Tratto dall’articolo in uscita su Euromoto di Giugno
IL PAESE DEI TANTI ALBERI

Quattrocento km in motocicletta dentro la natura e la storia di un paese che sta cercando riconciliazione con il suo passato. Strade difficili, panorami mozzafiato, avventura e gli echi della guerra civile.
Dopo 8 mesi complessivi di viaggio mi appresto a tagliare un nuovo traguardo. In questa attraversata delle 3 Americhe sto per concludere la parte continentale Nord che mi ha visto attraverso 5 stati Usa, 5 del Canada e ben 17 del Messico.
Sei mesi del mio viaggio dedicati solo a quest’ultimo paese ed ora mi trovo la prima volta ad entrare nel Centro America: un grado in più di difficoltà nelle strade, di povertà, di natura selvaggia e di biodiversità. Inizio nella regione del Chiapas, che un tempo apparteneva al Guatemala, qui passerò la frontiera de “La Mesilla” in alternativa alla frontiera più pericolosa lungo la Panamericana. Seguirò all’inizio un classico itinerario turistico visitando il mercato di Chichicastenango e il lago Atitlan, poi partirò alla volta dell’area più a Est dove foresta, strade franate, sterrati da motocross e problemi con piccoli delinquenti mi daranno non poco filo da torcere.

LASCIANDO IL MESSICO
A San Cristobal passo giorni scrivendo e trotterellando per le strade del centro e poi spingendomi verso i villaggi maya lontani pochi km. Cristobal è una metà ambita e quasi divorata dal turismo, la città ha iniziato il suo processo di sovrappopolamento, edificazione e aumento dei prezzi. Oltre alla bellezza architettonica c’è una seconda bellezza che è tutta etnica e la si trova nella tempra india che scurisce carnagioni e satura i colori sui vestiti degli antichi, abitanti di questa povera regione: gli indios trotzil. Sono gli interpreti e depositari del retaggio maya di cui tentano di perpetuare la memoria anche se al giorno d’oggi i vantaggi economici dei rapporti con il turismo stanno vincendo il braccio di ferro con l’istinto di conservazione culturale.
Tra le file monotone e ipnotiche di negozi e baretti acchiappa-turisti, le strade portano al centro di mercati sempre pieni di donne che distendono le loro merci su pavimenti che si illuminano di colori e danno una strana rispondenza cromatica alle grandi chiese che di notte si accendono come fiammiferi sotto riflettori color ocra.
E’ tempo di partire e lasciare questa città e i suoi due cuori: turistico ed etnico.
La strada per allontanarmi dalla città è solo una e passa attraverso 170 km di corridoio naturale dentro la Sierra Madre: il tessuto primordiale che moltiplica se stesso attraverso montagne e colline sino alla fine del continente. La guida è rilassata, le nuvole si diradano, il cielo azzurro promette tempo sereno. Dalla conca chiusa che circonda Cristobal si apre il cammino in un percorso quasi rettilineo che scollinando e torcendosi di tanto in tanto riprende la sua dirittura sino al confine Guatemalteco di “La Mesilla”.

GOOD MORNING GUATEMALA!
Guatemala, “il paese dei tanti alberi” secondo la lingua azteca nahualtl, ma vi potrei dire di come sia un paese anche dei tanti vulcani (ben 36), delle tante montagne (più del novanta percento del suolo nazionale) e poi, purtroppo, dei tanti morti. “Un paese dove scorre linfa di pini e fiumi di sangue”, mi disse l’autista di un pulmino turistico. Valter, cosi si chiamava, una notte del 1992 quando tornò a casa dal lavoro trovò in città un poliziotto che chiedeva di lui. In quella stessa notte scappò cercando di abbandonare al più presto il paese per salvarsi la vita. Dopo il colpo di Stato appoggiato dal governo USA nel ‘54 le dittature causarono genocidi in tutte le terre rurali contro la popolazione indigena, un guerra fratricida con una contabilità di morti che passò i 200.000; se Valter non fosse scappato, sarebbe stato giustiziato come i suoi amici. Tutto successe secondo il drammatico copione che vede i governi espugnare 
Sono solo con la mia moto nel mezzo del “paese dei tanti alberi”. Non c’è nell’aria la pericolosità decantata dalle ambasciate, dal 96 è pace, sulla carta almeno, la guerra civile è dichiarata chiusa, rimane l’onta e la povertà conseguente al quasi mezzo secolo di violenza fratricida. In Messico sentivo voci proclamare il Guatemala come il terzo paese più pericoloso del mondo ma ho avuto modo di sondare questa affermazione percorrendo per 10 giorni buona parte del paese. Non ho avuto problemi, tranne in una sola circostanza. Entrando a La Mesilla, si è obbligati a fumigare la moto come misura sanitaria preventiva ed a fare le pratiche di importazione temporanea del veicolo. Poi si inizia a sfilare, con marcia lenta, nel centro di questo piccolo ma congestionato villaggio di frontiera, costruito non oltre 10 metri dai bordi della piccola strada a due corsie che lo attraversa.

