprendo che dovevo solo registrare meglio le due boccole che tengono il forcellone posteriore attaccato al telaio…

ADIOS GUATEMALA

Arriva il momento di abbandonare il Guatemala

Arriva il momento di abbandonare il Guatemala dopo aver fatto un viaggio a Antigua e due viaggi verso l’ambasciata italiana della capitale Guatemala City (le cui leggendaria pericolosità ci ha tenuto svegli una notte) per ottenere il mio nuovo passaporto.

Poi tutto è pronto e la frontiera con El Salvador che raggiungiamo percorrendo la statale otto risulta essere un isolato “avamposto” nelle montagne che si chiama La Chinama. Sbrighiamo le formalità doganali senza l’intercessione di filibustieri, rispondiamo alla solita salva di domande dei poliziotti che scrutano il veicolo e filosofeggiano su pregi e difetti senza nemmeno conoscerne la marca. Si sorprendono quando invece di richiedere un permesso valido ventiquattro ore per attraversare rapidamente il paese, faccio domanda per un permesso regolare di novanta giorni, dimostrando un interesse per il loro microscopico paese che non si aspettavano. Tra le montagne l’aria pura e sottile insieme all’atmosfera tranquilla leniscono le pene di un attesa che supera l’ora, poi arrivano i documenti che esibisco per l’ultimo controllo all’agente migratorio: una ragazza che potrebbe fare la modella ma invece indossa una divisa e rappresenta un potere che la rende dannatamente attraente e minacciosa allo stesso tempo.
Arriviamo con il primo buio a Santa Ana, omonima e opposta nei prezzi e fattezze alla città Costarichense che troveremo più avanti, intanto prendiamo una stanza oscena e da dimenticare in un motel il cui nome ho puntualmente già dimenticato. L’unico infelice ricordo è il coprifuoco delle otto di sera: la gente si barrica nelle case per paura d’incontrare qualche membro della “mara salvatrucha”: una delle più spietate bande di criminali del latino america.

La mattina percorriamo “La Rutas de las Flores”, un itinerario turistico che attraversa piccoli paesi di campagna i cui pavimenti sono di ciottolato, il Guzzi ci balla sopra la samba con poca eleganza. A Sonsonate prendiamo un acquazzone che ci fa scappare sotto il tendone di un negozio, da lì guardiamo la pioggia battente che semina il panico nella piazza creando un fuggi fuggi generale. È tanto forte che scioglie via gli ultimi diecimila chilometri di polveri sottili e moschini incollati al Guzzi che muta di pelle come un serpente e torna a essere blu puffo. Appena smette di piovere ci dirigiamo a Suchitoto dove staremo una settimana intera, questo piccolo paesino ha una personalità interessante, è rifugio di qualche artista, meta di discreti viaggiatori e habitat di salvadoregni gentilissimi e cordiali. Ha tante piccole stradine che dipartono dalla piazza centrale, alcune si perdono nelle fronde degli alberi diventando sentieri di montagna e altre conducono al fiume Rio Lempa. Il caldo soffoca ma di prima mattina e nelle tarde ore pomeridiane il clima è perfetto per passeggiate esplorative attraverso il suo centro coloniale. Conosciamo e intervistiamo Doña Maria che ci racconta della guerra civile e di come questa gli abbia tolto sei fratelli. Passiamo vicino a San Sebastian per comprare un paio di amache da mandare in Italia e conosciamo un maestro tessitore che ci mostra come le produce con un antico telaio di legno e poi, dopo aver assodato il nostro interesse per la storia del suo paese, ci confessa di aver vissuto anch’esso gli orrori della guerra ma dalla parte dei militari, oggi vive nella povertà e scrive poesie. Me ne manderà una per email con l’aiuto di un’amica.

maestro tessitore che ci mostra come le produce
Ogni tanto ho l’impressione che in latino america tanto più un paese è pericoloso, sfinito dalla guerra e dalla corruzione, e tanto più le sue genti sono accoglienti e dolci, capaci di guadagnarsi la vita con la sola forze del carattere, dell’iniziativa e delle relazioni sociali.

