Tempo lento
Tanti anni, tanto silenzio qui, tanta vita in altri posti.
Ciao passeggera e amica/o della rete che ancora legge i blog che non vendono nulla, tu coraggioso consumatore del tuo prezioso tempo che accetti di farmi compagnia su questa pagina.
Ciao passeggera e amica/o della rete che ancora legge i blog che non vendono nulla, tu coraggioso consumatore del tuo prezioso tempo che accetti di farmi compagnia su questa pagina.
In tempi in cui tutto deve correre, ci si ciba di informazioni come cavernicoli affamati. E invece sei qui con me.
Grazie per andare piano, grazie per il tempo lento, per la fame misurata che non mi divora ma mi prende un boccone alla volta.
Grazie per andare piano, grazie per il tempo lento, per la fame misurata che non mi divora ma mi prende un boccone alla volta.
Ecco la mia vita in questi anni di silenzio in cui non ho detto nulla. Ma nulla da dire non vuol dire nulla da fare.
Ho fatto il finimondo.
Ho fatto il finimondo.
Quando il viaggio finisce (davvero)
È successo che nel 2019 il viaggio è finito. Lo sapevi, immagino.
La finitudine si è portata via la relazione con Olga (tornata dopo come amica e sorella), la salute mentale di mio padre, la mia voglia di essere nomade.
Poi mi sono morte anche la relazione con un’altra donna, un ficus che avevo fuori dalla finestra, il motore della moto.
Ma quando la sfiga rade al suolo io sto sempre acquattato, aspettando le fenici, le primizie, i germogli e i Lazzaro che si alzano. Aspetto fiducioso tutta la roba che si fa spazio nello strazio.
E di fatto in questi anni sono nate cose belle, pure.
Una casa che si muove
Mi sono innamorato di un veicolo, il mio furgoncino Westfalia degli anni ’80, che mi fa da casa ovunque io sia.
Con la moto ero troppo esposto al mondo e troppo a caccia di rifugi e accoglienze.
Con il furgoncino sono come la lumaca: quando è stanca sta già a casa sua. Ce l’ha appresso.
Naturalmente è una meccanica novecentesca, con quella brutale semplicità che ho imparato ad amare con la mia vecchia moto. Adesso sto rifacendogli il motore.
Il ritorno della psicologia (come uno starnuto)
Poi ti voglio dire che mi è “tornata” la psicologia come un imperativo morale.
Dico che è tornata come fosse una malattia cronica, ma invece è tutt’altro.
È stato un forte starnuto esistenziale.
Quando finisci in strada, questa volta non perché stai facendo un viaggio figo,
quando sei lontano da tutti in un altro continente,
quando stai cercando solo appartenenza e scopo…
quando sei lontano da tutti in un altro continente,
quando stai cercando solo appartenenza e scopo…
…allora aiutare gli altri ti viene così, di colpo, da dentro, poco controllato.
Come uno starnuto, appunto. L’alternativa è implosione e isolamento, cose che nella nostra specie non funzionano granché se non in misura molto controllata.
Se aiuti qualcuno, invece, stai:
A) creando temporaneamente ma rapidamente un “perché vivere” piuttosto robusto;
B) entrando in relazione con qualcuno, assecondando la nostra natura sociale;
C) facendo sì che quel qualcuno probabilmente riconosca il tuo agire come utile e sia grato.
A) creando temporaneamente ma rapidamente un “perché vivere” piuttosto robusto;
B) entrando in relazione con qualcuno, assecondando la nostra natura sociale;
C) facendo sì che quel qualcuno probabilmente riconosca il tuo agire come utile e sia grato.
Bingo.
La psicologia come veicolo
Questo ritorno dirompente alla psicologia ha messo un po’ d’ordine in un’esistenza travagliata.
La vita prima scorreva come le strade d’America, incastonata in orizzonti aperti, fluida, scorrevole, abbondante. Poi mi è venuta addosso come un’onda anomala e mi sono rialzato dopo essere stato sputato sulla battigia, bagnato di lacrime mie e di altri, a capire ancora una volta cosa ci facevo lì e dove ipoteticamente avrei dovuto andare.
La psicologia – dopo periodi in cui ero schifato da narcisisti sacerdoti, proselitismi da setta, metodi miracolosi o arretratezza vergognosa, marketing osceno e banalizzazioni da social media – è tornata a essere il mio strumento di viaggio.
Ha sostituito la moto, ma mi permette ancora di incontrare il mondo.
Free Conversation (atto osceno in luogo pubblico)
Tra le cose nuove che sono nate ho lanciato un progetto di volontariato chiamato Free Conversation.
In poche parole: mi vedrai per strada sotto un cartello con quella scritta per invitare i passanti a fermarsi e… parlare.