Uscendo dal La Mesilla mi trovo sulla strada 1, una delle poche arterie che percorrono longitudinalmente il paese. Attenzione alle strade, nonostante il Messico mi abbia messo a dura prova i nervi il Centro America ha alcuni dossi che sembrano catapulte con il primo fine di rompere sospensioni più che ridurre velocità. Il piacere di guida, sulla 1, sta tutto negli occhi: ci son distese di conifere che ammantano la Sierra Madre, insinuarsi tra le sue pieghe è l’unica opzione possibile, non ci sono autostrade. Se la guida non è accattivante in compenso l’itinerario è una festa per gli occhi: vallate che si aprono e chiudono come sipari e panorami di apertura grandangolare danno un saggio di cosa sia questa terra vista dall’alto. La notte arriva e non sono preparato, troppi stimoli visivi e distrazioni naturali per pianificare dove andrò a dormire. Chiedo ospitalità in una pompa di benzina vicina a Huehuetenango dove due Guatemaltechi mi concedono il ripostiglio della stazione per stendere il materassino e spingere dentro la moto. Pochi metri quadri da condividere con il giunto cardanico di un camion, un compressore, un quadro elettrico pieno di luci e il mio veicolo. Conto milioni di pecore e finalmente prendo sonno.

IL MERCATO PIU’ FAMOSO DEL CENTRO AMERICA
Mi alzo alle cinque con il rumore del compressore che rompe il silenzio, Un’alba rosa carnicina annuncia l’inizio del nuovo giorno, non posso fermarmi che un ora ancora, per quando arriva il proprietario della stazione devo essere fuori dal magazzino.
Preparo velocemente la moto e ritorno in marcia sulla statale uno. Strade bianche si succedono ai lavori in corso: girare con precauzione la manopola del gas. Dolci curve si alternano mentre la pendenza aumenta perdendo quota in prossimità del Lago Atitlan che sarà l’ultima fermata di questo tragitto. La sera prima, ho parcheggiato la moto sul ciglio della strada per fare qualche scatto al tramonto con il meraviglioso Volcan San Pedro (uno dei quattro attivi) che boccheggiava lentamente fumo come una ciminiera primordiale. Indimenticabile.
Piccoli insediamenti urbani rimettono in moto la vita tutt’intorno, sguardi fugaci mi vengono lanciati in una frenesia di carretti e motorini che corrono da tutte le parti. Una possibile minaccia per il motociclista è costituita dai torpedoni adibiti a trasportare pedoni o scolari alle loro destinazioni. Vecchi camion stracarichi di persone e bagagli agganciati al tetto che sfrecciano su e giù lungo i loro routinari percorsi, sembra brucino più olio che benzina e l’inchiostro di seppia che spruzzano da dietro te lo trovi regolarmente sulla faccia ogni sera. Si continua sempre sulla “CA1” sino a Las Pilas e poi si prende la deviazione per 

Con la macchina immortalo dei murales che raccontano il folclore locale, con una dovuta prevalenza di dipinti che dedicati alla guerra civile e alle lotte intestine che hanno prostrato la popolazione sino a dodici anni prima. Anche nelle rappresentazioni di storie tristi si trova sempre la peculiare vivacità di colori saturi, netti e cangianti ..che sembrano voler cambiare la storia più nera che il Guatemala vissuto.

IL LAGO DEI VULCANI
Dopo un pomeriggio e una notte al passeggio nel cuore della città, certo di aver colto il succo di Chichicastenango, l’abbandono e ripercorro a ritroso la strada “a montagna russa” per ritornare a Las Pilas e cercare di raggiungere il Lago Atitlan. Il lago è una delle mete turistiche più battute, è contornato da ben tre vulcani: il vulcano San Pedro, il vulcano Atitlan e il vulcano Tolimàn. Una conca profonda quasi 400 metri a 1500 sul livello del mare e con una superficie di 130 km quadrati, cinta da una natura rigogliosa e da piccoli villaggi che vivono di turismo e pesca. Tre sono le strade che portano al lago in tre punti diversi ma sfortunatamante non è presente una strada che lo percorra nel suo perimetro intero senza essere interrotta dai pessimi sterrati che valicano i vulcani. La mia scelta cade sulla tranquilla San Juan de Atacama per il pernottamento che sarà anche la base d’appoggio per esplorare San Pedro, più vistosa, turistica e movimentata.