L’IDIOZIA FATTA FRONTIERA

La strada numero uno continua verso la frontiera con l’Honduras, il Guzzi è pimpante più che mai, non perde un colpo ma ancora non conosce la stagione delle piogge che sta venendogli incontro o le formiche che cercheranno ad ogni pernotto di “abitarlo”, o i quasi quaranta gradi che gli faranno friggere le teste o ancora le tante varietà di sabbioline e ghiaiette sulle quali dovrà scivolare nei “fuori pista” che lo aspettano.Alla frontiera con l’Honduras incontriamo ancora un esempio di burocrazia di infimo livello: i doganieri non ci sono, sono tutti in pausa pranzo allo stesso tempo, questo fa ridere ma quando la pausa inizia a diventare sospetta e lunga fa soprattutto incazzare. L'IDIOZIA FATTA FRONTIERAIntanto conosciamo altri due motoviaggiatori, chiacchieriamo per ammazzare il tempo ma dopo un’ora abbiamo tutti le palle girate e con ulteriori indagini veniamo a scoprire che c’è la finale della Champion League dove il Barcellona silura la Juventus mentre noi come idioti stiamo sotto il sole ad aspettare che qualche scansafatiche in divisa decida di staccarsi dal televisore e tornare sul posto di lavoro. Inutile. Alla fine, dopo un paio d’ore, l’acquisto inutile di un estintore e di due triangoli d’emergenza, l’esborso di venticinque dollari per i documenti, entriamo finalmente in Honduras… per lasciarlo dopo soltanto tre ore e duecento chilometri alla frontiera con il Nicaragua. Da qui il nostro odio cordiale per il governo Honduregno.

Il Nicaragua è più efficiente, hanno scoperto l’invenzione della macchina fotocopiatrice e non ti mandano nelle copisterie a fare inutili copie dei timbri o dei documenti tra una pratica e l’altra durante la trafila migratoria e doganale.
Arriviamo a Esteli e ci ospitiamo in un ostello all’incrocio tra due strade in discesa, con le piogge torrenziali pomeridiane veniamo circondati da un ristagno di acque tipo castello medievale, siamo bloccati e vediamo ragazzini letteralmente “nuotare” per le strade.

IL FERRO SOFFRE SOTTO L'ACQUALa Guzzi che per fortuna è parcheggiata in un giardino sopra il livello della strada, viene colpita dal diluvio ma il livello d’acqua raggiunge “solo” la metà delle ruote. La città è moderna, poca “anima” latina e anche troppa discrezione ma almeno non dobbiamo guardarci le spalle a ogni rumore sospetto. Da Esteli andiamo a Leon passando per la Sierra con un set di curve piuttosto divertenti, non fosse che con le eccellenti borse laterali della Givi, i cui supporti sono stati adattati da me con una chirurgia a base di flessibile e saldatore, non posso fare nessun tipo di piega senza strusciare gli angoli delle valigie.

La strada si rettifica inesorabilmente congiungendosi alla periferia di Leon, in questa città visitiamo il museo della rivoluzione sandinista e conosciamo chi da ragazzo ha combattuto i contras sovvenzionati dagli Stati Uniti che volevano tanto per ribaltare il legittimo governo di sinistra del Nicaragua. Durante le poche settimane spese in Nicaragua veniamo fermati cinque volta dalla polizia, due per multarmi e tre per controlli, nei primi due casi me la cavo esibendo scuse plateali (l’infrazione era per aver superato stando nella stessa corsia un motorino che si è scansato per farmi passare) e credenziali da giornalista, nei controlli mi viene detto da un agente “stiamo fermando spesso i motociclisti perché, senza offesa, sono degli animali e causano un sacco di incidenti”. Nessuna offesa ci mancherebbe.

Lungo la statale dodici, dopo settanta chilometri, incontriamo la capitale Managua e ci rifugiamo a casa di un italiano che vive in una villa nella periferia sud, proprio dove la città si perde nella foresta e diventa un polmone verde con vegetazione tropicale e alberi pieni di manghi che cadono spappolandosi al suolo e fermentando. Raggiungiamo in moto il parco naturale Masaya, ubicato a pochi chilometri dalla città e collegato a essa con una strada che attraversa paesaggi quasi lunari pieni di arbusti bassi e rocce laviche. Parcheggiamo e camminiamo per l’area scoprendo che ci sono due vulcani e cinque crateri, il cratere più grande è attivo, ha una caldaia di più di centro metri di diametro e seicento di profondità da quale sgorgano i vapori di zolfo che gli hanno valso il battesimo di “Boca del infierno”.