È un’idea così svergognatamente umana, così oscenamente relazionale, così ostentosamente gratuita, che non potevo esimermi dal farla per strada.
Sì, signor giudice! Volevo solo parlare con la gente.
Perché Gandhi da bambino mi trapanò il cuore per ficcarci dentro quella frase: “Be the change you want to see in the world”.
Così oggi, signor giudice, voglio essere ambasciatore di un mondo inesistente in cui basta il fatto di appartenere alla stessa specie per fermarsi a fare due chiacchiere.
Già, signor giudice, così ho occupato suolo pubblico senza permesso, con due sedie pieghevoli, e ho sbandierato la scritta “Free Conversation”, creando disordine sociale e imbarazzo sia in me che negli altri.
Recidivo sicuramente. Anche imprevedibile, perché lo faccio qui e là; preferisco i parchi, perché non ho ancora il coraggio di farlo nel centro della mia città. Ogni tanto lo faccio online, per disturbare persone lontane.
Studiare e non prendere per il culo nessuno
Per diventare uno psicologo migliore mi sono sparato la terza specializzazione in Terapia Breve Strategica.
Quelle dove “o succede qualcosa di buono, oppure la pianti di prendere per il culo il cliente” e non lo tieni inchiodato 10 anni. Ti concedi 10 sedute col tuo cliente per vedere risultati, oppure lo congedi e ti prendi la responsabilità di non aver saputo aiutare (sebbene questa possa ricadere sul cliente molte volte). Non diventi complice del mantenimento del problema. Se provi ad aiutare ma non ci riesci interrompi. Fine.
Poi in Messico non possono permettersi anni di psicanalisi a due sedute a settimana: i soldi sono pochi.
Il “liberaci dal male” è una preghiera alla quale dovrebbe obbedire la psicologia mentre valuta onestamente sé stessa per capire se è all’altezza del compito.
Per i lavori di gruppo uso lo psicodramma: il metodo più bello che conosco per creare dinamiche di accettazione, accoglienza ed esplorazione di temi fondamentali del vivere.
In sordina continuo a occuparmi anche di Psicologia Psichedelica.
Non mi dilungo ora, ma dichiaro la massima serietà su questo tema che sta rivoluzionando la cura ed esiste in altre culture da quattromila anni.
Nel nostro Occidente, che si è dimenato nell’ignoranza più bieca e negli esperimenti più disparati, abbiamo cercato di comprendere il miracolo nella coscienza che certe piante (e funghi) producono. È stata una battaglia contro la disinformazione, l’idiozia di massa e le agende politiche più corrotte, che mai hanno avuto a cuore la salute e il benessere delle persone quando hanno legiferato.
Il tandem e mio padre
Anche se ho la moto scassata in Italia, dopo 11 anni di onorato e oneroso servizio, ho rimandato il suo restauro.
Per il momento mi sono costruito, per passione e per auto-trasporto, varie biciclette elettriche… tra cui anche un tandem.
Quel tandem mi ha regalato gli ultimi ricordi di gioia con mio padre: pedalate lunghe con papà dietro nel parco della mia città. Erano gli ultimi momenti in cui la malattia dopo averlo fatto regredire a uno stadio di bambinità gli regalava stupore e gioia nel vedere uno scoiattolo, un pioppo alto o un lago con anatre starnazzanti Ma l’Alzheimer ha poi continuato, disumanamente, a farlo a pezzi nei ricordi, nella volizione, nel controllo delle emozioni e del comportamento, nella capacità di pensare e di essere consapevole… e questo prima di passare anche a fare a pezzi il suo corpo.
Torno al tandem, che è meglio.
Lo portavo a spasso nel parco della mia città, come lui portava a spasso me quando ero bambino e ancora faticavo con questo funambolismo delle due ruote che, da adulto, ha cambiato la mia vita.
Tra due mondi
Ho ottenuto la residenza permanente in Messico poco prima di chiudere con una relazione e poco prima di tornare d’urgenza in Italia per aiutare mia madre.
Appena mi hanno detto: “Ehi! Sei finalmente dei nostri! Questa è la tua terra, puoi starci quanto vuoi”, ho fatto le valigie per andarmene.
Quindi sono tra lì e qui, tra due mondi, come sempre.
Succhio nutrienti da due cordoni ombelicali. Due Paesi quasi uguali nelle bandiere, ma molto meno come filosofia e modi di fare.
Latinoamerica e Latino-Italia mi danno vitamine diverse.
La dieta deve essere varia.
Lo sguardo resta
Il lavoro da fotografo è sfiorito.
È rimasto lo sguardo. Spogliato dal fardello di attrezzature pesanti e da ingaggi professionali. Scatto per me soltanto e va bene, uno smartphone spesso è sufficiente.