Ciao Claudio, complimenti per tutto!
Scrivi benissimo, posti delle foto (anche se poche) molto belle, bel viaggio, mi piace il tuo spirito di avventura, e il pupazzo!!! :-DDD
Ottima esperienza, vai cosiii vai!
Ciao!
Grazie Davide,
per le foto hai ragione, sono poche ma il prblema è che non sono molto agevoli i fotoalbum… sistemerò.
Ti saluto!
….la mia realta’,e’ quella che mi circonda,essa
si concretizza nelle azioni che sto pensando, vivendo,…..cerco di trasferirmi nelle azioni che descrivi e visualizzi, di percepirne odori colori emozioni…ma mi trovo proiettato in un sogno-avventura..esisti?
HOLA CLA,
QUE FOTOS!,QUE VIAJE!,QUE EXPERIENCIAS!,Y LAS FIESTAS MULTICOLORES!…
NO SABES LA ENVIDIA QUE TE TENGO!
SIGUE DISFRUTANDO TU VIAJE.
CUIDATE!
BACIO.
Hola Dianita!!
Gracias para tu comento, pues que estoy creciendo y mejorando!!
No envidiarme, tu camino no es menos lindo!!
ESTUDIA MONGOLAAA!! :-)
Estoy bromeando.
Te quiero!
Gracias.
Beso
Tranquillo! :)
Pensa a viaggiare!!!!
Ciao!
Che immagini, che colori! Grande!
Luca
Sono finita su questo sito per caso, cercando informazioni su il Canada e sul Messico.
E lo devo ammettere, sono rimasta senza fiato. Non conoscevo questo tuo progetto, non conoscevo questo viaggio. Coniugare ricerca con scoperta, passione con studio, è un’idea a dir poco geniale. Perché è l’occasione per scoprire il mondo, e allo stesso tempo per farsi scoprire dal mondo. Soprattutto quando, probabilmente come me, il meglio di sé si esprime soltanto con gli occhi gonfi di un tramonto lontano.
Io partirò ad ottobre per il mio primo, vero, “viaggio”. Senza progetti, senza soldi, senza nessun contatto. Ora che conosco questo sito, e queste foto, vorrei ringraziarti, perché mi sento molto meno incosciente. E anche un pizzico meno sola.
Davvero complimenti,
S.
Ei ti ho aggiunto su flickr! ;-D
Ti riporto alcune delle pagine scritte da Tiziano Terzani, che mi hai ricordato in una delle tue lettere.
Te le riporto sotto l’articolo del Guatemala per una sorta di affinità rispetto al dramma di questi anni in Afghnanistan.
Vedi tu se vuoi pubblicarle o no.
Sono tratte dal libro Lettere contro la guerra, sono le lettere che sono state scritte dopo l’11 settembre e pubblicate sul Corriere della Sera tra il 2001 e il 2002. Non riesco a non pensare che la voce di Terzani manchi oggi nel mondo dell’informazione una voce che sapeva fare la differenza, che manchi quel suo tentativo di far conoscere i mondi e le vie per cui la ragione umana sia rispettata e quale miglior modo che permettendole la conoscenza del mondo delle culture, della storia e le civiltà, della storia degli uomini che abitano quel paese o quell’altro.
Questo rispetto dell’uomo e della sua “ragione” della sua capacità attraverso una informazione onesta di poter scegliere per il meglio, per il rispetto per la stima per la pace è una delle cose cui ha sempre puntato. Come abbia fatto a crederci tanto non lo so, nonostante le disillusioni della storia o forse proprio in mezzo e perché no anche a causa di queste. Mi chiedo oggi chi ha questo rispetto per noi lettori, semplici persone che vorremmo avere la possibilità di una visione vera che più che verso la convinzione della giustezza di un conflitto ci porti all’abbraccio del mondo o come dice lui più che a campi di battaglia ci conduca a campi di comprensione.
Non basta conoscere in un periodo esiguo che è quello delle vacanze, quando senti tornare chi è stato in un Paese straniero o in un altro e ne riporta sensazioni di stupore positivo e di meraviglia per aver scoperto che ci sono civiltà così belle e profonde di cui si non si parla se non superficialmente, non si sa filosofie di vita ricche di cui neppure si sospettava l’esistenza, e di cui ognuno aveva solo i pregiudizi che si sa sono figli dell’ignoranza, un ignoranza tenuta e diffusa da tv e da giornali che si dedicano al gossip dell’attore di turno o a questioni di lana caprina come quelle troppo spesso poste dalla grettezza di politici narcisi che vivono di apparenza, che tirano coperte troppo corte, persone che avverti senza vero spessore. vuoti.
«Il linguaggio politico è concepito in modo che le menzogne suonino sincere e l’omicidio rispettabile, e per dare una parvenza di solidità all’aria.» Orwell