Vulcano Masaya a Nicaragua

PANAMÀ SALTANDO (QUASI) IL COSTA RICA

Da Managua entriamo in Costa Rica, un paese che non ho apprezzato, costoso ai limiti del ridicolo o dell’offesa e con una natura bellissima ma non più di altri paesi meno “invasi” da dollari stranieri che ho incontrato durante gli ottantacinque mila chilometri di viaggio. Ho stretto una sola amicizia con Paolo, primo guzzista che incontro in latino america negli ultimi almeno sette anni, che mi ha tenuto la moto nella sua casa in Santa Ana mentre per due mesi e mezzo sono stato in Italia per ricongiungermi alle mie radici. Dopo la pausa italiana siamo ritornati e abbiamo avuto pochi giorni per lasciare il paese prima che il permesso della moto scadesse allo scoccare del terzo mese. La frontiera via terra s’incontra passando Limon e raggiungendo Sixaola dove, arrivati al confine territoriale, si può ancora vedere come il peggio dei paesi si concentri immancabilmente nelle loro frontiere di terra. A causa di un idiota panameño che non è sul posto di lavoro non riusciamo a prendere l’assicurazione obbligatoria per la moto bloccando tutto il processo d’importazione temporanea del veicolo.

Nessuno, né dell’immigrazione né della dogana, si mostra comprensivo, mi chiudono pure uno sportello in faccia. Che facciamo? Passare la notte lì significa venire assaltati e derubati quasi di sicuro, ce lo dicono apertamente. Non possiamo rientrare in Costa Rica perché ne siamo ufficialmente usciti, non possiamo entrare a Panama per colpa di questo individuo senza vergogna. Con una catena telefonica riusciamo per miracolo a farlo tornare al posto di lavoro e dopo problemi di connessione internet per ottenere il numero di polizza (30 minuti), poi di cartuccia d’inchiostro della stampante (10 minuti) e poi di cavo USB difettoso (15 minuti) ci da l’agognata assicurazione dieci minuti prima che chiudano gli altri uffici. L’impiegata della dogana non ha voglia di decifrare il libretto della mia moto per redigere il documento quindi mi fa sedere al suo computer per farmelo da solo. Dopo un mese scopriremo che il signor Manuel Isaias Montenegro ci ha truffati con una polizza falsa, la compagnia “vera” di assicurazione FEDPA, si scusa teatralmente ma rifiuta vergognosamente di rimborsarci.

Cla e Olga sul Ferro girando per i boschi di Panamà
Ciononostante veniamo risarciti, nonostante questa bruttissima ripresa di viaggio dopo la pausa italiana, con un panorama mozzafiato e delle strade meravigliose che ci regalano un zigzagare che dura un giorno intero per le selva ubicata tra la costa caraibica e la catena di montagne centrale dove troneggia il Vulcano Barú, la nostra prossima meta. Ci fermiamo a Rincón Largo, un villaggio lungo la strada che porta alla famosa città turistica di Boquete, alle falde del vulcano. Dopo due notti in ostello conosco il giardiniere che ci offre ospitalità a casa della sua grande famiglia in cambio di un aiuto in qualità di fotografo per documentare gli abusi che compagnie private in combutta con il governo stanno perpetrando ai danni delle foreste della zona di Chiriquí dove è nato e cresciuto e dove oggi quasi settanta centrali idroelettriche deviano bloccano o intubano i fiumi che dovrebbero essere proprietà pubblica.

Così conosciamo per caso o forse per destino alcune tra le persone più belle tra le tante di questi anni di strada, vivremo con loro per oltre un mese in mezzo al bosco, dormendo nella tenda montata sotto la tettoia enorme della loro casa circondata da tre ettari di palme, bambù, alberi di limone, cannella, papaya e tamarindo. Diventeranno per noi una famiglia e ci aiuteranno a penetrare il cuore dell’ultimo paese del Centro America.

La nostra famiglia a Panama