Lo sguardo che rimane invece è quello che cerca quella bellezza che non è certo “il bello del tramonto bello”. Ci sono cose brutte che, nella fotografia, sono belle. La bellezza c’è anche nella monnezza, se questa dice qualcosa.
Cosa dice la monnezza? Ne parliamo un’altra volta. Intanto stasera apri il bidone dell’umido e ascolta i messaggi che sussurra.
Dal verbo andare al verbo restare
Nel ciclo di nascita e morte mi è scappato dentro il viaggio, un amore, una residenza, un lavoro.
Ma questo vortice mi ha buttato fuori anche la psicologia, un furgoncino, le bici, lo studio assiduo, relazioni forti e idee feconde.
Il viaggio mi pulsa ancora nelle vene.
Quello sì che è una sorta di afflizione.
Basta un pomeriggio fuori porta che sento Bruce Chatwin prendermi a calci in culo per farmi andare più lontano; mi vedo un punto strisciante sulle mappe, mi sento il prurito dell’Altrove, la dis-grazia del verbo andare che mi cade addosso come una pioggerella di spilli. Poi l’irrequietudine che morde le caviglie e la diabolica, falsa equazione che “felice” è uguale a “lontano”.
Ma poi mi ricordo: questo tempo della vita è la scuola del verbo restare.
Dal verbo restare si impara come da quell’altro. È inutile far litigare lo Yin e lo Yang per vedere chi ce l’ha più lungo. Loro stanno armonici nel Tao. Solo noi abbiamo momenti in cui si va più verso l’uno o verso l’altro.
Non ho dubbi su cosa mi dica questo momento della vita. È la voce del verbo restare.
Il viaggio è ancora qui ma lo si fa più dentro
Quindi il Viaggio continua e, credimi, la psicologia può trasformare un insignificante martedì pomeriggio di un’insignificante settimana in un grande viaggio.
Il ragioniere in pioniere, la bancaria in piratessa, il commesso in avventuriero, il genitore in condottiero.
Lo so che non viviamo nei racconti di Salgari, ma anche la struttura stessa del vivere, punteggiata di giorni, di notti, di stagioni… ci concede i suoi materiali per fabbricarci la nostra storia. O la nostra leggenda. O la nostra epica.
Non serve Itaca, il Polo Nord o i Sette Mari per avere qualcosa da dire su di sé che faccia rabbrividire di gioia.
Basta guardare in altro modo il mondo interiore per avere meno bisogno di cose incredibili in quello esteriore.
La bellezza non sta nella tavola periodica degli elementi, sta negli occhi di chi guarda.
Anche la noia non sta fuori, ma fa la sua putrefazione sempre dentro.
E quindi non c’è scusa per non sentire il Viaggio anche da fermi.
Poi, se tutto il mondo preferisce una spiaggia ai Caraibi invece che un banco di nebbia in Val Padana, una ragione ci sarà anche…
Vero, però ci sono persone che grondano colori e gioia in contesti tristi e grigi. Come mai?
Il mondo, dopo che lo hai risucchiato con i tuoi sensi, lo puoi ricostruire internamente come una prigione o come un resort.
Non mi dilungo su questo, ma è un principio chiave della psicologia che faccio ed è una strada battuta anche da neuroscienze, psicologia cognitiva ed esoterismo.
La vita è un Viaggio
Il mio punto rimane questo: il Viaggio c’è ancora. Cambia forma.
Il titolo “La vita è un viaggio” rimane più che mai attuale e posso ringraziare l’Universo (che mi deve dei favori, tra l’altro) perché in quel lontano 2008 partii senza fretta di arrivare, con l’idea che tutti quei km da fare in moto fossero solo inchiostro per scrivere pagine di vita che valevano più dell’asfalto, delle strade e delle frontiere.
Comunque oggi, che sono più vecchio e più fermo, continuo a “dare gas” senza motori e senza Americhe da attraversare. Ho un papà malato, una mamma piuttosto sola, un sacco di amici bellissimi, degli zii che sono un esempio di altruismo incredibile; ho una testa che funziona bene, una professione che mi fa cagare da vendere ma mi fa umilmente felice da fare.
Le piante che ho in casa non sono ancora morte.
Premiazioni finali
Medaglia d’oro se sei arrivato fin qui.
Medaglia d’argento se hai saltato paragrafi.
Medaglia di bronzo se intanto guardavi videominchiate sui social.
Medaglia d’argento se hai saltato paragrafi.
Medaglia di bronzo se intanto guardavi videominchiate sui social.
Grazie comunque. Ti abbraccio.
Qui parlerò di psicologia.
Ti toccherò più di prima.
Non terrò le mani a posto.
Ti toccherò più di prima.
Non terrò le mani a posto.
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