Terzani scrive nel 2001: “Purtroppo, oggi, sul palcoscenico del mondo noi occidentali siamo i soli protagonisti e i soli spettatori, e così, attraverso le nostre televisioni e i nostri giornali, non ascoltiamo che le nostre ragioni, non proviamo che il nostro dolore”
“Il mondo degli altri non viene mai rappresentato”
Ma così è diventato il nostro mondo: L’unico modo di resistere è ostinarsi a pensare con la propria testa e sopratutto a sentire con il proprio cuore”
“Il 12 settembre il direttore del Corriere chiuse l’editoriale con un frase divenuta poi famosa: “Siamo tutti americani”. Bene io no. Di fondo mi sento fiorentino, un po’ italiano e sempre più europeo. Ma americano proprio no, anche se all’America debbo molto… (). In fondo trovo difficile questo definirmi. Sono arrivato alla mia età senza aver voluto appartenere a nulla, non a una chiesa, non a una religione: non ho avuta la tessera di nessun partito, non mi sono mai iscritto a nessuna associazione, nè a quella dei cacciatori né a quella per la protezione degli animali. Non perchè non stia naturalmente dalla parte degli uccellini e contro quegli omacci col fucile che sparano nascosti in un capanno, ma perchè qualunque organizzazione mi sta stretta. Ho bisogno di sentirmi libero. E questa libertà è faticosa perchè ogni volta, davanti ad una situazione, quando bisogna decidere cosa pensare, cosa fare, si può solo ricorrere alla propria testa, al proprio cuore e non alla facile linea, pronta all’uso, di un partito o alle parole di un testo sacro. Per istinto sono sempre stato lontano dal potere e non ho mai corteggiato chi lo aveva. I potenti mi han sempre lasciato freddo”.
Terzani commenta così dopo il viaggio per promuovere un libro:
“Tornai da quel viaggio scioccato, con un’impressione spaventosa. Avevo visto un’America arrogante, ottusa, tutta concentrata su sé stessa, tronfia del suo potere della sua ricchezza, senza alcuna comprensione o curiosità per il resto del mondo. Ero stato colpito dal diffuso senso di superiorità, dalla convinzione di essere unici e forti, di credersi la civiltà definitiva. Il tutto senza ironia.
Una notte dopo un incontro sul libro allo Smithsonian Institue, un vecchio giornalista che conosco da anni mi portò a fare una passeggiata tra vari monumenti nel cuore di Washington, quello particolarmente commovente ai caduti in Vietnam, quello teatrale e suggestivo ai morti in Corea, e nel posto dove sorgerà, quello ai caduti della seconda guerra mondiale. La prima riflessione che feci era che mi pareva strano che un paese giovane, fondato sull’aspirazione alla felicità, avesse scelto di mettere al centro della sua capitale tutti quei monumenti alla morte. L’amico disse che non ci aveva mai pensato. Quando fummo davanti al mastodontico, bianchissimo Lincoln, seduto su una gran poltrona bianca in una gigantesca copia tutta bianca d’un tempio greco, mi venne da dire, sapendo che anche lui era stato a Pyongyang: “Mi ricorda Kim Il Sung”.
Si offese come gli avessi toccato la madonna. “Noi amiamo quest’uomo”, disse. Mi trattenni dal fargli notare che un nordcoreano avrebbe detto esattamente la stessa cosa ma questa era l’impressione che l’America mi aveva messo addosso. Il paragone non era soltanto nella mastodonticità dei monumenti; era nel fatto che gli americani mi parevano loro stessi vittime di un qualche lavaggio del cervello: tutti dicono le stesse cose, tutti pensano allo stesso modo. La differenza è che al contrario dei nordcoreani essi credono di farlo liberamente e non si rendono conto che quel loro conformismo è frutto di tutto quel che vedono, bevono, sentono, mangiano”. Tiziano Terzani – Lettere contro la guerra
forse è in questo senso sì che “siamo tutti americani”: quando ci prende l’ottusità e viviamo senza curiosità per il resto del mondo
Così ci rimangono i viaggiatori, gli esploratori, gli appassionati dell’umanità, che riportano il mondo più vero, come è, attraverso una esperienza vissuta sulla propria pelle attraverso i propri occhi, illuminata da propri pensieri, ragionata con la propria testa.
Claudio volevo farti avere queste parole di Terzani ad intrecciarsi nel tuo viaggio, sai i discorsi via mail, al solito parlarsi ispira,
se vuoi spostale nel luogo più adatto. ciao!